Quali sono oggi le compagnie aeree e gli aeroporti che convincono di più i viaggiatori di fascia alta? A dare una risposta arrivano gli ULTRAs 2026 – Ultimate Luxury Travel Related Awards, una delle classifiche internazionali dedicate al turismo di lusso. La classifica, nata dai voti dei lettori di Ultratravel e dai membri di GHA DISCOVERY dà modo di esplorare il turismo di lusso individuando le migliori compagnie aeree nel settore luxury.
Emirates, la miglior compagnia per viaggi di lusso 2026
È Emirates la migliore compagnia aerea al mondo secondo gli ULTRAs 2026. Il vettore di Dubai ha conquistato il titolo di Best Airline in the World e, nello stesso tempo, anche quello di Best Airline in the Middle East.
Un doppio riconoscimento che conferma il peso della compagnia nel segmento premium, soprattutto sulle rotte intercontinentali. Emirates ha costruito negli anni la propria reputazione su cabine di fascia alta, servizi a terra, lounge e collegamenti internazionali che utilizzano Dubai come uno dei principali hub tra Europa, Asia, Africa e Oceania.
Il premio, però, non riguarda soltanto il prodotto di bordo. La classifica nasce dalle preferenze dei viaggiatori e restituisce quindi una valutazione più ampia dell’esperienza complessiva: dal check-in al transito in aeroporto, fino al servizio durante il volo.
Le altre compagnie premiate
In Europa il titolo di Best Airline in Europe è andato a Lufthansa, mentre Singapore Airlines si è imposta come migliore compagnia dell’area Asia/Australasia. Per le Americhe il riconoscimento è stato assegnato a Delta Air Lines.
Quattro compagnie molto diverse tra loro, per modello operativo, rete e stile di servizio. Il dato interessante è proprio questo: il concetto di viaggio premium non sembra più avere una formula unica. C’è chi punta soprattutto sull’esperienza di bordo, chi sulla qualità delle lounge, chi sulla capillarità del network e chi sulla fluidità dell’intero percorso del passeggero.
Gli ULTRAs, essendo basati sulle preferenze dei viaggiatori, restituiscono soprattutto una fotografia della reputazione. Non una valutazione tecnica di sedili, puntualità o servizi presi singolarmente, ma il modo in cui il pubblico percepisce il marchio e l’esperienza complessiva.
I migliori aeroporti per viaggi di lusso 2026
Tra gli aeroporti, a imporsi è stato Singapore Changi Airport, nominato Best Airport in the World. Lo scalo di Singapore continua a distinguersi per un modello che va oltre il semplice transito: servizi, shopping, ristorazione, aree verdi e spazi dedicati ai passeggeri in coincidenza fanno ormai parte della sua identità.
Per chi viaggia sulle lunghe distanze, il comfort dello scalo pesa sempre di più. Una lunga sosta può diventare parte dell’esperienza, soprattutto nei grandi hub internazionali.
iStockL’incantevole Singapore Changi Airport
Per il viaggiatore premium la qualità di uno scalo pesa più di quanto possa sembrare. Una coincidenza può trasformarsi da passaggio scomodo a parte piacevole dell’itinerario; un buon servizio di assistenza può ridurre lo stress; lounge e percorsi rapidi rendono più semplice una giornata iniziata magari dall’altra parte del mondo. Non sorprende quindi che gli aeroporti stiano entrando sempre più nel linguaggio dell’ospitalità di lusso.
Gli ULTRAs 2026 restituiscono così una geografia del lusso sempre più internazionale. Emirates guida la classifica nei cieli, Changi tra gli aeroporti, mentre hotel e resort premiati disegnano una mappa che va da Londra a Bangkok, passando per Sydney, Doha, New Delhi e New York.
Sul nuovo numero di ottobre 2026 del magazine sfogliabile GATE, vi riportiamo a Dubai, per scoprire un lato inedito, ma molto più autentico, dell’Emirato che non smette mai di attrarre gli italiani.
Se pesante che Dubai sia tutta grattacieli avveniristici, mall lussuosissimi, attrazioni costosissime a ristoranti stellati, vi sbagliate di grosso. A due passi dai luoghi più iconici c’è una zona meno turistica, meno patinata e, soprattutto, meno costosa ma molto più autentica, che solo i local e gli expat conoscono. È il quartiere di Deira, la storica e vivace zona commerciale situata nella parte Est della città. Ci siamo stati e ve la raccontiamo.
Ma vi diamo anche qualche consiglio su gite da fare in giornata in Italia: dal viaggio sul Treno del foliage alla visita dell’Amerigo Vespucci a una tappa sull’isola di Ortigia in Sicilia.
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Quando pensiamo a Dubai, la prima immagine corre quasi inevitabilmente verso il futuro: grattacieli vertiginosi, architetture spettacolari, enormi centri commerciali, isole artificiali e hotel di lusso. Eppure, prima dello skyline che oggi definisce la metropoli, esisteva una Dubai molto diversa, legata al Creek, alle abitazioni tradizionali e a una storia che affonda le radici ben più lontano nel tempo.
È proprio quest’anima meno conosciuta che torna sotto i riflettori con la prossima riapertura del Forte di Al Fahidi, nel cuore della Old Dubai: lo storico edificio, considerato il più antico ancora in piedi a Dubai, si prepara infatti ad accogliere i visitatori dopo un lungo intervento di restauro durato cinque anni.
La riapertura è attesa nelle “prossime settimane o mesi”, secondo Ayisha Khansaheb, direttrice del Forte di Al Fahidi e dei musei specializzati presso la Dubai Culture & Arts Authority.
Sul lato meridionale del Creek, nell’area storica di Al Fahidi, il forte rappresenta una testimonianza concreta della Dubai precedente alla trasformazione in metropoli globale. Attorno si incontrano case tradizionali e attrazioni culturali che restituiscono un volto lontano dall’immagine più futuristica.
Un forte di oltre 230 anni che ha cambiato volto insieme alla città
iStockForte di Al Fahidi, il forte più antico di Dubai
La storia del Forte di Al Fahidi inizia intorno al 1787, quando venne costruito con una funzione difensiva ma nel corso di oltre due secoli il suo ruolo è cambiato più volte, seguendo le trasformazioni della città e delle sue istituzioni.
Il forte è stato infatti utilizzato come residenza del sovrano, oltre che come centro di governo e amministrazione. In un’altra fase della sua lunga storia è diventato anche una prigione.
Poi, nel 1971, è arrivata una nuova svolta: il Forte di Al Fahidi è diventato il primo museo di Dubai, nello stesso anno della formazione degli Emirati Arabi Uniti.
Cinque anni di restauri per riportare il forte nel futuro
Il Forte di Al Fahidi è chiuso dal 2021, quando è iniziato un ampio progetto di restauro. Dopo cinque anni di lavori, si prepara ora a riaprire con un museo rinnovato, nel quale la struttura storica dialogherà con tecnologie e strumenti contemporanei.
Il nuovo percorso ha l’obiettivo di raccontare la storia del Forte grazie a manufatti, materiali d’archivio e tecnologie interattive, e di collegare le vicende dell’edificio allo sviluppo della stessa Dubai.
Una delle principali novità del progetto è poi l’estensione sotterranea dove prende avvio l’esperienza dei visitatori.
Le gallerie contemporanee affrontano vari temi legati alla storia del forte e della città, tra cui difesa, leadership e artigianato. Solo dopo questo primo percorso si entra nella parte storica dell’edificio, con un passaggio tra gli spazi museali più moderni e l’architettura originale del forte.
Tra le esperienze previste c’è anche “The Vault”, un allestimento dedicato all’evoluzione delle capacità difensive di Dubai, pensato tramite un’esperienza basata sulla luce e su elementi solidi.
Il percorso prosegue poi con “A Landmark Across the Ages”, una galleria che racconta i diversi ruoli assunti dal Forte di Al Fahidi nell’arco di più di 230 anni. Il museo ospiterà inoltre una grande collezione di armi e armature islamiche.
Infine, nel progetto sono state inserite anche esperienze di apprendimento interattive per i bambini, così da rendere la visita più accessibile e coinvolgente anche per i più giovani.
Dallo scorso mese di giugno, il governo italiano ha revocato il travel advisory per Dubai. La città emiratina è quindi raggiungibile cento per cento, con i suoi hotel, le sue attrazioni, i suoi ristoranti e tutti i suoi negozi.
Se pesante che Dubai sia tutta grattacieli avveniristici, mall lussuosissimi, attrazioni costosissime e ristoranti stellati, vi faremo cambiare idea. A due passi dal celebre Dubai Creek – o Khor Dubai -, quel braccio di mare del Golfo Persico che si estende per diversi chilometri nell’entroterra, dal Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, dalla “Vela”, il Burj al-Arab, l’edificio più iconico del Medioriente (che proprio ora si sta rifacendo il look), c’è una zona meno turistica, meno patinata e, soprattutto, meno costosa, ma molto più autentica, che solo i local e gli expat conoscono.
Il quartiere multietnico di Deira
È il quartiere diDeira, la storica e vivace zona commerciale situata nella parte Est di Dubai. La via principale è Al Rigga Road e si raggiunge con la metropolitana (il biglietto per girare più di due zone costa al massimo 2,15 euro). Lungo questa grande arteria e nelle traverse, ci sono negozi, outlet a poco prezzo (non si contratta come nel suq), ristoranti e street food etnici di ogni nazionalità: è un po’ come fare il giro del mondo e si respira la vera atmosfera multiculturale per cui l’Emirato è così famoso.
Il modo migliore per scoprire questa zona della città è con un food tour (organizzato o fatto per conto proprio: si passa dai falafel cucinati al momento del locale palestinese Falafel Sultan Dubai al kebab tipico di Damasco di Al Farooj Al Shami al kunafa, un dolce mediorientale fatto con pasta fillo e formaggio, del Qwaider Al Nabulsi Restaurant. Ma ci sono street food siriani, indiani, orientali e per tutti i gusti, vegetariani, vegani e chi più ne ha più ne metta. Si mangia con pochi euro, insomma.
Proprio i , i tour gastronomico-culturali nella Vecchia Dubai sono stati inseriti nella guida “Best in Travel 2026” di Lonely Planet tra le migliori esperienze al mondo da fare nel 2026.
A Deira, ci sono anche luoghi tradizionali emiratini che meritano una visita. Tra questi, Al Ahmadiya School & Heritage House, la prima scuola a essere istituita a Dubai (fondata nel 1912) che attraeva i migliori scienziati e studiosi da tutta la regione. Oggi è stata trasformata in museo. La vicina Heritage House permette di scoprire come si viveva in una casa tipica, completa di mobili, suppellettili domestici, capi d’abbigliamento, gioielli e giocattoli tradizionali, prima del boom economico dovuto al petrolio.
Se anziché soggiornare in hotel si decide di prenotare un più comodo appartamento, e quindi di mangiare anche a casa, l’indirizzo da non perdere assolutamente è il Waterfront Market, dove si servono anche i migliori ristanti della città. Raggiungibile in autobus o in mezz’ora a piedi, è un meraviglioso mercato ultra-moderno e, soprattutto, pulitissimo, dove acquistare pesce fresco appena pescato, dal Red Snapper all’Hammour (una cernia locale) alle ostriche, carne (manzo, wagyu, cammello…), tantissima frutta tropicale, datteri di ogni provenienza (dicono che i migliori siano i Medjool) e, naturalmente, spezie.
Si può anche andare a fare shopping di souvenir gastronomici che fanno sempre piacere e, in alcuni banchi, è possibile mangiare. In ogni caso, ci sono diversi ristoranti lungo una passerella panoramica vista porto.
@SiViaggia - Ilaria SantiI falafel da assaggiare come street food a Deira Dubai
Passeggiando lungo il Creek, dove attraccano i Dhow, le storiche navi cargo in legno, e le Abra, le barche che portano avanti e indietro attraverso il Creek, si gode di una bellissima vista sullo skyline di Dubai e, salendo su una delle imbarcazioni (il biglietto costa 25 centesimi), si attraversa il canale e si arriva dall’altra parte, nel quartiere storico di Bur Dubai, dove ci sono i famosi suq dell’oro, delle spezie e dei profumi.
Come arrivare a Dubai
Con la compagnia aerea di bandiera Emirates che ha ripreso quasi la totalità dei voli dall’inizio della guerra in Medioriente (due voli diretti giornalieri da Milano Malpensa e due da Roma Fiumicino, uno da Venezia, tre voli settimanali da Milano Bergamo, da Catania e da Olbia, quattro alla settimana da Napoli e cinque da Bologna) e le low cost che tornano a volare su Dubai (Flydubai vola da Bergamo, Olbia, Pisa, Catania e Napoli), è il momento giusto per organizzare un viaggio nell’Emirato più incredibile che ci sia.
Era una riserva di caccia della famiglia reale, oggi è diventato uno dei luoghi più straordinari dell’intero arco alpino per chi ama la montagna, la fauna selvatica e le grandi escursioni: è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Italia, istituito il 3 dicembre 1922. Un angolo d’Italia unico, dai panorami immensi su alcune delle vette più scenografiche dell’arco alpino, con un cielo il cui blu non teme paragoni e con una rete di sentieri fitta e variegata, adatta a ogni escursionista.
L’estate è la stagione in assoluto più generosa per chi sceglie di visitare il Gran Paradiso, visto il verde che copre i pascoli d’alta quota, punteggiati di fiori. I sentieri sono percorribili in tutta la loro estensione, senza particolari impedimenti naturali. Non serve necessariamente essere alpinisti esperti: il Parco è pronto a ospitare chiunque voglia immergersi nel suo contesto naturale unico, e magari essere così fortunato da avvistare qualcuno degli splendidi animali caratteristici della fauna alpina: stambecchi, marmotte, camosci.
Dove si trova il Parco Nazionale del Gran Paradiso
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso si trova a cavallo tra due regioni: la Valle d’Aosta (che ne comprende poco più della metà) e il Piemonte. Con una superficie di oltre 70mila ettari distribuiti su tredici diversi comuni, è uno dei parchi alpini più grandi e meglio conservati d’Europa.
Sul versante francese confina con il Parco Nazionale della Vanoise, con cui forma un’area protetta transfrontaliera di circa 120mila ettari: uno dei santuari naturali più importanti del continente.
iStockPrati in fiore nel Parco del Gran Paradiso
Il territorio si sviluppa intorno al massiccio del Gran Paradiso, nelle Alpi Graie, articolandosi in cinque valli principali: sul versante valdostano si trovano la Val di Cogne, la Valsavarenche e la Val di Rhêmes; su quello piemontese la Valle dell’Orco e la Val Soana. Le quote variano dagli 800 metri dei fondovalle fino ai 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso, l’unica tra le cime alpine oltre i 4.000 metri ad essere interamente in territorio italiano.
A dominare il paesaggio di alta quota sono i ben 59 ghiacciai che caratterizzano il Parco, più estesi sul versante valdostano. Il limite delle nevi perenni si attesta intorno ai 3mila metri, mentre a quote inferiori la montagna si ammanta di boschi di larici, abeti rossi e pini cembri. La flora dei prati alpini è punteggiata di genziane, stelle alpine e rododendri.
Cosa fare in estate nel Parco Nazionale del Gran Paradiso
L’estate è il momento migliore per visitare il Gran Paradiso. Con il bel tempo e i sentieri liberi dalla neve, la fitta rete sentieristica del Parco si trasforma nell’attrazione principale per tutti gli amanti del trekking alpino.
Camminando sui numerosi percorsi disponibili, non è raro imbattersi nella tipica fauna presente nel Parco, dato che, peraltro, esso ospita una delle popolazioni di stambecchi alpini più consistenti d’Europa: si stima una presenza tra i 2500 e i 3500 esemplari. Camosci e marmotte sono altrettanto numerosi: difficile percorrere qualsiasi sentiero senza imbattersi nel loro fischio caratteristico o scorgerle ritte sulle rocce di guardia alla tana.
iStockUna marmotta dalla tana pittoresca
Oltre alle escursioni a piedi, il parco offre numerose possibilità per il cicloturismo su percorsi sia asfaltati che sterrati, adatti a livelli diversi di allenamento.
Una tappa imperdibile per chi visita il Parco con la famiglia, poi, è il Giardino Botanico Alpino Paradisia, situato a Valnontey, nella Valle di Cogne, a 1.700 metri di quota. Fondato nel 1955, ospita oltre 1500 specie di piante locali e importate; il periodo di maggior fioritura cade tra giugno e luglio, quando il giardino diventa uno spettacolo di colori e profumi.
Tre escursioni da non perdere nel Parco Nazionale del Gran Paradiso
Come detto, l’attività principale nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è il trekking. Soprattutto sul versante valdostano, l’area protetta rappresenta una sorta di università dell’escursionismo alpino: sebbene esistano percorsi adatti a tutti i livelli di allenamento, molti itinerari prevedono salite impegnative che portano a quote importanti, dove l’aria si fa più rarefatta, il cielo più azzurro e i panorami di cui si gode durante la salita e all’arrivo sempre più preziosi.
Da Valnontey al Rifugio Sella
Uno dei classici del Parco del Gran Paradiso. Si parte da Valnontey, nella Valle di Cogne, a circa 1.700 metri di quota, e si risale il vallone fino al Rifugio Vittorio Sella (2.584 metri), percorrendo un sentiero ben tracciato che attraversa prima i boschi di larici e poi si apre sulle ampie, spettacolari praterie d’alta quota.
La lunghezza complessiva è di circa 8 chilometri per un dislivello positivo di circa 900 metri, con un tempo di percorrenza di circa tre ore in salita. È un’escursione tosta, ma non impossibile: basta un minimo di preparazione per poterla affrontare.
iStockIl Lago del Lauson
Ciò che rende questa escursione speciale è prima di tutto il paesaggio, con lo sguardo sui ghiacciai in testa alla valle. Le probabilità di imbattersi in stambecchi, marmotte e camosci sono piuttosto alte, specie nelle vicinanze del Lago del Lauson, un piccolo ma affascinante specchio d’acqua non lontano dal rifugio, incastonato in uno scenario incredibile, con diversi ghiacciai visibili tutto attorno e, solitamente, una incipiente fioritura di genziane, viole e primule sulle sue sponde.
Dal Piano del Nivolet al Lago Rosset
Raggiungibile sia a piedi che con le navette gratuite del Parco, il Piano del Nivolet rappresenta uno degli altopiani più affascinanti di questo angolo dell’arco alpino. Si sviluppa per oltre sei chilometri, a circa 2.500 metri di altitudine, nel cuore del versante piemontese del parco, lungo la Valle dell’Orco.
iStockUn angolo del Piano del Nivolet
L’ambiente è quello tipico delle zone in quota: vi si trovano laghi alpini alimentati da nevaietti e ghiacciai, il piccolo e impetuoso torrente chiamato Dora del Nivolet, prati umidi dove proliferano specie di piante adattate agli ambienti estremi. Una traversata panoramica consente di percorrere l’intero altopiano con una balconata continua sulla Valle Orco: un itinerario adatto anche a escursionisti senza esperienza, con dislivelli contenuti e scorci di rara bellezza.
Per chi invece non si accontenta della passeggiata lungo il piano, si può affrontare la breve salita al Lago Rosset, circa 500 metri più in alto, percorrendo un sentiero impegnativo in salita lungo poco più di due chilometri. Si arriva così in un luogo speciale, più appartato, un ulteriore balcone con una vista privilegiata sulle cime tutt’attorno, con al centro un piccolo e affascinante specchio d’acqua.
I più allenati possono anche proseguire per ulteriori tre chilometri fino a raggiungere il Col Rosset, dove passa il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, a 3.023 metri di altitudine.
Le Cascate di Lillaz
Per chi cerca un’escursione accessibile, adatta anche ai bambini, il percorso ad anello delle Cascate di Lillaz, in Val di Cogne, è l’itinerario ideale.
Si parte dal piccolo villaggio di Lillaz, a pochi chilometri da Cogne, e ci si incammina lungo un sentiero che risale il corso del torrente Urtier, accompagnati dal fragore dell’acqua che scende a balzi spettacolari, per oltre 150 metri complessivi di salti.
Il percorso è breve, circa 4 chilometri lungo un anello, ed è alla portata di tutti. Dal parcheggio ci vogliono appena una decina di minuti per raggiungere la cascata inferiore, poi da qui inizia la salita che porta in breve tempo a visitare gli altri due bei salti del corso d’acqua. L’ambiente naturale è veramente unico e le acque fredde del torrente contribuiscono ad abbassare la temperatura nelle circostanze, regalando una piacevole frescura, ideale nei momenti più caldi dell’estate.
All’improvviso, tra boschi di pino e vallate modellate dal ghiaccio, appare una visione in grado di fermare lo sguardo per diversi minuti. Di primo impatto sembra una semplice distesa d’acqua, ma osservando con attenzione si nota che questa assume sfumature che oscillano tra il turchese e lo smeraldo, mentre all’orizzonte la montagna più elevata dei Pirenei francesi, il Vignemale, si eleva con i suoi 3.298 metri.
Ci si trova nel cuore del Parco Nazionale dei Pirenei, una vasta area protetta lungo la frontiera franco-spagnola, angolo del nostro continente in cui la natura conserva un carattere autentico, plasmato da ghiacciai, torrenti impetuosi, foreste d’alta quota e pareti granitiche. Ed è proprio lui, il Lago di Gaube, a essere uno dei simboli più celebri dell’intera catena montuosa.
Molti lo considerano uno dei laghi più belli di queste affascinanti vette e, forse, è proprio così. Quel che però possiamo affermare con estrema certezza è che il suo è un fascino magnetico, al punto che scrittori celebri come Victor Hugo e George Sand raggiunsero queste sponde per trovare ispirazione, descrivendo il sito nei loro diari privati.
Origini e formazione del Lago di Gaube
La storia di questo lago di Francia affonda le proprie radici in un passato remotissimo, quando enormi masse glaciali dominavano questi rilievi. Durante le grandi glaciazioni quaternarie, il lento movimento del ghiaccio scavò la valle, erose la roccia e modellò un bacino naturale destinato a riempirsi d’acqua una volta terminato il ritiro dei ghiacciai.
Ancora oggi il paesaggio conserva numerose tracce di quell’antica attività: pendii levigati, conche glaciali e vallate a profilo arrotondato raccontano un processo geologico sviluppatosi nell’arco di migliaia di anni. Il lago occupa una quota di 1.725 metri e presenta una forma ovale piuttosto regolare. La superficie raggiunge circa 19 ettari, mentre la profondità tocca i 40 metri.
L’alimentazione idrica proviene principalmente dal Gave de Gaube, corso d’acqua che raccoglie le acque provenienti dalle zone superiori della valle e dalle aree glaciali del massiccio del Vignemale. Proprio dal termine locale “gave”, utilizzato nei Pirenei per indicare i torrenti montani, deriva parte della nomenclatura geografica della zona.
Attorno a esso si elevano diverse montagne che superano abbondantemente i 2.000 metri. Tra queste meritano una menzione il Pic de Gaube, il Grand Pic des Paloumères e il Mayouret. Sullo sfondo domina però il Vignemale, gigante minerale che conferisce al posto una dimensione quasi monumentale.
L’insieme forma un grande anfiteatro naturale nel quale acqua, foresta e roccia dialogano in perfetto equilibrio. Proprio tale combinazione ha trasformato il lago in una delle immagini più simboliche dei Pirenei francesi.
Il punto di partenza più comune coincide con il Pont d’Espagne, sito naturalistico situato sopra la località termale di Cauterets. E, prima ancora di dirigersi verso il lago, vale la pena dedicare qualche minuto a questo luogo storico. Costruito nel 1886, deve il proprio nome al ruolo svolto lungo gli antichi collegamenti commerciali tra Francia e Spagna. Per secoli mercanti, allevatori e viaggiatori attraversarono questi passaggi montani trasportando merci e bestiame tra i due versanti della catena pirenaica.
La zona colpisce subito per la presenza di cascate spettacolari e torrenti impetuosi che precipitano tra le rocce con una forza impressionante. Acqua e granito costruiscono un paesaggio energico e selvaggio che introduce perfettamente all’ambiente d’alta quota. Da qui partono due possibilità:
sentiero escursionistico tradizionale: lungo circa 4,9 chilometri tra andata e ritorno, con un dislivello positivo di 259 metri. Si tratta di un itinerario che attraversa una valle glaciale conservata in condizioni eccellenti che passa accanto al Gave de Gaube e penetra in una foresta di pini uncinati, specie perfettamente adattata alle condizioni climatiche montane;
utilizzo della funivia Puntas e della successiva seggiovia di Gaube: soluzione che riduce notevolmente il tragitto a piedi e consente di arrivare al lago tramite una breve passeggiata di circa 15 o 20 minuti.
Lungo il percorso lo sguardo viene continuamente attirato dal paesaggio circostante. Marmotte, camosci pirenaici e grandi rapaci figurano tra gli abitanti più caratteristici della zona. Con un po’ di fortuna si possono osservare anche i gipeti, avvoltoi di grandi dimensioni considerati tra gli uccelli più affascinanti d’Europa.
Una volta arrivati sulle rive del Lago di Gaube, la tentazione principale è quella di fermarsi perché le acque trasparenti riflettono il profilo delle montagne e cambiano tonalità a seconda della luce, mentre piccoli movimenti del vento trasformano continuamente la superficie.
La riva occidentale intercetta il celebre GR10, il grande itinerario escursionistico che attraversa l’intera catena dei Pirenei dall’Atlantico al Mediterraneo. Gli escursionisti più allenati proseguono spesso verso la Valle delle Oulettes de Gaube e il relativo rifugio montano, punto privilegiato per ammirare ghiacciai e pareti del Vignemale da distanza ravvicinata.
Chi preferisce una giornata tranquilla trova invece lungo le sponde del lago uno scenario ideale per una pausa contemplativa. Tra riflessi, silenzi e profili montani, il tempo sembra assumere un ritmo differente.
Il Lago di Gaube si trova nel dipartimento degli Alti Pirenei, nella regione francese dell’Occitania, all’interno del Parco Nazionale dei Pirenei. L’area appartiene al territorio comunale di Cauterets, rinomata località termale e montana situata vicino al confine spagnolo. Da Lourdes il tragitto in automobile richiede circa 45 minuti e, una volta raggiunto il parcheggio del Pont d’Espagne, si può scegliere tra il percorso escursionistico oppure gli impianti di risalita.
Cauterets dista appena 15 minuti di guida dal Pont d’Espagne lungo la strada D920. Durante la stagione turistica sono disponibili anche collegamenti tramite navette che connettono il paese con il parcheggio principale. Primavera, estate e inizio autunno rappresentano i periodi migliori per la visita. Nei mesi più freddi, invece, la presenza di neve e il rischio di valanghe rendono l’accesso molto più delicato.
iStockIl bellissimo Lago di Gaube visto dall’alto
Davanti al Lago di Gaube si comprende rapidamente il motivo della sua fama: non sono affatto molti i luoghi che riescono a concentrare in uno spazio relativamente contenuto tanta bellezza naturale. Acqua smeraldo, foreste profumate, cascate fragorose e la presenza maestosa del Vignemale costruiscono una scena che resta impressa molto tempo dopo il ritorno a valle.
Nel mondo dei viaggi premium, l’aeroporto non è più soltanto un luogo di passaggio, bensì è diventato una parte integrante dell’esperienza, soprattutto per chi vola spesso e cerca qualità anche nei momenti di attesa. Ma c’è una differenza fondamentale da chiarire: non si parla dei ristoranti nei terminal aperti a tutti i passeggeri, bensì delle lounge delle compagnie aeree, spazi esclusivi dove il viaggio inizia molto prima dell’imbarco.
Secondo la nuova classifica dei Food & Wine Global Tastemakers Awards 2026, le migliori lounge del mondo stanno vivendo una vera rivoluzione gastronomica. Non più semplici aree relax con snack e caffè, ma vere destinazioni culinarie con menu da ristorante, chef dedicati, bar d’autore e piatti che raccontano l’identità del Paese da cui si parte. Dalla spettacolare Dubai a Singapore, passando per Doha, Parigi e Istanbul, le lounge delle compagnie aeree più importanti stanno ridefinendo il concetto di attesa in aeroporto come parte stessa del viaggio.
Le lounge come destinazioni gastronomiche
Le lounge aeroportuali delle compagnie aeree stanno vivendo una trasformazione profonda: da spazi funzionali pensati per l’attesa a vere e proprie destinazioni gastronomiche. Non si parla più solo di un posto dove sedersi prima del volo, ma di veri e propri spazi progettati per offrire ai viaggiatori premium un’esperienza completa, con una forte identità culinaria e un livello di servizio sempre più vicino a quello dell’alta ristorazione.
L’idea alla base è duplice, da un lato offrire un assaggio del Paese di partenza o di arrivo, dall’altro garantire un momento di comfort esclusivo prima dell’imbarco. In questo scenario si inseriscono lounge sempre più sofisticate, dove convivono champagne bar, ristoranti interni, sushi counter, noodle station e cucine a vista con piatti espressi preparati al momento.
Il risultato è un panorama estremamente variegato. Con Japan Airlines si può vivere un’esperienza profondamente giapponese, tra sushi preparato al momento, ramen e piatti tradizionali. Con Emirates si passa invece a un’impostazione quasi da ristorante di lusso, con servizio al tavolo, champagne e caviale.
Singapore Airlines porta in aeroporto la cultura gastronomica locale con laksa, satay e chicken rice, mentre altre compagnie puntano sempre più su menu dinamici e chef in residenza.
Il concetto chiave che unisce tutte queste esperienze è quello di “sense of place”: ogni lounge deve raccontare qualcosa del territorio in cui si trova. A Hong Kong dominano dim sum e noodle bar, a Parigi la pasticceria francese e i grandi vini, mentre a Istanbul i sapori si muovono tra mezze, pane caldo e piatti della tradizione anatolica. Anche le compagnie occidentali stanno seguendo questa evoluzione, collaborando con chef locali, bakery famose e brand gastronomici per rendere ogni lounge sempre più riconoscibile e legata al contesto urbano.
Le 10 migliori lounge airline, la classifica completa
Se fino a pochi anni fa le lounge erano considerate un plus accessorio, oggi sono diventate uno dei criteri più importanti nella valutazione dell’esperienza di volo premium. Le migliori al mondo si distinguono per qualità del cibo, varietà dell’offerta e capacità di trasformare l’attesa in un momento memorabile.
Secondo la nuova classifica dei Food & Wine Global Tastemakers Awards 2026, queste sono le 10 lounge aeroportuali delle compagnie aeree dove si mangia (e si beve) meglio al mondo:
1. Emirates – Dubai,
2. Singapore Airlines – Singapore Changi,
3. Cathay Pacific – Hong Kong,
4. Qatar Airways – Doha,
5. Japan Airlines – Tokyo Narita,
6. Air France – Parigi Charles de Gaulle,
7. Turkish Airlines – Istanbul,
8. Virgin Atlantic – Londra Heathrow,
9. Qantas – Sydney,
10. Capital One – network USA.
Negli ultimi giorni il mercato dei voli internazionali è stato travolto da un improvviso aumento dei prezzi sulle rotte tra Europa e Asia. A causa della guerra in Medio Oriente e della conseguente chiusura di gran parte dello spazio aereo, i collegamenti aerei tra i due continenti stanno subendo forti disagi: voli cancellati, rotte allungate e tariffe che in alcuni casi sono aumentate fino al 900% nel giro di poche ore.
Molte delle rotte più utilizzate passavano attraverso i grandi hub del Golfo come Dubai, Doha e Abu Dhabi, oggi difficilmente utilizzabili a causa delle tensioni geopolitiche. La chiusura di questi corridoi ha costretto le compagnie aeree a riprogrammare i collegamenti, con conseguenze dirette sui costi dei biglietti e sulla disponibilità dei voli.
Ramsau bei Berchtesgaden rappresenta una delle realtà alpine più singolari dell’Europa centrale. Il villaggio, situato all’estremo sud-orientale della Baviera, sorge a breve distanza dal confine austriaco e dalla città di Salisburgo, ma soprattutto vanta un territorio vasto e verticalmente articolato che supera di molto le dimensioni demografiche del centro abitato. Poco meno di 2.000 residenti, infatti, vivono in un’area che si estende dalle vallate verdi fino alle creste più elevate delle Alpi di Berchtesgaden, raggiungendo quota 2.713 metri sulla Mittelspitze del Watzmann, una delle montagne più emblematiche dell’immaginario alpino tedesco.
Il borgo si sviluppa a circa 670 metri sul livello del mare all’interno di una conca modellata da ghiacciai antichi, corsi d’acqua montani e frane preistoriche. Gran parte del territorio comunale rientra nel Parco Nazionale di Berchtesgaden, unica area protetta alpina della Germania istituita nel 1978 per tutelare ecosistemi di alta montagna rimasti in larga parte intatti. Ramsau possiede inoltre lo status di stazione climatica curativa, riconoscimento legato alla qualità dell’aria, alla presenza di boschi estesi e alla particolare combinazione di altitudini, esposizioni e correnti.
Ma non è di certo tutto, perché la storia del luogo risulta profondamente intrecciata con la montagna: nel 2015 ha ottenuto il titolo di primo “villaggio dell’alpinismo” della Baviera, riconoscimento che premia una visione di turismo dolce basata su sostenibilità, agricoltura tradizionale e salvaguardia delle tradizioni alpine.
Cosa vedere a Ramsau
Il centro di Ramsau presenta un impianto raccolto, privo di grandi assi urbani e dominato da edifici rurali, masi storici e strutture religiose di forte valore simbolico. Ne è un esempio la Chiesa parrocchiale di San Sebastiano (1512) che costituisce uno dei soggetti più rappresentati della pittura romantica europea. Artisti del XIX secolo, infatti, rimasero colpiti dalla sua poetica posizione accanto al torrente Ramsauer Ache e incorniciata da prati ondulati e dalla massa rocciosa del Watzmann. L’architettura tardo gotica dell’edificio, con campanile slanciato e interni sobri, dialoga con il cimitero adiacente, celebre per lapidi dipinte, croci lignee e decorazioni floreali che restituiscono una visione serena del rapporto tra comunità e memoria.
Poco sopra l’abitato si trova il Santuario di Maria Himmelfahrt, noto anche come Maria Kunterweg, costruito nel XVIII secolo in stile rococò bavarese. La facciata chiara, gli interni riccamente decorati e la posizione tra i boschi ne fanno uno degli esempi più raffinati di architettura sacra regionale.
Tra gli elementi naturali spicca l’Hintersee, lago alpino dalle acque limpide che si è formato a seguito di una frana preistorica. Le sue rive ospitarono pittori paesaggisti dell’Ottocento attratti dai riflessi delle pareti rocciose e dalle variazioni cromatiche stagionali. Nelle vicinanze, invece, si estende lo Zauberwald, una foresta geologica nata dal crollo di enormi masse calcaree circa 3.500 anni fa e riconosciuto tra i 100 geotopi più significativi della Baviera.
Merita attenzione anche la storica condotta salina, realizzata nel XIX secolo per trasportare salamoia dalle miniere di Berchtesgaden verso le saline di Bad Reichenhall. Il tracciato attraversa pendii panoramici con viste aperte sulle catene del Hochkalter e del Watzmann.
Cosa fare in inverno
Durante la stagione fredda Ramsau assume un carattere raccolto e silenzioso, valorizzato da un’offerta di attività legate alla neve e al paesaggio. A disposizione dei visitatori ci sono piste di sci di fondo che si sviluppano lungo il fondovalle e sui pendii dolci, ma anche il comprensorio familiare di Hochschwarzeck che propone discese adatte a sciatori di livello intermedio, oltre a percorsi per slittino e aree dedicate ai più giovani.
iStockRamsau in inverno
Le superfici ghiacciate dell’Hintersee permettono pratiche tradizionali quali il pattinaggio e il curling, disciplina profondamente radicata nella cultura alpina bavarese. Poi ancora escursioni con racchette da neve che attraversano boschi innevati per andare verso malghe isolate e punti panoramici, mentre le pareti calcaree delle Alpi di Berchtesgaden attirano specialisti dell’arrampicata su ghiaccio e delle vie ferrate invernali.
La stagione del gelo risulta ideale persino per attività di benessere, anche perché il Bergkurgarten ospita un impianto di graduazione salina che diffonde aerosol naturali utili per le vie respiratorie.
Cosa fare in estate
Con l’arrivo dell’estate Ramsau muta quasi completamente rivelando una profonda vocazione escursionistica. In zona, infatti, si sviluppa una rete di sentieri che supera i 250 chilometri, attraversando vallate glaciali, pascoli d’alta quota e ambienti rocciosi. Il Wimbachtal rappresenta uno degli esempi più straordinari di valle detritica alpina, modellata dal continuo movimento di materiali calcarei trasportati dalle precipitazioni. Qui la vegetazione appare selettiva e rara, adattata a un suolo instabile.
Le malghe attive durante il periodo di alpeggio mettono a disposizione prodotti caseari, piatti tradizionali e testimonianze di un’agricoltura di montagna ancora viva. Le salite verso il massiccio del Watzmann e del Hochkalter richiedono preparazione tecnica e conoscenza dell’ambiente, mentre percorsi meno impegnativi conducono al Taubensee, piccolo lago carsico alimentato da sorgenti subacquee e noto per le ninfee e per l’elevata biodiversità.
Nei mesi estivi, tra le altre cose, la seggiovia dell’Hirscheck consente l’accesso a punti panoramici adatti anche a famiglie, con viste estese sulle creste circostanti. A completare questa ricca offerta ci sono poi ciclismo alpino ed escursioni naturalistiche.
Il pittoresco borgo di Ramsau bei Berchtesgaden si raggiunge facilmente attraverso una rete viaria ben integrata con il sistema bavarese e austriaco. Monaco di Baviera dista circa 150 chilometri, mentre Salisburgo si trova a una trentina di chilometri verso nord. Il collegamento ferroviario più vicino conduce a Berchtesgaden, da cui partono autobus locali diretti al centro del comune e alle principali località del parco nazionale.
Per chi viaggia in automobile, le strade panoramiche seguono vallate e pendii con tratti spettacolari, mantenendo standard di sicurezza elevati anche durante la stagione invernale. La posizione di Ramsau, ai margini di una delle aree naturali più tutelate della Germania, rende l’arrivo parte integrante dell’esperienza, introducendo gradualmente a un paesaggio modellato da milioni di anni di storia geologica e da secoli di presenza umana consapevole.
In un tempo in cui i ghiacci si ritirano e il clima è in mutamento, cercare e scoprire le grotte di ghiaccio e i ghiacciai meno conosciuti d’Italia significa non solo viaggiare, ma anche custodire un patrimonio naturale unico e fragile, anticipare il futuro del nostro pianeta e scoprire alcune delle sue bellezze più rare, che rischiamo di perdere.
Quando si pensa all’Italia e ai suoi templi naturali fatti di ghiaccio, solitamente l’immaginario corre subito alle vette bianche e maestose delle Alpi, ai ghiacciai noti e frequentatissimi come quello della Marmolada o ai numerosi del Monte Rosa. Il nostro Paese, tuttavia, custodisce anche luoghi gelati meno noti e frequentati, avvolti quasi da un alone di mistero e raramente battuti dal turismo di massa: caverne di gelo che si aprono nel cuore della montagna e piccoli ghiacciai remoti che resistono, con fatica, al cambiamento climatico. Dalle pendici scure dell’Etna fino alle alte cime delle Alpi orientali, si compone una collezione di luoghi speciali e unici, in bilico tra fragilità e meraviglia.
Grotta del Gelo – Sicilia
Nel cuore del vulcano attivo più alto d’Europa, c’è una grotta di ghiaccio che sfida ogni aspettativa geografica: è la Grotta del Gelo, nascosta sotto il livello del suolo a oltre 2000 metri di altitudine lungo le pendici settentrionali dell’Etna.
Qui particolari condizioni di ventilazione e ombra permettono al gelo di persistere per tutto l’anno. Il suo nome dice già tutto: stalattiti e colonne di ghiaccio caratterizzano il ristretto panorama, il freddo si conserva anche durante le stagioni miti e crea un’atmosfera surreale.
Rispetto alla maggior parte delle grotte di ghiaccio, che si formano per via di fenomeni carsici, questa grotta è in realtà una cosiddetta lava tube, ovvero una grotta formata non per l’azione dell’acqua quanto per quella di un’eruzione di lava particolarmente fluida, eruttata ad una temperatura di 1000/1200°C.
Secondo la ricerca, la formazione della Grotta del Gelo si fa risalire alla lunghissima eruzione iniziata nel 1614 e protrattasi per dieci anni interi. La cavità è lunga circa 125 metri, si trova a oltre 2000 metri di quota e al suo interno la temperatura non va mai sopra lo zero termico. È considerato il ghiacciaio più meridionale d’Europa.
Visitare la Grotta del Gelo sull’Etna non è semplice. L’accesso è possibile attraverso una dura escursione a piedi che parte da Piano Provenzana e dura 8 ore, con l’ulteriore difficoltà della differenza termica tra l’interno e l’esterno della grotta. Le stagioni raccomandate per visitarla sono la tarda primavera e l’inizio dell’autunno.
Ghiacciaio del Montasio – Friuli-Venezia Giulia
Tra le Alpi Giulie, in Friuli, si trova uno dei ghiacciai più remoti e meno noti dell’arco alpino: il Ghiacciaio del Montasio. In un’area dove il glacialismo sembra essere quasi scomparso, questa lingua di ghiaccio lotta per sopravvivere su un versante esposto alle correnti e alle stagioni sempre più calde.
I ghiacciai in realtà sono due, dalle dimensioni ridotte, uno detto occidentale e uno minore: circa cinque ettari di ghiaccio bianco in totale, incassati nelle formazioni rocciose circostanti, che si difendono dai raggi del sole e resistono al mutamento del pianeta indotto dalle attività umane. Sorgono sulla parete nord del Jof di Montasio, la terza montagna più alta del Friuli, ma vengono comunque classificati come i ghiacciai a più bassa quota delle Alpi, posti a circa 1900 metri sul livello del mare.
iStockIl Ghiacciaio del Montasio compare tra le nubi
L’escursione per arrivare al ghiacciaio occidentale, quello più ampio e più facile da raggiungere, parte da Sella Sompdogna, forcella che separa la Val Dogna dalla Val Saisera. Da qui si affronta un primo tratto nel bosco che sale fino al bivacco Stuparich, e da qui ancora verso il ghiacciaio. Il tragitto di andata è lungo poco più di 4 chilometri, con una discreta difficoltà altimetrica (712 metri di ascesa molto compatti). Il percorso è adatto a tutte le stagioni, a condizione di avere meteo favorevole e attrezzatura adeguata.
Il tragitto offre non solo la gioia di arrivare a calpestare il ghiaccio perenne del Montasio, ma regala anche viste spettacolari sulle cime circostanti e splendidi panorami sulle vallate sottostanti.
La Ghiacciaia della Grigna – Lombardia
Grigna e Grignetta, le principali vette del Gruppo delle Grigne, a oltre duemila metri nelle Prealpi Lombarde, vicino al Lago di Como, ospitano un fenomeno naturale sorprendente: le cosiddette ghiacciaie, grotte naturali in cui neve e ghiaccio accumulati non si sciolgono mai, nemmeno d’estate.
iStockLa Grigna vista dal Lago di Como
Queste grotte del ghiaccio erano sfruttate già dal Cinquecento per rifornirsi del prezioso elemento per conservare gli alimenti. Leonardo da Vinci, durante il suo lungo soggiorno milanese, cercò di studiarle e visitò la Ghiacciaia del Moncodeno, una delle grotte principali. Le sue peculiari caratteristiche sono oggetto di studio ancora oggi: i fenomeni carsici e le dinamiche delle acque sotterranee del massiccio montuoso delle Grigne sono ancora del tutto da chiarire.
La Grotta di Moncodeno e la sua ghiacciaia si trovano nelle vicinanze del rifugio Bogani, sul versante nord della Grigna. Ci si arriva tramite il sentiero CAI numero 25, partendo da Vò di Moncodeno. A quota 1700 metri, poco prima dell’Alpe di Moncodeno, si deve effettuare una deviazione e proseguire seguendo dei segnavia a bolli gialli per trovare l’ingresso della ghiacciaia. È opportuno organizzare un’escursione guidata per poter scendere lungo la via attrezzata che si avventura nella grotta fino ai ghiacci perenni.
Oltre al fascino della ghiacciaia, percorrere i sentieri intorno alla Grigna permette di camminare attraverso boschi, pietraie e ripidi canalini rocciosi, in un ambiente montano di rara bellezza a poca distanza dal Lago di Como.
Ghiacciaio Fellaria – Lombardia
Il Ghiacciaio Fellaria, nel cuore della Valmalenco, in Lombardia, è un ghiacciaio non particolarmente popolare, ma assolutamente eccezionale per chi ama la montagna. È uno dei più grandi delle Alpi Centrali e offre uno scenario alpino selvaggio, circondato da vette dal profilo incombente.
La camminata per raggiungerlo attraversa boschi, pascoli alpini e un piccolo lago glaciale, omonimo. Si parte dalla diga dell’Alpe Gera, sotto la quale si trova un parcheggio. Da lì si imbocca il sentiero che costeggia il bacino artificiale in sinistra orografica e si prosegue fino al rifugio Bignami. Poco sopra parte il Sentiero glaciologico Marson, che in poco meno di tre chilometri e un’oretta di cammino porta fino al ghiacciaio.
Il ghiacciaio, nonostante sia in rapida e netta regressione come molti suoi simili, mantiene una presenza ben percettibile anche nelle estati calde. Ai suoi piedi, nella bella stagione, si forma un opaco e gelido laghetto, il cosiddetto Lago di Fellaria, composto dalle acque in scioglimento. Il colpo d’occhio è imponente e magnetico, con le venature, le spaccature e le stratificazioni del ghiaccio che si mostrano come una dimostrazione empirica dell’infinita storia del mondo.
Dubai ha ufficialmente ottenuto il riconoscimento di Città Sostenibile leader al mondo ai World Sustainable Travel & Hospitality Awards 2025, un risultato che la proietta al centro della discussione globale sul turismo responsabile e sulle strategie urbane a basso impatto. Il prestigioso titolo, assegnato dai votanti del WSTHA, è stato annunciato durante la cerimonia di gala ospitata al Terra di Expo City Dubai, dove centinaia di figure di riferimento del turismo sostenibile si sono riunite per celebrare i pionieri di un settore sempre più orientato al Net Positive Impact.
L’evento, organizzato in collaborazione con la World Sustainable Hospitality Alliance, ha distinto le realtà che stanno ridefinendo gli standard internazionali di un’ospitalità capace di integrare responsabilità ambientale, innovazione e crescita economica. Per Dubai, che negli ultimi anni ha lavorato per trasformare la propria immagine da capitale del lusso a laboratorio avanzato di sostenibilità urbana, tale riconoscimento rappresenta una conferma del percorso intrapreso.
Un approccio multiforme alla sostenibilità urbana
L’assegnazione del titolo non arriva per caso: la città ha messo in campo una strategia articolata che coinvolge energia, edilizia, infrastrutture e gestione delle risorse. Uno dei progetti più emblematici è il parco solare Mohammed bin Rashid Al Maktoum, oggi considerato uno dei più vasti impianti mono-sito al mondo dedicati all’energia solare. L’impianto non è soltanto un simbolo architettonico, ma un pilastro tecnologico che contribuisce in modo sostanziale alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili e alla diminuzione complessiva delle emissioni di carbonio.
L’investimento in energia pulita si inserisce in una visione più ampia, in cui Dubai punta a una diversificazione delle fonti energetiche e alla costruzione di un sistema urbano resiliente. La transizione verso le rinnovabili è così diventata una delle colonne portanti delle sue politiche ambientali, dando forma a un modello di sviluppo che mira a combinare crescita economica e tutela del territorio.
Edifici intelligenti e riduzione dei consumi
iStockIl futuristico skyline di Dubai Marina
In parallelo alla rivoluzione energetica, Dubai ha sviluppato un sistema di certificazione edilizia, Al Sa’fat, pensato per garantire standard elevati in termini di bioedilizia. L’implementazione delle linee guida ha portato oltre la metà dei nuovi edifici a rispettare i requisiti minimi di sostenibilità, contribuendo così a un notevole risparmio energetico.
Gli edifici certificati di livello Platinum, in particolare, possono raggiungere un’efficienza superiore del 35% rispetto alle costruzioni tradizionali e ridurre l’impronta ambientale dell’intero tessuto urbano. Un approccio che non si limita a definire criteri tecnici, ma incoraggia una cultura dell’edilizia responsabile, orientata a integrare tecnologie intelligenti, sistemi di climatizzazione efficienti e materiali a ridotto impatto.
In un contesto come quello mediorientale, dove il clima impone sfide significative nella gestione delle risorse, le innovazioni dell’edilizia sostenibile rappresentano uno strumento strategico che permette alla città di proiettarsi verso un futuro più equilibrato.
Il riconoscimento e le voci dei protagonisti
Nel ricevere il premio, Anas Al Ablam, portavoce del Dubai Tourism, ha sottolineato come questo risultato appartenga alla popolazione e rifletta un impegno condiviso verso modelli di sviluppo più responsabili. La cerimonia non ha solo valorizzato il lavoro di Dubai, ma ha evidenziato il ruolo centrale della cooperazione internazionale nel ridefinire gli standard globali del turismo sostenibile.
Tra i primi a congratularsi per la vittoria è stato Glenn Mandziuk, Presidente e CEO della World Sustainable Hospitality Alliance, la cui rete rappresenta oltre 66.000 hotel nel mondo e più di otto milioni di camere. Mandziuk ha sottolineato come il caso di Dubai dimostri che l’innovazione e la sostenibilità non siano elementi accessori, ma componenti essenziali per costruire un futuro improntato alla Net Positive Hospitality, capace cioè di generare benefici ambientali e sociali superiori agli impatti prodotti.
Anche Justin Cooke, Vicepresidente Esecutivo dei WSTHA, ha rimarcato il valore del premio, definendo Dubai un esempio credibile e concreto di città impegnata nella protezione del pianeta per le generazioni future. Le sue parole hanno ribadito l’importanza di una leadership capace di trasformare visioni ambiziose in azioni misurabili e rendere la città degli Emirati un punto di riferimento per il settore.
China Eastern Airlines sta per lanciare un volo che entrerà nella storia dell’aviazione civile: il collegamento tra Shanghai e Buenos Aires, con uno scalo ad Auckland, sarà il più lungo del mondo. Con una durata complessiva di 29 ore – per il viaggio di ritorno e 26 ore all’andata – i passeggeri affronteranno una vera e propria maratona aerea attraversando quasi metà pianeta.
Nonostante lo scalo in Nuova Zelanda, il volo sarà considerato diretto, in quanto i viaggiatori resteranno a bordo senza cambiare aeromobile. Questo nuovo collegamento promette di rivoluzionare il concetto di voli ultra-lunghi e rappresenta un’opportunità unica per chi desidera sperimentare un’avventura senza precedenti in cielo.
Un viaggio da record tra Shanghai e Buenos Aires
Il nuovo volo da Shanghai a Buenos Aires coprirà una distanza di 12.200 miglia (circa 19.600 chilometri), rendendolo il più lungo al mondo. La partenza dalla Cina è prevista per il 4 dicembre, con due frequenze settimanali: il lunedì e il giovedì verso l’Argentina e il martedì e il venerdì per il viaggio di ritorno.
Nonostante la durata eccezionale, la compagnia aerea ha strutturato il volo per garantire la massima comodità ai passeggeri, offrendo posti in First, Business ed Economy Class. L’aereo probabilmente impiegato per questa impresa sarà il Boeing 777-300ER, noto per le sue capacità di lungo raggio e per le prestazioni affidabili su rotte ultra-lunghe.
iStockAereo Boeing 777-300ER.
Il collegamento rappresenta un record non solo per la durata, ma anche per la distanza percorsa in un unico viaggio diretto. La breve sosta ad Auckland, di circa due ore e mezza, permette il rifornimento senza che i passeggeri debbano lasciare il velivolo.
In termini di costi, il biglietto di sola andata per la tratta Shanghai-Buenos Aires parte da circa 1.280 sterline (circa 1.400 euro), mentre per la tratta Buenos Aires-Shanghai i prezzi possono superare le 1.400 sterline (1.600 euro), con variazioni legate alla disponibilità e alla classe di prenotazione.
Implicazioni commerciali e nuove opportunità di viaggio
Oltre a stabilire un nuovo primato nel settore dell’aviazione, il volo Shanghai-Buenos Aires può avere importanti effetti commerciali e diplomatici. Questo collegamento diretto rafforza i legami tra Cina e Sud America, offrendo una rotta alternativa che evita l’Europa e gli Stati Uniti.
iStockVeduta aerea panoramica del paesaggio urbano e dell’architettura di Buenos Aires.
Per i viaggiatori, rappresenta anche un’opportunità di ridurre al minimo le fermate intermedie, rendendo più agevole lo spostamento tra continenti in zone altrimenti meno accessibili.
Gli esperti di viaggio sottolineano inoltre come questo tipo di rotta possa aprire nuove possibilità per chi desidera esplorare itinerari insoliti o evitare regioni con conflitti attivi.
Grazie all’assenza di cambi di aeromobile, i passeggeri possono affrontare il lungo viaggio con maggiore comodità mantenendo il proprio posto per l’intera durata. Per chi cerca di ottimizzare il costo del viaggio, vale anche la pena ricordare i vantaggi offerti dalle agenzie di viaggio, che spesso possono applicare sconti basati su tariffe precedentemente individuate online.
Con questo volo, China Eastern Airlines non solo segna un primato mondiale – questo nuovo servizio infatti supera il precedente record della tratta Pechino-San Paolo operata da China Airlines – ma inaugura una nuova era per i voli ultra-lunghi, combinando innovazione tecnica, comfort e opportunità commerciali in un’unica rotta da record.
Per gli appassionati di architettura, skyline futuristici e visite panoramiche, ciascuna di queste 10 metropoli offre uno spettacolo unico. Queste sono le 10 città del mondo con il maggior numero di grattacieli completati, definiti come edifici abitabili alti almeno 150 metri, secondo il database ufficiale del Council on Tall Buildings and Urban Habitat (CTBUH).
Il CTBUH è l’organizzazione di riferimento internazionale no profit per la documentazione degli edifici alti, con informazioni dettagliate sulle misure architettoniche, l’altezza, lo stato di completamento e i record ufficiali.
L’elenco è aggiornato a metà 2025 e copre le città con almeno 100 grattacieli. Ogni paragrafo della classifica, dal decimo al primo posto, include il numero di edifici ≥150m, il grattacielo più alto e alcuni dettagli caratteristici.
Questa classifica CTBUH mostra come la Cina domini il panorama mondiale dei grattacieli: tre città – Hong Kong, Shenzhen e Guangzhou – occupano le prime cinque posizioni. Dubai e New York restano simboli globali della modernità architettonica, mentre metropoli emergenti come Wuhan e Chongqing continuano a crescere vertiginosamente.
Chongqing, Cina
Con 149 edifici completati alti almeno 150m Chongqing è la decima città al mondo per numero di grattacieli. Situata nel sud-ovest della Cina, si è sviluppata rapidamente negli ultimi due decenni. Il grattacielo completato più alto in città è il Raffles City Chongqing T3N, che raggiunge i 354 m, dominando lo skyline del centro urbano.
Tokyo, Giappone
Con 175 edifici completati ≥150m: Tokyo, la giapponese metropoli moderna per eccellenza, occupa il nono posto. Tra i suoi grattacieli più alti figurano edifici residenziali e direzionali, affiancati dal più alto edificio della città Mori JP Tower, completato nel 2023 con 327m.
Wuhan, Cina
Con 193 grattacieli completati alti almeno 150m: Wuhan, soprannominata la “Chicago della Cina” per la sua posizione strategica e il suo ruolo di importante snodo dei trasporti nella Cina centrale, ha recentemente superato Kuala Lumpur per numero di edifici alti. La città ospita diversi “supertall”, tra cui il progetto Wuhan Greenland Center (476m).
Kuala Lumpur, Malesia
Con 193 edifici completati ≥150m, Kuala Lumpur vanta uno skyline iconico con le Petronas Twin Towers 1-2 (451.9m) e il nuovo Merdeka 118, completato nel 2023 e alto 679m. Kuala Lumpur è la città più alta della Malesia e la quinta città più alta in Asia.
Shanghai, Cina
198 grattacieli completati alti almeno 150m mettono Shanghai è al sesto posto di questa classifica. Il suo skyline futuristico dominato dalla Shanghai Tower con 632m su 128 piani, è il grattacielo più alto della Cina ed il terzo più alto al mondo, dopo il Burj Khalifa a Dubai ed il Merdeka 118 a Kuala Lumpur.
Guangzhou, Cina
204 sono gli edifici completati maggiori o uguali a 150m a Guangzhou, importante città del delta del fiume delle Perle. Il più iconico è il Guangzhou CTF Finance Centre, alto 530m, terzo edificio più alto in Cina e ottavo al mondo. Sebbene la Canton Tower arrivi a 600m, essa è una torre e non considerata edificio abitabile.
Dubai, Emirati Arabi Uniti
Grattacieli ≥150m: 270 edifici completati a Dubai. Questa metropoli occupa la quarta posizione globale, con una concentrazione impressionante di edifici alti.
iStockVista aerea della città di Dubai
Il fiore all’occhiello è il Burj Khalifa, l’edificio più alto al mondo con 828 m e 163 piani, inaugurato nel 2010.
New York City, Stati Uniti
317 sono i grattacieli completati (alti almeno 150 m) a New York. La città è al terzo posto e rappresenta il centro storico della verticalità: il One World Trade Center, alto 541m su 104 piani, domina Manhattan, completato nel 2014 come simbolo di rinascita e resilienza.
Shenzhen, Cina
444 grattacieli completati alti almeno 150m a Shenzhen che si conferma al secondo posto mondiale, con un boom edilizio inarrestabile. Il Ping An Finance Centre, alto 599m, è il suo grattacielo più alto, completato nel 2017 e contribuisce a consolidare l’immagine della città come il cuore finanziario emergente della Cina.
Hong Kong, Cina
Con 569 edifici completati (alti almeno 150m) Hong Kong guida la classifica globale. Il grattacielo più alto è l’International Commerce Centre con 484m su 108 piani, completato nel 2010. La città ovviamente detiene anche i record di città più alta in Asia e in Cina.
In una città che ospita più di 150.000 camere d’albergo, trovare i migliori hotel a Dubai è un’impresa non da poco. Tuttavia, se state cercando la vista migliore, il nome da cercare è solo uno: Ciel Dubai Marina. Con i suoi 365 metri di altezza, diventerà l’hotel più alto del mondo, offrendo ai suoi ospiti incredibili viste a 360 gradi sul Golfo Persico, inclusi il Palm Jumeirah (l’arcipelago di isole artificiali di Dubai) e il Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo.
Progettato dal pluripremiato studio d’architettura inglese NORR, vanterà anche un ulteriore record: la piscina a sfioro più alta del mondo, situata a circa 306 metri d’altezza. Chi non soffre l’altezza potrà mangiare nel “ristorante nel cielo” a 353 metri e rilassarsi nel “giardino pensile nell’atrio” che si estende su 12 livelli.
Ciel Dubai Marina, l’hotel più alto del mondo
A Dubai tutto punta all’eccellenza e alla verticalità, compreso il Ciel, destinato a diventare una delle icone più straordinarie della città. Attualmente in fase avanzata di costruzione, i lavori per l’allestimento della lobby hanno superato il 65% di completamento, mentre le aree ristorative sono pronte per circa metà. Anche le camere iniziano a prendere forma, con gli arredi già installati per oltre il 45%, e la zona relax sul “leisure deck” ha raggiunto circa il 40% dei lavori previsti, secondo gli aggiornamenti del costruttore tra aprile e maggio.
Uno dei punti di forza dell’hotel sarà senza dubbio la Tattu Sky Pool, una spettacolare infinity pool sospesa al 76° piano, parte dell’elegante complesso Tattu Dubai che include ristorante, bar e lounge distribuiti su tre livelli: il ristorante al 74°, la piscina panoramica al 76° e la Sky Lounge al vertiginoso 81° piano. Un’esperienza che promette di fondere lusso, gastronomia e viste mozzafiato in un solo luogo.
Ufficio StampaL’infinity pool sospesa al 76° piano
Le aree più interessanti del nuovo hotel di Dubai
Il Ciel hotel avrà 1004 tra stanze e suites sviluppate su 82 piani, un design curato ed estremamente moderno e, soprattutto, viste mozzafiato. Tra le aree più interessanti c’è sicuramente “La casa del Drago” al 74° piano, un ristorante/bar specializzato nella cucina cinese moderna e contraddistinto da un design che si ispira alla maestosità del drago. Ovviamente, ogni tavolo avrà la sua vista impareggiabile su Palm Jumeirah, estendendosi fino al DIFC.
Un’altra area da menzionare è il Tattu SkyLounge, uno spazio incantevole che trae ispirazione dalla leggendaria fenice, simbolo delle più alte virtù. Al centro, un’isola-bar adorna di materiali preziosi cattura lo sguardo, mentre l’ambiente, che ricorda una gabbia per uccelli, crea un’atmosfera di intima esclusività. Qui è presente anche una terrazza esterna a 360 gradi, rinfrescata tutto l’anno, che offre viste mozzafiato da ogni angolazione su Dubai.
Non mancano spazi di design dedicati a pasticcerie esclusive dove fare colazione, alla spa, alla palestra e l’accesso alla spiaggia incluso nell’alloggio, distante venti minuti dall’hotel e coperta dal servizio di shuttle.
Insomma, se cercate il lusso più esclusivo, sapete dove trovarlo!
Novità in arrivo per i viaggiatori diretti nel Golfo: entro la fine del 2025 sarà possibile visitare sei Paesi, che offrono una varietà unica di paesaggi, tradizioni e attrazioni, con un solo visto elettronico. Un’iniziativa pensata per semplificare i viaggi e rafforzare l’attrattività turistica dell’area.
Si potrà iniziare il viaggio tra i grattacieli di Dubai, proseguendo tra le moschee storiche di Muscat, scoprendo l’eleganza moderna di Doha o lasciandosi incantare dal fascino millenario di Riyadh. Il tutto senza dover richiedere visti separati o affrontare lunghe trafile burocratiche.
Si consiglia di iniziare fin da subito a progettare l’itinerario nel Golfo, approfittando della crescente offerta di voli, tour guidati e pacchetti personalizzati pensati proprio per questo nuovo scenario di mobilità integrata. I portali turistici e gli operatori specializzati si stanno già attrezzando per offrire esperienze combinabili tra più Paesi, così da valorizzare al massimo questa nuova opportunità.
Un visto unico per sei destinazioni
Il Golfo si prepara a rivoluzionare il settore turistico con l’introduzione di un visto elettronico unico valido per tutti i Paesi membri del Gulf Cooperation Council (GCC): Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, Kuwait e Oman.
iStockSkyline di Gedda, Arabia Saudita
L’iniziativa, che entrerà in vigore entro la fine del 2025, è il frutto di anni di lavoro e cooperazione tra gli Stati dell’area, con l’obiettivo di rendere più fluido e attrattivo l’accesso ai viaggiatori internazionali.
Il nuovo visto elettronico sarà ispirato al modello europeo, previsto per i Paesi dell’Ue. Anche se i dettagli tecnici e politici sono ancora in fase di definizione, si prevede che la sua introduzione snellirà notevolmente le procedure di ingresso, facilitando l’organizzazione di viaggi combinati tra più destinazioni del Golfo.
Questo progetto rappresenta un cambio di paradigma: non più sei destinazioni separate, ma un’unica regione integrata dal punto di vista turistico. Una scelta strategica, pensata per posizionare l’area del Golfo come un vero e proprio hub internazionale per il turismo, capace di competere con le principali mete globali.
Un’opportunità per i viaggiatori e per l’economia turistica
L’introduzione del visto unico rappresenta un’opportunità significativa sia per i turisti che per gli operatori del settore. Per i viaggiatori, in particolare, si apre la possibilità di esplorare sei Paesi culturalmente affascinanti e paesaggisticamente diversi con un’unica pratica burocratica, abbattendo costi, tempi e complessità.
Dalle futuristiche metropoli come Dubai e Doha, fino ai paesaggi desertici e alle oasi storiche dell’Arabia Saudita o dell’Oman, l’intera area del Golfo potrà essere visitata come un unico itinerario integrato.
iStockSkyline di Dubai
Anche il settore turistico locale ne trarrà beneficio: tour operator, agenzie di viaggio, compagnie aeree e strutture ricettive potranno proporre pacchetti multi-destinazione, favorendo una permanenza più lunga e una maggiore spesa da parte dei turisti.
Il visto unico aiuterà inoltre a destagionalizzare i flussi, migliorare la distribuzione geografica dei visitatori e incentivare nuove collaborazioni tra gli operatori dei diversi Paesi del GCC.
I numeri dimostrano che il potenziale è enorme: nel 2023, l’area del Golfo ha attratto oltre 68 milioni di visitatori internazionali, con un aumento del 42% rispetto al 2019. La regione dell’Asia-Pacifico ha raffigurato la quota maggiore dei mercati turistici con il 38%, seguita da Medio Oriente (25,1%), Europa (22,9%), Africa (8,8%) e Americhe (4,3%).
Il Prix Versailles 2025 ha già annunciato gli hotel migliori del nostro pianeta e ora svela quali sono i ristoranti più belli al mondo. Luoghi ricercati nel gusto e nell’estetica che curano il design tanto quanto i menù, perché si sa, l’appetito si stimola a tutto tondo, anche attraverso gli occhi. 16 i ristoranti che ottengono il titolo e tra questi templi del gusto c’è anche un nome italiano.
Gerbou a Dubai
Un invito discreto nella calma di Nad Al Sheba: Gerbou, che in arabo significa “benvenuti nella nostra dimora”, è un omaggio all’architettura degli Emirati. I dettagli raccontano una storia locale: sedute in pelle di cammello, lampade che ricordano squame di pesce, sedie realizzate con alberi di ghaf. Kristina Zanic e Tasmeem Tashkeel hanno disegnato un interno che parla con grazia di tradizione e modernità. La cucina, basata per il 70% su ingredienti locali, segue lo stesso principio: innovare rispettando.
Un corridoio scuro, illuminato da linee di luce, introduce gli ospiti in un mondo misterioso e raffinato. A Dubai, l’Omakase prende forma in un ambiente semicircolare che celebra il fuoco e la fiducia nel cuoco. Astet Studio ha creato un teatro del gusto, dove ogni materiale evoca intensità: mattoni neri, metalli, specchi e maglie dorate. Il dessert si consuma in un angolo più intimo, con pareti giapponesi e un soffitto ligneo che riflette la leggerezza del piatto.
All’interno del museo Luo Hong, Blackswan appare come un dipinto tridimensionale ispirato a Gary Hume. Progettato da Chris Shao Studio, si apre su un giardino orientale con lago, alberi scolpiti e cigni, veri e simbolici. L’illuminazione firmata Caroline Sarkozy scende dal soffitto come piume, evocando grazia e silenzio. Ogni dettaglio, dalla monocromia agli arredi fluidi, incornicia la cucina poetica dello chef Vianney Massot.
Ōrtensia è il risultato di un incontro culturale tra Giappone, Francia e Cina. Chris Shao Studio orchestra materiali e sensibilità: legno antico, laccature cinesi, piastrelle rustiche, legno scolpito. Il risultato è un rifugio dal tempo, femminile, elegante, che prende il nome dal fiore dell’idrangea, simbolo di equilibrio. A tavola si mixano i gusti francesi e quelli cinesi con un’esperienza gastronomica all’insegna del fusion.
Una celebrazione del lifestyle mediterraneo firmata Juan Picornell. Il Lobster Club è attraente come il mare che lo circonda: terrazze panoramiche, bar centrale, piscina a sfioro. Sandra Tarruella ha combinato legno iroko, acciaio lucido e piastrelle smaltate per evocare la spensieratezza di una giornata d’estate.
Un angolo di Lione nel cuore di Helsinki. Il Bouchon Carême reinterpreta il bistrot francese con spirito nordico. Lo studio Fyra ha mantenuto mattoni a vista, colonne in ghisa e grandi finestre che catturano la città. Toni caldi, mobili in legno robusto e una cucina semplice e sincera, firmata Hans Välimäki.
La celebre sala da tè parigina omaggia le origini e rinasce nel 2024 con un nuovo allestimento firmato Cordelia de Castellane. Gli interni celebrano l’eleganza del XVIII secolo: saloni intitolati a Napoleone e Chantilly, pareti pastello, tendaggi teatrali e motivi pittorici che sembrano zucchero su pareti.
Un connubio tra cristallo e haute cuisine. Nell’ex residenza di Marie-Laure de Noailles, ora Maison Baccarat, Alain Ducasse celebra la luce, la materia, la storia. Aliénor Béchu disegna spazi dove legno grezzo e trasparenze si fondono, in un dialogo continuo con opere d’arte e arredi d’autore.
Un salotto londinese con anima pop a Notting Hill: il Julie’s nato nel 1969 è rinato grazie a Rosanna Bossom e Tara MacBain. Colori vivaci, riferimenti agli anni ’70, un collage visivo che attraversa il tempo. La terrazza esterna è un omaggio alla comunità locale, mentre all’interno regna una teatralità sofisticata.
Shell, affacciato su Diamond Beach, sembra emergere dalla natura stessa. Strutture in bambù, pareti in terra battuta, mobili ricavati da legno giavanese: tutto è pensato per essere parte del paesaggio. Pablo Luna Studio ha trasformato la biomimetica in poesia architettonica. Un guscio che protegge, respira e invita alla contemplazione.
Dentro una chiesa sconsacrata del XVI secolo, Coro è un sussurro spirituale. L’unico italiano in classifica si trova in Umbria e più precisamente a Orvieto. Giuliano Andrea dell’Uva ha mantenuto le pareti in tufo, la luce naturale, i resti dell’altare. Il risultato è un ambiente sospeso, dove il sacro si mescola all’umano. L’esperienza si compie tra arte contemporanea, piatti umbri e silenzio.
Sull’isola di Gadeokdo, Seven Island si compone di sette edifici che si affacciano su altrettante isole. MTTB ha creato un percorso visivo che alterna ombra e luce, architettura e paesaggio. I piani bassi evocano il fondale marino, quelli alti la leggerezza della superficie. Una struttura che sembra navigare nel tempo.
Un nascondiglio d’autore; il Kimyona, che in giapponese significa “bizzarro”, è uno speakeasy raffinato firmato Azaz Architects. L’ingresso è una galleria luminosa, ma dietro la porta segreta si apre una stanza oscura, come una camera fotografica. Materiali grezzi, piastrelle antiche, vetri opachi, metallo.
Una casa sospesa tra passato e presente. Il secondo ristorante della famiglia Smithikorn, specializzata in cucina Thai-Cinese, si sviluppa attorno a un atrio centrale in bambù. Thor Kaichon e TasteSpace hanno creato spazi connessi ma autonomi: sala, caffè e gioielleria. Ogni elemento rimanda alla tradizione, dal sigillo di famiglia rosso al blu delle scaglie di pesce. Un design narrativo, radicato e sorprendente.
Dalle coste del Principato alle strade di Tribeca. Il Beefbar newyorkese è un mosaico di influenze, concepito da Humbert & Poyet. Marmo, legni, ferro, motivi Versailles reinterpretati: ogni elemento parla di Manhattan, ma con anima europea. Le grandi finestre ad arco e i soffitti alti accolgono una clientela eclettica, mentre la carne diventa protagonista in un palco urbano dallo stile impeccabile.
Esuberanza nipponica, ma made in Florida. Japón è un’immersione visiva: la gru giapponese appare ovunque, su mosaici, tessuti, carta da parati. Il soffitto dorato e le xilografie antiche convivono con un bar scenografico e un patio tropicale dominato da una pagoda.
L’Alaska non è una meta per chi cerca resort a cinque stelle, animazione da villaggio o spiagge dorate. È invece il luogo ideale per chi sogna paesaggi grandiosi, una natura intatta e incontri ravvicinati con la fauna selvatica.
Un road trip in Alaska come quello che ti proponiamo richiede spirito d’adattamento, pianificazione e una buona dose di curiosità. Ma la ricompensa è immensa: 17 giorni tra montagne, fiordi, ghiacciai, alci, orche e orsi.
Giorno 1: Anchorage, il punto di partenza
Il viaggio comincia ad Anchorage, la città più popolosa dell’Alaska. Anche se non brilla per fascino architettonico, rappresenta un buon punto di partenza: puoi fare rifornimento di viveri, acquistare l’attrezzatura necessaria e magari cenare con un ottimo panino da Humpy’s, un pub locale autentico.
Se capiti in città nel fine settimana, fai un salto anche al Farmer Market per assaggiare specialità locali e vivere l’atmosfera cittadina. Anchorage è anche il posto giusto per fare shopping senza tasse e rifornirsi prima di raggiungere le zone più isolate, dove i prezzi sono ben più alti.
Fonte: iStockAnchorage è un comodo punto di partenza per il tuo viaggio in Alaska
Giorni 2-4: Denali National Park & Preserve
Da Anchorage si parte verso nord per il Denali National Park, uno dei simboli dell’Alaska. Qui non si guida liberamente: dal 15° miglio in poi si accede solo con autobus ufficiali. Il consiglio è di prenotare per tempo il “Green Bus” fino all’Eilson Visitor Center (66 miglia).
Le otto ore di viaggio, tra andata e ritorno, ti porteranno nel cuore di paesaggi grandiosi e ti daranno ottime chance di avvistare orsi, caribù, alci e volpi, animali selvatici tipici del Nord America.
Durante le due giornate di escursioni si possono percorrere trail mozzafiato come l’Alpine Trail, breve ma con forte dislivello e vista sul monte Denali (se si è fortunati e non è coperto dalle nuvole), e il Savage Alpine Trail, più lungo e panoramico, con possibilità concreta di incontrare la fauna selvatica.
Alpine Trail – circa 3 km andata e ritorno. Dislivello 500 metri, si arriva a 1500 mt d’altezza
Si parte proprio alle spalle dell’Eilson Visitor Center. Il percorso è segnalato come difficile ma solo perché tutto in salita; è bello, panoramico e nelle giornate più limpide offre una vista splendida sul monte Denali.
Fonte: iStockIl monte Denali è spesso coperto di nuvole ma quando il cielo si apre lo spettacolo è magnifico
Savage Alpine Trail – 6,4 km, dislivello 500 metri circa, impegnativo
Si parte all’altezza del campeggio Savage River, intorno al 12° miglio, e si arriva al 15° miglio. Potresti naturalmente farlo nell’altro verso ma la salita sarebbe molto molto più ripida. Lascia quindi la macchina nel parcheggio davanti al campeggio e per tornare indietro si sale su uno degli autobus gratuiti del parco.
Ne passano diversi ogni ora ma chiedi gli orari ai ranger per organizzare la tua escursione. Questo percorso è estremamente panoramico e potresti davvero incrociare un alce o un orso lungo il tracciato perciò fai sempre attenzione.
Dopo l’escursione, merita una visita anche lo Sled Dog Kennel, dove i ranger mostrano il loro lavoro con i cani da slitta, protagonisti delle spedizioni invernali.
Alloggio consigliato: Backwoods Lodge a Cantwell, a 25 miglia dal parco, dove ha soggiornato anche la troupe del film di Sean Penn del 2007 Into the Wild, candidato a due premi Oscar, in cui viene raccontata la storia vera di Christopher McCandless.
L’autobus dove Chris visse i suoi ultimi giorni è stato per anni meta di pellegrinaggio e di incidenti a diversi escursionisti improvvisati. Per questo è stato rimosso dalle autorità dell’Alaska nel giugno del 2020.
Fonte: iStockLe alci sono molto più grandi di quanto potresti immaginare!
Giorno 5: Fairbanks e le Chena Hot Springs
Da Denali si prosegue a nord fino a Fairbanks, cittadina vivace (per gli standar dell’Alaska, si intende) con un’importante università e prezzi più bassi del solito: anche qui infatti non ci sono tasse da calcolare in più sul costo dei prodotti acquistati ed è dunque un ottimo punto per fare rifornimento di viveri e non solo.
Il pregio migliore di Fairbanks è la sua posizione, visto che nelle vicinanze si trovano delle terme naturali in cui è davvero piacevole immergersi: le Chena Hot Springs, scoperte dai cercatori d’oro nel 1905.
Queste terme naturali si trovano a 60 miglia (circa 100 km) dal centro di Fairbanks, l’ingresso costa poche decine di dollari e dispongono di due vasche, una interna e una esterna. L’acqua della vasca esterna supera i 40° e ti metterà a dura prova.
D’inverno è un luogo meraviglioso da cui osservare l’aurora boreale ma anche d’estate meritano il viaggio. Sono un’oasi di relax che dopo due giorni di trekking ti regalerà un po’ di meritato relax.
Fonte: iStockRilassati nelle Chena Hot Springs di Fairbanks dopo intense giornate al Denali NP
Lungo la strada che collega Fairbanks alle terme, la Chena River Road, si possono incontrare diverse alci: ricorda di guidare con particolare attenzione perché, purtroppo, gli incidenti con questi animali sono molto frequenti in Alaska e davvero pericolosi per tutti.
Alloggio consigliato: A Suite Alaskan Inn, con cucina attrezzata, lavatrice e proprietari ospitali.
Giorni 6-8: Wrangell-St. Elias National Park & Preserve
Lasciata Fairbanks, si raggiunge Copper Center. Da qui parte un pulmino che conduce nel cuore del Wrangell-St. Elias, il parco più vasto degli Stati Uniti. Le cittadine di McCarthy e Kennicott, autentici villaggi western, offrono un tuffo nella storia della corsa al rame.
Molti edifici sono stati restaurati e raccontano la vita difficile ma coesa dei minatori e delle loro famiglie.
Imperdibile l’escursione guidata sul ghiacciaio con Kennicott Wilderness Guide: otto ore tra laghi glaciali blu intenso e sentieri sul ghiaccio scricchiolante. Un’esperienza fisica intensa e visivamente indimenticabile.
Alloggio consigliato: Kennicott River Lodge, con vista sul ghiacciaio.
Per muoversi tra McCarthy e Kennicott si utilizza un bus pubblico (5$ a tratta), mentre l’accesso al parco avviene tramite un ponte pedonale.
Fonte: iStockVisita questo incredibile parco per fare un salto indietro nel tempo
Giorno 9: Valdez e la costa
Dopo il rientro a Copper Center, sempre tramite pulmino, riprenderai la tua auto per dirigerti verso Valdez. Il tragitto è panoramico, con ghiacciai e cascate lungo il cammino. A Valdez si possono osservare gli orsi neri, molto più piccoli e tranquilli dei grizzly e di quelli bruni, mentre pescano i salmoni nei pressi della CVEA Hydroelectric Facility.
Fai attenzione anche al cielo per non perdere la possibilità di avvistare le numerose aquile che sorvolano la zona. Questa esperienza è davvero una delle più ricercate in Alaska: potrai infatti vedere gli orsi a pochi metri di distanza mentre si cibano dei salmoni. Naturalmente, resta sempre a distanza di sicurezza e osservali senza disturbare.
Giorni 10-12: Seward e il Kenai Fjords National Park
Rientrati ad Anchorage, si imbocca la mitica Seward Highway verso sud. Considerata una delle strade più belle degli USA, attraversa fiordi, foreste e pascoli. Fermati al Moose Creek per osservare i salmoni risalire la corrente, magari con un’orsa e i suoi cuccioli nei paraggi.
A Seward ti aspettano due esperienze uniche: una crociera di alcune ore con uno dei tanti operatori della zona nel Kenai Fjords National Park, con la possibilità di avvistare orche, balene, lontre, leoni marini e i simpatici puffin, e un trekking impegnativo ma spettacolare sull’Harding Icefield.
Il panorama a perdita d’occhio sul ghiacciaio e la possibilità di incontrare altri orsi durante la salita, valgono tutta la fatica richiesta da questo percorso.
Alloggio consigliato: Murphy’s Alaska Inn.
Fonte: iStockSalpa in barca per osservare le orche da vicino
Giorni 13-16: Homer e il Bear Watching al Katmai National Park
Ultima tappa del tuo viaggio in Alaska è Homer, graziosa cittadina affacciata sulla baia di Kachemak. Da qui partono le escursioni più emozionanti del viaggio: quelle in idrovolante verso il Katmai National Park per osservare gli orsi bruni e i grizzly nel loro habitat.
Il volo, della durata di circa un’ora, regala vedute spettacolari su vulcani e ghiacciai prima di atterrare su una spiaggia remota.
Inizia così un trekking guidato alla scoperta di questi splendidi animali selvatici, liberi e indifferenti alla presenza – rispettosa e discreta – umana. Un’esperienza potente che ricorderai per sempre.
Segui sempre le indicazioni della tua guida per mantenerti al sicuro ed evitare spiacevoli incidenti, ricordando sempre che sei ospite in un territorio dove gli orsi sono i sovrani assoluti.
Alloggio consigliato: Laughing Moon Suites.
Fonte: iStockUn’escursione al Katmai NP sarà il tuo ricordo più intenso dell’Alaska
Giorno 17: ritorno a Anchorage
Dopo aver attraversato valli e boschi, tornerai ad Anchorage per l’ultima notte prima del volo di rientro. Lungo la strada puoi fermarti a Palmer, dove a fine estate si svolge la fiera agricola più importante dell’Alaska: un’autentica festa americana, con animali da fattoria, stand gastronomici e luna park.
Consigli pratici per un roadtrip in Alaska
Prenota con anticipo: per alloggi, escursioni e auto a noleggio. I posti sono limitati e l’offerta si esaurisce presto, soprattutto in estate.
Fai la spesa ad Anchorage e a Fairbanks: in città i prezzi sono più bassi e troverai maggiore scelta. Supermercato consigliato: Carrs.
Porta vestiti tecnici: il meteo cambia velocemente, anche in piena estate. Servono giacche impermeabili, pile e scarpe da trekking.
Prepara i pasti da solo: optare per appartamenti con cucina ti permette di risparmiare notevolmente.
Rispetta la natura: l’Alaska è selvaggia. Osserva gli animali da lontano, non lasciare rifiuti e segui sempre con attenzione le indicazioni dei ranger. Non improvvisare.
Sii prudente alla guida: alci e orsi attraversano spesso la strada, anche di notte. Lungo le principali strade noterai i cartelli che riportano il numero degli incidenti con gli animali selvatici: sono lì a ricordarti di fare sempre molta molta attenzione.
Un road trip in Alaska non è un semplice viaggio, ma un’immersione totale in una terra ancora dominata dalla natura. Ti sfiderà, ti sorprenderà, ti commuoverà.
Se ami il silenzio dei ghiacciai, il fascino dei grandi spazi e l’incontro ravvicinato con la fauna selvaggia, non c’è posto migliore. L’Alaska non si racconta: si vive. E ti resta dentro per sempre.
Eleganza, adrenalina e scenari mozzafiato: il mondo di James Bond non è solo azione, ma anche un invito a viaggiare. In Skyfall, uno dei film più acclamati della saga, il regista Sam Mendes porta l’agente 007 in una serie di luoghi affascinanti e cinematograficamente perfetti. Dall’oriente scintillante di Shanghai ai paesaggi brulli delle Highlands scozzesi, ogni ambientazione diventa protagonista.
In questo capitolo dell’universo di Bond, la spia preferita di molti, interpretata nuovamente da Daniel Craig, affronta la sua missione più personale. Quando un attacco informatico mette in pericolo l’MI6 e rivela l’identità degli agenti sotto copertura, James Bond torna in azione per proteggere M e fermare un ex agente vendicativo, Raoul Silva. Tra inseguimenti spettacolari e rivelazioni personali, Bond dovrà affrontare il proprio passato per salvare il futuro dell’intelligence britannica.
Istanbul, Turchia – Il prologo tra i tetti
Il film si apre con un inseguimento mozzafiato tra i vicoli e i tetti del Grand Bazaar di Istanbul, uno dei mercati coperti più antichi e vivaci del mondo. È qui che Bond sfreccia in moto tra cupole, bancarelle e tetti polverosi, in una scena già diventata cult. Questo momento ad alta tensione porta al caravanserraglio di Büyük Valide Han, risalente a 400 anni fa, mentre l’iconica Moschea di Nuruosmaniye appare anche sullo sfondo quando Bond è sul tetto.
Il resto dell’inseguimento è stato girato per le strade della città di Adana, nel sud del paese. Una scena chiave si svolge sul viadotto di Varda, situato vicino ad Adana. Questa meraviglia dell’ingegneria, completata nel 1916, si erge a 98 metri di altezza. Il Bazaar è aperto tutti i giorni tranne la domenica. Dopo averlo visitato, ci si può concedere un tè turco e una passeggiata nel vicino quartiere di Sultanahmet, tra la Moschea Blu e Santa Sofia.
Fonte: AnsaSkyfall a Instabul, in Turchia
Shanghai, Cina – Luci e grattacieli
In molte scene vengono svelate suggestive inquadrature di una vivace Shanghai, con scorci della sua vita notturna e dell’architettura moderna. Tuttavia la piscina che si vede nel film è stata realizzata in CGI per riprodurre uno dei grattacieli della città e quella reale si trova in realtà nel Canary Riverside Plaza Hotel di Canary Wharf, a Londra. In realtà molte scene ambientate in Cina sono state girate in studio, ma il fascino della metropoli asiatica è vero. La sequenza ambientata nel grattacielo con pareti di vetro è ispirata al Pudong Financial District, cuore pulsante della Shanghai contemporanea.
Macau: un casinò sull’acqua (che non esiste)
La scena del casinò galleggiante a Macau, tra draghi di carta, lanterne e pontili sospesi sull’acqua, è una delle più iconiche di Skyfall, ma il set è stato costruito agli studi Pinewood, anche se si ispira liberamente all’estetica dei casinò e dei templi cinesi che si affacciano sulle acque di questa ex colonia portoghese.
Londra, Inghilterra
Il SIS Building (noto come MI6 Building nel film) è il vero quartier generale dei Servizi Segreti Britannici a Vauxhall Cross,Londra. L’incontro di M con Mallory avviene al Four Seasons Hotel London in Ten Trinity Square. Questo elegante hotel di lusso è ospitato in un edificio storico della City di Londra. Questa città glamour e frenetica è da sempre la casa di James Bond e lo resta anche in Skyfall. La maggior parte delle scene girate a Londra interessano meraviglie come il Ponte di Westminster, Whitehall e la National Gallery. La casa di M si trova al numero 82 di Cadogan Square a Knightsbridge, tra i quartieri di Chelsea e Belgravia. Il parcheggio Smithfield a West Smithfield fungeva da ingresso al complesso sotterraneo dell’MI6.
Forse non tutti sanno che l’Hotel Corinthia è spesso usato per incontri top-secret (anche nella realtà). Infine quando il personaggio Raoul Silva interpretato da Javier Bardem riesce a fuggire nei tunnel sotterranei sotto la cella di isolamento, il film è girato alla stazione di Charing Cross. La produzione ha utilizzato i binari e i tunnel di servizio della Jubilee Line, ormai in disuso, della stazione.
Fonte: iStockWhitehall a Londra
Glencoe, Scozia – La Skyfall House tra le Highlands
La parte più emotiva del film si svolge nelle Highlands scozzesi, luogo di nascita del Bond di Craig. La Skyfall House, dimora d’infanzia di 007, è stata costruita come set cinematografico e poi demolita, ma i paesaggi circostanti sono veri e visitabili. Siamo a Glencoe, uno degli scenari naturali più drammatici e poetici della Scozia. Anche lo splendido paesaggio scozzese è stato ampiamente ripreso, con un affascinante sfondo di montagne frastagliate che circondano un tranquillo lago. La strada panoramica che porta a Skyfall, la casa d’infanzia di Bond nelle Highlands scozzesi, si trova lungo il fiume Etive.
Fonte: iStockViadotto Glenfinnan in Scozia
Hashima Island, Giappone: l’isola fantasma
L’isola in cui si rifugia il villain Silva, con i suoi palazzi decadenti e un’atmosfera inquietante, esiste davvero. Si tratta di Hashima Island, al largo di Nagasaki, in Giappone. Un tempo centro minerario, è stata abbandonata negli anni ’70 ed è oggi una delle isole fantasma più celebri del mondo. Per motivi logistici, le riprese sono state ricreate in studio, ma l’estetica è fedele. Hashima può essere visitata con escursioni guidate da Nagasaki. Conosciuta anche come Gunkanjima o Isola dell’Accoglienza, è un’isola deserta, un tempo vivace comunità mineraria di carbone all’inizio del XX secolo. Alcune scene d’ambientazione dalla barca a vela sono state girate qui, ma tutte le scene degli interni sono state girate su un set ai Pinewood Studios.
Undicesima edizione per il Prix Versailles 2025 che in una categoria analizza dettagliatamente l’architettura e il design delle strutture ricettive, stilando la lista degli hotel più belli del mondo. Tra tante meraviglie sparse per il globo, ci sono anche due chicche italiane, proprio nella Capitale.
Jumeirah Marsa Al Arab a Dubai
Dopo aver premiato i musei più belli del mondo per il 2025, Prix Versailles torna a parlare d’architettura e lo fa riconoscendo 16 hotel più suggestivi del nostro pianeta, premiandoli per il loro design e l’architettura. Tra le strutture ricettive luxury che hanno ricevuto un riconoscimento c’è il Jumeirah Marsa Al Arab a Dubai, che si trova proprio sulla penisola che fa da appendice alla costa. Firmato dallo studio di architetti Killa Design, diventa una vera e propria scultura con piani che si susseguono ricreando il design di una nave da crociera con tanto di vista sull’orizzonte. L’anima futurista e cosmopolita lascia il segno.
Mandarin Oriental Qianmen a Pechino
Altrettanto apprezzato il Mandarin Oriental Qianmen a Pechino. L’albergo si trova nel quartiere di Hutong che riprende vita proprio grazie a questa struttura. Cortili d’epoca e materiali antichi rfanno da testimonianza ad un passato che non cede il passo alla modernità ma la accoglie in una danza armonica. Il design contemporaneo si insinua con rispetto, generando uno spazio che è al tempo stesso intimo e monumentale, pochi passi dalla Città Proibita.
Rosewood Munich a Monaco di Baviera
In classifica anche il Rosewood Munich a Monaco di Baviera: l’albergo simbolo dei viaggi per il turismo bavarese si compone di due edifici storici con spazi ripensati con misura e raffinatezza. Lo studio Tara Bernerd & Partners ha creato ambienti vibranti ma con una bellezza pacata. All’interno non mancano spa, saloni e un’atmosfera che mixa lo stile barocco al minimalismo moderno. Un dialogo tra passato e presente scandito da stucchi, legni e luce naturale.
Al Moudira a Luxor
Luxor è una meta ambitissima per gli amanti dell’Egitto e della storia antica e proprio qui sorge Al Moudira, uno degli hotel più belli al mondo e simbolo dell’architettura più ricercata. Si tratta di un palazzo diffuso che si compone di cortili affrescati con palme mostrando forti ispirazioni che arrivano dall’Oriente. Lontano da ogni cliché turistico, ha saputo incantare con interventi architettonici che brano l’artigianato locale e la profondità storica del luogo. Il restauro recente ha ampliato spazi e offerte pur mantenendo fede all’anima originale.
Ci spostiamo verso la Costa Azzurra e più precisamente a Nizza con l’Hôtel du Couvent, una struttura ricettiva nata dalla ristrutturazione di un antico convento del XVII secolo. Un’oasi di pace che oggi risulta un ritiro contemporaneo; la struttura strizza l’occhio con nostalgia al complesso proponendo però qualcosa di adatto al turismo mettendo sobrietà, silenzio e bellezza al primo posto.
Hôtel Hana a Parigi
Visitare Parigi e soggiornare all’Hôtel Hana è certamente un’esperienza. La struttura ha poco a che vedere con la classica architettura francese ma strizza l’occhio alle atmosfere orientali e a quelle della Belle Époque all’interno di Little Tokyo. Terrazze sospese con vista rendono il rifugio urbano una delle cartoline più belle dal punto di vista dell’architettura in città.
Potremmo definire il Mandarin Oriental Mayfair a Londra un manifesto urbano di design sofisticato. Progettato da RSHP e Studio Indigo, incarna l’incontro tra natura, arte e storia. L’uso di marmi rari, palette tonali e pezzi d’arte su misura rende ogni ambiente un microcosmo coerente. L’interazione tra gli spazi e i parchi circostanti trasforma l’albergo in un’estensione verde della città. Londra, qui, si mostra sotto una nuova luce.
Ran Baas The Palace a Patiala
Dopo 80 anni di silenzio, il forte Sikh di Qila Mubarak torna a vivere e lo fa in grande stile con il progetto Ran Baas, un vero e proprio atto d’amore verso la cultura punjabi. La ristrutturazione ha rispettato l’integrità del sito, introducendo elementi contemporanei con una grazia rara. Le 35 suite, i cortili, le sale reali: ogni dettaglio parla di artigianato e storia.
Palazzo Talìa a Roma
In classifica tra gli hotel più belli al mondo c’è anche palazzo Talìa, una meraviglia architettonica nel centro di Roma riportato all’antico splendore dall’architetto Luca Guadagnino. L’edificio elegante è pronto a conquistare con decorazioni medicee, soffitti affrescati e una piscina che ricorda in tutto e per tutto una vasca imperiale.
Romeo Roma a Roma
Zaha Hadid Architects compie il miracolo: rendere organico un palazzo del 1590. Il Romeo Roma è audace, ma sempre rispettoso. Gli arredi su misura e la piscina che rivela reperti archeologici rendono omaggio alla Città Eterna che è, a tutti gli effetti, un museo a cielo aperto. Tra le chicche da non perdere un ulivo secolare in terrazza che sembra voler rimarcare il legame con la memoria.
MGallery Sosei a Sapporo
L’anima industriale incontra l’intimità giapponese: MGallery Sosei a Sapporo. È uno degli hotel più belli al mondo e ha come particolarità l’essere stato costruito sulla storica birreria Kaitakushi. L’anima mix and match fonde estetiche ed epoche diverse tra spazi tatami e saloni dall’anima occidentale. Ogni ambiente è un’ode alla modernizzazione di Hokkaido.
Todos Santos Boutique Hotel a Todos Santos
Un’ex scuola trasformata in rifugio culturale. I murales conservati, le arcate in mattoni, l’incontro tra natura e architettura: Todos Santos è una pagina d’arte sulla storia del Messico. Le dieci camere sono affreschi abitabili, mentre il bar La Copa racconta storie di missioni e zuccherifici.
Design visionario tra cielo e mare: le ville di Shebara, sospese sull’acqua come perle galleggianti, riflettono l’orizzonte e la luce in un gioco infinito. Il resort, sostenibile e autosufficiente, ridefinisce il concetto di lusso attraverso scelte tanto architettoniche quanto ecologiche. Osservandolo non è difficile comprendere perché sia stato inserito tra gli hotel più belli del mondo.
Raffles Sentosa a Singapore
Un giardino segreto con vista mare: le ville immerse del Raffles Sentosa di Singapore in una cornice verde rigogliosa raccontano l’identità locale con eleganza rarefatta. I dettagli floreali, le lampade ispirate all’orchidea nazionale, la vegetazione integrata: tutto parla di un equilibrio tra urbano e naturale.
Un inno al design italiano nel cuore di SoHo per il The Manner di New York. Il progetto architettonico firmato da Hannes Peer gioca con colori, texture e arte per creare un ambiente vibrante e intellettuale. Le stanze sono una composizione autonoma ma sono soprattutto i murales di Elvira Solana a dare un tocco in più.
Namia River Retreat a Hội An
Un villaggio fluttuante nella quiete vietnamita. Namia River Retreat sorge su palafitte, tra giardini di erbe e corsi d’acqua. Il progetto architettonico punta alla serenità fornisce un invito a rallentare e a riconnettersi con la natura.