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Rido perché ti amo, la commedia romantica girata in un posto (a pochi minuti da Roma) dove il tempo si è fermato

È un amore d’altri tempi quello raccontato nell’ultima commedia romantica scritta, diretta e interpretata da Paolo Ruffini. E d’altri tempi sono anche le location di Rido perché ti amo: a fare da sfondo alla storia – dal lieto fine, ma non scontato – di Amanda e Leopoldo è infatti un borgo medievale arroccato su una montagna dove il tempo sembra essersi fermato, circondato dal verde rigoglioso della campagna laziale e da un sito archeologico pieno di magia. Ecco dov’è stato girato il film in onda in prima Tv su Rai 1 domenica 31 agosto 2026.

Di cosa parla

Leopoldo (Nicola Nocella) e Amanda (Barbara Venturato) sono stati compagni fin dalle elementari ed è proprio sui quaderni di scuola che lui le ha promesso amore eterno. La loro relazione va avanti per quasi trent’anni, mentre Leopoldo insegue il sogno di diventare un pasticciere di fama mondiale e Amanda quello di lavorare come coreografa per importanti teatri d’opera. Quando, a pochi giorni dalle nozze, Amanda ottiene un prestigioso incarico all’Opéra di Parigi non esita a partire. Leopoldo non vuole seguirla e questo sembra creare una frattura irreparabile nel rapporto tra i due almeno fino a quando, convinto di aver sbagliato, decide di raggiungerla e provare a riconquistarla e a tenere fede alla promessa fatta da bambino. L’aiuto di amici di vecchia data come Ciro (Paolo Ruffini) e di un microcosmo di artigiani e commercianti che, da sempre, anima la piazza del piccolo centro in cui Leopoldo e Amanda sono cresciuti sarà fondamentale in questo senso.

Arriva su Rai 1 la commedia romantica "Rido perché ti amo" di Paolo Ruffini
Ufficio stampa RAI
Una scena di “Rido perché ti amo”

Dov’è stato girato il film

Il senso di comunità è del resto uno dei valori che trapela più forte dalla commedia romantica di Paolo Ruffini e le location di Rido perché ti amo sembrano amplificarlo: Leopoldo e Amanda non sono mai soli a combattere per difendere la propria promessa d’amore ma possono contare su una cerchia di persone che li hanno visto crescere e sono a propria volta cresciuti con loro. Nelle numerose scene in piazza, si mantiene viva insomma quella pratica così tipica della provincia italiana che fa della semplice presenza una più profonda vicinanza: la piazza in questione è quella di uno dei borghi del Lazio più interessanti per storia, mitologia, paesaggi.

Sacrofano

A Sacrofano, a circa mezz’ora di distanza da Roma, sono state realizzate tutte le riprese in esterna di Rido perché ti amo. Il centro storico, fatto di stretti vicoli acciottolati che si intersecano fino a raggiungere – appunto – la piazza principale, è stato il principale set. Visitarlo vuol dire passeggiare nell’antico Ghetto Ebraico, fermarsi sotto al campanile romanico della Chiesa di San Giovanni Battista, visitare la Chiesa di San Biagio e ammirare lo stile tardo-barocco di Palazzo Placidi.

C'è Sacrofano tra le location della commedia romantica di Paolo Ruffini "Rido perché ti amo"
Getty Images
Il pittoresco borgo di Sacrofano

Da non perdere è anche il sito archeologico del Monte Musino: qui doveva trovarsi un tempo l’area sacra consacrata a Giove Tonante ed Ercole Musino che dà il nome al borgo (Sacrofano deriverebbe, infatti, secondo alcune ricostruzioni da “sacrum fanum”).

Il verde della Macchia di Sacrofano e del Parco di Veio in cui è immerso fanno del borgo una meta ideale anche per il trekking e le passeggiate nella natura.

Gli appassionati di folklore e tradizioni non dovrebbero perdersi il Palio della Stella (a settembre) e la giornata (a ottobre) dedicata al Tevere.

Altre location

A parte il borgo laziale, non ci sono altre location di Rido perché ti amo segnalate: il grosso delle riprese di interni e anche quelle riguardanti Parigi sono state realizzate in studio, ai Videa Studios di Roma.

Come passeggiare in una fiaba: Kaysersberg, il borgo imperiale dell’Alsazia

Quando si arriva a Kaysersberg si nota una strada che entra nel paese e, oltre le facciate delle prime abitazioni, compaiono travi di legno, balconi fioriti, tetti spioventi e insegne in ferro battuto. Sullo sfondo, sopra i tetti, si riconoscono le rovine di un castello imperiale, mentre ai piedi della collina scorre la Weiss, piccolo fiume che attraversa il borgo e accompagna il centro storico con il suo rumore d’acqua.

Kaysersberg si trova nell’Alsazia orientale, lungo la celebre Route des Vins d’Alsace, a circa 10 chilometri da Colmar e il suo nome significa “Montagna dell’Imperatore“, proprio per richiamare il castello da cui è dominato. Le case a graticcio, denominate colombages in francese, mostrano sulle facciate la struttura lignea che un tempo sosteneva gli edifici. Travi disposte secondo motivi geometrici, intonaci colorati, bovindi e balconi fioriti rendono quasi impossibile percorrere la strada principale senza alzare lo sguardo.

Il paesino ha ricevuto anche il titolo di “Village préféré des Français“, il villaggio preferito dai francesi, nel 2017, durante il programma televisivo presentato da Stéphane Bern. Un riconoscimento che ha portato ancora maggiore attenzione su una località già celebre per il patrimonio medievale e per la produzione vinicola.

Cosa vedere a Kaysersberg

La parte più piacevole della visita arriva attraverso i dettagli: Kaysersberg va osservata anche nelle finestre, nelle insegne delle botteghe, nelle decorazioni scolpite e nelle piccole piazze che si aprono lateralmente alla strada principale. Dietro l’aspetto da borgo fiabesco resta una città costruita per vivere, commerciare e difendersi.

Ponte fortificato sulla Weiss

Il ponte fortificato rappresenta uno degli ingressi più scenografici al centro storico. La struttura in arenaria rosa risale al 1514 e aveva una funzione difensiva dalle possibili incursioni provenienti dai territori germanici.

Affacciandosi dal ponte, la Weiss scorre sotto le arcate mentre davanti si apre una successione di facciate colorate. L’arenaria rosa è una presenza tipica dell’architettura alsaziana e conferisce alla struttura una tonalità calda, particolarmente evidente nelle ore del pomeriggio.

Dal ponte lo sguardo raggiunge anche alcune delle abitazioni più eleganti di Rue du Général-de-Gaulle, tra cui quella al numero 88, caratterizzata da elementi del Rinascimento renano.

Castello di Kaysersberg

La fortezza rappresenta la parte più antica e austera del paesaggio urbano. Federico II ne ordinò la costruzione nel 1227 sul promontorio roccioso che domina la valle, con lo scopo di controllare l’importante percorso fra Alta Alsazia e Lorena.

Architettura militare e posizione naturale lavoravano insieme. Il castello aveva una struttura tardo-romanica ed era collegato al centro abitato attraverso un sistema difensivo che integrava la fortezza con le mura urbane. Del complesso restano soprattutto le rovine e il grande mastio circolare, caratterizzato da muri spessi circa 4 metri.

Rue du Général-de-Gaulle

La strada principale è una vera galleria di architettura alsaziana. Le facciate mostrano strutture a graticcio appartenenti a epoche differenti, insieme a tetti fortemente inclinati, bovindi, balconi e decorazioni scolpite.

Il Badhus, al numero 103, merita una particolare attenzione: l’edificio fu utilizzato quale locanda durante il XVII e XVIII secolo e successivamente ospitò le terme comunali. Poco più avanti si incontrano altre abitazioni storiche, con balaustre, antiche attività artigianali e dettagli che raccontano la vita quotidiana del borgo nei secoli passati.

Chiesa di Sainte-Croix

Accanto al municipio si trova la chiesa di Sainte-Croix, costruita attraverso diverse fasi comprese fra il XII e il XV secolo. Il portale romanico cattura subito l’attenzione, mentre colonne e capitelli presentano decorazioni con animali e motivi vegetali.

All’interno si trova un importante retablo ligneo scolpito, una grande pala d’altare composta da più elementi figurativi. La piazza antistante aggiunge un altro dettaglio prezioso con una fontana in arenaria gialla sormontata da una statua dell’imperatore Costantino risalente al XVI secolo.

Casa natale di Albert Schweitzer

Kaysersberg ha dato i natali anche ad Albert Schweitzer, nato nel 1875. Teologo, filosofo, musicista e medico, Schweitzer ricevette il Premio Nobel per la Pace nel 1952 per il suo impegno umanitario.

La sua casa natale è oggi sede del Centre Schweitzer, dedicato alla sua vita e alla sua attività.

Cosa fare a Kaysersberg

Dopo aver osservato monumenti e facciate, vale la pena lasciare spazio alla dimensione quotidiana di Kaysersberg. Il paese offre infatti esperienze legate al vino, all’artigianato e al paesaggio circostante.

  • Degustare un vino alsaziano: le cantine dei produttori indipendenti permettono di conoscere la tradizione vitivinicola locale. Tra le etichette più rappresentative compare il Grand Cru Schlossberg, uno dei grandi territori vinicoli della zona.
  • Scoprire il borgo in bicicletta: i percorsi ciclabili collegano Kaysersberg ai vigneti e ai centri vicini, offrendo una prospettiva più ampia sulla valle e sulle colline coltivate.
  • Cercare le decorazioni delle case storiche: porte, insegne, finestre e travi scolpite meritano attenzione quanto i monumenti principali.
  • Visitare il mercato di Natale: durante l’Avvento Kaysersberg cambia completamente atmosfera. Una trentina di chalet in legno occupano il centro storico, mentre le facciate vengono decorate con luci e addobbi. Profumi di spezie, dolci tradizionali e prodotti artigianali accompagnano la visita.
  • Salire al castello: la breve salita verso il mastio offre il miglior punto panoramico sulla cittadina. Conviene dedicare qualche minuto alla vista prima di ridiscendere verso il centro.
  • Cercare gli artigiani locali: botteghe e piccoli negozi consentono di conoscere produzioni artigianali e specialità regionali, con un rapporto più diretto rispetto ai souvenir standardizzati.
Natale a Kaysersberg, Francia
iStock
Il Natale di Kaysersberg

Dove si trova e come arrivare

Kaysersberg si trova in Alsazia, nel nord-est della Francia, a circa 10 chilometri da Colmar. Il borgo rappresenta una delle tappe più conosciute dell’itinerario tra vigneti e villaggi storici. Da Colmar si raggiunge facilmente in automobile seguendo la viabilità locale verso nord-ovest. L’auto è particolarmente comoda per combinare Kaysersberg con altre località della Strada dei Vini, tra cui Riquewihr e Ribeauvillé.

Chi arriva in treno può utilizzare la stazione di Colmar come punto di riferimento e proseguire verso Kaysersberg con i collegamenti autobus disponibili. La distanza ridotta da Colmar rende il paese adatto anche a una visita di mezza giornata.

Il modo migliore per capire Kaysersberg arriva forse alla fine, quando si torna verso il ponte sulla Weiss. Alle spalle restano la collina del castello e il mastio, davanti compaiono ancora le facciate colorate della strada principale. L’acqua passa sotto le arcate, i vigneti iniziano appena oltre le case e l’arenaria rosa prende una tonalità più intensa con la luce del tardo pomeriggio. In pochi minuti si ritrovano davanti agli occhi quasi 8 secoli di storia, racchiusi in uno spazio sorprendentemente piccolo.

L’ultimo rifugio dei vescovi guerrieri sulle alture del Vallese: il Castello di Tourbillon

Sion è una cittadina svizzera che si riconosce già da lontano per le sue due colline che si alzano sopra i tetti. Su una compare la Basilica di Valère, sull’altra il Castello di Tourbillon, da dove lo sguardo corre verso la valle del Rodano e abbraccia i vigneti terrazzati, le montagne alpine e il tessuto della città. La posizione offriva ai suoi abitanti un controllo prezioso sulle vie di passaggio della regione, oltre a garantire una protezione naturale fornita dal rilievo.

Il primo impatto, però, arriva dalle rovine: mura massicce, aperture irregolari, resti di ambienti e tracce delle antiche strutture restituiscono l’immagine di una dimora fortificata assai diversa dal rudere che si vede oggi. Tourbillon fu infatti residenza episcopale e fortezza insieme. La destinazione era prestigiosa al punto che i vescovi esercitavano un potere politico oltre alla loro autorità religiosa.

Breve storia del Castello di Tourbillon

La costruzione di queto maniero della Svizzera risale alla fine del XIII secolo e viene attribuita al vescovo Bonifacio di Challant. La collina scelta per il progetto offriva un vantaggio evidente: la roccia costituiva una base naturale difficile da espugnare, mentre l’altitudine permetteva di controllare un’ampia porzione della valle.

Per secoli Tourbillon rimase legato ai vescovi di Sion e alle vicende politiche del Vallese. La fortezza attraversò periodi di tensione, conflitti e trasformazioni, mantenendo il carattere di residenza fortificata. Il complesso subì modifiche nel corso del tempo e i documenti antichi, insieme a mappe, incisioni e testimonianze scritte, permettono oggi di ricostruirne almeno in parte l’aspetto precedente alla distruzione.

La svolta drammatica arrivò nel 1788, quando grande incendio devastò Sion e distrusse circa metà della città. Le fiamme raggiunsero anche Tourbillon, provocando danni così gravi da segnare la fine della sua lunga funzione residenziale. La ricostruzione non arrivò e il castello rimase progressivamente allo stato di rovina.

Per molto tempo quelle pietre furono considerate soprattutto una testimonianza di un passato ormai lontano. Ma dalla metà del XIX secolo la sensibilità verso il patrimonio storico locale iniziò però a cambiare: Tourbillon tornò al centro dell’attenzione e nel XX secolo seguirono campagne archeologiche, rilievi, interventi di consolidamento e restauri parziali.

La visita a Tourbillon tra mura medievali e panorami alpini

La salita verso la fortezza richiede circa 30 minuti e costituisce già una parte importante dell’esperienza. Il percorso porta progressivamente fuori dalla città, fino alla collina rocciosa. Più si guadagna quota, più Sion appare raccolta sotto lo sguardo e la sagoma della Basilica di Valère assume un ruolo scenografico particolare, sull’altura opposta.

All’interno del complesso il percorso si sviluppa tra resti architettonici privi dell’antico tetto e ambienti ridotti a frammenti. Proprio questa condizione permette di osservare direttamente la struttura della fortezza, senza ricostruzioni moderne capaci di alterarne la percezione.

La cappella di San Giorgio merita un’attenzione speciale: le pitture murali medievali rappresentano una delle testimonianze artistiche più antiche del loro genere in Svizzera. Le immagini conservate sulle pareti ne raccontano la dimensione religiosa e ricordano che Tourbillon era anche una residenza episcopale, con spazi destinati alla preghiera accanto alle strutture militari.

Le mura mostrano invece la funzione difensiva. La collina offre una posizione naturalmente protetta e la fortificazione sfruttava il terreno per rendere più difficile l’accesso. Osservando i resti dall’interno si può intuire la complessità originaria, assai più articolata rispetto all’immagine di rudere isolato che appare da lontano.

Cosa vedere durante la visita

  • La cappella di San Giorgio: è il punto artistico più importante del complesso. Gli affreschi medievali conservati al suo interno aggiungono colore e delicatezza alle pietre della fortezza.
  • Le mura della fortezza: i resti permettono di leggere la funzione militare di Tourbillon e di comprendere la relazione tra costruzione e conformazione della collina.
  • Il panorama sulla valle del Rodano: dall’alto la geografia del Vallese diventa immediatamente leggibile. Sion occupa il fondovalle, mentre vigneti e montagne costruiscono una scenografia tipicamente alpina.
  • La vista verso Valère: la collina rivale ospita la Basilica di Valère, creando uno dei panorami più riconoscibili di Sion. Le due alture, una accanto all’altra, narrano ancora oggi il carattere storico della città.
  • I resti della residenza episcopale: Tourbillon conserva tracce di una dimora destinata a uomini di Chiesa dotati anche di un forte potere politico. Le rovine acquistano perciò un significato più ampio rispetto alla semplice funzione militare.

La visita guidata gratuita parte dalla cappella e permette di comprendere meglio la storia del sito, l’architettura e il ruolo avuto dalla fortezza nella storia del Vallese. Il complesso resta invece chiuso durante i mesi invernali, indicativamente da metà novembre fino a marzo, quindi conviene controllare le modalità di apertura prima della partenza. Durante l’anno il castello può inoltre diventare scenario per manifestazioni culturali, spettacoli, concerti, mostre e rievocazioni.

Dove si trova il Castello di Tourbillon e come arrivare

Il Castello di Tourbillon si trova a Sion, capoluogo del Canton Vallese, nella Svizzera sud-occidentale. La città sorge nella valle del Rodano, circondata dalle Alpi e da celebri pendii coltivati a vigneto. La fortezza occupa la collina di Tourbillon, a breve distanza dal centro storico.

Sion è facilmente raggiungibile in treno dalle principali città svizzere. Dalla stazione ferroviaria si può arrivare presso il centro cittadino e proseguire verso la collina, seguendo il percorso pedonale indicato per il castello. In auto, la città è collegata alla rete autostradale svizzera e offre diversi parcheggi nella zona urbana, mentre l’ultimo tratto verso la fortezza richiede comunque una salita a piedi.

Sion, Svizzera
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la bellissima città di Sion

La posizione regala un piccolo privilegio al termine del percorso: alle spalle restano le strade di Sion e davanti si apre la valle, con i vigneti che ricamano i pendii e le cime alpine sullo sfondo. Tourbillon appare allora per quello che è davvero, una fortezza medievale trasformata dalle fiamme in una rovina, ma ancora perfettamente in grado di raccontare la propria storia.

Il prodigio di un fiume impetuoso: la spettacolare Cascata di Ézaro, che sfida le onde dell’oceano

La Galizia ha un rapporto viscerale con l’acqua: piove spesso, l’Atlantico detta il ritmo delle coste, mentre i fiumi scendono dalle montagne verso insenature profonde e piccoli villaggi marinari. Sulla Costa da Morte, tratto selvaggio della provincia di A Coruña famoso per promontori battuti dal vento e storie legate alla navigazione, il paesaggio raggiunge una delle sue espressioni più sorprendenti a Ézaro.

Davanti agli occhi, infatti, appare una scena difficile da associare a una normale cascata. Lo Xallas, dopo un percorso di circa 60 chilometri attraverso l’entroterra, arriva alle rocce della costa e precipita verso una grande pozza naturale. Pochi metri più avanti l’acqua raggiunge l’Atlantico, creando una continuità impressionante tra corso fluviale e mare aperto.

La Cascata di Ézaro, chiamata anche O Cadoiro, è considerata un fenomeno naturale unico nell’Europa continentale per la sua particolare configurazione. Il fiume scorre infatti direttamente verso il mare attraverso una spettacolare parete granitica alta quasi 40 metri. Attorno si apre un paesaggio aspro, modellato dall’acqua, dal vento e dalla vicinanza dell’oceano.

Origine, formazione e leggende

Per capire al meglio la cascata bisogna seguire idealmente lo Xallas a ritroso. Il fiume nasce sui versanti occidentali del Monte Castelo e attraversa inizialmente territori relativamente pianeggianti, situati a circa 300-400 metri di quota. Più avanti il terreno diventa accidentato e il corso d’acqua si restringe. Tra Ponte Olveira e Santa Uxía, il fiume attraversa una successione di laghi artificiali legati agli sbarramenti idroelettrici.

Avvicinandosi alla costa aumenta la pendenza: rapide e piccole cascate accompagnano il tratto finale, fino alla grande parete di granito che produce il salto di Ézaro. La conformazione geologica della zona rende il fenomeno particolarmente scenografico, perché la roccia nuda accompagna la discesa dell’acqua fino alla conca naturale sottostante.

La forza dello Xallas aveva già colpito i viaggiatori del passato. Nel 1745 Padre Sarmiento attraversò questa parte della Galizia durante il suo viaggio attraverso la regione. Per superare il fiume utilizzò la Barca dos Cregos, la Barca dei Chierici, che collegava le parrocchie di Santa Uxía e Arcos in assenza di un ponte. Il religioso raccontò di aver visto il fiume arrivare da grande altezza e precipitare verso il mare, descrivendo anche la profondità della pozza e la grande quantità di schiuma prodotta dalla caduta.

La cascata appartiene inoltre a un paesaggio ricco di racconti popolari. Poco sopra il salto si trova una cavità dalla particolare apertura rettangolare chiamata Ventá das Bruxas, la Finestra delle Streghe, che la tradizione locale collega a una storia di magia e incantesimi.

Secondo la leggenda, la grotta sarebbe l’ingresso di un passaggio sotterraneo diretto sotto la cascata. Il corridoio condurrebbe a una sala lussuosa abitata da una principessa incantata. Liberarla richiederebbe il superamento di una serie di prove e solo l’uomo capace di affrontarle con successo potrebbe spezzare l’incantesimo e sposarla.

Il racconto acquista ancora più fascino grazie alla presenza del Monte Pindo, la grande montagna che domina il paesaggio vicino alla foce. La sua fama affonda in tradizioni preistoriche, rituali magici e leggende popolari, tanto da aver alimentato nel tempo l’immagine di una montagna misteriosa, quasi separata dal resto del territorio.

La visita alla cascata e cosa vedere

La visita è semplice e adatta anche a una breve escursione durante un viaggio lungo la Costa da Morte. Una passerella conduce verso la zona della cascata e permette di avvicinarsi progressivamente al salto. La sensazione cambia a seconda della portata dello Xallas: nei periodi asciutti il corso appare più contenuto, mentre dopo abbondanti precipitazioni tutto diventa decisamente più potente.

Passerella per la Cascata di Ézaro
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Raggiungendo la Cascata di Ézaro

Il punto principale della visita resta naturalmente il salto. La parete di granito scende quasi verticalmente e l’acqua raggiunge la grande conca sottostante prima di proseguire verso l’Atlantico. Una breve permanenza permette di cogliere anche i particolari più piccoli, dalle increspature della pozza alle gocce trascinate dal vento.

Per una prospettiva completamente diversa conviene raggiungere il Mirador de Ézaro, situato più in alto rispetto alla cascata. La strada sale lungo il fianco della montagna attraverso numerose curve e conduce a una piattaforma panoramica. Da lassù il flusso appare inserito in un quadro molto più ampio. Lo sguardo segue la foce dello Xallas, raggiunge la costa, attraversa parte della ría di Corcubión e arriva fino al Monte Pindo.

La montagna merita una deviazione per chi desidera prolungare la giornata. Il Monte Pindo domina questa porzione di Costa da Morte con le sue forme granitiche e il carattere selvaggio. Un’altra prospettiva arriva dall’acqua: alcune attività permettono di raggiungere la zona in kayak e osservare la cascata dal basso, con il salto inserito nel paesaggio costiero. L’esperienza cambia completamente la percezione delle dimensioni, perché la parete rocciosa appare ancora più imponente vista dalla superficie della ría.

Nei dintorni si trovano inoltre spiagge tranquille, caratterizzate da sabbia chiara, oltre al piccolo nucleo costiero di Ézaro con porto e servizi. Per una pausa gastronomica si possono assaggiare specialità della cucina galiziana, soprattutto pesce, frutti di mare e vini della regione. Durante alcune serate estive la cascata viene persino illuminata, creando un’atmosfera particolare attorno alla parete rocciosa.

Dove si trova e come arrivare

La Cascata di Ézaro si trova nel comune di Dumbría, nella provincia di A Coruña, lungo la costa occidentale della Galizia (Spagna). Il territorio appartiene alla Costa da Morte, una delle aree più scenografiche della regione, caratterizzata da promontori rocciosi, insenature, villaggi marinari e una forte tradizione legata all’oceano.

Da Santiago de Compostela il viaggio in automobile richiede circa 1 ora e mezza, rendendo Ézaro una meta adatta anche a una gita di una giornata. La soluzione più comoda resta l’automobile, soprattutto per abbinare la cascata ad altre località della Costa da Morte.

Una volta raggiunta la zona, il parcheggio vicino alla cascata consente di proseguire verso l’area di visita. L’accesso è gratuito e una visita concentrata sul salto può richiedere circa 1 ora, mentre aggiungendo il belvedere, il Monte Pindo o le attività sul fiume conviene dedicare gran parte della giornata.

Per chi arriva senza automobile da Santiago, le escursioni organizzate rappresentano un’alternativa pratica, soprattutto se l’obiettivo comprende anche Finisterre, Muxía e altri luoghi della Costa da Morte.

Nei dintorni di Parigi apre un parco a tema Dragon Ball

Un nuovo parco a tema dedicato a Dragon Ball è pronto a entrare nei progetti più curiosi della regione parigina, anche se il suo annuncio ha già fatto discutere in Francia. L’iniziativa, finanziata dall’Arabia Saudita, punta infatti a trasformare l’area di Cergy-Pontoise in una nuova grande destinazione per il divertimento internazionale. Una scelta che ha suscitato qualche perplessità tra chi avrebbe preferito valorizzare maggiormente la cultura e la creatività francesi, ma che promette anche importanti ricadute economiche e occupazionali.

Il progetto nasce da un accordo tra Francia e Arabia Saudita e prevede la realizzazione di tre parchi di divertimento alle porte di Parigi. Uno sarà dedicato all’universo creato da Akira Toriyama, trasformando il mondo di Goku e dei suoi compagni in una vera esperienza immersiva.

Il parco Dragon Ball sorgerà sull’ex area di Mirapolis

Il futuro parco a tema Dragon Ball sarà realizzato a Cergy-Pontoise, nel Val d’Oise, a nord-ovest di Parigi, sull’area che un tempo ospitava Mirapolis. Il parco divertimenti inaugurato nel 1987 ebbe però vita breve e chiuse definitivamente pochi anni dopo, lasciando il sito inutilizzato.

Proprio qui dovrebbe nascere una nuova grande destinazione dedicata all’intrattenimento, inserita in un complesso formato da tre parchi. Il progetto rappresenta quindi anche una sorta di rinascita per un luogo che in passato aveva già tentato di affermarsi nel settore dei parchi a tema.

Al centro del nuovo progetto ci sarà Dragon Ball, il celebre universo manga ideato da Akira Toriyama, capace di conquistare generazioni di appassionati in tutto il mondo. Per ora, tuttavia, non sono stati comunicati tutti i dettagli sulle attrazioni e sulle aree tematiche, né è stata fissata una data ufficiale di apertura. La costruzione dovrebbe richiedere diversi anni.

L’idea nasce anche da una curiosa passione comune: il presidente francese Emmanuel Macron e il principe saudita Mohammed bin Salman hanno infatti dichiarato il loro interesse per il mondo dei manga e, in particolare, per Dragon Ball. Un legame che ha contribuito a dare forma a un progetto destinato a portare uno dei simboli della cultura pop giapponese alle porte della capitale francese.

Un investimento da 6 miliardi

Il parco Dragon Ball sarà soltanto una parte di un’operazione molto più ampia. Francia e Arabia Saudita hanno previsto un investimento complessivo di circa 6 miliardi di euro per la realizzazione dei tre parchi, finanziati dal gruppo saudita Qiddiya.

Le dimensioni economiche del progetto sono notevoli e, secondo le stime annunciate dall’Eliseo, l’intero complesso potrebbe generare circa 22 mila posti di lavoro. L’obiettivo è creare una nuova destinazione internazionale capace di affiancarsi alle attrazioni già consolidate della regione, a partire da Disneyland Paris.

L’iniziativa si inserisce inoltre nella strategia dell’Arabia Saudita di investire sempre di più nei settori del turismo, dell’intrattenimento e del tempo libero, riducendo progressivamente la dipendenza dall’economia del petrolio.

Proprio le dimensioni dell’operazione hanno alimentato il dibattito in Francia. Alcuni commentatori hanno osservato come l’arrivo di grandi investimenti stranieri nel settore dei parchi rischi di rafforzare l’immagine di una Francia sempre più orientata al turismo e all’intrattenimento. Altri hanno invece sottolineato le opportunità economiche e occupazionali legate al progetto.

Per il momento, dunque, Goku non ha ancora una data per l’arrivo alle porte di Parigi, ma il progetto ha già acceso l’interesse dei fan di Dragon Ball e del mondo dei parchi a tema.

Roma come non l’avevi mai vista: gli acquedotti diventano un palcoscenico a cielo aperto

Dopo due mesi trascorsi tra quartieri, cortili Ater, mercati, bar, parchi e strade, il Roma Borgata Festival arriva al Parco di Torre del Fiscale per l’ultima settimana della sua seconda edizione. Dal 7 al 13 settembre, il suggestivo paesaggio romano segnato dalla presenza degli acquedotti diventa il palcoscenico di sette giornate dedicate alle arti performative, tra danza site-specific, teatro, musica, letteratura e passeggiate performative.

Il Roma Borgata Festival è un progetto di ASAPQ, con la direzione artistica di Alessandra Muschella, e nell’ultima settimana concentra alcuni dei progetti che hanno caratterizzato l’intera seconda edizione, accanto a nuovi appuntamenti pensati per dialogare con lo spazio del Parco di Torre del Fiscale.

Il Parco di Torre del Fiscale diventa una scena a cielo aperto

La programmazione conclusiva prenderà il via con un progetto che mette al centro il rapporto diretto tra corpo, movimento e luogo: da lunedì 7 a venerdì 11 settembre si svolgerà, infatti, la residenza di danza site-specific “Pillole Urbane”, a cura di ACSD KODANCE/&KO.

Gli artisti lavoreranno all’interno del parco per costruire la coreografia che verrà poi presentata al pubblico sabato 12 settembre, dalle ore 19.00, con “To the Ground”; il concept, la regia e la coreografia sono di Sil Marti, con l’assistenza coreografica di Giulia Federico.

Un viaggio nel Quadraro a bordo di uno scuolabus anni Ottanta

Mercoledì 9 settembre, alle ore 19.00, torna uno dei progetti simbolo della seconda edizione del Festival, “Scuolabus – quando il viaggio diventa racconto”: Giulia Anania e Lavinia Mancusi accompagneranno il pubblico in un percorso attraverso il Quadraro a bordo di uno scuolabus anni Ottanta.

Il viaggio toccherà luoghi nascosti, memorie, storie umane e dettagli del quartiere che spesso restano fuori dallo sguardo quotidiano: musica, parole e racconto urbano si incontrano in un’esperienza nella quale lo spostamento diventa parte della performance.

Roma Borgata Festival Scuolabus – quando il viaggio diventa racconto
@foto Francesca Vangieri - Ufficio Stampa HF4
Roma Borgata Festival Scuolabus – quando il viaggio diventa racconto

A teatro la storia del ciclista Vito Taccone

Giovedì 10 settembre, alle ore 19.00, il programma prosegue con “Bar Campioni – Il ciclista incatenato”, spettacolo teatrale scritto e interpretato da Ariele Vincenti, con le musiche di Tiziano Gialloreto.

Al centro dello spettacolo c’è Vito Taccone, il celebre “Camoscio d’Abruzzo”, figura entrata nell’immaginario dello sport italiano del Novecento per le sue straordinarie qualità di scalatore. Ribelle, generoso e irascibile, Taccone viene raccontato anche tramite la sua dimensione umana e popolare.

Ambientato idealmente in un bar dello sport dell’entroterra abruzzese, lo spettacolo ripercorre la sua epopea agonistica e personale e restituisce il ritratto di un campione anticonformista e di una figura che ha saputo conquistare un posto particolare nella storia del ciclismo.

Italo Calvino, la musica e i concerti della nuova generazione

Venerdì 11 settembre, alle ore 19.00, spazio a “Fiammiferi”, progetto performativo di ABRA con Stella Mastrantonio e Brando Pacitto e la sonorizzazione di Ludovico Franco.

Il lavoro propone una rilettura de “L‘avventura di due sposi” di Italo Calvino grazie a un’esperienza di lettura collettiva, immersiva e site-specific.

La serata proseguirà dalle ore 20.00 con “Dominio Pubblico per Roma Borgata Festival”, che ospiterà tre concerti affidati alla programmazione della DAP Under 25 – Direzione Artistica Partecipata. L’iniziativa lascia spazio allo sguardo e alle proposte di una nuova generazione di artisti e alla loro capacità di contribuire alla costruzione di una programmazione culturale.

Dopo la restituzione di “To the Ground”, la serata di sabato 12 settembre continuerà con “Omaggio a Hans Zimmer”, diretto da Giordano Maselli.

I Dialoghi Sinfonici chiudono la seconda edizione

L’ultima giornata del Festival, domenica 13 settembre, inizierà invece alle ore 18.00 con “Street Stories”, passeggiata performativa nel Parco di Torre del Fiscale a cura di Giulia Anania e Tiziano Panici e proseguirà alle ore 20.00, “Dialoghi Sinfonici – Operette”, con l’Orchestra EICO diretta dal maestro Germano Neri.

Tutti gli appuntamenti si svolgeranno al Parco di Torre del Fiscale, con ingresso da via dell’Acquedotto Felice 120. I biglietti, con un costo da 1 a 2 euro, sono a sostegno del Festival.

Il Roma Borgata Festival è realizzato da ASAPQ con la direzione artistica di Alessandra Muschella, con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Lazio, il patrocinio del Municipio Roma VII e in collaborazione con ALPHIO APS – Casali di Tor Fiscale. Partner multimediale è HF4.

Per il programma completo, le informazioni e i biglietti è possibile consultare il sito ufficiale del Roma Borgata Festival.

Sta per succedere qualcosa di speciale in questo gioiello: sarà il cuore dei Borghi più belli d’Italia

Per tre giorni Sammichele di Bari diventerà il punto d’incontro dei Borghi più belli d’Italia: dal 4 al 6 settembre 2026 il comune in provincia di Bari ospiterà, infatti, la XVIII edizione del Festival Nazionale de “I Borghi più belli d’Italia”, l’appuntamento annuale che riunisce amministratori, delegazioni e rappresentanti dei comuni appartenenti alla rete, provenienti da ogni parte del Paese.

L’evento rappresenta un’importante occasione di incontro tra territori differenti, accomunati dalla volontà di valorizzare il patrimonio e l’identità dei piccoli centri italiani. Nel corso della manifestazione troveranno spazio esperienze, progetti e riflessioni sulle sfide che oggi interessano i borghi, senza dimenticare la loro capacità di custodire storia, cultura, paesaggi, tradizioni e produzioni locali.

Tre giorni per raccontare il presente e il futuro dei piccoli centri

Il Festival sarà prima di tutto un momento di confronto sul ruolo che i borghi possono avere nell’Italia contemporanea, luoghi ricchi di identità e patrimonio, ma anche comunità chiamate ad affrontare questioni sempre più importanti, dalla tutela del territorio alla sostenibilità, dall’innovazione alla necessità di creare nuove opportunità di sviluppo e attrattività.

L’obiettivo sarà quindi mettere in relazione esperienze diverse e offrire uno spazio di dialogo tra istituzioni, amministratori, professionisti e realtà impegnate nella valorizzazione dei territori. In parallelo, il pubblico potrà conoscere più da vicino le peculiarità dei borghi italiani e scoprire un patrimonio diffuso che trova proprio nei piccoli centri una parte fondamentale dell’identità del Paese.

Ad aprire il Festival sarà venerdì 4 settembre: l’accoglienza delle delegazioni è prevista alle 16, mentre alle 18 si terrà la cerimonia inaugurale con i saluti istituzionali di Fiorello Primi, Presidente dell’Associazione “I Borghi più belli d’Italia”, del sindaco di Sammichele di Bari Lorenzo Netti e dell’assessore all’Agricoltura e Sviluppo Rurale della Regione Puglia Francesco Paolicelli, insieme alle altre autorità nazionali, regionali e locali presenti. La prima giornata si concluderà con il concerto dell’Orchestra Sinfonica Città Metropolitana di Bari.

Sabato 5 settembre il programma entrerà nel vivo fin dalle 10 con l’apertura degli stand del Villaggio dei Borghi, uno spazio che accompagnerà alla scoperta delle diverse realtà presenti e che, insieme all’area espositiva del MIB – Mercato italiano dei Borghi e al mercato dell’artigianato, resterà attivo per tutte le tre giornate.

Alle 11, presso la Chiesa della Maddalena, si terrà il convegno “Le 100 strade più belle d’Italia”, dedicato agli itinerari e alle nuove modalità di scoperta dei piccoli centri con i temi della mobilità, del turismo e della valorizzazione territoriale. Interverranno Roberto Perticone, Presidente di Italy Discovery, Claudio Bacilieri, Direttore di Borghi Magazine, Emiliano d’Andrea di Borghi Italia Tour, Lorena Varani delle Ciclovie dei Borghi delle Marche, Antonio Baldelli, Parlamentare e Vicesindaco di Pergola, e Domenica Spinelli, Parlamentare e Vicesindaco di Coriano. Al confronto prenderà parte anche Alessandro Musumeci, Direttore Marketing di FIAT.

A seguire, alle 11.45, sarà affrontato il tema del MIB – Mercato italiano dei Borghi, con gli interventi di Riccardo Cuomo, Dirigente Area Politiche del Lavoro e Progetti Istituzionali di Unioncamere, e Gianluca Raspa, dirigente di BMTI – Borsa Merci Telematica Italiana. Alle 12.30 spazio invece agli incontri istituzionali, tra cui quello del Comitato impegnato nella presentazione di un disegno di legge sui Borghi coordinato tra tutte le Regioni d’Italia.

Il pomeriggio di sabato proseguirà alle 13.30 con uno show cooking mentre alle 16 sarà il momento di BorgoLab, il panel dedicato alle esperienze di successo che raccontano come i piccoli centri possano trasformarsi in luoghi di attrattività, innovazione e sviluppo. Tra i partecipanti è previsto Saverio Mucci, Government Engagement Lead Italy di Mastercard.

Il confronto sul futuro dei borghi continuerà alle 17.30 con un appuntamento dedicato alla resilienza delle comunità dove interverranno Giulio De Rita, Presidente del Censis, e Antonio Forzieri, direttore Cybersecurity Strategy di WINDTRE. A seguire, i Laboratori dell’Artigianato proporranno dimostrazioni dal vivo con artigiani.

La serata lascerà poi spazio allo spettacolo “TUTTAPPOST! – Storie di ordinaria italianità”, con protagonista Pinuccio, nome d’arte di Alessio Giannone. Sul palco anche il Gruppo Folkloristico Internazionale La Pacchianella di Monte Sant’Angelo, tra le formazioni folkloristiche più antiche d’Italia e custode delle tradizioni popolari del Gargano.

Chiesa della Maddalena di Sammichele di Bari
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Veduta della Chiesa della Maddalena di Sammichele di Bari

Cinema, libri, danza e musica per la giornata conclusiva

Domenica 6 settembre si aprirà alle 10.30 con BorgoGrafie, spazio dedicato alle conversazioni con autori di libri che raccontano borghi, comunità e storie dei territori.

Alle 11.30, nella Chiesa della Maddalena, si terrà “BorgoVisioni”, incontro dedicato al ruolo del cinema e dei teatri nei piccoli comuni italiani e al loro valore come strumenti culturali e di racconto dei territori. Moderato da Osvaldo Bevilacqua, il convegno vedrà la partecipazione di Luciana Cazzolla, Consigliere di Amministrazione di Apulia Film Commission, Antonio Di Santo, sindaco di Opi, e del giornalista Michele Peragine.

Dopo lo show cooking delle 13.30, il programma proseguirà con la conferenza-spettacolo di Vincenzo Santoro “Ritmi meridiani. Tradizione e modernità nelle danze del Sud”, accompagnata da intermezzi di pizzica e taranta del gruppo Fabulanova Folk Ensemble.

Alle 19.30 Sammichele di Bari passerà il testimone al Comune di Dozza, che ospiterà l’edizione 2027 del Festival. La serata continuerà alle 20.30 con Pino Campagna e lo spettacolo “Io… Superterrone”, dedicato con ironia alle usanze, ai linguaggi e alle diverse identità regionali italiane.

A chiudere la XVIII edizione, alle 22, sarà il concerto dell’Orchestra Popolare della Notte della Taranta, realizzato in collaborazione con Regione Puglia e Puglia Culture – Circuito Teatrale.

Forte dello Chaberton a rischio crollo, la meraviglia tra Francia e Italia chiude e vieta le visite

Il Forte dello Chaberton, conosciuto anche come “Forte delle Nuvole”, è una delle testimonianze militari più spettacolari delle Alpi. Costruito a 3.131 metri di quota, domina il paesaggio tra Italia e Francia dalla vetta del Monte Chaberton, ma oggi deve fare i conti con il deterioramento delle sue strutture.

Il Comune francese di Montgenèvre ha infatti disposto il divieto di accesso e visita all’interno della fortificazione, a causa del rischio di crolli. La misura, adottata con un’ordinanza del 19 agosto 2026, resterà in vigore fino alla messa in sicurezza del complesso. Per gli escursionisti, però, c’è una precisazione importante: la salita alla vetta resta consentita, mentre è vietato entrare nel forte.

Perché è stato vietato l’accesso

Il provvedimento riguarda le parti più fragili del Forte dello Chaberton, comprese torrette, gallerie, casematte e locali sotterranei. Dopo oltre un secolo trascorso a più di tremila metri, neve, gelo, infiltrazioni d’acqua e continui cicli di gelo e disgelo hanno compromesso progressivamente la stabilità delle strutture. A queste condizioni si aggiungono i danni provocati dai bombardamenti del 1940 e il lungo periodo di abbandono successivo.

L’ordinanza vieta anche di arrampicarsi sui muri e di svolgere attività esplorative non autorizzate. Non è inoltre consentito prelevare o spostare pietre, elementi metallici e reperti legati alla storia militare del sito. I controlli potranno essere effettuati dalla Gendarmerie francese.

La fortificazione è tutelata dal 2021 come Monument Historique francese e la protezione riguarda l’intero complesso, non soltanto le otto celebri torri che caratterizzano la sommità. Nel corso degli anni erano già state ipotizzate opere per limitare il deterioramento, tra cui interventi per impedire a neve e acqua di penetrare attraverso porte, finestre e aperture delle torrette.

Monte Chaberton, le escursioni restano consentite

La chiusura del forte non significa che il Monte Chaberton sia diventato inaccessibile. Le escursioni lungo i sentieri che conducono alla vetta restano consentite e anche le gite già programmate possono svolgersi regolarmente, nel rispetto delle indicazioni presenti sul territorio. Una volta raggiunta la cima, però, non è possibile entrare nella struttura militare.

Il valore del luogo resta comunque straordinario. La costruzione della fortificazione iniziò alla fine dell’Ottocento e comportò un’autentica impresa ingegneristica: la cima della montagna venne abbassata di circa sei metri per creare lo spazio necessario alla struttura. Otto torri in calcestruzzo ospitavano originariamente cannoni su installazioni girevoli, mentre all’interno erano presenti comando, infermeria, cucine, depositi, depositi e altri ambienti.

Una teleferica, completata nel 1910, collegava inoltre il forte al fondovalle e permetteva di trasportare uomini, materiali e viveri. Per la sua posizione, lo Chaberton era considerato una fortificazione quasi imprendibile, ma il 21 giugno 1940 l’artiglieria francese riuscì a neutralizzare sei delle otto torri con obici Schneider da 280 millimetri.

Dopo la guerra, con il Trattato di Parigi del 1947, la cima passò alla Francia. Oggi il forte rimane un monumento storico di enorme fascino, osservabile dall’esterno durante la salita, ma temporaneamente off limits al suo interno per ragioni di sicurezza.

Trova due lettere in bottiglia su una delle spiagge più belle: dopo 109 anni arrivano a destinazione

A volte il mare restituisce storie che sembravano destinate ad andare perse per sempre. È quello che è successo su una spiaggia dell’Australia Occidentale, dove una donna, passeggiando nella sabbia e raccogliendo rifiuti, ha trovato una vecchia bottiglia di vetro contenente non una, ma ben due lettere. A stupire è la data riportata su queste missive: 15 agosto 1916. A firmarle furono due soldati che più di 100 anni prima stavano viaggiando in mare verso l’Europa, dove avrebbero combattuto la Prima Guerra Mondiale.

Le loro parole, rimaste nascoste per tutto quel tempo, sono tornate alla luce per caso, riportando con sé le voci, le speranze e i pensieri di due giovani uomini alla vigilia di un viaggio che avrebbe cambiato per sempre le loro vite. E quando quelle lettere sono state finalmente aperte, hanno permesso di ricostruire una storia rimasta sospesa tra le onde e la sabbia per oltre un secolo. Ma la scoperta è diventata ancora più emozionante quando è stato possibile rintracciare i discendenti dei due soldati, restituendo alle loro famiglie un piccolo frammento delle loro vite.

L’uomo dei sussurri, le location del thriller psicologico con Rober De Niro nel cuore dell’America

Dal 28 agosto 2026 è disponibile su Netflix un thriller psicologico in cui Robert De Niro interpreta un ex detective costretto, per ragioni questa volta personali, a rimettersi sulle tracce di un serial killer a cui aveva dato la caccia anni prima. La tensione nel film tratto da “The Whisper Man”, romanzo best seller di Alex North, è mantenuta alta – anche – dal continuo cambio di ambientazioni: le location di L’uomo dei sussurri, in uno stato americano dove i paesaggi, le dimensioni delle città, gli stili di vita e persino i mood delle persone che ci  abitano sono dei più variegati, contribuiscono a suggerire infatti un senso di imprendibilità e fuggevolezza.

Di cosa parla

Tom Kennedy (Adam Scott) è uno scrittore di gialli rimasto vedovo con un figlio di otto anni a cui badare. Quando il bambino improvvisamente scompare, le indagini condotte dalla detective Amanda Beck (Michelle Monaghan) sembrano riportare a un serial killer che anni prima aveva terrorizzato la comunità locale: “l’uomo dei sussurri”, come lo aveva rinominato la stampa per le sue modalità d’azione. Ai tempi sul caso aveva lavorato Peter Willis: il personaggio interpretato da Robert De Niro, che è anche il padre di Tom e nonno del bambino scomparso. Nonostante li separino anni di incomprensioni e una distanza emotiva prima che geografica, Tom si lascia convincere dalle circostanze a chiedere aiuto a Pete: tanto basta per trasformare la ricerca del bambino misteriosamente scomparso in un viaggio interiore, nel passato di dolorose dinamiche familiari.

Arriva su Netflix "L'uomo dei sussurri": il thriller psicologico con Robert De Niro tratto dal romanzo di Alex North
Ufficio stampa Netflix
Una scena di “L’uomo dei sussurri”

Dov’è stato girato il film

Diretto da James Ashcroft, il thriller è ambientato a Garretton: una città immaginaria del Jersey Shore, a cui hanno dato corpo sullo schermo un’infinità di location reali della zona. Le testate locali parlano infatti di oltre venti città, in almeno sette contee, selezionate dalla produzione (AGBO) come luoghi dove girare L’uomo dei sussurri.

Il New Jersey

A monte la scelta sembra essere ricaduta sul New Jersey per la varietà di paesaggi e di ambientazioni che offre lo stato: qui «puoi trovare fattorie, città dell’entroterra, spiagge – avrebbero sottolineato dalla produzione – e questa diversità è stata fondamentale per il film».

Le location di "L'uomo dei sussurri", il thriller psicologico con Robert De Niro, si trovano tutte in New Jersey
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Il New Hersey è il “garden state” d’America

Nonostante sia uno degli stati geograficamente meno estesi degli USA, in effetti nel New Jersey si possono trovare città adrenaliniche e che non dormono mai come Hoboken e Jersey City; spiagge dorate come quelle del Jersey Shore dove rilassarsi sulla sabbia o gustare raffinate specialità di pesce con vista sullo skyline di New York; veri e propri luna park a cielo aperto com’è Atlantic City – la città che ha ispirato il gioco del Monopoli – con i suoi casinò, sale da concerto, hotel e negozi di lusso; più pittoresche località sul mare come Cape May e posti in cui il tempo sembra essersi fermato come Wildwoods con i suoi motel in stile art decò.

Hudson e Montclair

Tra le location di L’uomo dei sussurri spiccano in particolare l’Hudson County Correctional Facility, una prigione ancora in uso che ha richiesto alla troupe un accurato lavoro di adattamento tanto alle esigenze del film quanto a quelle degli ospiti, e l’United Way, uno storico edificio in South Fullerton Avenue a Montclair trasformato a propria volta in carcere.

Plainfield, Newark, Scotch Plains

Le abitazioni compaiono spesso sullo schermo: quelle di Tom e Pete soprattutto. Per questo genere di sequenze la produzioni si è servita di residenze private a Plainfield, Newark e, soprattutto per quanto riguarda gli interni,  anche a Scotch Plains.

Newark è tra i luoghi in New Jersey dov'è stato girato il film "L'uomo dei sussurri"
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Il tipico panorama residenziale di Newark

Paterson e altri centri del New Jersey

Tra i luoghi dov’è stato girato il thriller psicologico di Netflix con Robert De Niro c’è l’edificio municipale di Paterson.

Altre sequenze sono state girate a North Plainfield, Westield, Hoboken (città che ha visto negli ultimi anni una fiorente produzione cinematografica: qui sono stati girati, solo per citarne di recenti, la rom-com Office Romance con Jennifer Lopez e The Rip – Soldi sporchi, il film d’azione con Ben Affleck e Matt Damon).

Bradley Beach

Il posto dove Tom è cresciuto e dove torna dopo anni per chiedere aiuto al padre si trova a Bradley Beach: una caratteristica cittadina di mare dove passeggiare o andare in bici sul lungomare con vista sull’oceano o partecipare alle tante attività organizzate dalla comunità locale.

Qui è dove la Terra restituisce il fiume (e la sorgente) più misterioso della Provenza: Fontaine-de-Vaucluse

A circa 30 chilometri da Avignone, alla fine di una valle stretta stretta tra pareti di calcare, Fontaine-de-Vaucluse sembra essersi fermata nel punto preciso in cui la Provenza cambia carattere. Le distese luminose, i vigneti, i filari di lavanda e i villaggi arroccati lasciano spazio a una gola profonda, fresca e ombrosa. In fondo, ai piedi di una falesia alta 230 metri, l’acqua affiora dal sottosuolo e dà vita alla Sorgue.

Tutto parte da lì: il villaggio si raccoglie lungo il corso del fiume appena nato, tra vecchie case in pietra, ponticelli, ruote idrauliche coperte di muschio e piccoli vicoli. La Sorgue attraversa Fontaine-de-Vaucluse con un colore che cambia sotto la luce, passando dal turchese intenso al verde smeraldo. Si tratta di un’acqua fredda, limpida e costantemente alimentata da un sistema sotterraneo gigantesco.

Ma non è finita qui, perché la sorgente ha una particolarità che rende questo luogo unico: davanti agli occhi appare una cavità apparentemente silenziosa, ma sotto quella superficie si apre un abisso esplorato soltanto in parte. Le ricerche hanno raggiunto circa 315 metri di profondità senza riuscire a chiarire completamente il percorso delle gallerie sotterranee. Fontaine-de-Vaucluse ha dato così il nome a un intero modello idrogeologico. Le grandi risorgive alimentate da reti carsiche sotterranee vengono infatti chiamate sorgenti vauclusiane.

Origine, formazione e leggende

La Fontaine-de-Vaucluse rappresenta la principale sorgente della Francia metropolitana e una delle più grandi risorgive del pianeta. Il suo funzionamento dipende da un enorme bacino sotterraneo alimentato dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi provenienti dal Mont Ventoux, dai Monts de Vaucluse, dall’altopiano di Albion e dalla Montagne de Lure. L’area di raccolta supera i 1.200 chilometri quadrati.

L’acqua penetra lentamente nelle rocce calcaree, percorre una complessa rete sotterranea e riappare alla base della falesia. In media fuoriescono centinaia di milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Durante i periodi più secchi la portata resta comunque elevata, mentre in primavera o dopo precipitazioni particolarmente intense il paesaggio muta radicalmente.

Il livello cresce, supera la soglia naturale e la sorgente si riversa lungo le rocce con una forza impressionante. La Sorgue possiede una temperatura particolarmente stabile, attorno ai 13 gradi, caratteristica che contribuisce alla limpidezza e alla presenza di un ecosistema ricco.

Nel corso dell’800 e del 900, numerose spedizioni hanno tentato di penetrare nel mistero dell’abisso. Nel 1878 il palombaro marsigliese Ottonelli raggiunse 23 metri. Nel 1946 arrivò anche il gruppo guidato da Jacques-Yves Cousteau. Le esplorazioni successive portarono i subacquei a quote sempre più profonde. Nel 1983 Claude Touloumdjan e Jochen Hasenmayer scesero fino a circa 205 metri, mentre i dispositivi robotici permisero di raggiungere oltre 300 metri.

La profondità conosciuta, però, rappresenta soltanto una parte del sistema: le indagini hanno individuato gallerie che proseguono oltre il punto raggiunto dalle esplorazioni. Per questa ragione la Fontaine-de-Vaucluse continua a conservare una parte del proprio mistero.

Accanto alla storia reale, Fontaine-de-Vaucluse custodisce anche una leggenda. La chiesa di Notre-Dame-et-Saint-Véran è legata alla figura di san Véran, al quale la tradizione attribuisce la liberazione della regione dalla Couloubre, un mostro simile a un drago che terrorizzava gli abitanti. Il santo avrebbe affrontato la creatura e l’avrebbe scacciata dalla valle, diventando una figura profondamente radicata nella memoria locale.

Anche Petrarca contribuì a costruire l’aura del posto. Il poeta visse a Fontaine-de-Vaucluse tra il 1337 e il 1353 e la natura della valle entrò nella sua immaginazione poetica. La Sorgue, la solitudine della gola e il paesaggio roccioso rappresentavano un rifugio lontano dalle corti e dalle grandi città. Laura, figura centrale della sua poesia, resta legata a questo periodo della sua vita e ha trasformato il villaggio in una tappa della geografia letteraria europea.

Visitare Fontaine-de-Vaucluse

Il centro storico è raccolto e la visita può richiedere poche ore, anche se vale la pena rallentare e dedicare tempo alle rive della Sorgue. Dal cuore del paese parte il Chemin de la Fontaine, il breve percorso che costeggia il fiume fino alla sua sorgente. La distanza è di circa 500 metri.

Alla fine della valle appare la grande parete calcarea. In basso, protetta da barriere di sicurezza, si apre la cavità dalla quale nasce il fiume. L’accesso diretto può essere soggetto a restrizioni per motivi di sicurezza, anche a causa del rischio di caduta di pietre dalla falesia. Vale quindi la pena rispettare la segnaletica e osservare la sorgente dai punti consentiti.

Una tappa fondamentale è il Moulin à Papier Vallis Clausa, testimonianza della lunga tradizione cartaria del villaggio. La prima cartiera risale al 1522 e l’industria della carta rappresentò per Fontaine-de-Vaucluse una risorsa economica fondamentale fino alla chiusura dell’ultima attività nel 1968. Oggi il mulino mostra le antiche tecniche di produzione della carta attraverso il movimento dell’acqua e la lavorazione degli stracci.

La grande ruota idraulica, con un diametro di circa 7 metri e 48 pale, resta una delle immagini più riconoscibili del villaggio. Vederla girare davanti all’edificio aiuta a comprendere il rapporto diretto tra la Sorgue e le attività artigianali locali.  Sul lato opposto della Sorgue si trova il Musée Pétrarque, dedicato alla permanenza del poeta italiano e alla fortuna della sua figura nei secoli successivi.

Ruota Fontaine-de-Vaucluse, Provenza
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La ruota idraulica di Fontaine-de-Vaucluse

Merita una sosta anche la chiesa di Notre-Dame-et-Saint-Véran, edificio di origine medievale costruito sui resti di un antico luogo di culto. Nel centro del paese, Place de la Colonne è dove si concentra la vita del villaggio. La colonna dedicata a Petrarca fu inaugurata il 20 luglio 1804, in occasione del 500° anniversario della sua nascita.

Alzando lo sguardo verso la montagna si scorgono i resti del castello dei vescovi di Cavaillon, costruito nel XIII secolo su uno sperone roccioso. Rimangono soprattutto strutture murarie, ma la posizione permette di comprendere il valore strategico della valle. Il castello controllava un territorio attraversato da pellegrini diretti verso il santuario di san Véran.

Dove si trova e come arrivare

Fontaine-de-Vaucluse si trova nel sud-est della Francia, in Provenza, nel dipartimento che porta il suo stesso nome. Avignone dista circa 30 chilometri, mentre L’Isle-sur-la-Sorgue si trova a circa 8 chilometri. L’automobile rappresenta il mezzo più pratico per raggiungere il villaggio, soprattutto per chi sta organizzando un itinerario attraverso la Provenza.

Da Avignone il tragitto richiede generalmente poco meno di 1 ora, in base al traffico e al percorso scelto. Fontaine-de-Vaucluse può essere inserita facilmente anche in una giornata dedicata all’abbazia di Sénanque, al Luberon oppure ai villaggi della valle della Sorgue. Dalla stazione ferroviaria di Avignone, i collegamenti richiedono generalmente una combinazione di treno e autobus oppure un trasferimento in auto.

Scoprire Marettimo a piedi: tre sentieri da non perdere

Tra le isole Egadi, è la più lontana dalla costa della Sicilia. Si misura in circa 20 miglia nautiche, più o meno 37 chilometri, il braccio di mare che separa Marettimo dalla terraferma. Malgrado un viaggio non così lungo, gli aliscafi e i traghetti che ci arrivano di solito si fermano prima a Levanzo o a Favignana, le altre due isole abitate dell’arcipelago, maggiormente gettonate rispetto a questo spuntone di roccia immerso nelle acque cristalline del Mar Tirreno e slanciato verso la zona più aperta del Mediterraneo.

Marettimo è un sogno per quella nicchia di appassionati della montagna al mare, ma anche per coloro che amano la quiete e un certo distacco dal mondo. Un solo piccolo abitato, un pugno di abitanti, qualche bar e ristorante giusto per soddisfare le esigenze dei turisti, le auto che si contano sulle dita delle mani perché tanto di strade non se ne parla. E poi un mare che alterna tratti cristallini a zone costiere ricche di grotte, e un entroterra montuoso che si arrampica fino a superare i 600 metri sul livello del mare. Una fitta rete di sentieri, quindi, collega il piccolo abitato dove attraccano i traghetti ai punti più affascinanti, panoramici e spettacolari dell’isola: escursioni da non perdere per annegare completamente in tutta la bellezza di Marettimo.

In cima al Monte Falcone

Con i suoi 686 metri, il Monte Falcone è la vetta più alta dell’isola e rappresenta una delle escursioni più impegnative tra quelle disponibili a Marettimo. Come si può immaginare, tuttavia, è anche quella che regala poi la ricompensa più grande, con un panorama spettacolare a 360 gradi sull’intero arcipelago delle Egadi.

Dal paese di Marettimo si imbocca il sentiero che si inerpica in salita verso occidente, lungo un sentiero lastricato, attraversa una pineta ombrosa e infine raggiunge le Case Romane, un piccolo e affascinante complesso di rovine con resti, per l’appunto, di epoca romana, affiancato dai resti di una piccola chiesa bizantina tutta imbiancata, costruita secoli più tardi dai monaci Basiliani. Già da qui si aprono alcuni panorami stupendi sull’isola, con una vista unica del Castello di Punta Troia, a nord, e del paese di Marettimo dall’alto.

Panorama dall'isola di Marettimo, in Sicilia
Lorenzo Calamai
Panorama dai sentieri di Marettimo: a sinistra Punta Troia, a destra il profilo delle altre isole Egadi

Le Case Romane sono un po’ una sorta di crocevia dei sentieri che attraversano l’isola. Quello che porta in cima al Monte Falcone prosegue verso nord-ovest, sotto Punta Campana e il Pizzo del Capraro, altre due vette minori, fino all’ultimo tratto più ripido che conduce in vetta. Si procede in un sentiero più stretto e impervio, in mezzo alla macchia mediterranea, fino al momento in cui il sentiero non raggiunge una piccola sella dove il panorama è doppio: si ammira il profondo blu del mare sia dal lato orientale che occidentale dell’isola. Da qui si può raggiungere alla bell’e meglio la cima vera e propria del Monte e spingere lo sguardo a 360 gradi, in particolare riuscendo a scorgere ben definito il profilo delle altre isole dell’arcipelago, Favignana e Levanzo.

Il chilometraggio totale dell’escursione è di poco superiore ai quattro chilometri, ma il dislivello è pari all’altitudine raggiunta, quindi superiore ai 600 metri, e concentrato in poco spazio. Itinerario pertanto impegnativo, che richiede di calcolare anche il battere del sole cocente lungo tutto il percorso.

Escursione al Castello di Punta Troia

La camminata dal paese al Castello di Punta Troia è il grande classico di Marettimo. Il forte è senza dubbio uno dei simboli chiave dell’isola, arroccato su un promontorio a strapiombo sul mare che, secondo la tradizione, deve il proprio nome alla forma del profilo roccioso, che ricorderebbe il muso di una scrofa.

Il sentiero collega il paese alla destinazione, attraverso una splendida escursione a mezza costa lungo tutta la linea litorale dell’isola. L’itinerario è più duro di quanto non si possa immaginare, con un paio di toste salite a metà percorso, ma ripaga con continue, splendide vedute della parte settentrionale di Marettimo. Si ammirano inoltre strapiombi vertiginosi sul mare, con scorci anche sullo Scoglio del Cammello, un caratteristico faraglione che il sentiero costeggia da vicino.

Il sentiero scende quindi bruscamente verso il piccolo istmo che si stringe prima dell’inizio del promontorio su cui sorge il Castello. Da un lato si affollano le barche di chi sta facendo snorkeling nelle acque cristalline attorno agli scogli, dall’altro c’è una piccola spiaggia sassosa. Di fronte a chi cammina, una serie di tornanti fiancheggiati da muretti a secco conduce fino all’ingresso del Castello, le cui origini risalgono probabilmente al periodo normanno, e che poi nell’Ottocento fu trasformato in un carcere destinato ai prigionieri politici.

Fare il bagno a Marettimo
Lorenzo Calamai
Gli scogli nei pressi del Castello di Punta Troia

All’esterno del castello, i panorami migliori: il mare che si apre a perdita d’occhio, la costa che si incurva verso sud, e in lontananza il resto dell’isola con le sue montagne brulle. Il percorso richiede circa un’ora e mezza.

Verso Punta Libeccio

L’escursione dal paese di Marettimo a Punta Libeccio rappresenta una affascinante traversata dal lato orientale a quello occidentale dell’isola. Il capo è caratterizzato dal rudere di un vecchio faro e lo si raggiunge con una escursione di cinque chilometri e mezzo, che comprende un dislivello totale in salita poco superiore ai 400 metri.

Sentiero a Marettimo
Lorenzo Calamai
I sentieri di Marettimo offrono sempre vedute splendide

Ci si dirige dalla parte meridionale del paese verso il cimitero, quindi si tiene la destra, salendo verso sud-est al bivio con il sentiero che conduce a Punta Bassana, nella zona con più calette dell’isola. Una volta raggiunto il punto più alto e panoramico dell’escursione, in mezzo al macchia mediterranea, si scende verso il faro, con la possibilità di una piccola deviazione per Cala Cretazzo, una deliziosa spiaggia di sassolini con un mare incontaminato e cristallino, decisamente meritevole di una visita.

Si prosegue quindi verso il faro e, dopo una breve sosta per ammirare il panorama verso il mare aperto, lo si oltrepassa per raggiungere la vera e propria Punta Libeccio, promontorio roccioso che si sporge come un dito da una mano chiusa verso il mare.

Questa escursione è l’ideale per ammirare il tramonto del sole nel mare, sul lato occidentale di Marettimo. Armarsi di luci frontali o torce per il ritorno è necessario, per riuscire a farsi strada sul sentiero accidentato, mentre in cielo incominciano a brillare le prime, luminose stelle.

Sul picco di pietra dell’Occitania: viaggio al Castello di Puilaurens, immerso nella foresta

Tra le montagne dell’Aude, nel sud della Francia, il Castello di Puilaurens pare quasi volersi fare spazio tra gli alberi. La sua sagoma segue il profilo dello sperone roccioso su cui si trova, tanto da sembrare una continuazione naturale della montagna. No, non era una scelta casuale, perché questo edificio nacque con una precisa funzione militare. Dall’alto del Mont Ardu, l’antica altura che gli fa da culla, lo sguardo abbraccia la valle della Boulzane e una successione di rilievi coperti di boschi.

Per circa quattro secoli fu la fortezza più meridionale del regno di Francia, incaricata di controllare l’accesso al Fenouillèdes e di sorvegliare la frontiera con il regno d’Aragona. La sua forza risiedeva proprio nella combinazione tra altitudine, roccia e architettura. Oggil, invece, Puilaurens appartiene alle Forteresses royales capétiennes du Languedoc, il complesso seriale formato da 8 siti fortificati e che è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2026.

La definizione di castello cataro, molto utilizzata per questa fortezza e per altri manieri dell’area, richiede però una precisazione: Puilaurens ebbe rapporti con il mondo cataro soprattutto attraverso la funzione di rifugio offerta durante le persecuzioni religiose del XIII secolo. La sua identità architettonica attuale appartiene soprattutto alla grande stagione delle fortificazioni reali francesi.

Breve storia e leggende

La presenza umana nei dintorni di questo castello di Francia risale almeno alla fine del Paleolitico. Il primo riferimento documentario alla montagna compare nel 958, con il nome Monte Ardu, all’interno di una carta legata all’abbazia di Saint-Michel-de-Cuxa. Il documento attribuisce ai religiosi una prepositura comprendente la valle della Boulzane, allora conosciuta anche quale valle di Santa-Croce.

Per il primo castellano identificabile bisogna arrivare al 1217, quando Pierre Catala viene citato quale testimone in un atto di Guillaume de Peyrepertuse. Pochi decenni più tardi il sito entra nella storia della crociata contro i catari. Nel 1241 vi soggiorna Pierre Paraire, diacono cataro del Fenouillèdes, mentre tra il 1245 e il 1246 la fortezza accoglie diversi perfetti e perfette, esponenti della corrente religiosa perseguitata dalla Chiesa cattolica.

La trasformazione decisiva arriva verso la metà del XIII secolo, con il passaggio sotto il controllo della monarchia francese. Nel 1255 Luigi IX, il futuro San Luigi, ordina al siniscalco di Carcassonne di rafforzare il castello. Il Trattato di Corbeil del 1258 conferma l’importanza strategica di Puilaurens nella linea difensiva contro l’Aragona.

Da quel momento la fortezza entra nel sistema militare capetingio legato a Carcassonne. La costruzione medievale visibile oggi appartiene soprattutto a questa fase. Mura, torri, accessi controllati e punti di tiro furono adattati alla conformazione dello sperone, creando una struttura che sfrutta la montagna anziché cercare di dominarla con un impianto regolare.

Per secoli arrivarono incursioni dalla Spagna. La situazione cambiò radicalmente con il Trattato dei Pirenei del 1659, che spostò più a sud il confine franco-spagnolo. Puilaurens perse così gran parte della propria funzione militare e iniziò un lento declino.

Una delle storie più affascinanti riguarda la Dama Bianca, figura leggendaria associata alle mura superiori. Secondo la tradizione, lo spettro sarebbe quello di una nipote di Filippo il Bello, uccisa dal marito Pietro il Crudele, re di Castiglia. La leggenda attribuisce alla sua apparizione le ore notturne della fortezza, aggiungendo una dimensione quasi teatrale alle pietre della rocca.

La visita al Castello di Puilaurens tra mura, torri e passaggi difensivi

Dal parcheggio un sentiero sassoso conduce verso la fortezza in circa 15-20 minuti. La sagoma delle mura accompagna l’avvicinamento e lascia intuire la complessità del sistema difensivo. A un certo punto si mostra in tutta la sua imponenza la grande scalinata d’accesso, uno degli elementi più scenografici del percorso. La salita procede attraverso un accesso studiato per rallentare e mettere in difficoltà eventuali assalitori. La sequenza di passaggi obbligati, curve e strutture fortificate rappresenta una vera lezione di architettura militare medievale.

Superata la porta, il cortile principale offre una prima lettura dell’impianto, con le mura di cinta che racchiudono lo spazio interno, mentre le torri controllano la gola e i versanti della montagna. Alcuni ambienti sono ridotti a ruderi, altri conservano ancora dettagli sufficienti per ricostruire mentalmente la vita della guarnigione.

Particolare attenzione meritano le aperture per il tiro e le caditoie, strutture progettate per colpire eventuali aggressori ai piedi delle mura. La cosiddetta murder hole, una botola collocata sopra l’accesso, appartiene alla stessa logica. Un altro elemento interessante è il sistema di accesso a zigzag: la geometria del percorso sfrutta il pendio e rende difficile un assalto diretto.

Salendo verso le parti più alte, la vista acquista progressivamente profondità. La valle della Boulzane appare incassata tra i rilievi e la pineta crea una cornice verde attorno alle pietre. Nei punti più esposti si comprende immediatamente la ragione strategica della posizione. Da Puilaurens il territorio poteva essere osservato a grande distanza, mentre la conformazione del rilievo rendeva assai complesso raggiungere la fortezza.

Il castello fa parte dei cosiddetti 5 Figli di Carcassonne, insieme ad altre fortificazioni sentinella collocate sui rilievi dell’Aude. L’espressione richiama il ruolo della Cité de Carcassonne quale centro politico e militare del sistema difensivo capetingio. L’UNESCO considera oggi il complesso delle 8 fortificazioni una testimonianza della progressiva organizzazione territoriale della monarchia francese nel XIII e XIV secolo.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Puilaurens si trova nel territorio comunale di Lapradelle-Puilaurens, nel dipartimento dell’Aude, in Occitania. Domina la valle della Boulzane dalla cima del Mont Ardu, a 697 metri di quota, all’interno di un paesaggio montano caratterizzato da boschi e profonde incisioni vallive.

Da Quillan occorrono circa 20 minuti in automobile. Perpignan dista circa 1 ora, mentre Carcassonne si raggiunge in quasi 1 ora e 30 minuti. L’accesso stradale al castello parte dalla CD22, più o meno 500 metri a monte dell’abitato di Puilaurens. Una strada attraversa la pineta e conduce fino alla zona di parcheggio, dalla quale parte il tratto finale verso la fortezza.

Château de Puilauren, Occitania
Getty Images
Tutto il fascino dello Château de Puilaurens

Per chi preferisce raggiungere il sito a piedi, sono disponibili due percorsi: un itinerario parte dalla zona della segheria del mulino, lungo la CD22 tra Lapradelle e Puilaurens, attraversando un tratto ombreggiato che può risultare pietroso; un secondo accesso inizia dal paese e offre un percorso più agevole.

400 anni del Santuario della Madonna dei Fiori di Bra: visite speciali

Quattro secoli di storia, fede e legame con il territorio. Il Santuario della Madonna dei Fiori di Bra si prepara a celebrare uno speciale anniversario: sono infatti trascorsi 400 anni dal 1626, anno da cui prende avvio la storia di uno dei luoghi simbolo della città e del territorio.

L’anniversario è l’occasione per tornare a conoscere più da vicino il complesso mariano anche grazie alla sua evoluzione e al patrimonio artistico che custodisce: proprio nell’ambito delle celebrazioni e in occasione della Novena 2026, vengono organizzate due visite guidate speciali che accompagneranno alla scoperta degli aspetti più affascinanti e meno conosciuti del Santuario.

L’iniziativa è pensata come un vero e proprio viaggio nel tempo, tra fede, meraviglia architettonica e identità, un percorso che permetterà di osservare il complesso da una prospettiva inedita e di approfondire quegli elementi che, pur facendo parte della storia quotidiana del Santuario, possono sfuggire a chi lo frequenta abitualmente o a chi lo visita per la prima volta.

Due visite eccezionali il 30 agosto e il 6 settembre

Gli appuntamenti sono in programma in due domeniche consecutive, il 30 agosto e il 6 settembre 2026, con inizio alle 16.45.

In entrambe le occasioni, il punto di incontro sarà il sagrato del Santuario Nuovo, da dove prenderà il via il percorso guidato: i partecipanti saranno accompagnati in un itinerario dedicato alla conoscenza del complesso mariano, della sua evoluzione e delle opere che ne fanno parte.

L’obiettivo delle visite è quello di andare oltre una semplice osservazione degli spazi: il percorso offrirà, infatti, l’opportunità di soffermarsi sulla storia del Santuario e sui dettagli che ne raccontano l’identità, mettendo in relazione la dimensione artistica e architettonica con quella spirituale e con il profondo rapporto che, da quattro secoli, unisce la comunità alla Madonna dei Fiori.

Si tratta dunque di un’occasione rivolta sia a chi conosce già il Santuario e desidera approfondirne alcuni aspetti, sia ai visitatori che vogliono avvicinarsi per la prima volta alla storia di questo importante luogo di fede. Il patrimonio può essere letto a vari livelli: quello storico, legato ai quattro secoli trascorsi dal 1626 al 2026; quello artistico, tramite le opere e gli elementi che caratterizzano il complesso; e quello spirituale, connesso alla devozione che continua a rendere questo luogo un punto di riferimento per la comunità.

L’esperienza proposta durante le due domeniche permetterà quindi di ripercorrere l’evoluzione del luogo sacro e di comprenderne meglio la ricchezza grazie a un racconto guidato.

Le visite nella cornice della Novena 2026

Le aperture guidate sono uno degli appuntamenti inseriti nelle celebrazioni della Novena 2026 e aggiungono alla dimensione religiosa un ulteriore momento dedicato alla conoscenza e alla condivisione del patrimonio storico e artistico del Santuario.

Le due visite del 30 agosto e del 6 settembre offriranno così al pubblico la possibilità di partecipare alle celebrazioni dell’importante anniversario anche con un percorso culturale. La proposta vuole avvicinare visitatori e comunità alla storia del complesso mariano e permettere di approfondirne aspetti che possono essere meno immediati.

Per favorire una migliore organizzazione dei percorsi e garantire un’esperienza piacevole, i piccoli gruppi sono invitati a segnalare in anticipo la propria presenza presso il banco degli oggetti religiosi.

È già tempo di Halloween nei parchi divertimento italiani: le novità più attese

L’estate non è ancora finita, ma nei grandi parchi divertimento italiani è già tempo di pensare ad Halloween. Tra scenografie da brivido, tunnel dell’orrore, zucche giganti, spettacoli e attrazioni aperte fino a tarda sera, la stagione autunnale si prepara a regalare nuove entusiasmanti esperienze per famiglie, bambini e appassionati dell’horror.

Nel 2026 alcuni dei principali parchi italiani hanno infatti annunciato appuntamenti speciali e importanti novità, con calendari che in alcuni casi iniziano già a settembre. Da Gardaland a Mirabilandia, passando per il MagicLand, ecco cosa aspettarsi per Halloween 2026.

Gardaland: Halloween arriva già a settembre

La grande novità del 2026 riguarda Gardaland, dove il tradizionale appuntamento con Gardaland Magic Halloween partirà eccezionalmente in anticipo. L’evento in Veneto è in programma dal 12 settembre al 1° novembre, per un totale di 51 giorni consecutivi all’insegna di atmosfere misteriose, creature enigmatiche, zucche sorridenti e scenografie immersive.

L’apertura della stagione sarà accompagnata anche da Oktoberfest da Paura, in programma fino al 27 settembre in Piazza Jumanji, dove musica folk dal vivo, specialità bavaresi e birre si incontreranno con le ambientazioni di Halloween.

A fare da anteprima alla nuova stagione sarà inoltre la Gardaland Stars Night, prevista sabato 5 settembre dalle 18 all’una di notte. Una lunga serata di musica e intrattenimento vedrà protagonisti DJ Antoine, Cristian Marchi e Molella, oltre a Jeanine Fakko e Luca Lazza. Le attrazioni resteranno aperte fino a tardi, trasformando il parco in una grande festa sotto le stelle.

Mirabilandia: horror e divertimento per tutta la famiglia

A Mirabilandia, in provincia di Ravenna, Halloween tornerà dall’ultimo weekend di settembre e proseguirà fino alla chiusura del Parco (domenica 1 novembre 2026), con un programma pensato per coinvolgere visitatori di tutte le età. L’intera area sarà decorata a tema e ospiterà spettacoli e animazioni dedicate alla festa più spaventosa dell’anno.

Tra le attrazioni più attese c’è Suburbia, presentata come la più grande area horror all’interno di un parco divertimenti italiano. Per gli adulti e i teenager non mancheranno quindi tunnel horror e percorsi pensati per aumentare il livello di adrenalina, mentre bambini e famiglie potranno scegliere esperienze più adatte alla loro età.

Il programma comprende infatti anche tunnel e percorsi fiabeschi e fatati, spettacoli e show dedicati e naturalmente tutte le attrazioni del parco, creando un’offerta capace di alternare paura e divertimento.

MagicLand: 7 horror maze e la Fattoria delle Zucche

Anche il MagicLand di Valmontone (RM) si prepara a festeggiare Halloween con un programma particolarmente ricco. L’appuntamento è fissato dal 3 ottobre al 1° novembre 2026, quando il parco del Centro-Sud Italia sarà completamente tematizzato con nuove scenografie e ambientazioni tenebrose.

Per gli amanti dell’horror saranno disponibili sette horror maze, mentre per le famiglie sono previste la Fattoria delle Zucche e due percorsi dedicati ai bambini. Non mancherà inoltre il Ghost Park, con morbidi gonfiabili, insieme a parate, spettacoli, animazioni, eventi speciali e personaggi che animeranno le diverse aree del parco.

A completare l’esperienza ci sarà anche una speciale proposta di food a tema Halloween, pensata per accompagnare una giornata tra magia, adrenalina e atmosfere da brivido.

Binari senza tempo, il progetto per valorizzare i borghi del Monferrato

Un viaggio in treno può trasformarsi in un modo differente di attraversare un territorio, osservandone il paesaggio con ritmi più lenti e fermandosi nei luoghi che spesso restano fuori dai grandi itinerari turistici: è questa l’idea alla base di Binari senza tempo, il progetto che punta a valorizzare la storica linea ferroviaria Asti–Chivasso con un calendario di appuntamenti dedicati ai borghi, alla cultura ferroviaria, all’enogastronomia e al turismo sostenibile.

Inaugurata il 20 ottobre 1912, la linea attraversa paesaggi di particolare pregio e conserva testimonianze ferroviarie caratterizzate da uno stile ispirato all’architettura tardo ottocentesca e alle strade ferrate di montagna. Riattivata di recente per finalità turistiche, è oggi il punto di partenza di un progetto più ampio che mette in relazione il patrimonio ferroviario con le bellezze paesaggistiche, storiche e culturali dei borghi del Monferrato.

L’iniziativa è curata dai Comuni di Montiglio Monferrato, Murisengo Monferrato, Montechiaro d’Asti, Cocconato e Chivasso, nell’ambito del programma Binari senza tempo di Fondazione FS e del progetto LocoMonferrato, organizzato dall’Associazione Amici del Museo Ferroviario dell’attraversamento delle Alpi Feralp Team Bussoleno in collaborazione con l’Associazione Coordinamento Mobilità Integrata e sostenibile Co.M.I.S.

Otto appuntamenti tra treni storici, tartufo e sapori del territorio

Il calendario del 2026 prevede otto appuntamenti con partenze da Torino Porta Nuova, Torino Lingotto, Moncalieri e Asti. Il programma comprende viaggi a bordo di treni storici, manifestazioni, fiere dedicate al tartufo e percorsi enogastronomici.

Il primo appuntamento è in programma il 6 settembre a Cocconato in occasione di CoccoWine, con un viaggio a bordo del Treno Centoporte e la possibilità di partecipare all’evento e alle degustazioni organizzate da GoWine.

Panorama del borgo di Cocconato, Piemonte
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Panorama del borgo di Cocconato

Il 27 settembre sarà invece la volta della Festa dei Nocciolini di Chivasso, raggiungibile con il Treno Centoporte. Il mese di ottobre sarà dedicato in particolare al tartufo bianco e a Montiglio Monferrato, dove la Fiera Nazionale del Tartufo Bianco sarà protagonista di due giornate, il 4 ottobre con il Treno Littorina e l’11 ottobre con il Treno Centoporte.

Il 21 ottobre è prevista una Special Edition di LOCOLAB, con prenotazione e viaggio a bordo del Treno Centoporte. Il programma proseguirà poi l’8 novembre a Montechiaro d’Asti, ancora in occasione della Fiera Nazionale del Tartufo Bianco e con il Treno Centoporte.

Le ultime due date, il 15 e il 22 novembre, porteranno invece a Murisengo Monferrato per la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco, entrambe raggiungibili viaggiando sul Treno Littorina. Per alcune delle date sono previsti anche pacchetti turistici dedicati, pensati per completare l’esperienza ferroviaria con itinerari e attività sul territorio.

LOCOLAB porta sui binari la scoperta del territorio

Una parte centrale del progetto sarà rappresentata dalla terza edizione di LOCOLAB, che proporrà laboratori e percorsi tematici modulabili in base all’età e ai diversi livelli di autonomia dei partecipanti. È previsto anche un treno dedicato agli studenti, con attività sviluppate insieme ai partner coinvolti nel progetto.

I laboratori affronteranno temi diversi ma collegati al territorio attraversato dalla linea. Con Co.M.I.S. l’attenzione sarà rivolta alla mobilità integrata e sostenibile, grazie a incontri dedicati al trasporto pubblico, agli impatti ambientali, alle buone pratiche e alla lettura del territorio.

Il tema dell’ambiente e del paesaggio sarà sviluppato insieme a Legambiente, con attività dedicate alla biodiversità, alla tutela del patrimonio naturale e ai comportamenti responsabili durante gli itinerari. Un altro percorso sarà dedicato alla cerca del tartufo e alla tartuficoltura, grazie alla collaborazione con A.T.A.M., con attività esperienziali e di approfondimento delle tradizioni locali, adattabili anche in forma dimostrativa.

Spazio anche al patrimonio culturale e alle attività museali, con i Servizi educativi delle Residenze Reali Sabaude del DRM Piemonte, che metteranno a disposizione proposte educative già collaudate e calibrabili in base alle diverse fasce d’età. La cultura ferroviaria e la sicurezza del viaggio saranno invece al centro delle attività sviluppate con Fer Alp e Fondazione FS, con approfondimenti sulla storia della linea, sui suoi manufatti e sulle modalità di fruizione consapevole degli spazi ferroviari.

Il castello di Monteregio di Massa Marittima torna in vendita, il futuro dell’edificio toscano

Torna in vendita il castello di Monteregio a Massa Marittima, dopo lo stop delle procedure precedenti l’edificio viene rimesso in vendita dalla Asl Toscana Sud Est che cerca un nuovo proprietario. L’obiettivo? Il recupero di uno degli edifici simbolo del territorio maremmano. Ecco cosa sappiamo sulla compravendita dell’edificio.

Il castello di Monteregio di Massa Marittima in vendita

Il complesso domina una posizione panoramica e si estende su oltre 6.000 metri quadrati. Un patrimonio di valore storico e paesaggistico, ma anche un immobile impegnativo da recuperare, tra vincoli, costi di intervento e le molte trasformazioni accumulate nel tempo. Il corpo principale, su tre livelli, misura circa 1.500 metri quadrati e conserva ancora tracce della lunga destinazione sanitaria. Al piano terra si trovavano servizi, palestra, cappella e cucina; ai piani superiori gli altri spazi dell’ex struttura ospedaliera.

Completano il complesso due fabbricati secondari e le aree esterne, un tempo sistemate a giardino. Uno degli edifici accessori, su tre piani, ospitava locali tecnici e depositi. L’altro, sviluppato su un solo livello, è stato utilizzato in passato come centro diurno.

Le informazioni sulla vendita

La Asl Toscana Sud Est torna a proporre l’edificio in vendita. Il prezzo previsto dalla nuova procedura non è stato reso noto. Esiste però un riferimento nei precedenti tentativi di vendita: negli anni scorsi il Castello di Monteregio era stato proposto con valori che si aggiravano tra 2,7 e 3 milioni di euro. La cifra, naturalmente, rappresenta solo una parte dell’investimento necessario; il futuro acquirente dovrà infatti tenere conto anche degli interventi di recupero e adeguamento richiesti da una proprietà di queste dimensioni e di questo valore storico.

Le possibili destinazioni future del complesso sono diverse e lasciano spazio a progetti anche molto lontani dalla precedente funzione sanitaria. Tra gli utilizzi ammessi figurano quello commerciale, direzionale e residenziale. Il Castello di Monteregio potrebbe inoltre diventare una struttura turistico-ricettiva, ipotesi favorita anche dalla posizione panoramica dell’immobile e dal contesto storico di Massa Marittima e della Maremma.

Sono previste anche destinazioni legate all’assistenza e all’abitare contemporaneo, come RSA e senior housing. Un’altra possibilità è quella dello student housing, formula sempre più diffusa nei progetti di riconversione di grandi immobili. Non tutte le trasformazioni saranno possibili senza condizioni; dopotutto il complesso è sottoposto a vincoli legati al suo valore storico e paesaggistico e qualsiasi intervento dovrà rispettarne le caratteristiche architettoniche e il contesto nel quale sorge.

La sua storia

Le origini del Castello di Monteregio risalgono al XII secolo, anche se dell’impianto medievale oggi resta poco di riconoscibile. Nei secoli il complesso è stato infatti trasformato più volte. La svolta arriva nel 1744, con la costruzione dell’Ospedale Civile di Sant’Andrea. Una destinazione che avrebbe accompagnato l’edificio per oltre duecento anni, fino alla fine degli anni Novanta. Alcuni spazi continuarono a ospitare servizi sanitari anche in seguito, prima della progressiva dismissione.

Oggi l’edificio torna in vendita accompagnato da un piano di riqualificazione per poter ridare vita a una delle costruzioni più importanti della Maremma Toscana. Non resta che capire se questa volta l’impegno di poter dare nuova vita all’edificio trovando un proprietario andrà a termine.

Tutta la verità delle mie bugie, le location della serie Netflix tra spiagge e calette dov’è sempre estate

Da una serie spagnola che racconta di un gruppo di amici che partono in van per un addio al nubilato “on the road” non ci si può che aspettare ambientazioni mozzafiato e che siano una vera coccola per gli occhi.

Le location di Tutta la verità delle mie bugie non deludono certo queste aspettative: la serie, tratta dal romanzo best seller di Elísabet Benavent, disponibile su Netflix dal 28 agosto 2026, è stata girata infatti in una delle zone della Spagna più spettacolari a livello paesaggistico, che attrae ogni estate milioni di turisti interessati al mare, ma apprezzata anche per la vivace vita culturale e per la movida.

Di cosa parla

Coco (Itziar Manero) ha vent’otto anni, un lavoro che ama in una galleria d’arte e un appartamento in uno dei quartieri più esclusivi di Madrid che condivide con Marín (Daniel Ibáñez). I due sono amici di lunga data, Marín è stato fidanzato con una delle migliori amiche di Coco, Aroa, e per questo Coco nasconde da anni di provare per lui qualcosa di speciale dietro la bugia di essere ancora innamorata del proprio ex. È solo quando insieme al resto del gruppo di amici decidono di partire in caravan per l’addio al nubilato di una di loro, Blanca, che Coco è costretta a rivelare cosa prova davvero per Marín: la convivenza forzata impone a tutti di fare i conti infatti con rivalità, sentimenti, fragilità nascoste, oltre che con malumori e piccoli drammi sentimentali a cui gli appassionati del genere sono ben abituati.

"Tutta la verità delle mie bugie": arriva su Netflix il teen drama tratto dall'omonimo romanzo di Elisabet Benavent
Ufficio stampa Netflix
Una scena di “Tutta la verità delle mie bugie”

Dov’è stata girata la serie

Il teen drama Netflix tratto dal romanzo di Elísabet Benavent è girato, come conferma anche una nota stampa dell’Instituto de las Industrias Culturales y las Artes, nella regione di Murcia: a sud-est della Spagna è una zona con oltre 250 chilometri di costa, bagnata da due mari (il Mar Mediterraneo e il cosiddetto “Mar Menor”) e con una temperatura mite che la rende tutto l’anno meta prediletta per gli amanti di tintarelle, nuotate, immersioni, sport acquatici.

Le location di Tutta la verità delle mie bugie riflettono appieno l’atmosfera vacanziera, quasi di eterna estate, che si respira qui.

La Costa Cálida

Tra i luoghi dov’è girata la serie spiccano in particolare alcune spiagge della Costa Cálida, tra le spiagge più belle dell’intera Spagna. Sullo schermo non è difficile riconoscere Playa de Percheles, la spiaggia del Rihuete e quella di Bahía.

È girato sulla Costa Costa Cálida, nella regione di Murcia, il nuovo teen drama "Tutta la verità delle mie bugie"
Ufficio stampa Netflix
Un’altra scena di “Tutta la verità delle mie bugie”

Più isolata e per questo incontaminata e perfetta per ritrovare il contatto con la natura o semplicemente rilassarsi nel più totale silenzio, anche cala de Bolnuevo, una piccola baia di origine vulcanica dove il vento ha scavato per secoli le rocce d’arenaria, ha fatto da set a Tutta la verità delle mie bugie.

Mazarrón

Il comune di Mazarrón è quello che è stato più interessato dalle riprese della serie. Tra i luoghi scelti c’è il complesso di strade urbane ed extra urbane che lo collegano con il vicino centro di Lorca: non c’è da sorprendersi considerato che la serie è di fatto un road trip.

Si trovano nel comune di Mazarrón le principali location di "Tutta la verità delle mie bugie"
123RF
L’assolato comune di Mazarrón

Alcune scene sarebbero state girate all’Hotel Bahía, uno degli hotel del lungomare di Mazarrón. L’ultimo, insieme alla zona del porto dove sono ancora visibili quelle che un tempo erano le torri difensive della città, è il centro della movida di Mazarrón.

Il centro storico non manca, invece, di chicche artistico-culturali come la chiesa di San Andrés con l’iconico soffitto a cassettoni in stile mudéjar, il convento della Purissima e le rovine del Castello dei Vélez.

Viaggio nella cattedrale degli abeti: la Certosa di Serra San Bruno, un vero gioiello calabrese

L’incontro con la Certosa di Serra San Bruno ha qualcosa di particolare, perché prima ancora delle architetture, arriva il paesaggio: il verde fitto dei boschi delle Serre avvolge le costruzioni, l’aria di montagna accompagna il percorso e il bianco delle tonache certosine, almeno nell’immaginario legato a questo luogo, richiama subito la presenza di una comunità religiosa raccolta in una dimensione appartata.

Siamo in provincia di Vibo Valentia, nel cuore della Calabria centro-meridionale, a un’altitudine di circa 800 metri. La cittadina di Serra San Bruno ha legato il proprio nome al monaco tedesco Bruno di Colonia, fondatore dell’Ordine certosino, arrivato in Calabria alla fine dell’XI secolo.

Il paesaggio che trovò doveva apparirgli assai diverso dalla Calabria associata oggi al mare e alle coste luminose. Qui dominano altopiani, vallate verdi, sorgenti, torrenti e grandi distese forestali. Una Calabria montana e raccolta, attraversata dall’acqua e modellata da rilievi dolci. E oggi la Certosa dei Santi Stefano e Bruno (nome ufficiale del complesso) rappresenta uno dei rarissimi insediamenti certosini ancora attivi in Italia.

Breve storia e leggende

La storia della Certosa affonda le proprie radici nel 1091, quando Bruno ricevette da Ruggero d’Altavilla un terreno nei boschi delle Serre, nella località allora chiamata Torre. Il sovrano normanno aveva conquistato ampi territori della Calabria e con quella donazione favorì il progetto spirituale del monaco.

Certosa di Serra San Bruno, Calabria
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Veduta della Certosa di Serra San Bruno

Bruno individuò una sorgente e una piccola grotta in una radura. La grotta divenne il suo luogo di preghiera e ritiro. Per i padri eremiti nacque l’Eremo di Santa Maria del Bosco, mentre a circa 2 chilometri più a valle venne fondato il Monastero di Santo Stefano, destinato soprattutto ai fratelli conversi, impegnati nei servizi necessari alla comunità.

Il 15 agosto 1094 la chiesa dell’eremo fu consacrata alla presenza di Ruggero I. Bruno morì il 6 ottobre 1101 e venne sepolto presso Santa Maria. Dopo la sua morte la comunità attraversò varie vicissitudini. Nel 1193 una parte dei religiosi passò ai cistercensi di Fossanova e il complesso rimase affidato a quell’ordine fino al 1411.

Una svolta arrivò nei primi anni del XVI secolo: intorno al 1505 furono ritrovate sotto la Chiesa di Santa Maria le spoglie di San Bruno e del suo successore Lanuino, la cui memoria funeraria si era perduta nei secoli. Le reliquie vennero portate in processione e l’episodio favorì il ritorno dei certosini. Nel 1513 Leone X riaffidò loro il monastero e nel 1514 approvò ufficialmente il culto di San Bruno.

Di questa fase resta anche un prezioso reliquiario a busto in argento, realizzato a Napoli intorno al 1516. Al suo interno sono custodite le reliquie di Bruno e Lanuino. Il terremoto del 1783, però, rappresentò una delle pagine più drammatiche: la scossa devastò la Calabria e colpì duramente la Certosa. Gli edifici subirono danni gravissimi, i monaci lasciarono Serra e il patrimonio librario e artistico venne disperso in parte attraverso sequestri e sottrazioni. Nel 1808 il complesso fu soppresso.

La rinascita arrivò soltanto nella seconda metà dell’800, quando la Grande Chartreuse francese acquistò i ruderi. La ricostruzione partì nel 1894 sotto la direzione dell’architetto Jean François Pichat, affiancato da maestranze calabresi. La nuova Certosa venne completata nel 1900 e la chiesa fu consacrata il 13 novembre dello stesso anno.

Restano tuttavia importanti testimonianze della fase più antica, tra cui parti della cinta muraria cinquecentesca, alcuni torrioni cilindrici, la porzione inferiore della facciata dorica dell’antica chiesa, il chiostro seicentesco e il vecchio cimitero certosino.

Attorno alla Certosa sono nate anche storie curiose. Una delle più celebri riguarda Ettore Majorana, il fisico italiano scomparso nel 1938. Leonardo Sciascia avanzò l’ipotesi che lo scienziato potesse essersi ritirato proprio nella Certosa, scelta quale rifugio dalla vita pubblica. Un’altra tradizione popolare attribuisce alla presenza femminile un legame con i terremoti: l’ingresso di una donna nella parte monastica avrebbe provocato il tremore della terra.

Visita alla Certosa e cosa vedere

Il cuore del monastero resta riservato ai religiosi. Per il pubblico il punto di riferimento principale è il Museo della Certosa, istituito nel 1994 all’interno delle mura del complesso. Il percorso museale attraversa 22 sale dedicate alla storia di San Bruno, all’Ordine certosino e al patrimonio artistico della Certosa. Frammenti marmorei, dipinti, arredi, paramenti sacri, codici, fotografie, filmati e supporti audio raccontano la quotidianità dei monaci e la struttura della loro vita.

Una parte particolarmente interessante riguarda la ricostruzione degli ambienti monastici. Le celle, il chiostro, la cappella e gli spazi destinati alla preghiera e al lavoro permettono di intuire la radicalità della scelta certosina. La cella del monaco rappresenta infatti un piccolo universo personale, destinato alla preghiera, al riposo e al lavoro manuale, secondo una disciplina che alterna solitudine e momenti comunitari. Il percorso termina presso una piccola cappella ricavata all’interno di una torre cinquecentesca.

Merita attenzione anche la Chiesa dei Santi Stefano e Bruno, ricostruita tra XIX e XX secolo, che presenta forme neogotiche, una facciata a capanna, un grande rosone e 2 torri laterali. Tra le opere più preziose si fanno notare le statue marmoree di San Bruno e del beato Lanuino, realizzate da Giovanni Scrivo, e il reliquiario argenteo cinquecentesco.

Fuori dal percorso museale meritano attenzione i resti dell’antica Certosa: la vecchia cinta muraria aveva una pianta quadrilatera con torri angolari e svolgeva anche una funzione difensiva, legata al timore delle incursioni saracene. Del grande chiostro seicentesco resta una parte significativa, insieme alla fontana centrale.

Dove si trova e come arrivare

La Certosa si trova a Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia, all’interno del territorio delle Serre calabresi. Il complesso sorge ai margini del centro abitato, circondato da una vasta area boschiva. In automobile la soluzione più pratica parte dall’autostrada A2 del Mediterraneo. Da nord si può raggiungere attraverso gli svincoli di Pizzo o Sant’Onofrio, mentre da sud risultano utili le uscite verso Vibo Valentia. Da lì la strada sale verso Serra San Bruno attraverso un paesaggio progressivamente più montano.

Chi arriva in treno può fare riferimento alla stazione di Vibo Valentia-Pizzo e proseguire successivamente verso Serra San Bruno con un mezzo su strada.

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