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Il quartiere artistico in cui persino la pioggia diventa musica: Kunsthofpassage, angolo incredibile di Dresda

La città di Dresda, in Germania, rimane impressa ai tanti visitatori per il suo patrimonio barocco, per la monumentale Frauenkirche e per gli eleganti palazzi affacciati sull’Elba. E no, non c’è da biasimarle queste persone, anche se la realtà dei fatti è che c’è anche un’altra meraviglia che mostra un volto completamente diverso della località: attraversando il fiume si raggiunge il quartiere Neustadt, un angolo dove cambia davvero tutto.

Le architetture solenni lasciano spazio a edifici ottocenteschi, locali alternativi, botteghe indipendenti e una creatività che sembra aver conquistato persino le pareti delle abitazioni. Proprio tra queste strade si nasconde la Kunsthofpassage, uno dei luoghi più originali della Capitale della Sassonia.

Dietro facciate apparentemente ordinarie si apre infatti un piccolo universo composto da 5 cortili comunicanti, trasformati attraverso interventi artistici e architettonici. Ci sono colori colori vivaci (ssimi), animali giganteschi che si arrampicano sugli edifici e creature fantastiche che popolano mosaici e decorazioni. E poi ci sono le grondaie, che inaspettatamente mettono in scena uno spettacolo davvero particolare durante le giornate piovose.

Breve storia della Kunsthofpassage di Dresda

Neustadt è il quartiere situato sulla riva settentrionale dell’Elba che attraversa questa città della Germania che, durante la Seconda Guerra Mondiale, nonostante i devastanti bombardamenti conservò una porzione importante delle proprie architetture. Tuttavia, nei decenni successivi numerosi immobili conobbero un progressivo deterioramento, ma solo fino alla riunificazione tedesca del 1990, l’evento che segnò l’inizio di una nuova fase.

Artisti, creativi, piccoli imprenditori e abitanti furono tra i primi a mettersi al lavoro per trasformare il quartiere, che divenne un punto di riferimento per la cultura alternativa di Dresda. Vecchi edifici residenziali, cortili trascurati e spazi inutilizzati acquisirono progressivamente nuove funzioni.

In questo contesto nacque il progetto della Kunsthofpassage, sviluppato nella seconda metà degli anni ’90 e inaugurato nel 2001. L’iniziativa puntava a riqualificare una serie di cortili interni attraverso il contributo di artisti e progettisti, valorizzando contemporaneamente le attività commerciali e artigianali presenti negli edifici.

E il risultato ha dell’incredibile: un insieme di ambienti collegati, ciascuno caratterizzato da una precisa identità visiva. Le opere fanno parte delle facciate, accompagnano gli ingressi delle abitazioni e convivono con negozi, laboratori e caffetterie.

Visitare la Kunsthofpassage, cosa vedere nei 5 cortili artistici

La Kunsthofpassage è un vero e proprio passaggio pedonale che attraversa una successione di cortili, collegando due strade della Neustadt. Ma ciò che lascia senza fiato è che, in pochi metri, cambiano i colori, le forme e persino le atmosfere.

Il Cortile degli Elementi e la facciata che suona quando piove

Sì, sì, avete letto bene: questa facciata suona quando piove, tanto da essere uno dei cortili più fotografati della Kunsthofpassage. Turchese e attraversata da un curioso intreccio di tubi metallici, è puntellata pure di grondaie, imbuti e condutture che seguono percorsi sinuosi, formando una struttura che ricorda un gigantesco strumento musicale.

Nelle giornate uggiose, l’acqua attraversa il sistema di condutture fino a raggiungere una vasca di raccolta. Il passaggio del liquido produce rumori e risonanze differenti, trasformando la facciata in una sorta di teatro sonoro. Di fronte alla parete azzurra compare poi una seconda facciata, dominata dal giallo.

Qui ci sono sottili elementi di alluminio dorato disposti con orientamenti differenti che riflettono la luce solare. Il risultato è la creazione di effetti variabili durante la giornata.

Il Cortile della Luce, tra riflessi e installazioni

Nel Cortile della Luce architettura, riflessi, superfici metalliche e possibilità scenografiche sembrano veramente dialogare tra loro. Durante le ore diurne, la posizione del sole modifica i riflessi e l’aspetto delle pareti. La luce naturale diventa parte dell’allestimento, mentre le installazioni contribuiscono a rendere lo spazio adatto anche a iniziative culturali e performance.

Il Cortile degli Animali, una giraffa gigante tra le finestre

Il curioso Cortile degli Animali si presenta con una facciata verde ricoperta da figure che sembrano appartenere a una giungla fantastica. Una giraffa gigantesca occupa gran parte dell’altezza dell’edificio, mentre alcune scimmie sembrano saltare tra le finestre. Non mancano raffigurazioni di gru e altri dettagli decorativi.

Il contrasto tra gli animali e gli elementi residenziali produce un effetto sorprendente: le finestre diventano parte della scena, mentre la giraffa pare essersi appropriata dell’intera parete. Degni di nota sono anche i balconi decorati con elementi intrecciati che richiamano il vimini.

Il Cortile delle Creature Mitiche e i mosaici cosmici

Presso il Cortile delle Creature Mitiche, l’artista Viola Schöpe ha trasformato le facciate in un racconto visivo popolato da esseri fantastici, elementi naturali e riferimenti all’universo. Il tutto è stato realizzato con tecniche differenti. Una di queste è lo sgraffito, procedimento che permette di ottenere figure attraverso l’incisione di strati di intonaco colorato.

La parete meridionale rappresenta il cosiddetto fiume della vita, una composizione simbolica legata all’energia positiva e all’unità degli esseri viventi. Quella settentrionale sviluppa invece un immaginario cosmico, con corpi celesti e richiami a dimensioni spirituali superiori.

Il Cortile delle Metamorfosi, l’arte che cambia con il tempo

L’ultimo ambiente introduce una riflessione sul trascorrere del tempo e sulla trasformazione dei materiali. Il progetto coinvolge l’artista Arend Zwicker e l’officina metallurgica di Karlheinz Löffler e si tratta di una facciata su cui si innalzano due stele di acciaio Corten alte circa 15 metri, progettate per entrare in contatto con la parete soltanto in alcuni punti.

Il Corten è un acciaio particolare, riconoscibile per la patina superficiale di colore bruno-ruggine che si forma attraverso l’esposizione agli agenti atmosferici. All’interno delle strutture sono presenti fasci di fibre ottiche che fanno sì che creaino effetti luminosi durante le ore serali.

Altri elementi del cortile comprendono supporti destinati alle piante rampicanti e 24 campioni di carta trattati con olio di lino. Tutti materiali che, con il passare del tempo, modificano gradualmente il proprio aspetto.

Dove si trova e come arrivare

La Kunsthofpassage si trova nella Äußere Neustadt, la parte esterna del quartiere Neustadt di Dresda, sulla sponda settentrionale dell’Elba. Il complesso collega Alaunstraße 70 e Görlitzer Straße 23-25, attraverso una successione di passaggi interni accessibili direttamente dalle strade.

Partendo dal centro storico, il quartiere può essere raggiunto attraversando l’Elba tramite uno dei vari ponti cittadini, tra cui l’Augustusbrücke, per poi proseguire verso la zona della Neustadt. Chi preferisce utilizzare i mezzi pubblici può servirsi della rete tranviaria di Dresda e raggiungere le fermate situate nei pressi di Görlitzer Straße e Alaunstraße, verificando preventivamente i collegamenti disponibili.

In questo borgo è custodito uno dei castelli più affascinanti d’Europa: Bouillon, perla del Belgio

Nel Belgio meridionale scorre un fiume che sembra essersi preso il compito di proteggere un’intera cittadina. Le sue acque disegnano una curva accentuata attorno a un gruppo di case dai tetti spioventi, mentre una fortezza di pietra domina il paesaggio dall’alto di uno sperone roccioso. Il paesaggio che corona il tutto, poi, è emozionante, grazie alle colline delle Ardenne che si susseguono tra boschi fitti, sentieri e piccoli villaggi. È lo scenario di Bouillon, una delle cittadine medievali più suggestive della Vallonia.

La località deve gran parte della sua bellezza alla Semois, il corso d’acqua che attraversa questa porzione delle Ardenne, pure perché il centro abitato si sviluppa lungo le sue rive, ai piedi di un castello che custodisce quasi 1.000 anni di vicende militari, intrighi politici e conquiste.

Ma non è di certo tutto, poiché nel giro di poche centinaia di metri si passa dalle fortificazioni militari ai vicoli del centro storico, dalle testimonianze delle crociate ai riflessi del fiume, mentre appena oltre le ultime abitazioni iniziano alcuni dei paesaggi naturali più caratteristici del Paese.

Cosa vedere a Bouillon

Pietra, acqua e vegetazione scandiscono l’aspetto di questa cittadina del Belgio, che si mostra agli occhi del visitatore con un nucleo antico raccolto e facilmente esplorabile a piedi. È disponibile, tra le altre cose, un itinerario storico che passa tra oltre 20 edifici e monumenti tutelati, testimonianze delle diverse epoche che hanno contribuito a determinarne l’identità.

Castello di Bouillon

Con le sue mura imponenti, le torri e i passaggi scavati nella roccia, il Castello di Bouillon è una delle più antiche testimonianze dell’architettura feudale del Paese. Sorge su tre rilievi rocciosi che dominano la valle della Semois, in una posizione che in passato era utile per controllare il territorio e le vie di comunicazione.

Visitandolo si ha l’opportunità di attraversare ambienti molto diversi, collegati tra loro da scale ripide, torri e camminamenti di ronda, mentre le gallerie sotterranee conducono verso stanze buie, antichi depositi e spazi destinati alla difesa.

Castello di Bouillon, Belgio
iStock
Tutta la bellezza del Castello di Bouillon

Tra gli elementi più sorprendenti c’è persino un pozzo profondo circa 165 metri, progettato per garantire l’approvvigionamento idrico durante gli assedi.

Museo Ducale

A breve distanza dalla fortezza si trova il Museo Ducale, ospitato in due edifici storici risalenti rispettivamente al XVII e al XVIII secolo. Il primo era utilizzato come alloggio per gli ufficiali del castello, mentre il secondo appartenne a Nicolas-Joseph Spontin, consigliere della Corte Sovrana di Bouillon.

Le collezioni raccontano aspetti differenti della storia locale attraverso armi, dipinti, stampe, oggetti artistici e testimonianze del folklore. Una sezione particolarmente interessante riguarda il XVIII secolo, periodo durante il quale Bouillon divenne un importante centro editoriale.

Archéoscope Godefroid de Bouillon

Lungo Quai des Saulx, all’interno dell’antico convento delle Sépulcrines, si trova un’attrazione dedicata alla figura di Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena e uno dei principali comandanti della Prima crociata. L’edificio conserva la memoria della comunità religiosa insediatasi a Bouillon nel XVII secolo, mentre gli ambienti interni sono stati adattati a un percorso multimediale conosciuto anche con il nome di Bouillon Medieval Experience.

Proiezioni, effetti sonori e ricostruzioni accompagnano i visitatori attraverso gli avvenimenti della Prima crociata, offrendo un approfondimento sul contesto religioso e politico dell’Europa medievale.

Il centro storico e le antiche fortificazioni

Merita attenzione anche il nucleo urbano sviluppatosi ai piedi del castello. Tra facciate di pietra, piccoli negozi e terrazze che si specchiano sul fiume, qui il paese sfoggia un’atmosfera ben più intima, che si rivela particolarmente suggestiva nelle ore serali. Nel quartiere di Bretagne, ai piedi della fortezza, sopravvivono tracce dell’organizzazione urbana più antica.

Lungo l’itinerario storico è possibile riconoscere anche i resti delle fortificazioni del XVII secolo, tra cui tre bastioni appartenenti al sistema difensivo cittadino. Infine, i ponti sulla Semois regalano alcuni degli scorci più caratteristici del luogo, con il profilo delle mura medievali che emerge sopra i tetti delle abitazioni.

Cosa fare a Bouillon

Le Ardenne belghe che circondano il borgo sono un poetico susseguirsi di alture boscose, vallate profonde e corsi d’acqua che nei secoli hanno modellato il paesaggio. E Bouillon costituisce un punto di partenza privilegiato per esplorare questi ambienti.

  • Raggiungere il panorama del Tombeau du Géant: uno dei belvedere più celebri della Vallonia. Il suo nome, traducibile con Tomba del Gigante, deriva dalla particolare forma di una collina ricoperta di alberi, circondata da una spettacolare ansa della Semois.
  • Esplorare i sentieri della valle della Semois: un itinerario particolarmente interessante è la Promenade de la Sente aux Geais, lunga circa 3,5 km, che attraversa tratti boschivi e segue anche parti di un’antica linea tranviaria.
  • Navigare lungo il fiume in kayak: durante la bella stagione, le escursioni sull’acqua permettono di osservare il paesaggio da una prospettiva particolare.
  • Visitare i villaggi di Rochehaut e Frahan: poco distanti, mantengono un carattere rurale e panorami di grande bellezza.
  • Assaggiare le specialità locali: come le birre artigianali, il formaggio di capra L’Oeillet du Château e il biscotto Le Croisé, creato nel 1996 per commemorare il 900º anniversario della Prima crociata.
  • Partecipare alle feste tradizionali: la Fête Médiévale è uno degli appuntamenti più rappresentativi, con costumi d’epoca, spettacoli e attività dedicate al Medioevo. In autunno, la Festa della Caccia valorizza invece alcune tradizioni profondamente radicate nella cultura delle Ardenne.

Dove si trova e come arrivare

Bouillon si trova nel Belgio sudorientale, nella provincia del Lussemburgo, all’interno della Vallonia, a circa 4 km dal confine francese. L’automobile è senza dubbio il mezzo più pratico per raggiungerlo e visitare i numerosi punti panoramici dei dintorni. Da Bruxelles il tragitto richiede indicativamente 2 ore, a seconda del traffico e dell’itinerario scelto.

Per chi preferisce i trasporti pubblici, il principale riferimento ferroviario è la stazione di Libramont, situata a circa 35 km. Da lì è possibile proseguire verso Bouillon con i collegamenti autobus regionali, verificando gli orari aggiornati prima della partenza.

La spettacolare gola rossa che nasconde il Pulpito del Diavolo: Finnich Glen, angolo segreto della Scozia

Nella misteriosa campagna scozzese, tra folti boschi, prati smeraldo e strade che attraversano piccoli villaggi, si nasconde una frattura nella roccia profonda oltre 20 metri in cui scorre un torrente che attraversa uno stretto corridoio di pietra dalle incredibili sfumature rossastre. È Finnich Glen, una delle gole più suggestive della Scozia, conosciuta soprattutto con il soprannome di Devil’s Pulpit, il Pulpito del Diavolo.

Un nome che potrebbe sembrare inquietante, ma che nei fatti gli calza a pennello: le pareti sembrano chiudersi sopra l’acqua, il muschio riveste quasi interamente le superfici rocciose e la luce del giorno raggiunge il fondo soltanto attraverso le aperture lasciate dalla vegetazione.

A rendere ancora più particolare Finnich Glen contribuiscono le storie di presunti rituali druidici, le leggende legate al Diavolo e una celebre scena della serie televisiva Outlander. Ma, molto prima dell’arrivo delle telecamere, questa piccola meraviglia naturale aveva già attirato l’attenzione di viaggiatori e studiosi.

Origine, formazione e leggende di Finnich Glen

Il mistico spettacolo che possiamo ammirare oggi si deve all’azione dell’acqua sulla roccia. Per un lunghissimo periodo il Carnock Burn, un piccolo torrente, ha eroso progressivamente il terreno, incidendo gli strati di arenaria e formando una gola stretta e tortuosa. La corrente ha sfruttato le caratteristiche della pietra, consumandola lentamente e dando vita a un paesaggio che presenta superfici levigate, sporgenze e piccoli salti d’acqua.

L’arenaria appartiene alle formazioni sedimentarie caratteristiche di questa parte della Scozia. La sua colorazione rossastra è legata alla presenza di minerali contenenti ferro, mentre l’aspetto attuale della gola deriva dall’erosione esercitata dal torrente. Proprio la pietra contribuisce a uno degli effetti più sorprendenti: l’acqua che non smette mai di scorrere sembra assumere una tonalità rosso sangue, soprattutto nei tratti poco profondi. Nei fatti è “semplicemente” un fenomeno ottico legato al colore dell’arenaria sottostante, che diventa particolarmente evidente per via del contrasto con la vegetazione.

L’umidità costante, infatti, favorisce la crescita di muschi e felci che a loro volta rivestono le superfici verticali, mentre dall’alto pendono rami, radici e arbusti. Finnich Glen e Devil’s Pulpit vengono spesso utilizzati per indicare lo stesso luogo, ma in origine i nomi identificavano due elementi differenti.

Il primo si riferisce all’intera gola, mentre il secondo apparteneva a una particolare formazione rocciosa presente nel torrente. La pietra, dalla caratteristica sagoma tondeggiante simile a un fungo, ricorda proprio un piccolo pulpito naturale. Secondo una leggenda locale, il Diavolo avrebbe pronunciato i propri sermoni davanti ai suoi seguaci da quella stessa roccia, circondato dalle inquietanti acque rossastre.

Altri racconti gli attribuiscono un passato legato ai druidi, i sacerdoti delle antiche popolazioni celtiche, che avrebbero utilizzato la gola per cerimonie e riunioni segrete. Alcune versioni della tradizione popolare evocano persino rituali praticati dalle streghe.

Visitare Finnich Glen, tra la Scala di Giacobbe e i luoghi di Outlander

A disposizione dei (coraggiosi?) visitatori c’è un percorso sterrato che attraversa il bosco e segue il margine superiore della fenditura, dalla quale si intravedono le pareti rocciose e il torrente parecchi metri più in basso. Il passaggio più impegnativo è senza dubbio rappresentato dalla Jacob’s Ladder, la Scala di Giacobbe, conosciuta anche con il nome di Devil’s Steps, i Gradini del Diavolo.

Si tratta di un’antica scalinata grazie a cui scendere lungo uno dei fianchi della gola. I gradini sono irregolari, in parte deteriorati e spesso ricoperti di fango, per questo richiedono particolare attenzione anche durante la risalita. Non è impossibile intravedere delle corde lungo il tragitto, ma è bene sapere che sono prive di garanzie di manutenzione e sicurezza.

Sul fondo, quando le condizioni consentono di raggiungerlo, il paesaggio si riempie di pareti che diventano imponenti, la luce diminuisce e il torrente occupa buona parte dello spazio disponibile. Piccole cascate interrompono il corso dell’acqua, mentre le rocce assumono sfumature che vanno dal rosso mattone al marrone scuro.

Finnich Glen, Pulpito del Diavolo
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Alcune cascate dentro Finnich Glen

Tra le ragioni della sempre maggiore popolarità di Finnich Glen c’è la serie televisiva Outlander. La gola appare infatti nel sesto episodio della prima stagione, intitolato The Garrison Commander, e rappresenta la misteriosa St Ninian’s Spring, conosciuta anche con il nome di Liar’s Spring, la Fonte del Bugiardo.

Nella storia, Dougal MacKenzie conduce Claire Randall presso una sorgente alla quale vengono attribuiti poteri soprannaturali. Secondo la credenza raccontata dal personaggio, chi beve quell’acqua e pronuncia una menzogna subisce una terribile punizione. E, come è possibile immaginare, il paesaggio di Finnich Glen si presta perfettamente alla scena.

Finnich Glen presenta caratteristiche particolari durante tutto l’anno: in primavera e in estate la vegetazione appare particolarmente rigogliosa, mentre in autunno le foglie assumono tonalità dorate e ramate che contrastano con la pietra. Le condizioni meteorologiche, tuttavia, incidono moltissimo sulla possibilità di visita.

Anche dopo diversi giorni asciutti, la gola può conservare fango e superfici scivolose. Le precipitazioni possono inoltre aumentare la portata del Carnock Burn, rendendo rischioso l’accesso al fondo. Sono indispensabili scarpe da trekking con buona aderenza e abbigliamento adatto all’umidità. È opportuno evitare il percorso con pioggia, acqua alta, scarsa visibilità o dubbi sulla stabilità del terreno.

Dove si trova e come arrivare

L’affascinante Finnich Glen si trova nella Scozia centro-occidentale, nella regione amministrativa di Stirling, nei pressi dei villaggi di Killearn e Croftamie. In sostanza è poco distante dalla parte meridionale del Loch Lomond & The Trossachs National Park, una delle principali aree naturalistiche del Paese.

La posizione rende possibile inserire Finnich Glen in un itinerario nella zona di Loch Lomond, oppure durante un viaggio tra Glasgow e Stirling. Per raggiungere l’area in automobile si percorre la strada A809, nelle vicinanze dell’incrocio con la B834. Il punto di accesso alla gola si trova nei pressi del Finnich Bridge, il ponte che attraversa il Carnock Burn.

La questione del parcheggio merita particolare attenzione: la zona presenta spazi di sosta molto limitati e lungo diversi tratti stradali sono state introdotte restrizioni per impedire fermate pericolose. Se si vuole optare per i trasporti pubblici si può fare, ma consapevoli del fatto che è piuttosto complicato. Alcuni collegamenti della zona permettono di avvicinarsi ai villaggi circostanti, ma l’ultimo tratto richiede spostamenti su strade rurali, talvolta prive di marciapiedi. Orari e disponibilità degli autobus vanno verificati prima della partenza.

Negli ultimi anni sono stati proposti interventi per migliorare l’accoglienza dei visitatori, tra cui un centro dedicato, parcheggi e percorsi più sicuri. La presenza di questi progetti, tuttavia, va distinta dalle infrastrutture effettivamente disponibili al momento del viaggio.

Tra il soffio del vento e l’acqua sacra della Gola di Kourtaliotiko: il canyon sonoro che spacca in due Creta

Tra le montagne dell’entroterra cretese c’è una profonda spaccatura nella roccia che interrompe improvvisamente il paesaggio. Da queste parti, infatti, si innalzano pareti calcaree altissime che lasciano appena intravedere il corso di un fiume, mentre il vento attraversa le fenditure producendo strani rumori (c’è chi è pronto a giurare che siano simili a battiti di mani). In fondo al canyon l’acqua sgorga dalla pietra e precipita in piscine naturali dalle sfumature turchesi, rendendo il tutto quasi fiabesco: è la Gola di Kourtaliotiko, uno degli ambienti naturali più spettacolari di Creta.

Situata nella parte meridionale della regione di Rethymno, attraversa un territorio montuoso ancora profondamente legato all’identità dell’isola. Per circa 3 chilometri, enormi bastioni rocciosi accompagnano il fiume Kourtaliotis verso sud, fino alla zona di Preveli e al Mar Libico.

Chiamata anche Gola di Asomatos, regala un’atmosfera ancor più particolare grazie alla presenza di una minuscola chiesa dedicata a San Nicola, protagonista di una leggenda tramandata dagli abitanti della zona.

Origine, formazione e leggende della Gola di Kourtaliotiko

Questo spettacolo della natura greco non è certo nato da un giorno all’altro e, anzi, è il frutto di una lunghissima evoluzione geologica. Il canyon si sviluppa tra i rilievi del Kouroupa e dello Xiron Oros, nel settore meridionale di Creta, attraverso imponenti masse di roccia calcarea plasmate dall’acqua e dai movimenti della crosta terrestre.

Nel corso del tempo, l’azione erosiva del fiume ha approfondito le fratture preesistenti, contribuendo alla creazione di uno stretto passaggio naturale. Le pareti raggiungono altezze considerevoli e presentano superfici irregolari, cavità e strati rocciosi ben distinguibili.

Osservandolo dall’alto, il fondovalle appare quasi schiacciato tra due gigantesche muraglie di pietra, una visione che per alcuni aspetti ha anche del surreale. Le rocce assumono tonalità grigie, ocra e rossastre, mentre la vegetazione si concentra nelle fessure e nei punti raggiunti dall’umidità.

Un elemento essenziale di questo ambiente è rappresentato dalle sorgenti di San Nicola, alimentate dalle acque sotterranee che attraversano le formazioni geologiche della zona. Grazie a questi apporti, il sistema fluviale conserva acqua anche durante i mesi estivi, una caratteristica particolarmente preziosa nel clima mediterraneo dell’isola.

Oltre alla geologia però, c’è anche la parte più curiosa: il nome Kourtaliotiko è strettamente legato a un fenomeno acustico che ha alimentato racconti popolari per generazioni. La parola greca kourtala richiama infatti il rumore delle mani battute tra loro. Stando alla tradizione, quando il vento attraversa le aperture (che in alcuni punti sono davvero strettissime) produce suoni secchi e ripetuti, talvolta simili ad applausi.

Ancora più affascinante è la leggenda delle cinque sorgenti di San Nicola, legate alla piccola (ma particolarmente graziosa) chiesa costruita ai piedi della parete occidentale. Il racconto narra che il santo colpì la roccia con le cinque dita della mano, da cui sgorgò miracolosamente l’acqua, dando origine alle sorgenti che ancora oggi alimentano le cascate.

Visitare la Gola di Kourtaliotiko

La prima emozione che regala questa gola della Grecia si avverte già dalla strada panoramica da cui è attraversata. L’asfalto, infatti, segue le curve della montagna, mentre tutt’intorno si alzano enormi pareti rocciose. Per raggiungere le attrazioni principali occorre però scendere lungo il percorso pedonale attrezzato, caratterizzato da gradini in pietra, tratti rocciosi e superfici che possono diventare scivolose.

Il tragitto centrale consigliato per la visita misura circa 2 chilometri, tra andata e ritorno, e conduce verso la cappella di San Nicola e l’area delle cascate. L’accesso alla parte organizzata della gola è regolamentato, con un sistema di bigliettazione e personale addetto alla sorveglianza.

Scendendo tra le rocce, il fastidioso rumore del traffico (soprattutto in alta stagione) si attenua e lascia spazio allo scroscio dell’acqua, che passo dopo passo si fa sempre più intenso. Poi si intravede subito la cappella di Agios Nikolaos, inserita in un ambiente dominato dalla pietra calcarea, con le sue forme semplici che contrastano con la grandiosità delle pareti circostanti.

Cappella di Agios Nikolaos, Creta
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La cappella di Agios Nikolaos dentro al canyon

Poco distante si trovano le celebri sorgenti e le cascate di Kourtaliotiko, tra le immagini più riconoscibili della Creta meridionale. L’acqua emerge dalle rocce, precipita lungo le pareti e si raccoglie in conche naturali di straordinaria trasparenza. Attenzione però, perché le temperature dell’acqua sono piuttosto fredde anche in estate: si aggirarano intorno ai 14 °C.

Chi ama la fauna scoprirà che queste mura di roccia fungono pur da rifugio per numerosi uccelli rapaci, tra cui il grifone, l’aquila reale, l’aquila del Bonelli e il rarissimo gipeto, riconoscibile per la particolare sagoma e la lunga coda a forma di cuneo. Alzando lo sguardo (soprattutto nelle ore favorevoli alle correnti ascensionali) è possibile osservare grandi uccelli che sorvolano lentamente le montagne.

Anche la vegetazione racconta le particolarità del canyon: sui versanti più asciutti crescono arbusti mediterranei ed erbe aromatiche, mentre lungo il fiume trovano spazio piante legate agli ambienti umidi. L’acqua prosegue poi verso la celebre foresta di palme di Preveli, uno degli ecosistemi più particolari dell’isola.

Se si desidera prolungare l’esperienza ci si può dedicare alla vicina spiaggia di Preveli, celebre per il suo paesaggio tropicale che sorprende nel vero senso della parola: il fiume attraversa una valle ricca di palme e raggiunge il Mar Libico formando una piccola laguna salmastra. Tra le attrazioni dei dintorni vale la pena prende in considerazione anche il Monastero di Preveli, importante complesso religioso legato alla resistenza contro il dominio ottomano e agli avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale.

Dove si trova e come arrivare

La Gola di Kourtaliotiko si trova nella parte centro-meridionale di Creta, nel territorio del comune di Agios Vasilios, tra i villaggi di Koxare e Asomatos. Ciò vuol dire che dista circa 25 chilometri dalla città di Rethymno e pochi chilometri dalla località costiera di Plakias. Per raggiungerla in automobile, partendo da Rethymno, bisogna seguire le indicazioni per Spili e Plakias, attraversando il villaggio di Koxare.

Il viaggio richiede generalmente 30-40 minuti e comprende alcuni tratti tortuosi, con splendide vedute sulle montagne e sulla campagna locale. L’accesso organizzato si trova lungo la strada provinciale Rethymno-Koxare-Plakias, in prossimità del 25° chilometro.

Per la visita sono consigliate scarpe con suola antiscivolo, acqua potabile, protezione solare e abbigliamento adatto a un ambiente roccioso.

Il misterioso lago salato custodito dagli spiriti: Saltwater Lake, incredibile gioiello di Gili Meno

La sua (preziosa) acqua ha un colore scuro, ma nonostante questo riflette le sagome degli alberi che crescono lungo le sue sponde. Poi ci sono le radici che affiorano dal terreno fangoso, gli uccelli che si muovono tra i rami e un po’ più lontano il mare, che pur essendo abbastanza vicino pare quasi irraggiungibile (nella realtà bastano pochi minuti per mettere i propri piedi su una spiaggia di sabbia bianca).

Tutto ciò accade a Gili Meno, una minuscola isola al largo della costa nord-occidentale di Lombok, in Indonesia, celebre per le acque turchesi, le tartarughe marine e la tranquillità che la distingue dalle isole vicine. Un vero e proprio paradiso tropicale, ma che custodisce un ambiente naturale piuttosto insolito per un territorio di dimensioni tanto ridotte: il Gili Meno Saltwater Lake.

Conosciuto anche con il nome indonesiano di Danau Air Asin, è un lago salato circondato da mangrovie che occupa una superficie di circa 7-8 ettari, e che allo stesso tempo rappresenta una delle particolarità geografiche più interessanti dell’isola e anche una testimonianza del rapporto tra gli abitanti e le risorse naturali. Per generazioni, infatti, queste acque sono state utilizzate per produrre sale.

Origine, formazione e leggende del Gili Meno Saltwater Lake

Le Isole Gili sono tre e sorgono in un’area precedentemente interessata da attività vulcanica sottomarina, che nel corso del tempo ha dato vita a strutture coralline. L’accumulo di materiali provenienti dalle barriere coralline stesse insieme ai depositi vulcanici ha contribuito alla formazione delle terre emerse attuali.

Ed è all’interno di Gili Meno che si trova una depressione naturale occupata da acque saline, separata dal mare da una fascia di terreno. Il lago presenta fondali poco profondi e fangosi, circondati da vegetazione adattata a condizioni ambientali particolarmente difficili.

La sua salinità è uno degli aspetti più sorprendenti: recenti studi hanno dimostrato una concentrazione di sale pari a circa 54 grammi per litro, quindi superiore ai valori generalmente rilevati nelle acque marine indonesiane. Ciò vuol dire che qui soltanto determinate specie vegetali riescono a svilupparsi.

Prima che il turismo diventasse una delle principali attività economiche dell’isola, il lago rappresentava una risorsa preziosa per la popolazione. Durante la stagione secca, gli abitanti raccoglievano l’acqua salata e la utilizzavano per ottenere cristalli di sale attraverso l’evaporazione. Una lavorazione che richiedeva molta fatica e una conoscenza approfondita dei ritmi climatici.

Ma il lago, tuttavia, aveva anche un‘importanza spirituale. Secondo la tradizione locale, prima dell’inizio della raccolta del sale veniva celebrato il Sampang Sandro, un rituale destinato a chiedere il permesso agli spiriti ritenuti custodi della palude. La cerimonia prevedeva offerte rituali e la preparazione delle vasche destinate alla produzione.

Altri racconti attribuivano al lago profondità misteriose e correnti pericolose. L’abbandono progressivo della produzione artigianale, favorito dalle nuove opportunità economiche legate ai visitatori, ha ridotto la diffusione di queste pratiche. Ne rimane una memoria culturale, però, che aggiunge un significato particolare alla visita.

Visitare il Gili Meno Saltwater Lake

Il lago si trova nella parte nord-occidentale di Gili Meno ed è raggiungibile attraverso i sentieri che attraversano l’entroterra. Lungo le sue sponde sono state realizzate passerelle e strutture in legno per approfittare al meglio dell’esplorazione, ma è bene sapere che alcuni tratti mostrano segni di deterioramento: è opportuno controllarne le condizioni prima di utilizzarli.

Tra gli elementi caratteristici ci sono anche piccoli ripari e costruzioni rialzate su pali, testimonianze di un tentativo di rendere accessibile l’area rispettando il paesaggio naturale. Uno degli aspetti più interessanti di chi raggiunge questo angolo di mondo riguarda la vegetazione. Le mangrovie sono piante specializzate nella sopravvivenza in ambienti salmastri e salini, dotate di sistemi radicali particolari che permettono loro di affrontare terreni poveri di ossigeno.

E da queste parti alcune sviluppano radici che emergono verticalmente dal fango per favorire gli scambi gassosi, mentre altre possiedono strutture di sostegno che ricordano piccoli archi o intrecci legnosi. La visita diventa particolarmente interessante pure per chi ama il birdwatching.

Il lago costituisce infatti un’importante area di sosta e alimentazione per diverse specie di uccelli,  tra cui aironi, martin pescatori e uccelli limicoli. Questi ultimi frequentano le zone fangose alla ricerca di piccoli organismi acquatici, approfittando della scarsa profondità dell’acqua.

Le prime ore del mattino e il tardo pomeriggio sono generalmente consigliati per osservare gli uccelli e affrontare temperature più miti. Quando il vento diminuisce, la superficie dell’acqua riflette gli alberi e il cielo, creando un paesaggio particolarmente suggestivo. Nelle ore centrali della giornata, invece, il caldo può risultare intenso.

Per una visita è consigliabile prevedere circa 30 minuti, con la possibilità di trattenersi più a lungo per osservare la fauna. Conviene indossare scarpe adatte ai sentieri sterrati, portare acqua potabile e utilizzare un repellente contro le zanzare, presenti soprattutto nelle aree umide.

Dove si trova e come arrivare

La bellissima isola di Gili Meno appartiene amministrativamente al territorio di Lombok Settentrionale, nella provincia di Nusa Tenggara Occidentale, e fa parte del piccolo arcipelago delle Gili, nel tratto di mare che separa Lombok da Bali. Per raggiungerla si può partire dal porto di Bangsal, sulla costa nord-occidentale di Lombok, ma sono disponibili anche collegamenti marittimi dalle altre isole dell’arcipelago e servizi veloci da Bali.

Chi atterra all’aeroporto internazionale di Lombok deve prima raggiungere la costa settentrionale dell’isola principale e successivamente proseguire via mare. Una volta sbarcati a Gili Meno, gli spostamenti avvengono principalmente a piedi o in bicicletta, dato che la circolazione dei mezzi motorizzati è fortemente limitata. Sono presenti anche i tradizionali carri trainati da cavalli, chiamati cidomo.

Dal settore occidentale dell’isola bastano circa 10 minuti a piedi per raggiungere l’area del lago, seguendo i collegamenti verso l’interno. Il periodo compreso indicativamente tra maggio e ottobre coincide con la stagione generalmente più asciutta di questa parte del Paese, quindi favorevole alle escursioni. La stagione delle piogge rende invece il paesaggio più umido e può peggiorare le condizioni dei sentieri (ma non renderli necessariamente impossibili).

Gili Meno Saltwater Lake, Indonesia
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Il Gili Meno Saltwater Lake visto dall’alto

Vale la pena inserire la visita in una giornata dedicata alla parte meno conosciuta di Gili Meno. A pochi passi dalle spiagge tropicali, il lago racconta infatti un’altra storia dell’isola, fatta di sale, mangrovie, antichi mestieri e credenze tramandate attraverso le generazioni.

Il borgo colorato (e poco noto) della Toscana che ha trasformato le sue case in opere d’arte: Ghizzano

La regione Toscana evoca in molti di noi immagini di filari di cipressi e spiagge pressoché infinite. Ma la verità nuda è cruda è che parliamo di una porzione vastissima del territorio italiano in cui si susseguono paesaggi di diversa natura e borghi con un’anima e un’identità propria (magari quasi del tutto differenti da quelle del paese vicino). Le colline della Valdera, per esempio, hanno colori peculiari: il verde degli uliveti, le sfumature ocra della terra e il marrone dei terreni appena lavorati, tonalità che vanno a comporre un ambiente che sembra appartenere a un dipinto.

E proprio lì, a poca distanza da Peccioli, in provincia di Pisa, c’è un paese che ha deciso di portare quella stessa tavolozza direttamente sulle proprie abitazioni. Si chiama Ghizzano ed è conosciuto anche come Borgo colorato della Toscana, un soprannome conquistato grazie a un progetto artistico che ha trasformato una delle sue strade in un’opera contemporanea.

Qui, infatti, le facciate delle case sono pennellate con sfumature ispirate alla campagna circostante. Porte, finestre e muri sembrano partecipare a una composizione geometrica, mentre le installazioni disseminate tra le vie introducono elementi decisamente insoliti per un piccolo centro rurale.

Da una parte sopravvive l’antico borgo, con edifici religiosi, abitazioni raccolte attorno a piccole piazze e testimonianze di un passato agricolo. Dall’altra emerge un linguaggio artistico internazionale, entrato nella quotidianità degli abitanti attraverso interventi realizzati appositamente per questi spazi.

Cosa vedere a Ghizzano

Il centro di questo minuto paese della Toscana si sviluppa lungo poche direttrici tra scalinate, piccoli slarghi e prospettive aperte sulla campagna.

Via di Mezzo, la strada delle case colorate

Il nome è Via di Mezzo ed è la strada che rende Ghizzano il borgo più colorato della regione. Era l’ormai lontano 2019 e l’artista britannico David Tremlett scelse di trasformare le facciate delle abitazioni in una grande composizione pittorica, utilizzando colori acrilici e geometrie essenziali.

Via di Mezzo, Ghizzano
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La colorata Via di Mezzo a Ghizzano

Ci sono il verde, i marroni e le tonalità terrose, quelle identiche sfumature che accompagnano lo sguardo verso le colline della Valdera: sì, sono veramente state trasferite dalle campagne ai muri delle abitazioni. Piccole linee verticali e orizzontali sottolineano porte e finestre, creando un ritmo visivo che cambia in base alla prospettiva. Una strada dall’aspetto ordinario è perciò diventata un’opera d’arte accessibile a tutti, ma sempre mantenendo la sua funzione quotidiana.

SolidSky, la sfera azzurra di Alicja Kwade

Vicino alla Chiesa dei Santi Germano e Prospero si incontra SolidSky, scultura realizzata dall’artista polacca Alicja Kwade nel 2019. L’opera nasce dalla lavorazione di una pietra sudamericana chiamata Azul Macaubas, caratterizzata da straordinarie venature azzurre e blu, che è stata trasformata in una sfera perfettamente levigata, associata a un blocco cubico scavato.

Elevatio corpus, le installazioni di Patrick Tuttofuoco

Un altro capitolo del percorso artistico porta la firma di Patrick Tuttofuoco, autore di Elevatio corpus, un insieme di tre installazioni realizzate con materiali differenti. Le opere si ispirano a San Michele, San Sebastiano e San Giovanni, figure rappresentate nel tabernacolo affrescato da Benozzo Gozzoli nella vicina Legoli.

Il riferimento conduce al 1479, quando il pittore rinascimentale soggiornò in questa parte del territorio pisano per sfuggire alla peste che interessava Pisa. Tuttofuoco ha reinterpretato quelle immagini attraverso neon, marmo e ferro.

La Chiesa dei Santi Germano e Prospero e l’Oratorio della Santissima Annunziata

Decisamente degna di nota è pure la Chiesa dei Santi Germano e Prospero. Si affaccia su un piccolo spazio raccolto e si distingue per le tonalità delicate dell’esterno che si inseriscono armoniosamente tra le abitazioni circostanti. Poi ancora l’Oratorio della Santissima Annunziata, costruito alla fine del XIX secolo.

La Tenuta di Ghizzano e il Giardino Sonoro

Legata alla famiglia Venerosi Pesciolini, la Tenuta di Ghizzano è senza dubbio una delle testimonianze più importanti della storia agricola e nobiliare del territorio. Proprio qui si sviluppa il Giardino Sonoro, realizzato all’interno di un giardino all’italiana del ‘900 impreziosito da geometrie ordinate e rapporti simmetrici tra gli elementi vegetali.

Il progetto artistico, nato nel 2016, comprende sculture in terracotta e legno di Immacolata Datti, ispirate alle Metamorfosi di Ovidio.

Cosa fare a Ghizzano

Il borgo di Ghizzano merita una visita anche per la possibilità di dedicare tempo al territorio circostante.

  • Fotografare le geometrie di Via di Mezzo: cambiando punto di osservazione si ha l’opportunità di apprezzare l’alternanza delle facciate e il modo in cui la luce modifica le tonalità delle superfici dipinte.
  • Seguire il percorso dell’arte contemporanea: le installazioni di Tremlett, Kwade e Tuttofuoco costituiscono un itinerario artistico a cielo aperto, ideale per osservare tre interpretazioni differenti dello stesso ambiente (e no, non sono caratteristiche facili da trovare altrove).
  • Conoscere la tradizione agricola locale: la campagna intorno al paesino è caratterizzata da vigneti, uliveti e aziende rurali.
  • Visitare Peccioli: capoluogo comunale che è anche la culla di edifici storici, musei e numerose installazioni contemporanee, tra cui la passerella multicolore Endless Sunset di Patrick Tuttofuoco.
  • Raggiungere Legoli: frazione che custodisce il tabernacolo affrescato da Benozzo Gozzoli, prezioso riferimento storico per comprendere le opere di Tuttofuoco presenti a Ghizzano.

Dove si trova e come arrivare

Ghizzano è una vivace e colorata frazione del Comune di Peccioli, in provincia di Pisa, situata tra le colline della Valdera, nella Toscana centro-occidentale. Dista circa 9 chilometri dallo stesso Peccioli, il che vuol dire che risulta raggiungibile in circa 10 minuti d’auto. Da Pisa, invece, il viaggio richiede indicativamente 40 minuti, ma sempre a seconda del traffico e del punto di partenza.

L’automobile rappresenta il mezzo più pratico per visitare questa parte della provincia pisana, soprattutto per chi desidera includere altre frazioni e località rurali nello stesso itinerario. Una volta raggiunto il paese, le principali attrazioni si concentrano nel piccolo centro storico.

Ghizzano si presta quindi a una visita di poche ore, ma che consigliamo di prolungare con una tappa nei dintorni oppure con un’esperienza legata alle produzioni agricole locali.

Un viaggio tra castelli di pietra e vicoli incantati: Kamnik, bellissima cittadina medievale slovena

A meno di 30 chilometri da Lubiana, ai piedi di montagne imponenti, si materializza una città dove il passato medievale sembra non essere mai stato superato. Si chiama Kamnik e si presenta con facciate colorate, tetti spioventi e un piccolo castello (in realtà di più) arroccato sopra le case. Sullo sfondo si alzano le Alpi di Kamnik e della Savinja, una catena montuosa dominata dal Grintovec (che raggiunge ben 2.558 metri di altitudine).

Le strade del centro custodiscono portali in pietra, edifici barocchi e antiche botteghe, mentre dalle piazze si intravedono le cime alpine. Durante la dominazione asburgica era conosciuta con il nome tedesco di Stein im Oberkrain, legato alla parola Stein, pietra, elemento richiamato anche dal toponimo sloveno. Ancora oggi, tra le testimonianze delle antiche famiglie nobili e le storie tramandate dagli abitanti, si percepisce la ricchezza di un passato che ha lasciato tracce sorprendenti.

Cosa vedere a Kamnik

Il centro storico di questa città della Slovenia si sviluppa attorno a una lunga piazza e a una strada che per generazioni ha ospitato le attività artigianali. In passato Kamnik era protetta da mura alte fino a 10 metri, con un fossato e quattro porte di accesso, che hanno progressivamente lasciato spazio alla località attuale (anche se non è difficile riconoscere l’importanza dell’antico insediamento).

Glavni trg, la piazza principale

Più simile a una strada raffinata che a una piazza tradizionale, Glavni trg è il vero e proprio centro della vita cittadina. Qui le facciate degli edifici si mostrano con colori delicati, cornici decorate e finestre disposte secondo le trasformazioni architettoniche avvenute nei secoli.

Tra le strutture emergono anche interventi riconducibili a Jože Plečnik, celebre architetto locale che ha lasciato un’impronta fondamentale nell’architettura di Lubiana e in altre località del Paese.

Mali grad, il castello della contessa Veronika

Servono pochi scalini per raggiungere uno dei monumenti più incantevoli della cittadina: Mali grad, letteralmente Piccolo Castello. Occupa uno sperone roccioso sopra Glavni trg, in una posizione che gli è valsa il soprannome di balcone della città. Dell’antico complesso fortificato rimane soprattutto una straordinaria cappella romanica a due piani, con una cripta inferiore.

Dal colle lo sguardo attraversa il centro abitato e raggiunge le montagne, ma il luogo custodisce anche una delle leggende più famose della regione: si racconta che la contessa Veronika, ricchissima e avara, si rifiutò di contribuire alla costruzione di una chiesa, dichiarando che avrebbe preferito trasformarsi in un serpente.

La maledizione si avverò, al punto che mutò in una creatura per metà donna e metà rettile, fino a scomparire nelle profondità della roccia insieme al proprio tesoro. La sua figura è diventata talmente importante da comparire persino nello stemma cittadino.

Stari grad, le rovine sopra la valle

Sull’altura che domina Kamnik, dalla parte opposta del fiume, sorgono i resti dello Stari grad, il Castello Vecchio, che in passato costituiva uno dei principali punti difensivi del territorio.

Particolarmente interessante è il contrasto tra le rovine della costruzione e il panorama naturale: nelle giornate limpide la vista abbraccia Kamnik, le pendici alpine e parte della pianura in direzione di Lubiana.

Via Šutna, tra botteghe e case storiche

Considerata la strada più bella di Kamnik, Šutna conserva l’atmosfera dell’antico quartiere artigianale. Le case si affacciano lungo una via raccolta, con insegne tradizionali, facciate restaurate e particolari decorativi. Bellissima è la chiesa dell’Immacolata Concezione, riconoscibile per il suo campanile gotico separato dal corpo principale.

Chiesa dell'Immacolata Concezione, Kamnik
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La Chiesa dell’Immacolata Concezione con il suo campanile

Lungo la strada si trova inoltre la casa natale di Rudolf Maister, generale, poeta e pittore sloveno nato nel 1874, protagonista degli avvenimenti seguiti alla Prima Guerra Mondiale. Consigliamo di visitare anche il Museo Sadnikar, legato a una delle collezioni private di oggetti storici e artistici più interessanti della cittadina.

Monastero francescano e Cappella del Santo Sepolcro

Dietro le tranquille facciate del complesso francescano si conserva un patrimonio culturale di notevole valore. La vicina chiesa di San Giacomo compare nelle testimonianze documentarie già nel 1423, mentre il convento custodisce una biblioteca con circa 10.000 volumi.

Uno dei suoi testi più preziosi è la Bibbia slovena tradotta da Jurij Dalmatin e pubblicata a Wittenberg nel 1584, un’opera fondamentale per la storia della lingua nazionale. All’interno del complesso si trova anche la Cappella del Santo Sepolcro, progettata da Jože Plečnik nel 1952.

Castello Zaprice e Museo interregionale

Infine, su una collina poco distante dal nucleo antico sorge il Castello Zaprice, un’altra importante testimonianza della presenza aristocratica a Kamnik. Oggi è la casa del Museo interregionale, che si occupa della storia, dell’archeologia e delle tradizioni del territorio.

Cosa fare a Kamnik

La città di Kamnik è un punto di partenza privilegiato per conoscere il paesaggio alpino della Slovenia centrale. Nel raggio di pochi chilometri si alternano altipiani pastorali, sorgenti montane, giardini botanici e località termali.

  • Visitare l’altipiano di Velika Planina: celebre per il villaggio pastorale con caratteristiche baite in legno dai tetti molto bassi.
  • Assaggiare il formaggio Trnič: preparato tradizionalmente con cagliata, panna e sale, viene modellato in piccole forme decorate mediante stampi di legno intagliati.
  • Visitare l’Arboretum Volčji Potok: a breve distanza dal centro, è uno dei più importanti parchi botanici sloveni, con migliaia di specie e varietà vegetali, prati, laghetti e grandi collezioni floreali.
  • Esplorare la valle di Kamniška Bistrica: boschi, pareti rocciose e acque limpide.
  • Rilassarsi alle Terme Snovik: a est di Kamnik si trova questo complesso termale immerso tra colline e boschi, conosciuto per le sue acque e per l’attenzione alla sostenibilità ambientale.
  • Partecipare alle feste tradizionali: settembre è il periodo del festival Dnevi narodnih noš in oblačilne dediščine, dedicato ai costumi popolari e al patrimonio folkloristico sloveno. In agosto, invece, il Kamfest anima diversi spazi cittadini con concerti, spettacoli e iniziative culturali.

Dove si trova e come arrivare

Kamnik si trova nella Slovenia centrale, circa 25-30 chilometri a nord-est di Lubiana, quindi una posizione che consente di raggiungere facilmente sia la capitale sia le aree montane della regione. In automobile, partendo da Lubiana, il tragitto richiede generalmente circa 30-40 minuti, secondo il traffico e il percorso scelto. L’accesso avviene attraverso la rete stradale che attraversa la pianura slovena, in direzione nord.

Sono disponibili anche collegamenti ferroviari e autobus da Lubiana, con tempi di percorrenza variabili in base al servizio. Per chi desidera visitare Velika Planina, l’Arboretum e le altre attrazioni nei dintorni, un’automobile facilita gli spostamenti.

Il fascino segreto del Monastero di Manasija, custode di affreschi straordinari e secoli di storia serba

Osservando con non troppa attenzione si potrebbe pensare di essere arrivati davanti a un castello medievale, uno di quelli costruiti per resistere agli assedi, con torri altissime, mura massicce e pochissime aperture rivolte verso l’esterno. Ma la verità è che dietro quella poderosa cinta difensiva resiste allo scorrere inesorabile del tempo uno dei luoghi religiosi più importanti della Serbia, custode di affreschi preziosi, antichi manoscritti e della memoria di un sovrano che contribuì a trasformare il proprio regno in un centro culturale di grande prestigio.

È il Monastero di Manasija, conosciuto anche con l’antico nome di Resava, e prende vita su un pianoro affacciato sulla valle del fiume Resava. Tutt’intorno, invece, ci sono boschi e rilievi che incorniciano possenti torri di pietra. Oggi riunisce due anime apparentemente lontane: da una parte è una straordinaria testimonianza dell’architettura militare medievale, dall’altra è la culla di un patrimonio artistico e spirituale legato alla tradizione bizantina.

Dopo essere stato abbandonato, questo borgo è rinato dalle acque di un lago: Lanuza, tra i Pirenei

Tra le possenti cime dei Pirenei spagnoli, è possibile individuare delle case in pietra che sembrano quasi scivolare lungo il pendio fino a raggiungere le acque turchesi di un bacino artificiale. Sono i tetti scuri in ardesia di Lanuza, borgo ricco di vicoli raccolti su cui svetta un pittoresco campanile. Se tutto questo vi sembra quasi banale, siete sulla strada sbagliata: è uno degli scorci più particolari della Valle de Tena (una regione montuosa dell’Aragona) e questo è persino un borgo che ha affrontato una vicenda che ha rischiato di cancellarlo definitivamente dalla carta geografica.

Lanuza è infatti un paese tornato a vivere dopo essere stato completamente abbandonato. Negli anni ’70, la costruzione di una diga sul fiume Gállego costrinse gli abitanti a lasciare le proprie case, destinate a scomparire sotto l’acqua. Il livello del bacino si fermò però più in basso rispetto a quello previsto, risparmiando buona parte dell’abitato.

Fu così che durante gli anni ’90, gli antichi (e determinati) residenti intrapresero una lunga battaglia: riacquistarono le proprietà e ricostruirono ciò che apparentemente era stato perduto per sempre. Una vera e propria impresa collettiva, quindi, grazie alla quale il territorio si è nuovamente impreziosito delle sue abitazioni, delle tradizioni e persino del suono delle campane.

Cosa vedere a Lanuza

A circa 1.284 metri di altitudine, Lanuza sfoggia dimensioni decisamente contenute, ma non per questo meno affascinanti. Il nucleo abitato si sviluppa su un versante rivolto verso il lago, con edifici addossati gli uni agli altri per adattarsi alla pendenza del terreno.

Il centro storico e le case di pietra

Entrando nel centro storico di questo piccolo paese della Spagna si viene immediatamente accolti da facciate in pietra grigia, da coperture inclinate in ardesia e dai passaggi stretti che separano le abitazioni. Alcune costruzioni presentano balconi e infissi in legno, mentre altre conservano gli elementi più essenziali dell’architettura rurale pirenaica.

Particolarmente interessante è il contrasto tra i palazzetti recuperati e le tracce dell’antico insediamento. La ricostruzione avviata dagli abitanti ha cercato di rispettare il carattere originario del paese, riportando alla luce anche elementi degli spazi pubblici, tra cui la fontana e gli antichi terrazzamenti.

Una piccola curiosità: Lanuza è legato alla famiglia che diede i natali a diversi Justicias de Aragón, figure istituzionali incaricate di tutelare l’ordinamento giuridico del regno medievale. Tra i personaggi più illustri compare Juan V de Lanuza, ricordato anche con l’appellativo di El Mozo, ossia il Giovane.

La Chiesa di El Salvador

Nella parte superiore del paese si distingue la Chiesa di El Salvador, uno degli edifici più rappresentativi del borgo. Costruito nel corso dell’800 (sempre con l’uso di alcuni elementi della precendente struttura medievale), vanta sul suo portale il crismon, un simbolo cristologico tipico dell’arte romanica aragonese.

All’interno è custodito un reliquiario d’argento datato 1557, contenente reliquie attribuite a Santa Quiteria, patrona del paese. La chiesa, tra le altre cose, fu il primo grande edificio recuperato dagli ex residenti durante i lavori iniziati nel 1992.

Il lago artificiale di Lanuza

Ai piedi delle abitazioni si estende l’Embalse de Lanuza, un bacino artificiale alimentato dal fiume Gállego e dai corsi d’acqua provenienti dalle montagne circostanti. La realizzazione dell’opera sommerse parte dell’antico nucleo urbano e circa 114 ettari di terreni, prevalentemente utilizzati per il pascolo.

Embalse de Lanuza, Spagna
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Il suggestivo Embalse de Lanuza

Oggi permette di ritrovarsi al cospetto di uno scenario quasi alpino, con le montagne che si riflettono su di esso nelle giornate calme, mentre i colori cambiano con la luce.

Il palcoscenico galleggiante del Festival Pirineos Sur

Lanuza custodisce anche una delle arene musicali più insolite della Spagna: sulle acque del bacino viene installato il palcoscenico del Festival Internacional de las Culturas Pirineos Sur, manifestazione dedicata alla musica e all’incontro tra tradizioni artistiche provenienti da diversi continenti.

La particolarità è proprio la posizione del palco, collocato sull’acqua, mentre il pubblico assiste ai concerti da un auditorium all’aperto con una capacità di circa 5.500 persone.

Cosa fare a Lanuza

La Valle de Tena è una delle aree più interessanti dei Pirenei aragonesi per la varietà dei paesaggi. Nel raggio di pochi chilometri si incontrano boschi di faggi, torrenti, piccoli laghi glaciali chiamati ibones e cime che superano i 3.000 metri.

  • Percorrere i sentieri intorno al lago: il Camino Natural del Embalse de Lanuza segue parte delle antiche vie di collegamento tra il borgo e Sallent de Gállego.
  • Praticare sport acquatici: presso l’Embarcadero Suscalar, lungo la strada tra Lanuza e Sallent, è possibile noleggiare kayak, pedalò e tavole da paddle surf (tempo permettendo).
  • Raggiungere la cima del Pacino: rilievo particolarmente apprezzato per la vista sulla Valle de Tena, sul lago di Lanuza e sulle montagne circostanti.
  • Visitare Sallent de Gállego: paese che conserva un interessante centro storico con edifici tradizionali e la Chiesa dell’Assunzione, di origine tardogotica.
  • Esplorare il bacino di La Sarra: è piccolo, ma circondato da boschi e dominato dalla sagoma della Peña Foratata.
  • Sciare a Formigal-Panticosa: in inverno le vicine stazioni sciistiche rappresentano un richiamo per gli appassionati degli sport sulla neve.
  • Assaggiare la cucina aragonese: tra le specialità locali ci sono le migas aragonesas, preparate con pane sbriciolato e ingredienti saporiti, le chiretas, una ricetta tradizionale a base di interiora d’agnello e riso, e gli empanadicos, dolci ripieni tipici della regione.
  • Scoprire il patrimonio folkloristico locale: durante le feste tradizionali viene riproposto il Palotiau, una danza nella quale i partecipanti battono ritmicamente bastoni di legno.

Dove si trova e come arrivare

Lanuza si trova nella comunità autonoma dell’Aragona, nella Spagna nordorientale, all’interno della provincia di Huesca. Fa parte della comarca dell’Alto Gállego ed è situata nella Valle de Tena, a poca distanza dal confine francese. Per raggiungerla in automobile, il principale riferimento è la strada A-136, che attraversa la valle in direzione di Sallent de Gállego e del valico del Portalet. Da questa arteria si imbocca la deviazione locale per Lanuza.

Chi parte da Huesca può percorrere la A-23 verso Sabiñánigo, proseguire in direzione di Biescas e risalire la valle lungo la A-136. La distanza è di circa 90 chilometri, variabile in base al punto di partenza. Da Saragozza occorre prevedere un tragitto di circa 160 chilometri.

Il periodo più indicato va dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno, quando i sentieri sono generalmente più accessibili e il paesaggio si arricchisce dei colori dei prati e dei boschi. Luglio è piuttosto vivace grazie al Festival Pirineos Sur, mentre settembre regala spesso un’atmosfera più tranquilla.

Durante l’inverno, la neve sulle montagne e sui tetti di ardesia trasforma completamente l’aspetto del villaggio, rendendolo una meta interessante anche per chi desidera conoscere il volto più autentico dei Pirenei aragonesi.

L’autunno più magico ed emozionante d’Europa è qui: lo spettacolo irresistibile dei Laghi di Plitvice

L’acqua ha un colore quasi finto, a tratti verde smeraldo, altrove azzurro intenso, mentre le foglie dei faggi e degli aceri tingono le rive di giallo, rame e rosso. C’è poi quell’aria fresca e pungente del mattino che viene accompagnata dal suono di alcune cascate, anche se a volte appena percettibile tra gli alberi, mentre altre così potente da coprire qualsiasi altro rumore. Se accade tutto questo vuol dire che si è arrivati ai Laghi di Plitvice, che durante l’autunno sono uno degli spettacoli naturali più affascinanti della Croazia (ma forse anche dell’Europa intera).

Situato nell’entroterra, lontano dalle località balneari dell’Adriatico, il Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice custodisce un sistema di 16 laghi principali disposti a gradoni, collegati attraverso cascate, ruscelli e barriere naturali di roccia. Chi ci arriva quasi pensa di essere entrato in una dimensione fiabesca, ma nei fatti è il risultato di processi geologici tuttora attivi, che modificano lentamente il corso dell’acqua (sì, di Madre Natura).

Fondato nel 1949, è il parco nazionale più antico e più esteso del Paese. Nel 1979 è entrato nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO grazie alle caratteristiche straordinarie del suo sistema lacustre. Le sue bellezze cambiano durante l’anno, ma tra settembre e novembre acquistano un’intensità particolare, che ora scopriremo insieme.

Origine, formazione e leggende dei Laghi di Plitvice

Il territorio dei laghi appartiene alla regione carsica delle Alpi Dinariche, caratterizzata da calcari e dolomie, materiali che reagiscono in maniera differente al passaggio dei corsi d’acqua. Alla base del sistema lacustre si trovano i fiumi Bijela rijeka, il Fiume Bianco, e Crna rijeka, il Fiume Nero, che confluiscono dando origine al corso della Matica, diretto verso il lago Prošćansko. Le acque contengono carbonato di calcio disciolto, una sostanza fondamentale per la formazione delle cosiddette barriere di tufo calcareo, conosciuto anche con il termine travertino.

Muschi, alghe e microrganismi favoriscono il deposito dei minerali, contribuendo alla crescita di piccoli sbarramenti naturali. Con il passare dei millenni, queste strutture hanno trattenuto l’acqua, dando vita a bacini a quote differenti e spettacolari salti tra un livello e l’altro. La particolarità dei Laghi di Plitvice risiede proprio in questo equilibrio delicatissimo, perché il paesaggio è tuttora soggetto a trasformazioni.

Accanto alle spiegazioni scientifiche sopravvive però una leggenda legata alla Regina Nera, figura misteriosa della tradizione locale. Si racconta che, durante una terribile siccità, gli abitanti della regione implorarono il suo aiuto. La regina, commossa, fece tornare la pioggia e dalle sue lacrime nacquero il Fiume Bianco e il Fiume Nero. Stando alla tradizione, anche il nome del lago Prošćansko sarebbe legato alle preghiere rivolte alla sovrana.

Visitare i Laghi di Plitvice in autunno

Durante l’autunno, il terreno di questo incantevole angolo di Croazia si ricopre di foglie, mentre tutt’intorno l’aria profuma di legno umido. Camminando sulle pittoresche passerelle ci si rende conto che tra i rami (e improvvisamente) compaiono distese d’acqua dalle sfumature sorprendenti. A rendere la visita più speciale che mai, infatti, è il continuo alternarsi di ambienti diversi, dai laghi dalle rive alberate ai canyon calcarei attraversati da fragorose cascate.

Il parco si sviluppa su circa 296 chilometri quadrati, ma la zona dei laghi occupa meno dell’1% della superficie complessiva. I bacini principali sono suddivisi in 2 gruppi, con caratteristiche geologiche e paesaggistiche differenti. I Laghi Superiori, chiamati Gornja jezera, comprendono 12 bacini adagiati su rocce dolomitiche, circondati da foreste fitte e rive dalle forme irregolari.

Prošćansko è situato nella parte più alta del sistema ed è quello che introduce verso un paesaggio ampio e tranquillo. Più avanti, il susseguirsi di piccoli specchi d’acqua conduce verso Galovac, una delle zone particolarmente scenografiche per la presenza di cascate e vegetazione rigogliosa. Tra le attrazioni catturano l’attenzione Veliki Prštavac e Mali Prštavac, cascate che precipitano lungo pareti ricoperte di muschio.

Poi c’è il lago Kozjak, ovvero il più esteso del parco: può essere attraversato a bordo di battelli elettrici, un’esperienza grazie a cui ammirare le rive boscose da una prospettiva assolutamente diversa. L’atmosfera cambia sensibilmente nei Laghi Inferiori, Donja jezera, formati da quattro bacini incastonati in un canyon di roccia calcarea.

Milanovac, Gavanovac, Kaluđerovac e Novakovića Brod si susseguono lungo un percorso scandito da ponticelli, gradini e punti panoramici. Osservando i laghi dall’alto, si distinguono le sfumature che cambiano secondo la profondità, la luce e le caratteristiche del fondale. Il momento più spettacolare arriva però davanti alla Veliki Slap, la Grande Cascata, con un salto di circa 78 metri.

Alla sua base gli spruzzi creano una nebbiolina sottile e la vegetazione autunnale incornicia l’imponente parete rocciosa. Poco distante, le cascate Sastavci segnano la parte conclusiva del sistema lacustre, in prossimità della nascita del fiume Korana.

Per esplorare Plitvice sono disponibili itinerari segnalati con lettere, differenti per lunghezza, durata e zone attraversate. I due ingressi principali consentono di iniziare da settori diversi, mentre battelli elettrici e veicoli panoramici facilitano gli spostamenti all’interno dell’area visitabile.

Il percorso A è lungo circa 3,5 chilometri e richiede indicativamente 2-3 ore. Conduce verso i Laghi Inferiori e la Grande Cascata. Il percorso C, di quasi 8 chilometri, attraversa invece entrambe le sezioni e richiede 4-5 ore. Chi desidera dedicare più tempo all’esplorazione può scegliere itinerari più lunghi, fino a 6-8 ore. Oltre ai laghi, vale la pena prestare attenzione alle foreste, habitat di numerose specie animali, tra cui cervi, lupi e orsi bruni.

Dove si trovano e come arrivare

Il Parco Nazionale dei Laghi di Plitvice si trova nella Croazia centrale, nella regione montuosa della Lika, a una quota compresa approssimativamente tra 370 e 1.280 metri sul livello del mare. La posizione, nell’entroterra compreso tra Zagabria e Zara, consente di raggiungerlo sia dalla capitale croata sia dalla costa dalmata. Da Zagabria la distanza stradale è di circa 140 chilometri, mentre da Zara è di quasi 130 chilometri.

In automobile si utilizzano principalmente la strada statale D429, che conduce ai 2 ingressi principali, oppure la D52 per chi arriva dalla zona di Otočac. Tutti e due gli accessi dispongono di parcheggi a pagamento. Sono disponibili, inoltre, collegamenti in autobus da Zagabria, Karlovac, Zara e altre città croate, con frequenze variabili secondo la stagione.

Laghi di Plitvice, Croazia
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Laghi di Plitvice durante l’autunno

Per godere appieno dei magnifici colori autunnali conviene arrivare al mattino, quando la luce è ancora morbida e la nebbia può trattenersi sopra le acque. Il parco rimane comunque aperto durante tutto l’anno, sebbene orari e accessibilità dei sentieri dipendano dalle condizioni stagionali.

La straordinaria casa ricoperta da migliaia di frammenti di ceramica e vetro colorato: Maison Picassiette

Quello che vi stiamo per raccontare ha del surreale: piatti rotti trasformati in fiori, frammenti di porcellana che disegnano cattedrali e minuscole tessere di vetro incastonate persino nei mobili. No, non è un sogno e nemmeno l’inizio di un racconto, perché è una vera dimora di Chartres, cittadina francese celebre per la sua imponente cattedrale gotica. In sostanza, tra una via e l’altra c’è una modesta abitazione del XX secolo che custodisce una delle creazioni più sorprendenti dell’arte spontanea europea. Il suo nome è Maison Picassiette, ma è conosciuta anche quale casa dai mille pezzi.

Dietro le sue mura si nasconde il lavoro di Raymond Isidore, un operaio municipale che trascorse oltre tre decenni a raccogliere stoviglie abbandonate, vetri colorati e frammenti di ceramica per trasformare la propria casa in un’opera d’arte. Classificarla è difficile, perché è un qualcosa a metà tra architettura naïf, mosaico e Art Brut.

Tra crateri ribollenti e leggende di draghi: alla scoperta dei vulcani di fango di Berca, in Romania

Il visitatore si ritrova al cospetto di un terreno grigio, screpolato e attraversato da sottili rivoli di fango che scendono lungo piccoli coni dalla forma sorprendentemente regolare. Ogni tanto avverte anche un gorgoglio, poi poco dopo una bolla si gonfia lentamente, scoppia e lascia sulla superficie un cerchio che svanisce nel giro di pochi secondi. Tutto intorno succede la magia: colline verdi e un paesaggio rurale che sembra appartenere a un mondo completamente diverso.

Benvenuti ai vulcani di fango di Berca, conosciuti in Romania con il nome di Vulcanii Noroioși, uno dei fenomeni geologici più particolari dell’Europa orientale. Si trovano nella contea di Buzău, nella regione storica della Muntenia, ai piedi della curvatura dei Carpazi, e hanno una caratteristica che li rende particolarmente affascinanti: sono (piccoli) vulcani veri e propri, ma al posto della lava incandescente emettono fango freddo.

Alcune di queste formazioni raggiungono diversi metri di altezza, altre assomigliano a minuscoli crateri appena “sbocciati” dal sottosuolo. La vegetazione, quasi completamente assente nelle aree più attive, accentua il carattere surreale di questo territorio, talvolta soprannominato le Porte dell’Inferno. Dal 2022, i vulcani fanno parte del Buzău Land UNESCO Global Geopark, un territorio riconosciuto per il suo straordinario patrimonio geologico e culturale.

Origine, formazione e leggende dei vulcani di fango di Berca

Il sottosuolo di Buzău si caratterizza per la presenza di idrocarburi, acque sotterranee e strati di rocce argillose. I gas naturali (soprattutto metano) risalgono attraverso fratture e discontinuità del terreno, trascinando acqua e sedimenti fini. Durante la risalita, questi materiali si mescolano fino a formare una sostanza densa che raggiunge la superficie attraverso piccole aperture.

Vulcani di Berca, Romania
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Il ribollire dei vulcani di Berca

La pressione provoca il caratteristico ribollio, sebbene il fango sia freddo.  Una volta espulso scivola lungo i bordi del cratere, si accumula e progressivamente si asciuga. Le successive eruzioni depositano nuovi strati sui precedenti, contribuendo alla formazione dei piccoli edifici conici. L’attività è continua ma variabile, perché alcune bocche si esauriscono mentre altre si aprono nelle vicinanze e le colate modificano lentamente il profilo delle distese argillose.

Molto prima delle spiegazioni scientifiche, però, gli abitanti di questo angolo di Romania avevano cercato nelle creature fantastiche una risposta a quelle strane manifestazioni sotterranee. Secondo una leggenda locale, la terra grigia e screpolata ricorderebbe la pelle di un enorme drago nascosto nelle profondità.

Il movimento del fango, quindi, sarebbe legato alla presenza del mostro che ancora oggi vivrebbe sotto le colline. Un’altra narrazione racconta di un drago a sette teste, la cui storia è oggi richiamata anche lungo il percorso tematico di Pâclele Mici.

Visitare i vulcani di fango di Berca, cosa vedere tra crateri e paesaggi lunari

La visita si sviluppa principalmente tra Pâclele Mari e Pâclele Mici, le due aree più conosciute della riserva che sono anche connesse tra loro da un itinerario escursionistico. Alle distese argillose, quasi prive di vegetazione, si alternano pendii erbosi, con il contrasto tra il verde delle colline e il grigio minerale dei crateri.

Pâclele Mari si trova su un altopiano arido di circa 22 ettari pieno di rilievi conici, canali scavati dalle colate e bocche ancora attive. Il sito ospita un’enorme struttura di fango dalla forma simile a un vulcano a scudo, considerata dal geoparco il più grande vulcano di fango d’Europa. Sulla sua superficie si sviluppano numerosi coni secondari, alcuni dei quali continuano a espellere materiale argilloso.

Avvicinandosi si nota con abbastanza chiarezza che le superfici asciutte presentano crepe geometriche e croste sottili, mentre le colate recenti hanno un aspetto lucido che tende al metallico. L’erosione ha inciso inoltre profondi solchi nei pendii, formando minuscoli canyon che sembrano riprodurre (ovviamente in scala ridotta) i grandi paesaggi desertici.

Pâclele Mici, dal canto suo, presenta un ambiente altrettanto spettacolare, con numerose aperture distribuite su un’estesa superficie argillosa. Il geoparco lo identifica come il più vasto campo di vulcani di fango d’Europa. Al centro dell’altopiano emerge un cono più imponente con due grandi crateri attivi, da cui è possibile osservare il ritmo irregolare delle emissioni.

Chi desidera conoscere altre manifestazioni del fenomeno può raggiungere l’area di Beciu, che si distingue soprattutto per la presenza di pozze fangose in continua agitazione. Il nome romeno Fierbători richiama proprio l’impressione di un liquido in ebollizione.

Altrettanto interessante è la componente botanica della riserva: le elevate concentrazioni saline limitano fortemente la crescita delle specie comuni, ma favoriscono alcune piante alofile, adattate a condizioni ambientali difficili. Ne sono degli esempi Nitraria schoberi e Atriplex verrucifera, specie rare nel paesaggio romeno.

Dove si trovano e come arrivare

I vulcani si trovano nella contea di Buzău, nella Romania sudorientale, a circa 130 km in linea d’aria da Bucarest. La principale città di riferimento è la stessa Buzău, dalla quale si raggiunge l’area attraverso la strada nazionale DN10 in direzione Brașov. L’automobile rappresenta la soluzione più pratica, considerando la posizione rurale e la distribuzione dei diversi siti.

Per esplorare Pâclele Mari e Pâclele Mici è consigliabile riservare almeno 2-3 ore, aumentando il tempo a disposizione per includere Beciu e le altre attrazioni del territorio. La primavera e l’autunno sono generalmente i periodi più indicati, purché le giornate siano asciutte. È fondamentale mantenersi sui percorsi consentiti, evitando di calpestare i bordi fragili dei crateri o avvicinarsi eccessivamente alle pozze.  Prima della partenza conviene inoltre verificare apertura e condizioni di accesso, soprattutto dopo le precipitazioni.

Pietre trecentesche e calici dorati: l’anima medievale di Oberwesel, il borgo lungo la gola del Reno

Il maestoso fiume Reno scorre ai piedi di una lunga muraglia medievale, da cui ogni tanto sbucano torri in pietra che, sia adesso che in passato, sorvegliavano le imbarcazioni in transito. Alle loro spalle si stringono case a graticcio, tetti di ardesia, campanili gotici e vicoli che salgono verso le colline coltivate a vite. Più in alto, invece, a catturare lo sguardo è la sagoma del castello di Schönburg che da lassù domina l’intero abitato.

Siete appena arrivati a Oberwesel, un borgo della Renania-Palatinato, nella Germania occidentale, conosciuta con il soprannome di Stadt der Türme und des Weines, ovvero Città delle Torri e del Vino. Del resto, questo nucleo antico sorge nella Valle del Medio Reno Superiore, un tratto fluviale riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 2002, celebre per l’eccezionale concentrazione di castelli, vigneti terrazzati e piccoli centri storici.

Cosa vedere a Oberwesel

Chi arriva a Oberwesel non può che essere attratto dal suo centro storico (chiamato Altstadt) perché presenta una particolarità urbanistica interessante: sul lato orientale guarda verso il Reno, mentre a occidente è delimitato da alcune alture. In più, c’è una linea ferroviaria storica a separare parte dell’abitato dalla riva del fiume. Ed è proprio fra questi elementi che si sviluppa un patrimonio architettonico ricco di testimonianze gotiche e costruzioni civili.

Le mura medievali e le 16 torri

Il monumento più rappresentativo di questo villaggio è la sua cinta muraria medievale, considerata una delle fortificazioni urbane meglio conservate della Germania. In passato raggiungeva circa 2,6 km di lunghezza ed era protetta da oltre 20 torri. Oggi la situazione è un po’ diversa perché ne sopravvivono 16, ma tutte caratterizzate da forme, altezze e funzioni differenti.

Un tratto di circa 550 metri è percorribile attraverso gli antichi passaggi di ronda. Particolarmente interessante lo Steingassenturm, una torre restaurata dalla quale si osservano i tetti cittadini, il corso del fiume e le fortificazioni circostanti.

Il castello di Schönburg e la leggenda delle 7 sorelle

Sopra i vigneti si innalza lo Schönburg, un complesso fortificato dalle torri slanciate e dai tetti ripidi, costruito su uno sperone roccioso che domina Oberwesel. Attualmente parte dell’edificio ospita un albergo, così come un museo nella torre d’ingresso grazie a cui conoscere la vita quotidiana all’interno di una fortezza medievale e di osservare la valle dall’alto.

Attorno allo Schönburg sopravvive anche una leggenda singolare: si racconta che 7 sorelle bellissime e altezzose respingessero con crudeltà i loro pretendenti, fino a subire una punizione che le trasformò in rocce nel Reno.

La Liebfrauenkirche, la Chiesa Rossa

La Liebfrauenkirche è conosciuta con il soprannome di Chiesa Rossa proprio per la colorazione delle sue murature e rappresenta una delle testimonianze più importanti dell’architettura gotica lungo il Medio Reno. L’esterno presenta alte finestre ogivali, contrafforti e un’imponente copertura inclinata, mentre l’interno custodisce un patrimonio artistico sorprendente.

L’elemento più prezioso è il grande altare gotico ligneo, riccamente scolpito e dorato, fra le opere medievali di maggior rilievo della regione. Merita attenzione anche il Lettner, l’antico divisorio che separa la navata dal coro.

La Martinskirche, la Chiesa Bianca

Non poteva mancare la Chiesa Bianca, il cui vero nome è Sankt-Martins-Kirche, che si distingue soprattutto per la robusta torre, originariamente inserita nel sistema difensivo cittadino e successivamente integrata nell’edificio religioso. Tra le sue mura sono protette pitture murali risalenti al XVI secolo, rappresentazioni della Vergine con il Bambino e pregevoli elementi dell’arredo sacro.

Borgo di Oberwesel, Germania
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La Chiesa Bianca di Oberwesel

Nei pressi della chiesa si trova inoltre un giardino dal quale si apre una bella prospettiva sul paesaggio fluviale.

La cappella Mutter Rosa e il suo passato controverso

Incorporata nelle mura cittadine, la Mutter-Rosa-Kapelle conserva la parte gotica dell’antica chiesa dell’ospedale dello Spirito Santo.

Il Kulturhaus e il Museo Civico

In Rathausstraße 23, all’interno di un’antica proprietà vinicola, il Kulturhaus è la casa dello Stadtmuseum, il museo dedicato alla storia di Oberwesel e della Valle del Medio Reno. Distribuito su 4 piani, presenta reperti archeologici, testimonianze della navigazione fluviale, ambienti storici restaurati ed esposizioni interattive.

Fra gli spazi più interessanti c’è il Salone Blu, arredato con mobili originali del 1868.

Cosa fare a Oberwesel

La vita locale è ancora profondamente legata al ritmo delle stagioni agricole e alle attività sul Reno. In particolare, la viticoltura conserva un’importanza che va ben oltre la produzione economica, tanto da aver dato origine a celebrazioni popolari piuttosto insolite.

  • Conoscere la tradizione della Weinhexe: qui viene incoronata una Strega del Vino al posto della classica regina. La cerimonia si svolge il 30 aprile, durante la Notte di Valpurga. La nuova rappresentante esce simbolicamente da una grande botte nella piazza cittadina, fra musica e festeggiamenti. La tradizione richiama anche gli antichi falò accesi sui pendii per scacciare gli spiriti dell’inverno.
  • Assaggiare il Riesling locale: nelle cantine sono disponibili degustazioni dei vini prodotti sui ripidi versanti della valle, ma anche visite guidate ai vigneti e alle antiche cantine.
  • Esplorare la Marktplatz: la piazza principale conserva edifici storici, facciate a graticcio e un grande calice decorativo che richiama la vocazione vinicola della cittadina.
  • Seguire i sentieri tra i vigneti: le colline attorno sono attraversate da percorsi escursionistici, con scorci sul castello e sulle anse del Reno.
  • Partecipare a una crociera fluviale: per osservare le fortificazioni da una prospettiva completamente diversa, proseguendo verso Bacharach, St. Goar e gli altri centri del Medio Reno.

Dove si trova e come arrivare

Oberwesel si trova nella Renania-Palatinato, sulla sponda occidentale del Reno, tra Magonza e Coblenza, e a breve distanza dalla celebre rupe della Loreley, una formazione rocciosa associata a una delle leggende più famose della tradizione tedesca. La posizione lungo la ferrovia del Reno occidentale rende particolarmente pratico l’arrivo in treno. La stazione locale, infatti, è servita dai collegamenti regionali fra Magonza e Coblenza e dista circa 10 minuti a piedi dal centro storico.

Chi viaggia in automobile può raggiungerlo attraverso la strada federale B9, che segue il corso del fiume e attraversa numerose località storiche della valle. Dagli aeroporti dell’area di Francoforte si può proseguire con i mezzi ferroviari, generalmente attraverso le principali stazioni della regione.

Durante la stagione turistica, inoltre, i battelli fluviali consentono di arrivare presso la cittadina attraverso itinerari panoramici lungo il Reno, con servizi soggetti ai calendari delle compagnie di navigazione.

Un tuffo tra i mattoni rossi e le rovine di Chichester, la città inglese che custodisce 2000 anni di storia

Anche le città hanno dei talenti. Non ci credete? Allora provate a fare un salto a Chichester, nel Regno Unito, perché vi dimostrerà che è bravissima a far sembrare perfettamente naturale l’incontro tra epoche lontanissime. E no, non è affatto facile. Da queste parti, infatti, si può osservare un’antica fortificazione romana e, pochi minuti dopo, ritrovarsi davanti a una vetrata di Marc Chagall, tra le facciate eleganti delle case inglesi e i piccoli negozi che animano il centro.

Siamo nel West Sussex, nell’Inghilterra meridionale, nel bel mezzo di una località che conserva un rapporto straordinario con il proprio passato ma che, nonostante questa importante abilità, rimane ai margini dei più frequentati itinerari turistici britannici. Le sue origini risalgono a circa 2000 anni fa, quando i Romani fondarono l’insediamento di Noviomagus Reginorum, destinato a diventare un importante centro amministrativo e commerciale.

Ancora oggi, l’impianto urbano racconta quell’epoca: ci sono quattro strade principali che si incontrano esattamente al centro, secondo una disposizione che richiama la pianificazione romana, mentre i resti delle antiche mura disegnano il perimetro del nucleo storico. Ma questo, se dobbiamo essere onesti, è solo l’inizio.

Cosa vedere a Chichester

Questa affascinante città del Regno Unito si presenta con un centro storico dalle dimensioni raccolte, dove però sono protette testimonianze di un passato decisamente più importante di quanto la sua attuale estensione lascerebbe supporre.

Chichester Cathedral, la cattedrale che custodisce un’opera di Chagall

Sì, avete letto benissimo: dentro alla Cattedrale della Santissima Trinità c’è persino un ‘incredibile opera di Chagall. L’edificio, tra le altre cose, rappresenta il suo monumento più riconoscibile anche perché vanta una storia particolarmente interessante, ovvero quella legata alla guglia.

Crollata nel 1861, è stata ricostruita sotto la direzione dell’architetto George Gilbert Scott. Poco distante dalla facciata occidentale si trova inoltre una rarità architettonica, il campanile medievale separato dal corpo principale della chiesa, l’unico superstite di questo tipo tra le cattedrali inglesi.

Tra le sue mura a catturare l’attenzione è l’arte del ‘900. È proprio qui, infatti, che si ha l’opportunità di trovarsi al cospetto di una spettacolare vetrata rossa realizzata da Marc Chagall nel 1978. Interpreta il Salmo 150 attraverso figure danzanti e strumenti musicali.

Market Cross, il monumento che segna il centro cittadino

All’incrocio tra North Street, South Street, East Street e West Street compare una costruzione che sembra appartenere a una miniatura medievale. È il Market Cross, un elaborato monumento ottagonale in pietra, con archi gotici aperti, pinnacoli decorativi, contrafforti e orologi aggiunti nei secoli successivi.

Market Cross, Regno Unito
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L’ingresso del Market Cross

In passato sotto le arcate i mercanti potevano vendere i propri prodotti al riparo dalle intemperie, proprio nel punto più frequentato della città. Oggi rappresenta un riferimento visivo imprescindibile, circondato da edifici storici, vetrine e caffetterie.

Le mura romane, un circuito difensivo antico di 1800 anni

Tra le testimonianze più sorprendenti di Chichester ci sono le City Walls, costruite dai Romani circa 1800 anni fa per proteggere l’insediamento. Buona parte del circuito difensivo è sopravvissuta ai cambiamenti urbanistici e alle trasformazioni medievali, rendendo queste fortificazioni tra le meglio conservate dell’Inghilterra meridionale.

Particolarmente suggestiva è la zona settentrionale, nei pressi di Priory Park, un’area verde ricavata all’interno del perimetro storico.

The Novium Museum, la città romana sotto i piedi

Chichester conserva parte della propria storia anche sotto il livello delle strade moderne. E a dimostrarlo in maniera impeccabile è il Novium Museum che è stato costruito direttamente sopra i resti di un complesso termale romano. In sostanza i visitatori possono osservare le strutture archeologiche delle antiche terme, mentre le collezioni illustrano l’evoluzione del territorio dalla preistoria ai secoli più recenti.

Tra i reperti si fa notare il mosaico romano di Chilgrove e gli oggetti legati al cosiddetto Mystery Warrior, un enigmatico guerriero dell’età del Ferro rinvenuto a North Bersted.

Pallant House Gallery, una dimora georgiana trasformata in museo

Una residenza costruita intorno al 1712 per il commerciante di vini Henry Peckham è oggi la sede di una delle più importanti raccolte di arte britannica moderna. Parliamo della Pallant House Gallery, che sfoggia una collezione che attraversa le principali correnti artistiche del ‘900. Il tutto con un interessante contrasto tra le sale storiche e gli ambienti moderni.

Chichester Festival Theatre, il teatro legato a Laurence Olivier

A nord del centro, tra gli alberi di Oaklands Park, si innalza una struttura decisamente insolita: il Chichester Festival Theatre. Si tratta del primo teatro moderno britannico dotato di un palcoscenico proteso verso la platea, con gli spettatori disposti su tre lati.

L’architettura modernista, progettata da Philip Powell e Hidalgo Moya, presenta una struttura in cemento armato e un’imponente copertura ispirata alla forma di una tenda.

Cosa fare a Chichester

Visitando Chichester si ha davvero l’opportunità di conoscere un volto dell’Inghilterra sorprendente, fatto di canali navigabili, dimore aristocratiche, attività sportive e paesaggi costieri modellati dall’alternanza delle maree.

  • Visitare il Fishbourne Roman Palace: a pochi chilometri dal centro si trovano i resti della più grande residenza romana conosciuta in Gran Bretagna, piena di splendidi mosaici pavimentali.
  • Navigare sul Chichester Canal: attraversa un paesaggio tranquillo, frequentato da aironi e altri uccelli acquatici.
  • Raggiungere le spiagge di West Wittering: sabbia chiara, dune erbose e acque poco profonde caratterizzano una delle località balneari più apprezzate del Sussex.
  • Esplorare Chichester Harbour: vasto sistema di canali naturali, distese fangose e paludi salmastre persino celebre per la vela e l’avifauna.
  • Partecipare agli eventi di Goodwood: la tenuta aristocratica ospita il Festival of Speed, il Goodwood Revival e importanti competizioni ippiche.
  • Visitare Petworth House e il South Downs National Park: la sontuosa residenza aristocratica conserva una notevole collezione d’arte, mentre le ondulate colline calcaree delle South Downs regalano itinerari ciclabili, sentieri panoramici e villaggi rurali.

Dove si trova e come arrivare

Chichester si trova nella contea del West Sussex, nell’Inghilterra sudorientale, a circa 110 km a sud-ovest di Londra e a breve distanza dalla costa della Manica.  Per chi parte dall’Italia, gli aeroporti londinesi rappresentano i principali punti di accesso. Il più pratico però è London Gatwick grazie ai collegamenti ferroviari verso la costa meridionale.

La città è servita anche dai treni Southern e dai collegamenti regionali con Portsmouth, Brighton e altre località del Sussex. Da Londra Victoria il viaggio richiede generalmente 1 ora e 30 minuti o più, in base al servizio e agli eventuali cambi. In automobile, la principale arteria di riferimento è la A27, che collega Chichester a Portsmouth e Brighton.

Un labirinto di pietra a forma di formaggio: le Grotte di Soprasasso sono un tesoro dell’Appennino bolognese

Sembra quasi che qualcuno si sia divertito a scavare centinaia di piccoli crateri nella pietra, scegliendo con estrema cura la profondità e la forma di ciascuno. Alcuni di questi “buchi”, infatti, sono perfettamente circolari, mentre altri si allungano, si incontrano e si sovrappongono, fino a trasformare intere pareti rocciose in una sorta di alveare gigantesco (o pure un colossale formaggio). Sì, stiamo parlando di uno spettacolo talmente bizzarro da apparire come il frutto di una follia umana, quando invece è il risultato di una storia geologica lunga milioni di anni.

Le Grotte di Soprasasso, nell’Appennino bolognese, sono una delle curiosità naturali più sorprendenti dell’Emilia-Romagna. Si trovano nel territorio di Vergato, tra boschi, antichi nuclei rurali e rilievi, a circa 50 chilometri da Bologna. In totale sono tre cavità naturali modellate nell’arenaria, con superfici talmente tanto elaborate da ricordare un paesaggio lunare, una spugna pietrificata oppure il fondale di un mare scomparso (insomma, chi più ne ha più ne metta).

Origine e formazione delle Grotte di Soprasasso

Queste meraviglie dell’Emilia-Romagna affondano le proprie radici in un passato remotissimo: circa 27 milioni di anni fa, durante l’Oligocene. In quel periodo i sedimenti trasportati dalle correnti si accumulavano in profondità, formando progressivamente degli strati destinati a diventare le arenarie visibili oggi.

Le rocce appartengono al Membro di Anconella della Formazione di Antognola, una successione geologica costituita, in questo settore, da potenti banchi di arenaria ricchi di granuli di quarzo e feldspato. Con i movimenti della crosta terrestre e la formazione della catena appenninica, quegli antichi depositi marini furono sollevati, deformati ed esposti agli agenti atmosferici.

A rendere il tutto ancor più emozionante è soprattutto il fenomeno dei tafoni, termine geologico utilizzato per indicare particolari cavità prodotte dall’alterazione e dalla disgregazione delle superfici rocciose. L’acqua, l’umidità e gli agenti atmosferici agiscono sulla struttura granulare dell’arenaria, favorendo il distacco progressivo di piccoli frammenti.

Alcune superfici sembrano ricoperte da bolle, altre mostrano nicchie concentriche, bordi arrotondati e sottili separazioni rocciose. La luce radente accentua le ombre all’interno dei fori, facendo apparire il rilievo ancora più articolato. I tafoni sono spesso associati a paesaggi costieri, desertici e ambienti aridi. Ritrovarli tra le montagne bolognesi rende Soprasasso particolarmente interessante.

La Regione Emilia-Romagna ha riconosciuto quest’area quale geosito di rilevanza locale, e il territorio rientra anche nel sito della rete Natura 2000 denominato Soprasasso, Montecavalloro, esteso per circa 279 ettari (rilevante anche dal punto di vista della biodiversità vegetale e faunistica).

Grotte di Soprasasso, vicino Bologna
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Dettagli delle Grotte di Soprasasso

Visitare le Grotte di Soprasasso

Chiaramente per raggiungerle occorre indossare scarpe comode e intraprendere un’escursione, tramite cui ammirare un progressivo cambiamento del paesaggio. L’itinerario attraversa un ambiente appenninico ancora legato alla sua storia rurale, con vecchi edifici in pietra, tracce di coltivazioni e sentieri utilizzati per collegare gli insediamenti sparsi sui versanti.

Le protagoniste della visita sono tre formazioni, ciascuna contraddistinta da una propria fisionomia. La prima si chiama proprio Grotta di Soprasasso, ed è un’ampia rientranza che forma una specie di riparo naturale. Colpisce per le dimensioni della parete e per una curiosa conformazione della pietra alla sua base: l’erosione ha infatti modellato una sorta di seduta, spesso paragonata a un trono.

Alzando lo sguardo si distinguono strati sovrapposti, sporgenze e piccoli incavi, mentre la diversa inclinazione della luce valorizza le sfumature dell’arenaria, dal beige al giallo ocra. Poi c’è la Grotta dei Piatti che è forse la più curiosa. Vi basti pensare che il suo nome deriva dalle cavità circolari che caratterizzano le pareti, con incavi dal fondo relativamente piatto e profili arrotondati, simili proprio a piatti di pietra.

Dalla conformazione grossomodo triangolare e uno sviluppo interno limitato, permette di osservare da vicino l’eccezionale concentrazione di tafoni. La roccia appare infatti punteggiata da decine di piccole ombre. La terza meraviglia è la Grotta Buia, che già con il suo nome ci introduce un’atmosfera differente: rispetto alle altre cavità presenta uno sviluppo maggiormente simile a un cunicolo, con uno spazio interno più profondo e meno illuminato.

L’ingresso conduce verso una zona in cui la luce naturale diminuisce e le pareti assumono tonalità più scure. Il contrasto con l’apertura esterna crea un effetto particolarmente scenografico, soprattutto nelle giornate luminose. Per apprezzarne i dettagli può essere utile portare una torcia, tenendo presente che il breve accesso presenta un tratto ripido, con terreno sabbioso e potenzialmente scivoloso.

Le grotte rappresentano certamente il momento centrale dell’escursione, ma anche il paesaggio circostante non è da meno. Dalle balze arenacee lo sguardo segue il corso della valle del Reno, riconosce i rilievi dell’Appennino bolognese e, nelle giornate limpide, raggiunge il massiccio del Corno alle Scale, una delle principali montagne della zona.

Lungo alcuni itinerari si incontra anche la vecchia chiesa di San Giorgio di Montecavalloro, testimonianza religiosa legata agli insediamenti storici di questo territorio.

Dove si trovano e come arrivare

Le Grotte di Soprasasso si trovano nel comune di Vergato, in provincia di Bologna, sulle alture che dominano l’abitato di Riola e la valle del Reno. Da Bologna si raggiunge Riola percorrendo la strada statale 64 Porrettana, mentre chi preferisce il treno può utilizzare la linea ferroviaria Bologna-Porretta Terme, scendendo alla stazione di Riola.

Per l’escursione è possibile partire dalla località di Montecavalloro, seguendo il percorso panoramico segnalato che attraversa l’area delle grotte. L’ufficio turistico dell’Appennino bolognese indica un anello percorribile in circa 2 ore, alle quali aggiungere le soste. Gli itinerari più articolati presentano invece distanze differenti, generalmente comprese tra 6 e 8 chilometri.

La difficoltà è escursionistica, quindi con tratti ripidi, gradini ricavati nella roccia e passaggi esposti che richiedono passo sicuro. Scarpe da trekking con buona aderenza, acqua e una torcia sono una parte dell’equipaggiamento caldamente consigliato. Prima della partenza è opportuno verificare lo stato dei sentieri e scegliere la traccia adatta alla propria preparazione.

Per chi desidera prolungare la giornata, nei dintorni si trovano anche le Grotte di Labante, celebri per le particolari formazioni calcaree associate all’acqua, e la Rocchetta Mattei, singolare costruzione ottocentesca caratterizzata da elementi architettonici medievaleggianti e moreschi.

Il quartiere con incredibili case cubiche che sembrano una foresta geometrica: Kubuswoningen, a Rotterdam

Rotterdam, affascinante città dei Paesi Bassi, ha un rapporto assolutamente particolare con l’architettura: al posto delle facciate tradizionali che caratterizzano molte località olandesi, il suo centro presenta grattacieli dalle geometrie ardite, edifici sperimentali e costruzioni che sembrano voler mettere alla prova le regole più elementari dell’edilizia. Sono davvero tantissime le stranezze tra la sue vie, ma ce n’è una che riesce a sorprendere persino chi conosce bene la città.

Sono le Kubuswoningen, le celebri case cubiche, un complesso residenziale formato da grandi volumi gialli inclinati di 45 gradi, appoggiati su pilastri esagonali e collegati tra loro attraverso gli angoli. Il primo istinto quando sono davanti ai proprio occhi è quello di cercare una parete verticale, una finestra regolare o un elemento familiare al quale aggrapparsi per comprendere la struttura. La verità, però, è tutta una sorpresa: le superfici gialle si alternano ai tetti grigi, i vetri seguono inclinazioni impreviste e le punte dei cubi disegnano una sequenza di triangoli contro il cielo.

Sotto questa insolita copertura, invece, si sviluppano passaggi pedonali e spazi destinati alla vita quotidiana. Sì, perché le Kubuswoningen sono vere abitazioni, occupate da residenti che devono fare i conti con soffitti obliqui, arredi particolari e una distribuzione degli ambienti decisamente fuori dagli schemi.

Viaggio tra le pietre secolari di Corippo, un minuscolo (ma elegantissimo) borgo in Val Verzasca

È talmente tanto piccolo che, fino a non molto tempo fa, era il comune meno popoloso dell’intero Paese, con una manciata di abitanti e un patrimonio architettonico rimasto straordinariamente fedele alle proprie origini. Il suo nome è Corippo, minuscolo e antico insediamento del Canton Ticino che ora, però, può vantarsi di un qualcosa di decisamente più interessante.

Con le case in pietra grigia che sembrano emergere direttamente dal fianco della montagna e ornate con finestre minute e tetti pesanti (sono talmente tanto vicine che da lontano appaiono quasi come un’unica grande abitazione), è puntellato di graziose scalinate irregolari, balconi di legno anneriti dal tempo e un campanile che supera appena le coperture circostanti. Il tutto su un ripido versante montuoso circondato da boschi e piccoli prati terrazzati, da cui poter posare il proprio sguardo sul fiabesco fondovalle.

Se a metà dell’800 contava circa 300 abitanti, la progressiva emigrazione ridusse ulteriormente la popolazione, tanto che nel 2020 con l’aggregazione dei comuni della Val Verzasca ha perso la propria autonomia amministrativa. Il suo valore storico, invece, era stato riconosciuto già nel 1975, quando il nucleo ricevette una tutela di rilevanza nazionale. Da allora è iniziata una lunga operazione di recupero che ha portato persino alla trasformazione di alcune abitazioni abbandonate in camere d’albergo.

Dove la pietra incontra le fiabe: il Castello di Altenstein è una vera magia della Turingia

Quando si arriva al cospetto del maestoso Castello di Altenstein è praticamente impossibile rimanere indifferenti, e il merito appartiene soprattutto a un duca. La sua facciata si presenta con pietra chiara, ricca di finestre elaborate, timpani sinuosi e piccoli elementi decorativi, tanto che per un attimo pare di trovarsi davanti alla dimora di un aristocratico inglese piuttosto che a una residenza tedesca.

Sì, siamo in Germania e precisamente nella Turingia, per quanto possa sembrare improbabile: persino il paesaggio vuole partecipare a questa particolare rappresentazione, con rocce che emergono improvvisamente dalla vegetazione, ponticelli dall’aspetto romantico e minuscole costruzioni nascoste tra gli alberi.

Il castello, conosciuto anche con il nome tedesco Schloss Altenstein, occupa una posizione panoramica affacciata sulla valle del fiume Werra, con vedute che nelle giornate limpide raggiungono i rilievi del Rhön. La proprietà, tra le altre cose, comprende 160 ettari di parco paesaggistico, uno dei più rilevanti della regione, progettato per trasformare il terreno montuoso in una successione di scenari romantici.

Breve storia del Castello di Altenstein

La costruzione di questo castello della Germania iniziò nel 1736 per mano della famiglia ducale di Sassonia-Meiningen. In origine si trattava di una dimora di campagna, destinata a diventare un luogo di soggiorno particolarmente amato dalla corte. Una trasformazione decisiva avvenne intorno al 1800 per iniziativa del duca Georg I di Sassonia-Meiningen, che scelse Altenstein quale residenza estiva.

Il sovrano desiderava un ambiente che suscitasse emozioni attraverso il paesaggio, per questo vi aggiunse rocce, grotte e vegetazione, a loro volta arricchite da padiglioni, ponti e piccoli monumenti commemorativi. La meraviglia che però possiamo ammirare oggi risale soprattutto alla seconda metà del XIX secolo, quando il duca Georg II promosse un’importante ricostruzione in stile neorinascimentale, quindi ispirata alle grandi residenze signorili inglesi.

Georg II era conosciuto con il soprannome di Theaterherzog, il Duca del Teatro, grazie al suo coinvolgimento diretto nelle produzioni teatrali. Disegnava costumi, progettava scenografie e contribuì alla notorietà della compagnia di corte di Meiningen, influenzando profondamente il teatro europeo. Non a caso, anche Altenstein rispecchiava questa sensibilità artistica.

Il nobile, infatti, impose precise indicazioni al proprio architetto, ottenendo un edificio caratterizzato da timpani curvilinei, bovindi semicircolari, numerosi comignoli e pinnacoli decorativi simili a piccoli obelischi. Durante i soggiorni estivi, la dimora accolse diversi rappresentanti del mondo intellettuale e musicale tra cui Johannes Brahms, il quale vi trascorse alcuni periodi nel 1894 e nel 1895.

Come la maggior parte delle storie più interessanti, però, anche questo affascinante castello della Turingia conobbe una pagina dolorosa nel 1982, quando un incendio distrusse gran parte degli interni storici. I successivi interventi di recupero hanno restituito valore al complesso, entrato nel 1995 nel patrimonio della Fondazione dei Castelli e Giardini della Turingia.

La visita al Castello di Altenstein e cosa vedere nel suo parco

Si viene accolti da una sontuosa facciata neorinascimentale che sfoggia finestre suddivise da sottili elementi lapidei e torrette aggettanti, quasi fosse costruita per essere osservata da più angolazioni. Poi ci sono le terrazze che ospitano aiuole geometriche, alberi ornamentali e raffinate composizioni floreali. Una delle più incantevoli è sicuramente Teppichbeet, un’aiuola a tappeto realizzata annualmente con circa 4.600 piante disposte secondo disegni storici.

L’effetto che si percepisce è quello di un grande ricamo vegetale, con motivi cromatici che risaltano sul prato. Altrettanto caratteristico è il Knotenbeet, un giardino a nodi ispirato alle composizioni ornamentali tradizionali. Allontanandosi dall’edificio, il terreno diventa irregolare, gli alberi si infittiscono e le pareti rocciose prendono il posto delle aiuole ordinate.

Il progetto paesaggistico sfrutta proprio queste differenze, con sentieri, punti panoramici e architetture volutamente collocate in posizioni scenografiche. Tra gli elementi più singolari vale la pena citare il Blumenkorbfelsen, la Roccia del Cesto di Fiori: realizzata per volontà di Georg I, utilizza una guglia rocciosa alta 18 metri sulla cui sommità fu collocato un grande cesto di fiori scolpito nella pietra arenaria.

Ai suoi piedi si trova invece la Greifenbank, una panchina semicircolare decorata con grifoni e un busto commemorativo. Il modello riprende le sedute dell’antica Pompei, particolarmente apprezzate dall’aristocrazia europea durante il periodo del Grand Tour. Non è di certo da meno il Chinesisches Häuschen, il Padiglione Cinese, testimonianza del gusto per le architetture orientaleggianti diffuso nei giardini europei tra ‘700 e ‘800. Poco distante, la Ritterkapelle, o Cappella dei Cavalieri, si rifà invece al romanticismo medievale.

Il percorso comprende anche la Teufelsbrücke, il Ponte del Diavolo, oltre al suggestivo Luisenthaler Wasserfall, una cascata inserita in uno scenario roccioso dall’aspetto quasi alpino. Di notevole interesse è anche l’Altensteiner Höhle, una grotta individuata nel 1799 durante alcuni lavori stradali, per poi essere trasformata in un insolito giardino sotterraneo.

Altensteiner Höhle, Germania
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Visitando la misteriosa Altensteiner Höhle

Attualmente gli interni del castello sono chiusi per lavori di restauro, con riapertura prevista dalla Fondazione entro l’estate 2027. Tra le sue mura si trova però il memoriale dedicato a Brahms che comprende lettere autografe, prime edizioni e testimonianze della sua frequentazione della corte ducale. Non mancano di certo stanze magnifiche come la Sala da pranzo storica, ricostruita sulla base di fotografie e documentazioni d’epoca, la Sala delle feste e quella da concerto. Per ultimo (ma non per importanza o bellezza) il Gabinetto Cinese (Chinesisches Kabinett) dedicato alla passione aristocratica per l’arte orientale tra XVIII e XIX secolo.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Altenstein sorge nei pressi di Bad Liebenstein, nel distretto di Wartburgkreis, nella parte occidentale della Turingia.  Per raggiungere la tenuta in automobile si può fare riferimento all’indirizzo Altenstein 8, 36448 Bad Liebenstein. Il parcheggio principale si trova presso il Waldhaus, a circa 250 metri dall’edificio che ospita il centro visitatori, il Hofmarschallamt.

Chi opta per i mezzi pubblici può utilizzare la linea di autobus 41, con fermata Altenstein, oppure la linea 196 fino a Steinbach, Glasbachstraße. La disponibilità limitata di posti auto, infatti, rende consigliabile valutare il trasporto pubblico, soprattutto nelle giornate di maggiore affluenza.

La visita può essere abbinata alla cittadina termale di Bad Liebenstein e agli itinerari naturalistici della Foresta di Turingia. Per Altenstein, tuttavia, vale la pena riservare diverse ore: dietro la facciata di una residenza aristocratica si nasconde infatti un intero paesaggio progettato per sorprendere.

Lo specchio d’acqua delle Alpi che sembra dipinto a mano: l’affascinante Lago di Lunz

Chi vive in zona, per la precisione nel piccolissimo villaggio di Lunz am See, lo chiama affettuosamente Meer der Lunzer, ovvero il loro mare. La realtà, però, è ben diversa: per attraversarlo da una sponda all’altra basterebbero appena 500 metri. Siamo nella Bassa Austria, ai piedi del massiccio del Dürrenstein, in un angolo delle Alpi dell’Ybbstal. E proprio qui il Lago di Lunz (Lunzer See in lingua locale) incanta con la sua presenza tanto imponente quanto silenziosa.

Del resto, questo è l’unico lago naturale balneabile della regione, uno specchio d’acqua di 68 ettari incastonato tra rilievi ricoperti di boschi.
Con l’arrivo dell’autunno, sono soprattutto i faggi a cambiare il volto delle sue rive. Le chiome assumono sfumature ramate, il sottobosco si riempie di foglie e il verde scuro delle conifere risalta tra i versanti ormai dorati. Nelle mattine più fredde, una leggera foschia può trattenersi sulla superficie, mentre dalla sponda meridionale il sentiero attraversa tratti di foresta che lasciano intravedere l’acqua soltanto attraverso aperture nella vegetazione.

Origine e formazione del Lago di Lunz

Sì, il Lago di Lunz è un vero e proprio gioiello dell’Austria, e questo è dovuto anche al fatto che la sua storia è iniziata migliaia di anni fa, ovvero quando le glaciazioni interessavano ampie porzioni delle Alpi. C’erano delle enormi masse di ghiaccio che avanzavano lentamente attraverso le vallate, esercitarono una pressione considerevole sulle rocce.

Il bacino del Lunzer See è quindi il risultato dell’erosione glaciale. Il lago appartiene inoltre a un sistema idrografico formato da tre bacini collegati tra loro: il più elevato è l’Obersee, situato a 1.113 metri, seguito dal Mittersee, a circa 766 metri, e infine dal Lunzer See, chiamato anche Untersee, ossia lago inferiore.

L’acqua scende dai bacini montani attraverso il Seebach, un corso d’acqua che alimenta il lago principale e prosegue verso il fiume Ybbs. Siamo perciò al cospetto di un continuo ricambio idrico che contribuisce alle caratteristiche del suo ecosistema, che non a caso è anche oggetto di studi scientifici da oltre 100 anni.

Già nel 1905, infatti, Lunz divenne un importante centro di ricerca limnologica, la disciplina dedicata allo studio delle acque interne. Oggi questa tradizione prosegue attraverso il WasserCluster Lunz, un istituto scientifico che approfondisce laghi, fiumi e ambienti acquatici.

Visitare il Lago di Lunz

Il Lago di Lunz è adatto anche a una gita di mezza giornata, in quanto si si presta perfettamente per un’escursione di poche ore. Ciò non toglie che dedicargli più tempo faccia sì che si possano apprezzare anche le sue particolarità meno evidenti. Il punto di partenza più pratico è la sponda occidentale, nei pressi del lungolago, tra parcheggi, piccoli locali e servizi turistici.

Durante l’autunno il movimento dei mesi estivi lascia spazio a un’atmosfera più in intima. Sulle sue rive sono infatti presenti delle panchine che, in questa stagione, si rivelano punti privilegiati per osservare il paesaggio, mentre le temperature fresche invitano a esplorare i sentieri che attraversano il bosco.

A disposizione dei visitatori c’è un percorso circolare che misura circa 4,8 chilometri. È assolutamente fattibile poiché presenta un dislivello di appena 33 metri. Partendo dalla sponda occidentale in senso antiorario, il tracciato sale leggermente lungo una stradina asfaltata, per poi trasformarsi in un sentiero di ghiaia. Poco dopo, la vegetazione diventa più fitta e il bosco sembra avvolgere il percorso.

Va detto che questo è probabilmente il tratto più affascinante durante l’autunno, con le foglie che ricoprono il terreno e i rami che formano una sorta di galleria naturale. Non mancano deviazioni che conducono direttamente alla riva, mentre ci si può prendere qualche minuto per fermarsi a osservare davanti ai propri occhi lo spettacolo (emozionante) delle montagne.

Proseguendo, il tracciato attraversa un ponte e raggiunge l’altra sponda. Da questo punto il paesaggio si apre maggiormente, regalando vedute panoramiche in grado di emozionare. Il ritorno segue in parte la strada che costeggia il lago, con scorci particolarmente belli nelle giornate soleggiate.

Tra le particolarità architettoniche del Lunzer See vale la pena citare la Seebühne. Si tratta di una struttura multifunzionale inaugurata nel 2004 e progettata dall’artista austriaco Hans Kupelwieser, con la collaborazione dello studio werkraum Wien. Ma perché è così particolare? La risposta è molto interessante: durante il giorno, parte della struttura funziona da piattaforma per prendere il sole e accedere all’acqua; in occasione degli spettacoli, invece, si trasforma in un teatro all’aperto, con una platea coperta e un palcoscenico galleggiante.

Possiede infatti un sistema meccanico che consente alla copertura di sollevarsi, mentre la piattaforma scenica può essere abbassata sotto la superficie durante l’inverno per proteggerla dalla pressione del ghiaccio. La Seebühne ospita anche il festival musicale wellenklänge, durante il quale le esibizioni si svolgono davanti allo scenario naturale delle montagne e del lago.

Per chi desidera prolungare l’esplorazione, dal Lunz parte l’itinerario dei tre laghi, un percorso di quasi 19 chilometri che richiede più o meno 6 ore e raggiunge anche il Mittersee, che si trova in un ambiente boschivo particolarmente suggestivo, e l’Obersee, uno specchio d’acqua verde intenso circondato da rilievi rocciosi.

Va però specificato che nel pieno dell’autunno le giornate più corte e le possibili nevicate in quota richiedono maggiore prudenza. Durante l’estate, invece, il lago si trasforma in una vera e propria meta balneare, con tanto di lido attrezzato dotato di 4.000 m² di prato, trampolino per i tuffi e servizi per le famiglie.

Tra maggio e giugno, inoltre, nei prati della regione fioriscono migliaia di narcisi bianchi, mentre in inverno il paesaggio assume tonalità completamente diverse: la sua superficie può ghiacciare durante le ondate di freddo più intense. Merita una visita anche il vicino abitato di Lunz am See, un paese alpino legato storicamente alla lavorazione del ferro e alla cultura montana del Mostviertel.

Dove si trova e come arrivare

L’incantevole Lago di Lunz (che in autunno pare davvero dipinto a mano) si trova a Lunz am See, nella parte sud-occidentale della Bassa Austria, nel distretto di Scheibbs. Per raggiungerlo in automobile da Vienna, Linz o Salisburgo si può percorrere l’autostrada A1, uscendo a Ybbs an der Donau e proseguendo lungo la strada B25 in direzione di Lunz am See.

Lunzer See, Austria
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Il Lunzer See visto dall’alto

Chi preferisce utilizzare i mezzi pubblici può raggiungere in treno Scheibbs oppure Waidhofen an der Ybbs, proseguendo successivamente in autobus verso Lunz am See. È opportuno verificare gli orari delle coincidenze, soprattutto nei fine settimana e durante la bassa stagione.

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