Chi ama viaggi, avventura e adrenalina spesso va alla ricerca delle esperienze più spettacolari del mondo. Ci sono i celebri ponti sospesi del Tibet, le passerelle vertiginose dell’Himalaya e i grandi camminamenti sospesi costruiti tra montagne e gole. Eppure, per vivere un’esperienza decisamente più vicina all’Italia, non è necessario spingersi fino all’Asia.
Nel cuore delle Alpi svizzere, infatti, c’è un ponte che sembra uscito da un film d’avventura: è lungo quasi 500 metri, largo appena 65 centimetri e attraversa una gola a 85 metri di altezza. Si trova sopra Randa, nel Vallese, e offre un percorso sospeso nel vuoto con le montagne svizzere tutto intorno.
Il ponte tibetano sospeso a 85 metri di altezza
Il posto incredibile che vi presentiamo oggi si chiama Charles Kuonen Suspension Bridge ed è una delle attrazioni più spettacolari delle Alpi. La struttura misura precisamente 494 metri di lunghezza e raggiunge nel punto più alto gli 85 metri sopra la gola del Grabengufer. La larghezza della passerella è di soli 65 centimetri: abbastanza per attraversarla, ma decisamente poco quando sotto i piedi si apre il panorama della valle.
iStockIl ponte Charles Kuonen visto da vicino
La struttura è realizzata con cavi d’acciaio e una griglia metallica trasparente, una caratteristica che rende l’esperienza ancora più adrenalinica: durante la camminata è infatti possibile vedere direttamente verso il basso. Nonostante l’aspetto sottile e quasi sospeso nel nulla, il ponte è progettato per essere stabile e i suoi cavi portanti hanno un diametro di 53 millimetri e un peso complessivo di circa 8 tonnellate.
Attraversarlo richiede circa dieci minuti, ma il tempo può sembrare molto più lungo a chi soffre di vertigini. Dalla passerella si aprono viste sul Weisshorn e sulle montagne della Mattertal, trasformando quella che potrebbe sembrare soltanto una prova di coraggio in un vero itinerario panoramico. Il ponte è stato inaugurato nel 2017 per sostituire il precedente Europabrücke, danneggiato da una frana. È parte dell’Europaweg, il celebre sentiero d’alta quota che collega Grächen e Zermatt attraverso le montagne del Vallese.
Dove si trova e come raggiungerlo
La Charles Kuonen Suspension Bridge si trova a Randa, nel Canton Vallese, in Svizzera, non lontano da Zermatt. Il ponte non è raggiungibile direttamente in automobile: per arrivarci bisogna affrontare un’escursione in montagna.
Il punto di partenza più semplice è la stazione ferroviaria di Randa. Da qui il percorso segue le indicazioni per l’Europahütte e per il ponte sospeso, attraversando boschi di larici e salendo verso la passerella. Dal paese servono indicativamente 2-2 ore e mezza di cammino secondo le informazioni turistiche ufficiali. Per chi preferisce un itinerario ad anello esiste un percorso di circa 8,6 chilometri, con quasi 1.000 metri di dislivello e una durata indicativa di quattro ore.
L’accesso al ponte è gratuito e, secondo le informazioni turistiche aggiornate, la struttura è normalmente accessibile da maggio a ottobre. Nel 2026 il Comune di Randa segnala inoltre che il ponte è aperto, mentre alcuni tratti dell’Europaweg risultano interessati da chiusure e deviazioni: prima di partire è quindi importante verificare le condizioni aggiornate del sentiero.
Avete mai pensato di scendere nel sottosuolo per poi ritrovarvi davanti a una ruota panoramica, un campo da minigolf, piste da bowling e persino un lago navigabile in barca? Sembra fantascienza, eppure succede davvero in Romania, nel cuore della Transilvania, all’interno della miniera di sale di Turda.
Qui le antiche gallerie di estrazione sono state infatti trasformate in uno dei luoghi più insoliti d’Europa: un complesso sotterraneo dove la storia mineraria incontra il turismo, il divertimento e il benessere. La parte più spettacolare si trova nella miniera Rudolf, a circa 120 metri di profondità, dove gli enormi spazi scavati nel sale ospitano oggi un vero e proprio parco ricreativo.
Cos’è la miniera di sale di Turda e cosa vedere
La Salina Turda è un’antica miniera di salgemma situata nella città di Turda, nel distretto di Cluj. Le prime attività di sfruttamento del sale risalgono all’epoca romana, mentre l’estrazione è proseguita nei secoli fino alla chiusura della miniera nel Novecento. Dopo essere stata utilizzata per altri scopi, la struttura è stata trasformata in un’attrazione turistica e oggi rappresenta una delle principali destinazioni della Transilvania.
Il cuore della visita oggi è costituito dalle grandi camere sotterranee, ognuna con caratteristiche differenti. La più spettacolare è la miniera Rudolf, l’ultima area della miniera in cui venne estratto il sale. La cavità è profonda 42 metri, larga 50 e lunga 80 e per raggiungerne il cuore è possibile scendere attraverso 172 gradini oppure utilizzare l’ascensore panoramico.
È proprio qui che la miniera cambia volto: a circa 120 metri sotto terra è stato realizzato un piccolo parco divertimenti con ruota panoramica, minigolf, bowling, biliardo, ping pong e un’area giochi per bambini. La ruota panoramica, alta 20 metri, è uno degli elementi più sorprendenti dell’intero complesso e consente di osservare dall’alto l’enorme cavità sotterranea.
Un’altra tappa imperdibile dell’esperienza è la miniera Terezia, dove si trova un lago sotterraneo sul quale è possibile fare un giro in piccole barche. Il bacino si trova a circa 112 metri di profondità e aggiunge un ulteriore elemento scenografico a un ambiente che sembra quasi appartenere a un altro pianeta.
La visita permette inoltre di osservare antiche strutture legate all’estrazione del sale, tra cui la Camera Crivac, e di attraversare ambienti caratterizzati da enormi pareti di salgemma. Nella miniera Rudolf sono presenti anche stalattiti di sale, formatesi nel corso degli anni e arrivate in alcuni punti a circa tre metri di lunghezza.
Dove si trova la Salina Turda e come raggiungerla
La miniera si trova a Turda, nella regione storica della Transilvania, in Romania, nel distretto di Cluj. L’ingresso principale si trova in Aleea Durgăului 7, mentre un secondo accesso è situato in Strada Salinelor 54B. La posizione rende la Salina Turda una tappa strategica anche per chi visita Cluj-Napoca, dato che la città si trova a circa 30 chilometri dalla miniera.
Arrivando in automobile, è possibile raggiungere direttamente Turda e seguire le indicazioni per la Salina Turda; il complesso dispone anche di un’area parcheggio. Per chi non dispone di un’auto, la visita può essere organizzata partendo da Cluj-Napoca attraverso i collegamenti locali e le escursioni organizzate. Il sito ufficiale indica inoltre la linea 17 del trasporto locale tra le opzioni di accesso.
C’è una torre medievale che spunta tra fioritissimi giardini, ma basta varcare l’ingresso per ritrovarsi davanti ad aerei, mongolfiere, cimeli aeronautici e persino una storia che porta fino allo spazio. È il Castello di San Pelagio, nella campagna padovana, un luogo diverso da tanti altri dove architettura, natura e storia del volo convivono tra le antiche sale di una dimora nobiliare.
Il 9 agosto 1918, Gabriele D’Annunzio partì proprio da qui per il celebre volo su Vienna insieme agli aviatori della 87ª Squadriglia “Serenissima”. Oggi quelle stanze raccontano ancora la presenza del poeta, mentre il parco custodisce labirinti, roseti e installazioni che trasformano la visita in un suggestivo viaggio nella storia.
La storia del Castello di San Pelagio (e curiosità)
Le origini del Castello di San Pelagio affondano nel XIV secolo. La parte più antica del complesso è la torre merlata costruita intorno al 1340 dai Da Carrara, signori di Padova, inserita nel sistema difensivo del territorio contro gli Scaligeri di Verona.
Nel corso dei secoli la funzione militare del complesso lasciò progressivamente spazio a quella residenziale e nel 1544 San Pelagio passò alla famiglia Sant’Uliana, mentre dal Seicento l’antica struttura fortificata venne trasformata in una vera e propria villa.
123RFLe stanze visitabili del Castello di San Pelagio
Una svolta arrivò nel 1752, quando la proprietà passò ai Conti Zaborra, che ampliarono e rinnovarono il complesso, trasformandolo nella residenza signorile che in parte si può ammirare ancora oggi. Alla stessa famiglia si devono importanti interventi sul complesso agricolo e sulle barchesse, tra cui quella datata 1795.
Ma è nel Novecento che San Pelagio entrò nella storia dell’aviazione. Durante la Prima Guerra Mondiale, nell’estate del 1917, parte della villa venne messa a disposizione dell’esercito italiano e nei terreni circostanti venne realizzato un campo di volo. Un anno dopo, il castello diventò il punto di partenza di una delle imprese più celebri della storia dell’aviazione italiana: il volo su Vienna di Gabriele D’Annunzio, il 9 agosto 1918. Ben 7 aerei raggiunsero la capitale dell’Austria, dove lanciarono centinaia di migliaia di volantini sulla città, anziché bombe.
Il legame tra D’Annunzio e San Pelagio è ancora oggi visibile all’interno del castello e in particolare nelle Stanze Dannunziane, ricostruite sulla base dei documenti e delle testimonianze dell’epoca. Sono proprio gli ambienti dove il poeta Vate soggiornò prima della partenza e visitando il castello (in circa 45 minuti) si possono scoprire dettagli sulla preparazione di questa celebre impresa aerea.
Già da questo si capisce che l’esplorazione del Castello di San Pelagio è molto più di un semplice tour di una dimora storica. Il complesso riunisce infatti tre esperienze diverse: oltre alle Stanze Dannunziane, troviamo anche il Museo del Volo, che racconta la storia dell’aviazione dalle prime intuizioni di Leonardo da Vinci fino ai fratelli Wright e alle conquiste dello spazio (con diversi aerei e mezzi d’epoca esposti nel giardino) e il parco storico dove a fare da padroni sono spazi verdi, roseti e alberi, e dove si trovano altri elementi storici come la ghiacciaia e la peschiera. La vera chicca sono infine i suoi labirinti, tra cui quello dedicato a D’Annunzio, con un gioco di specchi al centro che richiama il tema del “doppio”.
iStockUno degli aerei esposti al Castello di San Pelagio
Info sulle visite ed eventi
Per chi visita il castello nel 2026, la stagione ordinaria dura fino al 30 novembre. Gli orari cambiano a seconda del giorno, mentre in alcune date sono previste aperture parziali: prima di partire è quindi consigliato verificare il calendario sul sito ufficiale del castello.
Da non perdere, domenica 20 settembre 2026, l’appuntamento “Volando con la Scienza”, che torna con una speciale giornata dedicata a grandi e piccoli: attività scientifiche, laboratori, percorsi interattivi, caccia al tesoro, razzi da lancio e un originale Science Show animano il castello.
Il Castello di San Pelagio si trova in via San Pelagio 50, a Due Carrare, in provincia di Padova, nel cuore della campagna veneta e circa 13 km dalla città. In auto, si impiegano circa 20 minuti, mentre da Venezia si percorrono circa 52 chilometri. È possibile raggiungere il complesso anche con gli autobus extraurbani diretti verso Mezzavia.
Di recente si è notato che il turismo estivo tende, troppo spesso, a concentrarsi in poche località famose, trascurandone altre di altrettanta bellezza. La Croazia ormai da qualche anno è diventata una meta estiva per eccellenza, anche se non al pari delle isole spagnole o greche, eppure qui esiste una piccola caletta che nel 2026 è entrata ufficialmente tra le spiagge più belle d’Europa.
Si tratta di Podrače Beach, a Brela, proprio sulla costa dalmata: nella classifica Europe’s 50 Best Beaches 2026 di The World’s 50 Best Beaches si è aggiudicata il 14° posto, davanti a numerose località balneari molto più celebri. La graduatoria è stata realizzata attraverso i voti di oltre 1.000 professionisti del settore travel, tra giudici, Beach Ambassador e membri del team della classifica.
Cosa fare e vedere a Podrače Beach
Podrače è una piccola baia di ciottoli, racchiusa tra rocce e vegetazione mediterranea, con acqua turchese e trasparente. La posizione, a poca distanza dalla celebre Punta Rata, contribuisce a darle quell’aspetto appartato che l’ha resa una delle spiagge più fotografate della Croazia. Il principale motivo per raggiungere Podrače è dunque il mare. La spiaggia dispone inoltre di alcuni servizi, tra cui lettini, ombrelloni, docce, servizi igienici e un bar (ideale, dunque, anche per chi viaggia in famiglia).
Uno degli elementi più caratteristici è senza dubbio la grande formazione rocciosa che protegge la baia. Non si tratta soltanto di uno scenario suggestivo: secondo la storia locale, in passato la sommità della roccia veniva utilizzata per la produzione artigianale del sale. L’acqua marina veniva raccolta in piccole vasche e lasciata evaporare, permettendo di recuperare il sale destinato all’uso domestico.
Oltre allo snorkeling e al relax in spiaggia, è bene ricordare che il tratto di costa intorno a Brela permette di alternare qualche ora sulla piccola Podrače a una passeggiata sul lungomare e alla scoperta delle altre calette della zona. Tutto il tratto di spiaggia lungo costa di Brela è inoltre caratterizzato da questa particolare combinazione di ciottoli bianchi, mare cristallino e pinete mediterranee, modellata nel corso del tempo dall’azione del Biokovo (la grande catena montuosa della Dalmazia), delle piogge e del mare.
Dove si trova e come raggiungere Podrače Beach
Podrače Beach si trova a Brela, nella regione della Dalmazia, lungo la Riviera di Makarska. Per chi arriva in auto, Brela è collegata alla rete stradale della costa dalmata. Da Spalato il percorso è di circa 50 chilometri e richiede indicativamente un’ora di viaggio, a seconda del traffico. Una volta raggiunta Brela, è necessario lasciare l’auto nelle aree di parcheggio disponibili e proseguire a piedi verso la costa: Podrače è infatti una spiaggia da raggiungere attraverso i percorsi pedonali della zona.
È possibile arrivare anche con i mezzi pubblici. Da Spalato partono collegamenti diretti in autobus verso Brela e il viaggio dura circa un’ora. Dalla fermata sulla strada principale si prosegue poi ugualmete verso il centro e la zona costiera a piedi.
La Toscana e le sue colline sono sempre sulla bocca di tutti e non smettono di svelare tesori. Il Castello di Montecchio Vesponi è uno di questi: arroccato su un colle tra Castiglion Fiorentino e Cortona, domina la Val di Chiana con le sue mura merlate e la grande torre quadrata. Ma a rendere ancora più affascinante questo luogo non è soltanto l’aspetto, ma anche la sua storia.
Per secoli, questo castello toscano fu conteso da Arezzo, Firenze e altre potenze locali e, nel Trecento, diventò persino la dimora di Giovanni Acuto, il celebre capitano di ventura inglese passato alla storia come uno dei più importanti condottieri al servizio di Firenze.
Un castello di mille anni conteso tra Arezzo e Firenze
Le origini di Montecchio Vesponi affondano nel Medioevo: il castello è già documentato nel 1014, con il nome di Castrum Montis Guisponi, anche se l’insediamento fortificato era probabilmente già esistente dal X secolo. Nel 1234 il complesso passò al Comune di Arezzo, che ne rafforzò le difese. Pochi decenni dopo, nel 1289, la sconfitta degli aretini nella battaglia di Campaldino contribuì a spostare il castello nell’orbita fiorentina. Montecchio tornò poi più volte sotto diverse sfere di influenza, diventando una vera fortezza di confine in una zona strategica della Toscana medievale.
123RFVista dall’alto del castello
Ma la storia più curiosa legata al castello è probabilmente un’altra. Nel Trecento fu occupato da John Hawkwood, conosciuto in Italia come Giovanni Acuto, capitano di ventura inglese che costruì gran parte della propria fama combattendo nelle guerre italiane. A Firenze, dopo la sua morte, gli fu dedicato anche il celebre monumento equestre dipinto da Paolo Uccello nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore, una delle immagini più riconoscibili dell’arte del Quattrocento.
Uno degli aspetti più spettacolari ancora visibili di Montecchio Vesponi è la sua cinta muraria. Le fortificazioni seguono quasi completamente il profilo del colle, creando una sorta di anello difensivo lungo circa 263 metri. Il circuito era scandito da torri di guardia e ancora oggi permette di leggere con grande chiarezza la struttura originaria della rocca. A dominare il complesso c’è la torre quadrata alta circa 30 metri, visibile anche da grande distanza nella valle.
Durante la visita è possibile scoprire diversi ambienti e strutture che raccontano le varie fasi della storia del complesso. Tra gli elementi più importanti c’è il Cassero trecentesco, cuore della fortificazione, insieme alla Casa del Giusdicente, conosciuta anche come Palazzo del Tribunale e risalente al secolo precedente. Accanto si trova inoltre la torre duecentesca che rappresentava la potenza del Comune di Arezzo al momento della sua costruzione.
Dove si trova e come visitare il castello
Il Castello di Montecchio Vesponi si trova nell’omonima località del comune di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo, lungo la SR71 Umbro-Casentinese, tra Castiglion Fiorentino e Cortona. Dalla sua posizione domina la Val di Chiana e si trova a breve distanza da alcuni dei borghi e delle città d’arte più interessanti dell’area aretina.
Il castello è una proprietà privata, ma viene aperto al pubblico attraverso le visite guidate organizzate dall’Associazione InCastro. Le visite richiedono la prenotazione e le date vengono comunicate periodicamente dall’associazione. Il biglietto indicato per le visite guidate è di 10 euro per gli adulti, 5 euro per i bambini dai 6 ai 10 anni, mentre l’ingresso è gratuito per i bambini fino a 5 anni.
Nel cuore di una delle città storiche più affascinanti dell’Inghilterra esiste una fortezza che sembra uscita da una fiaba. È il Castello di Lincoln, imponente edificio medievale che da quasi mille anni domina la città e che oggi ospita anche tre giganteschi draghi. L’ultimo arrivato è il più grande di tutti: si chiama Hastings, misura cinque metri e scruta dall’alto i visitatori, aggiungendo un tocco fantastico a un luogo già ricco di storia.
La storia del Castello di Lincoln
La storia del Castello di Lincoln affonda le sue radicinell’epoca normanna. Fu Guglielmo il Conquistatore a ordinarne la costruzione nel 1068, appena due anni dopo la celebre battaglia di Hastings. L’obiettivo era consolidare il controllo normanno sul territorio e sorvegliare una città strategica dell’Inghilterra settentrionale. La fortezza venne edificata in parte riutilizzando le antiche strutture romane di Lindum Colonia presenti sulla collina.
Nel corso dei secoli il castello fu teatro di assedi e conflitti, oltre a essere utilizzato come sede di giustizia e prigione. Un capitolo particolarmente importante è legato alla Magna Carta: proprio qui venne conservato uno dei soli quattro esemplari originali del 1215. Oggi il documento è esposto insieme alla Charter of the Forest del 1217, un altro storico testo legale, nella suggestiva e sotterranea David P J Ross Magna Carta Vault.
Cosa fare e vedere al castello
La visita permette di attraversare quasi mille anni di storia. Uno dei percorsi più suggestivi è la passeggiata sulle mura medievali (al momento aperta parzialmente per via dei lavori di restauro), che consente di camminare lungo le antiche mura e raggiungere torri e punti panoramici. Da qui si possono ammirare la città di Lincoln e il paesaggio circostante, immergendosi nell’atmosfera medievale della fortezza.
Meritano una visita anche la Prigione Vittoriana, con le sue celle su più livelli e la particolare cappella interna (unico esemplare al mondo di struttura religiosa costruita con il “sistema separato”), e il caveau dedicato alla Magna Carta. Ma oggi sono soprattutto i draghi a catturare l’immaginazione dei visitatori.
Hastings, arrivato nell’agosto 2026, è il terzo drago del castello e anche il più grande. La gigantesca scultura squamosa è posizionata sopra l’Heritage Skills Centre e si ispira alle creature mitologiche raffigurate nell’Arazzo di Bayeux. Il suo nome richiama proprio la battaglia del 1066.
Hastings si è unito a Lucy, arrivata nel 2022, e Norman, che l’ha raggiunta l’anno successivo. I due sembrano emergere dalle antiche mura della fortezza e contribuiscono a trasformare la visita in un’esperienza particolarmente coinvolgente anche per le famiglie.
Per informazioni circa orari e giorni di apertura e per acquistare i biglietti, consultare il sito ufficiale del Castello di Lincoln.
Getty ImagesI draghi del Castello di Lincoln
Dove si trova e come andare
Il Castello di Lincoln si trova di fronte alla Cattedrale di Lincoln, nella parte alta e storica della città. La zona comprende anche vicoli acciottolati, negozi indipendenti e la celebre Steep Hill, una salita, particolarmente ripida ma scenografica, che unisce la parte bassa alla cittadella storica.
Lincoln è raggiungibile in treno da diverse città inglesi, tra cui Londra (in circa 1 ora e 46 minuti), Nottingham, Sheffield, Leicester, Peterborough e Doncaster. Dalla stazione centrale di Lincoln il castello dista circa 20 minuti a piedi oppure 10 minuti in auto. Sono inoltre disponibili collegamenti in autobus dal centro cittadino come il Lincoln Walk & Ride.
Per chi arriva in automobile sono presenti diversi parcheggi nelle vicinanze, mentre l’aeroporto più vicino è quello di East Midlands, a circa 80 chilometri.
Ancor prima di mettere piede a Naxos, può capitare di vederla: la sagoma della Portara compare davanti alle navi dirette verso la Chora, la principale città dell’isola, piantata su un piccolo lembo di terra che si protende nell’Egeo. Sembra quasi un enorme ingresso pronto ad accogliere chi arriva dal mare, solo che dietro quella soglia non c’è più alcun tempio.
Resta una porta monumentale, solitaria e sorprendentemente integra, costruita con enormi blocchi di marmo locale. Attorno si apre il mare, mentre alle spalle si riconosce il profilo della città di Naxos, con le case bianche e le costruzioni del quartiere storico che salgono verso il castello veneziano.
La scena ha qualcosa di insolito: una costruzione pensata per far parte di un grande edificio religioso è diventata, attraverso i secoli, un monumento autonomo. Il tempio è scomparso, la porta è rimasta. Ed è proprio questa incompletezza ad aver trasformato la Portara nel simbolo più riconoscibile di questa splendida isola ellenica.
Alle pendici dei Monti Făgăraș, la catena montuosa più alta della Romania, il verde degli alberi accompagna la strada, e piano piano compaiono i primi edifici di un complesso monastico che pare silenziare qualsiasi rumore. È il Monastero di Brâncoveanu, conosciuto anche con il nome di Monastero di Sâmbăta de Sus, uno dei luoghi più importanti dell’identità ortodossa romena.
Accanto alla vita monastica, però, qui vi fu una scuola, una tipografia e persino un laboratorio destinato alla pittura delle icone. Il fatto più sorprendente è che ancora oggi conserva questa vocazione: pochi monaci vivono all’interno del monastero, mentre la chiesa resta il cuore spirituale dell’insieme.
Contemporaneamente, il silenzio, la vicinanza della montagna e la cura quasi minuziosa dei giardini creano un’atmosfera particolare, più facile da percepire sul posto che da raccontare a parole.
Breve storia del Monastero di Brâncoveanu
La vicenda del monastero è segnata da una delle pagine più dure della storia religiosa della regione. Dopo la decapitazione di Constantin Brâncoveanu nel 1714, avvenuta a seguito del rifiuto di convertirsi all’Islam, arrivarono provvedimenti contro gli ordini monastici.
Nel 1785 la Corte di Vienna ordinò al generale Preiss di distruggere il complesso. Gli alloggi dei monaci furono demoliti e la chiesa venne lasciata in rovina. Per circa 140 anni questo posto rimase abbandonato, mentre le sue strutture attraversavano una lunga fase di decadenza.
La rinascita arrivò nel XX secolo. I lavori iniziarono nel 1926 e proseguirono tra il 1929 e il 1936. L’intervento gli restituì vita, preservando l’architettura e le pitture interne della chiesa. In questa fase furono restaurati anche il campanile e altri elementi architettonici, mentre vennero aggiunti i caratteristici colonnati in pietra.
Una particolare attenzione merita la sorgente di acqua corrente: la sua origine risale al XVI secolo e la fonte è stata restaurata nel corso del tempo. La tradizione religiosa le attribuisce proprietà miracolose e ancora oggi i visitatori possono raccogliere l’acqua santa dagli appositi recipienti.
La memoria di Brâncoveanu resta invece legata alla figura del principe fondatore, raffigurato in un affresco sulla parete occidentale del pronao. La sua immagine accompagna così la visita insieme alla memoria di un sovrano che sostenne la Chiesa ortodossa, l’istruzione e le arti.
Il 15 agosto, giorno della Dormizione della Madre di Dio, il monastero celebra la propria festa patronale. Per l’occasione arrivano pellegrini da diverse parti della Romania, dando vita a un’atmosfera molto diversa dal silenzio abituale del complesso.
La visita al monastero tra arte, fede e natura
La visita parte dalla chiesa, riconoscibile per l’architettura legata alla tradizione brâncovenescă. Il termine indica lo stile artistico sviluppatosi durante il periodo di Constantin Brâncoveanu, caratterizzato da una particolare fusione di elementi locali, influenze bizantine e suggestioni ottomane, arricchita da una decorazione ornamentale molto elaborata.
iStockInterno della chiesa del Monastero di Brâncoveanu
Colpiscono le colonne scolpite e il campanile, mentre all’interno attirano lo sguardo le pitture murali. La decorazione comprende anche scene di carattere apocalittico, particolarmente suggestive per il contrasto tra la ricchezza cromatica degli affreschi e la sobrietà degli spazi sacri.
Il campanile, dal canto suo, possiede una caratteristica architettonica curiosa: la struttura appare ottagonale all’esterno, mentre dentro assume una forma cilindrica. È uno di quei particolari che rischiano di passare inosservati durante una visita veloce, ma che aiutano a comprendere la complessità dell’edificio.
Il museo delle icone
Una tappa importante conduce al museo del complesso. La raccolta conserva icone realizzate su legno e vetro risalenti soprattutto ai secoli XVIII e XIX, insieme a libri antichi e oggetti utilizzati nella liturgia ortodossa.
La pittura su vetro rappresenta uno degli aspetti più caratteristici della tradizione artistica locale. Le immagini sacre, delicate e luminose, appartengono a una tecnica particolarmente legata alla cultura romena e costituiscono una delle testimonianze più interessanti custodite dal monastero.
Il laboratorio di pittura delle icone ha una lunga tradizione. La scuola artistica attiva a Sâmbăta de Sus produsse opere di pittura murale e su vetro ancora oggi apprezzate. L’attività è stata ripresa in epoca moderna e il laboratorio viene considerato tra i più importanti del Paese.
I giardini e la sorgente
Fuori dalla chiesa, sentieri e aree verdi attraversano giardini ricchi di fiori, frutteti e alberi. Rose, calendule e garofani dei poeti aggiungono colore agli spazi e contribuiscono alla sensazione di ordine che caratterizza l’intera area.
La sorgente del XVI secolo rappresenta un’altra tappa significativa. L’acqua scorre ancora oggi e viene considerata santa: per molti visitatori il gesto più naturale consiste nel riempire una bottiglia e portare con sé una piccola parte di questa tradizione.
Il rapporto con la natura raggiunge la sua espressione più particolare negli spazi destinati alle celebrazioni all’aperto. Il monastero viene infatti descritto anche quale una sorta di altare nel bosco,con funzioni religiose svolte in mezzo alla vegetazione.
All’interno ha sede inoltre la cosiddetta “Academy from Sambata“, centro dedicato alla spiritualità cristiana, all’arte, alla scienza e alla cultura. Conferenze, congressi e simposi di carattere teologico ampliano così la funzione del monastero oltre la dimensione strettamente religiosa.
Dove si trova e come arrivare
Il Monastero di Brâncoveanu si trova a Sâmbăta de Sus, in Romania, ai piedi dei Monti Făgăraș, nell’area storica legata alla Transilvania. La posizione regala al complesso uno sfondo naturale particolarmente scenografico, con le montagne che si alzano alle sue spalle e una distesa di verde attorno agli edifici.
Sâmbăta de Sus è collegata all’area di Brașov e al resto della regione attraverso la rete stradale locale. La visita può quindi diventare una tappa di un itinerario più ampio nella zona dei Monti Făgăraș, soprattutto per chi desidera alternare borghi, testimonianze storiche e paesaggi montani.
Nei dintorni si trova anche il Castello di Brâncoveanu, legato alla stessa famiglia principesca. Le vicende dei due complessi hanno seguito percorsi differenti, ma insieme aiutano a ricostruire la presenza della dinastia Brâncoveanu nella regione.
Il monastero resta però il luogo più intenso da vivere con calma: tra il profilo della montagna, la pietra scolpita, le pitture della chiesa, le icone sul vetro, il profumo dei fiori e l’acqua della sorgente, la storia appare meno distante.
Sion è una cittadina svizzera che si riconosce già da lontano per le sue due colline che si alzano sopra i tetti. Su una compare la Basilica di Valère, sull’altra il Castello di Tourbillon, da dove lo sguardo corre verso la valle del Rodano e abbraccia i vigneti terrazzati, le montagne alpine e il tessuto della città. La posizione offriva ai suoi abitanti un controllo prezioso sulle vie di passaggio della regione, oltre a garantire una protezione naturale fornita dal rilievo.
Il primo impatto, però, arriva dalle rovine: mura massicce, aperture irregolari, resti di ambienti e tracce delle antiche strutture restituiscono l’immagine di una dimora fortificata assai diversa dal rudere che si vede oggi. Tourbillon fu infatti residenza episcopale e fortezza insieme. La destinazione era prestigiosa al punto che i vescovi esercitavano un potere politico oltre alla loro autorità religiosa.
Breve storia del Castello di Tourbillon
La costruzione di queto maniero della Svizzera risale alla fine del XIII secolo e viene attribuita al vescovo Bonifacio di Challant. La collina scelta per il progetto offriva un vantaggio evidente: la roccia costituiva una base naturale difficile da espugnare, mentre l’altitudine permetteva di controllare un’ampia porzione della valle.
Per secoli Tourbillon rimase legato ai vescovi di Sion e alle vicende politiche del Vallese. La fortezza attraversò periodi di tensione, conflitti e trasformazioni, mantenendo il carattere di residenza fortificata. Il complesso subì modifiche nel corso del tempo e i documenti antichi, insieme a mappe, incisioni e testimonianze scritte, permettono oggi di ricostruirne almeno in parte l’aspetto precedente alla distruzione.
La svolta drammatica arrivò nel 1788, quando grande incendio devastò Sion e distrusse circa metà della città. Le fiamme raggiunsero anche Tourbillon, provocando danni così gravi da segnare la fine della sua lunga funzione residenziale. La ricostruzione non arrivò e il castello rimase progressivamente allo stato di rovina.
Per molto tempo quelle pietre furono considerate soprattutto una testimonianza di un passato ormai lontano. Ma dalla metà del XIX secolo la sensibilità verso il patrimonio storico locale iniziò però a cambiare: Tourbillon tornò al centro dell’attenzione e nel XX secolo seguirono campagne archeologiche, rilievi, interventi di consolidamento e restauri parziali.
La visita a Tourbillon tra mura medievali e panorami alpini
La salita verso la fortezza richiede circa 30 minuti e costituisce già una parte importante dell’esperienza. Il percorso porta progressivamente fuori dalla città, fino alla collina rocciosa. Più si guadagna quota, più Sion appare raccolta sotto lo sguardo e la sagoma della Basilica di Valère assume un ruolo scenografico particolare, sull’altura opposta.
All’interno del complesso il percorso si sviluppa tra resti architettonici privi dell’antico tetto e ambienti ridotti a frammenti. Proprio questa condizione permette di osservare direttamente la struttura della fortezza, senza ricostruzioni moderne capaci di alterarne la percezione.
La cappella di San Giorgio merita un’attenzione speciale: le pitture murali medievali rappresentano una delle testimonianze artistiche più antiche del loro genere in Svizzera. Le immagini conservate sulle pareti ne raccontano la dimensione religiosa e ricordano che Tourbillon era anche una residenza episcopale, con spazi destinati alla preghiera accanto alle strutture militari.
Le mura mostrano invece la funzione difensiva. La collina offre una posizione naturalmente protetta e la fortificazione sfruttava il terreno per rendere più difficile l’accesso. Osservando i resti dall’interno si può intuire la complessità originaria, assai più articolata rispetto all’immagine di rudere isolato che appare da lontano.
La cappella di San Giorgio: è il punto artistico più importante del complesso. Gli affreschi medievali conservati al suo interno aggiungono colore e delicatezza alle pietre della fortezza.
Le mura della fortezza: i resti permettono di leggere la funzione militare di Tourbillon e di comprendere la relazione tra costruzione e conformazione della collina.
Il panorama sulla valle del Rodano: dall’alto la geografia del Vallese diventa immediatamente leggibile. Sion occupa il fondovalle, mentre vigneti e montagne costruiscono una scenografia tipicamente alpina.
La vista verso Valère: la collina rivale ospita la Basilica di Valère, creando uno dei panorami più riconoscibili di Sion. Le due alture, una accanto all’altra, narrano ancora oggi il carattere storico della città.
I resti della residenza episcopale: Tourbillon conserva tracce di una dimora destinata a uomini di Chiesa dotati anche di un forte potere politico. Le rovine acquistano perciò un significato più ampio rispetto alla semplice funzione militare.
La visita guidata gratuita parte dalla cappella e permette di comprendere meglio la storia del sito, l’architettura e il ruolo avuto dalla fortezza nella storia del Vallese. Il complesso resta invece chiuso durante i mesi invernali, indicativamente da metà novembre fino a marzo, quindi conviene controllare le modalità di apertura prima della partenza. Durante l’anno il castello può inoltre diventare scenario per manifestazioni culturali, spettacoli, concerti, mostre e rievocazioni.
Dove si trova il Castello di Tourbillon e come arrivare
Il Castello di Tourbillon si trova a Sion, capoluogo del Canton Vallese, nella Svizzera sud-occidentale. La città sorge nella valle del Rodano, circondata dalle Alpi e da celebri pendii coltivati a vigneto. La fortezza occupa la collina di Tourbillon, a breve distanza dal centro storico.
Sion è facilmente raggiungibile in treno dalle principali città svizzere. Dalla stazione ferroviaria si può arrivare presso il centro cittadino e proseguire verso la collina, seguendo il percorso pedonale indicato per il castello. In auto, la città è collegata alla rete autostradale svizzera e offre diversi parcheggi nella zona urbana, mentre l’ultimo tratto verso la fortezza richiede comunque una salita a piedi.
iStockla bellissima città di Sion
La posizione regala un piccolo privilegio al termine del percorso: alle spalle restano le strade di Sion e davanti si apre la valle, con i vigneti che ricamano i pendii e le cime alpine sullo sfondo. Tourbillon appare allora per quello che è davvero, una fortezza medievale trasformata dalle fiamme in una rovina, ma ancora perfettamente in grado di raccontare la propria storia.
Tra le montagne dell’Aude, nel sud della Francia, il Castello di Puilaurens pare quasi volersi fare spazio tra gli alberi. La sua sagoma segue il profilo dello sperone roccioso su cui si trova, tanto da sembrare una continuazione naturale della montagna. No, non era una scelta casuale, perché questo edificio nacque con una precisa funzione militare. Dall’alto del Mont Ardu, l’antica altura che gli fa da culla, lo sguardo abbraccia la valle della Boulzane e una successione di rilievi coperti di boschi.
Per circa quattro secoli fu la fortezza più meridionale del regno di Francia, incaricata di controllare l’accesso al Fenouillèdes e di sorvegliare la frontiera con il regno d’Aragona. La sua forza risiedeva proprio nella combinazione tra altitudine, roccia e architettura. Oggil, invece, Puilaurens appartiene alle Forteresses royales capétiennes du Languedoc, il complesso seriale formato da 8 siti fortificati e che è stato inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2026.
La definizione di castello cataro, molto utilizzata per questa fortezza e per altri manieri dell’area, richiede però una precisazione: Puilaurens ebbe rapporti con il mondo cataro soprattutto attraverso la funzione di rifugio offerta durante le persecuzioni religiose del XIII secolo. La sua identità architettonica attuale appartiene soprattutto alla grande stagione delle fortificazioni reali francesi.
Breve storia e leggende
La presenza umana nei dintorni di questo castello di Francia risale almeno alla fine del Paleolitico. Il primo riferimento documentario alla montagna compare nel 958, con il nome Monte Ardu, all’interno di una carta legata all’abbazia di Saint-Michel-de-Cuxa. Il documento attribuisce ai religiosi una prepositura comprendente la valle della Boulzane, allora conosciuta anche quale valle di Santa-Croce.
Per il primo castellano identificabile bisogna arrivare al 1217, quando Pierre Catala viene citato quale testimone in un atto di Guillaume de Peyrepertuse. Pochi decenni più tardi il sito entra nella storia della crociata contro i catari. Nel 1241 vi soggiorna Pierre Paraire, diacono cataro del Fenouillèdes, mentre tra il 1245 e il 1246 la fortezza accoglie diversi perfetti e perfette, esponenti della corrente religiosa perseguitata dalla Chiesa cattolica.
La trasformazione decisiva arriva verso la metà del XIII secolo, con il passaggio sotto il controllo della monarchia francese. Nel 1255 Luigi IX, il futuro San Luigi, ordina al siniscalco di Carcassonne di rafforzare il castello. Il Trattato di Corbeil del 1258 conferma l’importanza strategica di Puilaurens nella linea difensiva contro l’Aragona.
Da quel momento la fortezza entra nel sistema militare capetingio legato a Carcassonne. La costruzione medievale visibile oggi appartiene soprattutto a questa fase. Mura, torri, accessi controllati e punti di tiro furono adattati alla conformazione dello sperone, creando una struttura che sfrutta la montagna anziché cercare di dominarla con un impianto regolare.
Per secoli arrivarono incursioni dalla Spagna. La situazione cambiò radicalmente con il Trattato dei Pirenei del 1659, che spostò più a sud il confine franco-spagnolo. Puilaurens perse così gran parte della propria funzione militare e iniziò un lento declino.
Una delle storie più affascinanti riguarda la Dama Bianca, figura leggendaria associata alle mura superiori. Secondo la tradizione, lo spettro sarebbe quello di una nipote di Filippo il Bello, uccisa dal marito Pietro il Crudele, re di Castiglia. La leggenda attribuisce alla sua apparizione le ore notturne della fortezza, aggiungendo una dimensione quasi teatrale alle pietre della rocca.
La visita al Castello di Puilaurens tra mura, torri e passaggi difensivi
Dal parcheggio un sentiero sassoso conduce verso la fortezza in circa 15-20 minuti. La sagoma delle mura accompagna l’avvicinamento e lascia intuire la complessità del sistema difensivo. A un certo punto si mostra in tutta la sua imponenza la grande scalinata d’accesso, uno degli elementi più scenografici del percorso. La salita procede attraverso un accesso studiato per rallentare e mettere in difficoltà eventuali assalitori. La sequenza di passaggi obbligati, curve e strutture fortificate rappresenta una vera lezione di architettura militare medievale.
Superata la porta, il cortile principale offre una prima lettura dell’impianto, con le mura di cinta che racchiudono lo spazio interno, mentre le torri controllano la gola e i versanti della montagna. Alcuni ambienti sono ridotti a ruderi, altri conservano ancora dettagli sufficienti per ricostruire mentalmente la vita della guarnigione.
Particolare attenzione meritano le aperture per il tiro e le caditoie, strutture progettate per colpire eventuali aggressori ai piedi delle mura. La cosiddetta murder hole, una botola collocata sopra l’accesso, appartiene alla stessa logica. Un altro elemento interessante è il sistema di accesso a zigzag: la geometria del percorso sfrutta il pendio e rende difficile un assalto diretto.
Salendo verso le parti più alte, la vista acquista progressivamente profondità. La valle della Boulzane appare incassata tra i rilievi e la pineta crea una cornice verde attorno alle pietre. Nei punti più esposti si comprende immediatamente la ragione strategica della posizione. Da Puilaurens il territorio poteva essere osservato a grande distanza, mentre la conformazione del rilievo rendeva assai complesso raggiungere la fortezza.
Il castello fa parte dei cosiddetti 5 Figli di Carcassonne, insieme ad altre fortificazioni sentinella collocate sui rilievi dell’Aude. L’espressione richiama il ruolo della Cité de Carcassonne quale centro politico e militare del sistema difensivo capetingio. L’UNESCO considera oggi il complesso delle 8 fortificazioni una testimonianza della progressiva organizzazione territoriale della monarchia francese nel XIII e XIV secolo.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Puilaurens si trova nel territorio comunale di Lapradelle-Puilaurens, nel dipartimento dell’Aude, in Occitania. Domina la valle della Boulzane dalla cima del Mont Ardu, a 697 metri di quota, all’interno di un paesaggio montano caratterizzato da boschi e profonde incisioni vallive.
Da Quillan occorrono circa 20 minuti in automobile. Perpignan dista circa 1 ora, mentre Carcassonne si raggiunge in quasi 1 ora e 30 minuti. L’accesso stradale al castello parte dalla CD22, più o meno 500 metri a monte dell’abitato di Puilaurens. Una strada attraversa la pineta e conduce fino alla zona di parcheggio, dalla quale parte il tratto finale verso la fortezza.
Getty ImagesTutto il fascino dello Château de Puilaurens
Per chi preferisce raggiungere il sito a piedi, sono disponibili due percorsi: un itinerario parte dalla zona della segheria del mulino, lungo la CD22 tra Lapradelle e Puilaurens, attraversando un tratto ombreggiato che può risultare pietroso; un secondo accesso inizia dal paese e offre un percorso più agevole.
L’incontro con la Certosa di Serra San Bruno ha qualcosa di particolare, perché prima ancora delle architetture, arriva il paesaggio: il verde fitto dei boschi delle Serre avvolge le costruzioni, l’aria di montagna accompagna il percorso e il bianco delle tonache certosine, almeno nell’immaginario legato a questo luogo, richiama subito la presenza di una comunità religiosa raccolta in una dimensione appartata.
Siamo in provincia di Vibo Valentia, nel cuore della Calabria centro-meridionale, a un’altitudine di circa 800 metri. La cittadina di Serra San Bruno ha legato il proprio nome al monaco tedesco Bruno di Colonia, fondatore dell’Ordine certosino, arrivato in Calabria alla fine dell’XI secolo.
Il paesaggio che trovò doveva apparirgli assai diverso dalla Calabria associata oggi al mare e alle coste luminose. Qui dominano altopiani, vallate verdi, sorgenti, torrenti e grandi distese forestali. Una Calabria montana e raccolta, attraversata dall’acqua e modellata da rilievi dolci. E oggi la Certosa dei Santi Stefano e Bruno (nome ufficiale del complesso) rappresenta uno dei rarissimi insediamenti certosini ancora attivi in Italia.
Breve storia e leggende
La storia della Certosa affonda le proprie radici nel 1091, quando Bruno ricevette da Ruggero d’Altavilla un terreno nei boschi delle Serre, nella località allora chiamata Torre. Il sovrano normanno aveva conquistato ampi territori della Calabria e con quella donazione favorì il progetto spirituale del monaco.
iStockVeduta della Certosa di Serra San Bruno
Bruno individuò una sorgente e una piccola grotta in una radura. La grotta divenne il suo luogo di preghiera e ritiro. Per i padri eremiti nacque l’Eremo di Santa Maria del Bosco, mentre a circa 2 chilometri più a valle venne fondato il Monastero di Santo Stefano, destinato soprattutto ai fratelli conversi, impegnati nei servizi necessari alla comunità.
Il 15 agosto 1094 la chiesa dell’eremo fu consacrata alla presenza di Ruggero I. Bruno morì il 6 ottobre 1101 e venne sepolto presso Santa Maria. Dopo la sua morte la comunità attraversò varie vicissitudini. Nel 1193 una parte dei religiosi passò ai cistercensi di Fossanova e il complesso rimase affidato a quell’ordine fino al 1411.
Una svolta arrivò nei primi anni del XVI secolo: intorno al 1505 furono ritrovate sotto la Chiesa di Santa Maria le spoglie di San Bruno e del suo successore Lanuino, la cui memoria funeraria si era perduta nei secoli. Le reliquie vennero portate in processione e l’episodio favorì il ritorno dei certosini. Nel 1513 Leone X riaffidò loro il monastero e nel 1514 approvò ufficialmente il culto di San Bruno.
Di questa fase resta anche un prezioso reliquiario a busto in argento, realizzato a Napoli intorno al 1516. Al suo interno sono custodite le reliquie di Bruno e Lanuino. Il terremoto del 1783, però, rappresentò una delle pagine più drammatiche: la scossa devastò la Calabria e colpì duramente la Certosa. Gli edifici subirono danni gravissimi, i monaci lasciarono Serra e il patrimonio librario e artistico venne disperso in parte attraverso sequestri e sottrazioni. Nel 1808 il complesso fu soppresso.
La rinascita arrivò soltanto nella seconda metà dell’800, quando la Grande Chartreuse francese acquistò i ruderi. La ricostruzione partì nel 1894 sotto la direzione dell’architetto Jean François Pichat, affiancato da maestranze calabresi. La nuova Certosa venne completata nel 1900 e la chiesa fu consacrata il 13 novembre dello stesso anno.
Restano tuttavia importanti testimonianze della fase più antica, tra cui parti della cinta muraria cinquecentesca, alcuni torrioni cilindrici, la porzione inferiore della facciata dorica dell’antica chiesa, il chiostro seicentesco e il vecchio cimitero certosino.
Attorno alla Certosa sono nate anche storie curiose. Una delle più celebri riguarda Ettore Majorana, il fisico italiano scomparso nel 1938. Leonardo Sciascia avanzò l’ipotesi che lo scienziato potesse essersi ritirato proprio nella Certosa, scelta quale rifugio dalla vita pubblica. Un’altra tradizione popolare attribuisce alla presenza femminile un legame con i terremoti: l’ingresso di una donna nella parte monastica avrebbe provocato il tremore della terra.
Visita alla Certosa e cosa vedere
Il cuore del monastero resta riservato ai religiosi. Per il pubblico il punto di riferimento principale è il Museo della Certosa, istituito nel 1994 all’interno delle mura del complesso. Il percorso museale attraversa 22 sale dedicate alla storia di San Bruno, all’Ordine certosino e al patrimonio artistico della Certosa. Frammenti marmorei, dipinti, arredi, paramenti sacri, codici, fotografie, filmati e supporti audio raccontano la quotidianità dei monaci e la struttura della loro vita.
Una parte particolarmente interessante riguarda la ricostruzione degli ambienti monastici. Le celle, il chiostro, la cappella e gli spazi destinati alla preghiera e al lavoro permettono di intuire la radicalità della scelta certosina. La cella del monaco rappresenta infatti un piccolo universo personale, destinato alla preghiera, al riposo e al lavoro manuale, secondo una disciplina che alterna solitudine e momenti comunitari. Il percorso termina presso una piccola cappella ricavata all’interno di una torre cinquecentesca.
Merita attenzione anche la Chiesa dei Santi Stefano e Bruno, ricostruita tra XIX e XX secolo, che presenta forme neogotiche, una facciata a capanna, un grande rosone e 2 torri laterali. Tra le opere più preziose si fanno notare le statue marmoree di San Bruno e del beato Lanuino, realizzate da Giovanni Scrivo, e il reliquiario argenteo cinquecentesco.
Fuori dal percorso museale meritano attenzione i resti dell’antica Certosa: la vecchia cinta muraria aveva una pianta quadrilatera con torri angolari e svolgeva anche una funzione difensiva, legata al timore delle incursioni saracene. Del grande chiostro seicentesco resta una parte significativa, insieme alla fontana centrale.
Dove si trova e come arrivare
La Certosa si trova a Serra San Bruno, in provincia di Vibo Valentia, all’interno del territorio delle Serre calabresi. Il complesso sorge ai margini del centro abitato, circondato da una vasta area boschiva. In automobile la soluzione più pratica parte dall’autostrada A2 del Mediterraneo. Da nord si può raggiungere attraverso gli svincoli di Pizzo o Sant’Onofrio, mentre da sud risultano utili le uscite verso Vibo Valentia. Da lì la strada sale verso Serra San Bruno attraverso un paesaggio progressivamente più montano.
Chi arriva in treno può fare riferimento alla stazione di Vibo Valentia-Pizzo e proseguire successivamente verso Serra San Bruno con un mezzo su strada.
Nel momento in cui ci si avvicina al Castello di Belvedere si avverte quella speciale sensazione per cui la città, Weimar, sembra allontanarsi alle spalle. Alberi, prospettive, prati e architetture disseminate lungo un parco catturano lo sguardo, mentre sul colle meridionale compare la residenza, con la sua elegante facciata barocca, le ali laterali e la scalinata d’ingresso.
Il complesso di Belvedere nacque con ambizioni principesche e la stessa posizione contribuiva al prestigio della proprietà. Il castello sorge su una collina boscosa, circondato da circa 43 ettari di parco, a sud del centro storico. La distanza dalla vita cittadina permetteva alla famiglia ducale di trascorrere la bella stagione in un ambiente più appartato, tra battute di caccia, ricevimenti, collezioni botaniche e passeggiate nei giardini.
Belvedere appartiene dal 1998 al patrimonio mondiale UNESCO di Classical Weimar, insieme a 11 altri edifici e complessi legati alla straordinaria fioritura culturale della città tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo.
Breve storia del Castello di Belvedere
Ernst August volle fare di Belvedere il più prestigioso tra i suoi numerosi castelli di caccia e di piacere. Il progetto fu affidato all’architetto Gottfried Heinrich Krohne, autore di diverse residenze ducali della regione. La prima destinazione era legata soprattutto alla caccia, attività centrale nella cultura delle corti europee dell’epoca. Il complesso comprendeva persino una menagerie, una raccolta di animali destinata a sottolineare il rango del proprietario.
Dopo la morte del duca nel 1748, ci fu una fase di declino. La rinascita arrivò nella seconda metà del XVIII secolo grazie alla duchessa Anna Amalia, figura fondamentale nella storia culturale di Weimar. La sua presenza estiva contribuì a riportare vita nella residenza e nei giardini.
Pochi anni più tardi Belvedere assunse anche una vocazione scientifica. Il duca Carl August, infatti, coltivò un forte interesse per la botanica e studiò le piante insieme a Johann Wolfgang Goethe. Le collezioni vegetali raggiunsero dimensioni notevoli e, intorno al 1820, il giardino botanico custodiva circa 7.900 specie provenienti dalla Germania e da altri Paesi.
Getty ImagesI fiori del Castello di Belvedere
Una delle storie più affascinanti riguarda il Giardino Russo. Carl Friedrich, figlio di Carl August, fece realizzare questo spazio per la moglie Maria Pavlovna, granduchessa russa. Il progetto riprendeva quasi fedelmente il giardino che la principessa aveva conosciuto a San Pietroburgo, creando un piccolo frammento della cultura dei giardini russi nel paesaggio di Weimar.
Durante il XIX secolo la trasformazione raggiunse il suo punto decisivo. Tra il 1815 e il 1830 il parco assunse un carattere paesaggistico post-classico e romantico. Fontane, sculture, pergolati, la cosiddetta Grande Grotta e altre architetture ornamentali entrarono nella composizione. Anche Hermann Fürst von Pückler-Muskau, celebre progettista di giardini e autore del parco di Muskau, apprezzò il risultato nel 1845.
La famiglia granducale continuò a occuparsi della proprietà fino alla fine della monarchia. Dopo l’abdicazione dell’ultimo granduca Wilhelm Ernst, Belvedere passò al nuovo Stato libero della Turingia. Dal 1923 il castello fa parte delle collezioni d’arte statali di Weimar ed è stato destinato a museo delle arti decorative del XVIII secolo.
La visita richiede tempo, soprattutto per capire il rapporto tra edificio e paesaggio. Entrare direttamente nel museo equivale a perdere una parte importante dell’esperienza. Conviene osservare prima il complesso dall’esterno, lasciando che siano le prospettive del parco a raccontare la storia della residenza.
Il palazzo conserva l’eleganza tipica di una residenza di piacere barocca. La composizione comprende il corpo principale e diversi edifici collegati alla vita della corte. Le abitazioni dei cavalieri, le scuderie e l’aranciera completavano una piccola cittadella aristocratica destinata alla permanenza stagionale della famiglia ducale e dei suoi ospiti.
All’interno si trova il museo dedicato alle arti decorative del XVIII secolo. Le sale custodiscono oggetti provenienti dalle corti ducali, con una particolare attenzione a porcellane e vetri. La collezione permette di osservare da vicino il gusto dell’aristocrazia europea tra Barocco e Rococò, attraverso mobili tedeschi e francesi, accessori di corte e manufatti preziosi.
Al piano terreno compaiono porcellane orientali, ceramiche della Turingia e ritratti della famiglia proprietaria. Salendo, l’attenzione si sposta verso le prime porcellane di Meissen, una delle manifatture più importanti nella storia europea di questo materiale, insieme a produzioni provenienti da Berlino, Fürstenberg e dalla manifattura imperiale di San Pietroburgo.
Fuori dal castello si apre invece la parte più ampia dell’esperienza: quella nel grande parco, che conserva tracce delle diverse epoche attraversate da Belvedere. Il primo giardino seguiva i rigorosi principi francesi, quindi con viali rettilinei, aiuole geometriche e siepi potate che creavano prospettive ordinate.
Anna Amalia però preferì una maggiore naturalezza e Carl Friedrich portò avanti questa trasformazione, affidando al parco un carattere paesaggistico più libero. Tra gli elementi più curiosi compare il Rosenberceau, una struttura destinata alle rose, mentre la Grande Grotta, una rovina artificiale, introduce nel paesaggio quella componente pittoresca tanto amata dalla cultura romantica.
Il Giardino Russo merita una deviazione specifica e conferisce al parco una fisionomia particolare, legata alla storia personale della granduchessa e ai rapporti dinastici tra la casa di Sassonia-Weimar e la famiglia imperiale russa. All’interno si trovano un piccolo teatro di siepi e un labirinto ornamentale. La geometria ritorna quindi proprio in una zona del parco ormai dominata dal gusto paesaggistico.
Anche l’aranciera è degna attenzione. Le grandi serre avevano una funzione pratica e rappresentativa insieme, poiché permettevano alla corte di custodire piante esotiche durante la stagione fredda e di mostrare la ricchezza delle proprie collezioni botaniche.
Dove si trova e come arrivare
Belvedere si trova a sud di Weimar, in Turingia, in una posizione sopraelevata che rende evidente fin dall’esterno la funzione scenografica scelta dai duchi. Dal centro di Weimar il complesso può essere raggiunto seguendo la Belvederer Allee, storico asse alberato che conduce verso il castello. La distanza consente di collegare la visita a una giornata dedicata alla città e agli altri luoghi del patrimonio di Classical Weimar.
Per chi arriva in auto, il percorso conduce verso la zona meridionale della città e quindi al complesso di Belvedere. Chi utilizza i mezzi pubblici può partire dal centro di Weimar e verificare le linee urbane disponibili per la zona del castello prima della partenza.
La soluzione più interessante resta comunque dedicare al parco una parte consistente della giornata. Belvedere racconta infatti una storia che il solo edificio riesce a restituire soltanto in parte. Il castello parla della corte, le collezioni raccontano il gusto aristocratico, l’aranciera ricorda la passione botanica e il Giardino Russo porta fino a San Pietroburgo. Persino il labirinto conserva l’idea di un luogo progettato per il piacere e per la meraviglia.
Nel Finistère, la parte occidentale della Bretagna francese, il paesaggio è un pullulare di campi coltivati, piccoli centri rurali e antichi complessi religiosi. Ma c’è un edificio che, nonostante le semplici caratteristiche del territorio, appare con un’imponenza quasi sorprendente: il Castello di Kerjean. Si trova presso Saint-Vougay, a pochi chilometri da Plouescat e a circa mezz’ora da Morlaix, immerso in una vasta proprietà verde di 20 ettari.
Per raggiungerlo occorre oltrepassare una poderosa cintura fortificata, un elemento decisamente insolito per una residenza rinascimentale pensata anche per rappresentare prestigio, ricchezza e ambizione sociale. Le mura raggiungono uno spessore superiore ai 10 metri e sono accompagnate da profondi fossati. Kerjean appare così più vicino a una fortezza che alla classica idea di castello elegante circondato da giardini.
Eppure, appena si supera il portale d’onore, cambia completamente il tono della visita: la pietra scolpita, le arcate, le colonne e le decorazioni rivelano il gusto del Rinascimento francese, reinterpretato secondo la sensibilità bretone. La sua architettura guarda ai modelli francesi e accoglie influenze italiane, mentre alcuni elementi dialogano con i vicini recinti parrocchiali, complessi religiosi caratteristici della Bretagna. La fusione produce un edificio dalla personalità fortissima, ancora leggibile nei dettagli delle facciate e degli spazi interni.
Breve storia del Castello di Kerjean
Verso il 1570 ebbe inizio il grande cantiere voluto dalla famiglia Barbier. La Bretagna attraversava una fase di grande vitalità economica e sociale e Kerjean doveva rappresentare visivamente il nuovo rango raggiunto dai suoi proprietari. La scelta di costruire una dimora monumentale rispondeva quindi a esigenze pratiche, ma anche a un preciso desiderio di affermazione.
Pochi decenni più tardi arrivarono anni assai più turbolenti. Le guerre della Lega attraversarono la Francia tra il 1589 e il 1598, coinvolgendo anche la Bretagna. In questo scenario le poderose fortificazioni di Kerjean offrivano una protezione reale durante una stagione caratterizzata da conflitti e instabilità.
La fama della dimora raggiunse persino la corte: Luigi XIII rimase colpito dalla costruzione e ne riconobbe l’eccezionale qualità architettonica. La frase attribuita al sovrano, riferita alla bellezza della casa e del castello, restituisce bene la reputazione raggiunta da Kerjean già in epoca storica.
I secoli successivi furono assai meno benevoli. Una parte dell’edificio venne demolita in più fasi e, durante la Rivoluzione francese, le truppe rivoluzionarie saccheggiarono il complesso. Il destino di Kerjean cambiò nel XX secolo, ovvero quando la dimora venne classificata come monumento storico nel 1911 e, dal 1985, appartiene al Département du Finistère. Un importante percorso di recupero ha restituito leggibilità agli ambienti e permesso l’apertura al pubblico. Il restauro completato nel 2005 ha dato nuova vita a numerosi spazi.
La visita tra 25 sale, sculture e antichi utensili
La visita attraversa 25 ambienti e permette di seguire un percorso che parte dagli spazi legati alla storia del complesso e arriva alle zone della vita signorile. La grande casa, la cappella, le gallerie, gli appartamenti privati e le cucine restituiscono una fotografia concreta dell’organizzazione di una residenza aristocratica bretone.
iStockEntrando nel Castello di Kerjean
Una parte particolarmente interessante del percorso riguarda gli allestimenti multimediali. Il castello ha infatti scelto una modalità narrativa originale, in grado di affiancare agli elementi architettonici strumenti interattivi pensati per rendere più comprensibili 5 secoli di vicende.
Il film sulla storia di Kerjean
Un film di circa 8 minuti ripercorre la storia del castello e dei suoi abitanti con un tono divulgativo e anche ironico. È un buon punto di partenza per orientarsi tra dinastie, guerre, trasformazioni e restauri.
I grimori della famiglia Barbier
I libri multimediali dedicati ai costruttori narrano l’ascesa sociale della famiglia Barbier e il progetto ambizioso che portò alla nascita della dimora stessa.
Una maquette animata svela la struttura del complesso attraverso volute, pilastri, colonnine e altri elementi decorativi. Guardare il modello consente di cogliere meglio l’equilibrio tra la raffinatezza rinascimentale e il carattere militare dell’insieme.
La vita quotidiana nel castello
Signore, stalliere e altri abitanti prendono vita attraverso gli strumenti multimediali. La narrazione scende dal livello delle grandi vicende storiche alla dimensione domestica, mostrando mansioni, abitudini e gerarchie.
La cappella e la sablière scolpita
La cappella custodisce uno degli elementi più interessanti dell’intero complesso: la sablière scolpita. Si tratta della trave lignea inserita nella parte alta della struttura, decorata con sculture che meritano uno sguardo attento. Una speciale lente di esplorazione aiuta a osservare meglio i dettagli collocati in alto.
La cucina della basse-cour, recentemente restaurata, restituisce un ambiente assai diverso dalle sale di rappresentanza. Gli utensili in rame attirano subito l’attenzione e riportano la visita alla dimensione concreta della vita quotidiana.
La collezione di mobili regionali
Nella grande galleria si trova una significativa raccolta di mobili regionali che aggiungono alla visita un livello diverso rispetto alla pura architettura.
Fuori dal corpo principale, il parco amplia notevolmente l’esperienza. I 20 ettari comprendono alberi, spazi aperti, percorsi geometrici ispirati alle mode dei giardini tra XVII e XVIII secolo, una colombaia circolare di 9 metri di diametro e una fontana caratterizzata da giochi d’acqua.
La proprietà alterna zone più ordinate a distese di grano e fiori selvatici, un contrasto che funziona particolarmente bene davanti alle facciate in pietra, soprattutto nelle giornate luminose.
Dal 2020 alcuni interventi hanno inoltre migliorato l’accessibilità: un elevatore e una rampa permettono alle persone con mobilità ridotta di raggiungere 4 sale aggiuntive con una sedia a rotelle. Anche la corte e alcuni percorsi di accesso sono stati ripensati.
La visita può essere libera oppure accompagnata, con attività rivolte anche a famiglie, gruppi e scuole. Durante l’anno il programma viene arricchito da mostre temporanee dedicate a temi legati al Rinascimento.
Dove si trova e come arrivare
Il Castello di Kerjean si trova a Saint-Vougay, nel dipartimento del Finistère, nella Bretagna occidentale. La posizione permette di inserirlo facilmente in un itinerario attraverso il nord della regione, soprattutto per chi sta esplorando la zona di Morlaix, Plouescat e la Côte de Granit Rose.
Da Morlaix il tragitto richiede circa 30 minuti in automobile. La macchina rappresenta la soluzione più semplice per raggiungere direttamente il complesso, soprattutto considerando l’ampiezza del territorio rurale circostante. La visita può occupare diverse ore se si desidera osservare con attenzione gli interni, seguire gli strumenti multimediali e dedicare tempo al parco.
Prima di entrare, vale la pena fermarsi qualche minuto davanti alle mura: da quella posizione si percepisce meglio il paradosso che rende Kerjean così particolare. Una famiglia rinascimentale desiderava una dimora raffinata, degna del proprio nuovo prestigio, e allo stesso tempo costruì una fortificazione gigantesca capace di comunicare sicurezza e potere.
Tra i luoghi più suggestivi di Capri, non troppo lontano dal continuo viavai della celebre Piazzetta, c’è un complesso monumentale dove si fondono storia, arte e paesaggio. È la Certosa di San Giacomo, la più importante testimonianza dell’architettura angioina sull’isola, costruita tra il 1371 e il 1374 per volontà di Giacomo Arcucci, Gran Camerario della regina Giovanna I d’Angiò. Dal 1371 questo complesso è stato convento, prigione e poi liceo di Capri.
La sua posizione contribuisce a renderla davvero speciale: immersa nel silenzio, con una vista incredibile sui Faraglioni e sul mare, la Certosa offre un punto di vista diverso sulla Capri più conosciuta, fatto di chiostri, architetture storiche e scorci luminosi.
Cosa vedere tra arte e archeologia
Il complesso della Certosa di San Giacomo, che presenta una molteplicità di volte, è articolato in tre sezioni principali:
la cosiddetta “casa alta”, destinata alla vita religiosa e alla clausura, con chiesa, refettorio, celle dei monaci e chiostri;
la “casa bassa”, dedicata alle attività quotidiane e produttive dei monaci;
una terza parte che ospitava un tempo la farmacia e una chiesa per le donne.
Oggi questo patrimonio storico ospita importanti spazi museali e culturali. Da vedere sono innanzitutto il Chiostro Grande e il più antico Chiostro Piccolo, ambienti raccolti che restituiscono l’atmosfera dell’antico monastero.
All’interno si trovano poi il Museo Diefenbach, dedicato al pittore simbolista tedesco Karl Wilhelm Diefenbach, e il Museo Archeologico Nazionale di Capri, inaugurato nel 2024 e dedicato soprattutto alla storia dell’isola in epoca romana.
In occasione del bicentenario della riscoperta della Grotta Azzurra, fino al 18 ottobre 2026 è inoltre possibile visitare presso la Certosa di San Giacomo la mostra “Il mito di Capri. A duecento anni dalla scoperta della Grotta Azzurra (1826-2026)”, che racconta la fortuna del mito caprese attraverso due secoli.
Per informazioni dettagliate sui giorni di apertura e prezzi consultare il sito ufficiale.
iStockComplesso della Certosa di San Giacomo, Capri
Gli eventi alla Certosa
Questa sera, martedì 25 agosto, la Certosa di San Giacomo apre eccezionalmente in orario serale, dalle 18 alle 22, in occasione della conferenza “La rappresentazione della Grotta Azzurra tra pittura e fotografia nel Novecento” e della proiezione del documentario “Capri. L’isola rifugio”, prevista alle 19.30. Saranno visitabili il Museo Archeologico, il Museo Diefenbach e le mostre in corso. Dalle 20 alle 21.30 sono previste visite guidate alle prime due esposizioni, in italiano, inglese e francese, con prenotazione obbligatoria e ingresso libero.
Il calendario prosegue poi nei giorni successivi con la XVI edizione di Jazz in Capri: il 26 e 27 agosto alle ore 21 la Certosa ospiterà due concerti serali, rispettivamente “Enrico Pieranunzi trio Plays Morricone” e “Denise King & Elio Coppola trio”.
Un altro appuntamento particolarmente atteso è quello con Sal Da Vinci, in programma giovedì 10 settembre. L’artista porterà sull’isola il tour estivo 2026, con uno spettacolo che intreccia i brani più amati del repertorio con quelli del nuovo album “Per sempre sì”. Tra questi c’è “Poesia”, nuovo singolo dalle sonorità bachata.
Dove si trova e come arrivare
La Certosa di San Giacomo si trova in via Certosa 10, nel cuore di Capri, l’isola campana nel Golfo di Napoli che si raggiunge via mare con traghetti o aliscafi. I due porti di partenza principali sono Napoli e Sorrento ai quali, nel periodo estivo, si aggiungono quelli di Salerno e della Costiera Amalfitana (Positano e Amalfi).
Dalla famosa Piazzetta (Piazza Umberto I) la Certosa di San Giacomo si raggiunge facilmente a piedi in circa 10 minuti, seguendo le indicazioni verso il complesso monumentale.
Alcuni castelli oggi sono noti e visitati durante tutto l’anno per via dei sontuosi arredi e delle sale ancora intatti, mentre altri si fanno conoscere soprattutto per la natura straordinaria e il paesaggio che li circonda. Questo è anche il caso del Castello di Termes, arroccato a 460 metri di altitudine nel sud della Francia, dove le rovine di un’antica fortezza emergono dalla roccia proprio sopra le gole del Termenet. È qui, tra le montagne delle Hautes-Corbières, che il Medioevo ha lasciato la sua firma: il castello fu infatti teatro di uno degli assedi più celebri della Crociata contro gli Albigesi ed è anche considerato uno dei “cinque figli di Carcassone”, ovvero il gruppo di roccaforti strategiche che all’epoca difendevano il regno.
Oggi invece Termes è molto diverso dalla fortezza che dominava queste montagne nel XIII secolo: le sue rovine sono state oggetto di scavi e restauri e permettono di ricostruire, passo dopo passo, la storia di un luogo passato da roccaforte signorile a fortezza reale francese. Dal 2026, inoltre, il sito fa parte delle Forteresses royales capétiennes du Languedoc, inserite nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO insieme ad altri sette siti fortificati della regione.
Castello di Termes: la storia e cosa vedere
Le origini del Castello di Termes risalgono almeno al X secolo. Costruito su uno sperone roccioso, il sito controllava una posizione strategica nelle Corbières e divenne il centro della signoria di Termes. La pagina più famosa della sua storia arrivò nel 1210, durante la Crociata contro i catari. Il castello, allora nelle mani di Raimond de Termes, fu assediato dall’esercito di Simon de Montfort. La resistenza durò quasi quattro mesi, facendo sì che Termes passasse ai posteri come uno degli episodi più intensi e noti della campagna militare contro le roccaforti legate ai signori locali e al catarismo.
Dopo la conquista, il castello entrò progressivamente sotto il dominio della Corona francese. Nel XIII secolo venne rifortificato e trasformato in una fortezza reale, inserita nel sistema difensivo che proteggeva il nuovo territorio francese dalle incursioni provenienti dal regno d’Aragona. La sua funzione militare, però, ebbe una fine definitiva nel XVII secolo. Nel 1653-1654, per ordine della Corona, la fortezza venne demolita per impedirne un eventuale riutilizzo da parte dei ribelli dopo la Fronda. Da allora il castello è rimasto in rovina, ma proprio questa condizione permette oggi di leggere più facilmente la stratificazione della sua storia.
Durante la visita odierna, ciò che si esplora sono i resti del castrum e della fortezza reale, tra mura, strutture difensive, torre maestra e spazi dell’antico complesso signorile. La visita comincia già nel piccolo villaggio di Termes, dove si trovano il centro di interpretazione, il filmato introduttivo e l’esposizione dedicata all’assedio del 1210.
Dal villaggio occorre poi proseguire a piedi per circa 15 minuti lungo il percorso che conduce alla fortezza. La visita dura generalmente circa un’ora o un’ora e mezza, considerando anche gli spazi di interpretazione e il percorso verso il castello.
Dove si trova il Castello di Termes e come arrivare
Il Castello di Termes è situato nel comune di Termes, nel dipartimento dell’Aude, nella regione dell’Occitania in Francia. Il villaggio dista circa 50 chilometri da Carcassonne e si trova tra le Corbières, in una zona caratterizzata da montagne, gole e piccoli borghi.
La posizione è interessante anche per costruire un itinerario più ampio alla scoperta dei castelli catari e delle fortificazioni medievali dell’Aude. Per raggiungere Termes, l’opzione più pratica è l’auto, soprattutto se si arriva da Carcassonne, Narbonne o Perpignan. Il villaggio è piccolo e dispone di un parcheggio gratuito e obbligatorio per i visitatori. Dal parcheggio si raggiunge il centro di accoglienza seguendo le indicazioni lungo il corso d’acqua.
Per chi programma la visita nel 2026, il castello è aperto tutti i giorni in luglio e agosto, dalle 10.00 alle 19:30, mentre a settembre e ottobre l’apertura è prevista dalle 10.00 alle 18.00. A novembre l’accesso è previsto nei weekend e nei giorni festivi fino all’11 novembre, con ulteriori aperture secondo calendario.
Il biglietto 2026 costa 6 euro per gli adulti, 5 euro per i ragazzi dai 16 ai 25 anni e 3 euro per i bambini dai 6 ai 15 anni; i bambini sotto i 6 anni entrano gratuitamente. È disponibile anche un biglietto da 3 euro per visitare esclusivamente il film e l’esposizione del centro di interpretazione.
C’è una spiaggia in Croazia che sembra quasi scomparire sotto le imponenti pareti di roccia della costa dalmata. È Pasjača Beach, una piccola caletta affacciata sull’Adriatico, dove il mare turchese incontra una stretta lingua di sabbia e ciottoli ai piedi delle scogliere. Un luogo spettacolare e non semplicissimo da raggiungere, tanto da essere entrato tra le 50 spiagge più belle d’Europa nel 2026, secondo la classifica Europe’s 50 Best Beaches, votata da oltre mille professionisti del mondo travel.
Pasjača Beach, la caletta segreta tra mare e scogliere
Vista dall’alto, Pasjača Beach sembra quasi una breccia nella costa: una sottile striscia di sabbiae ciottoli racchiusa tra le alte scogliere di Konavle e il blu intenso dell’Adriatico formando un quadro molto intimo e selvaggio. È proprio questo contrasto tra la roccia e il colore dell’acqua a renderla una delle spiagge più scenografiche della Croazia.
In questo angolo incontaminato è proprio la natura a dominare completamente il panorama: niente grandi strutture turistiche, niente stabilimenti che occupano la costa e nessun lungomare affollato e chiassoso. La caletta si trova infatti ai piedi delle scogliere, in una posizione che per secoli è rimasta difficile da raggiungere. Ed è proprio la sua posizione a fare la differenza: per raggiungerla bisogna scendere lungo un percorso ripido, in alcuni tratti scavato direttamente nella roccia. Una volta arrivati sulla spiaggia, però, il panorama ripaga ogni fatica. Non è un caso se nel 2026 è entrata nella classifica delle 50 migliori spiagge d’Europa, insieme ad altre quattro spiagge croate: Podrače, Zlatni Rat, Punta Rata e Sakarun.
iStockIl percorso spettacolare per raggiungere Pasjača Beach
C’è poi una particolarità che rende Pasjača ancora più interessante: la spiaggia è stata modellata anche dall’intervento dell’uomo. Negli Anni ’60, infatti, durante la realizzazione di un tunnel per convogliare l’acqua in eccesso proveniente dalla piana di Konavle, il materiale roccioso raggiunse il mare. Le onde, nel tempo, lo hanno progressivamente frantumato, fino a formare l’attuale arenile.
Il risultato è un luogo dall’aspetto quasi irreale, dove la roccia scende verso il mare e lascia spazio a una piccola mezzaluna di ciottoli e sabbia. Le acque sono particolarmente limpide, ma diventano profonde rapidamente (c’è quindi da prestare molta attenzione). Priva dei principali servizi turistici, è inoltre importante arrivare preparati con acqua, cibo, protezione solare e tutto ciò che può servire per trascorrere qualche ora al mare.
Dove si trova e come raggiungerla
Pasjača si trova nel villaggio di Popovići, nella regione di Konavle, nell’estremo sud della Croazia, a circa 30-40 chilometri da Dubrovnik e a circa 12 chilometri da Cavtat.
Raggiungerla fa parte dell’esperienza: in auto si percorre la strada costiera in direzione sud da Dubrovnik, passando per Cavtat e proseguendo verso la zona di Konavle, fino alla deviazione per Popovići. Nei pressi dell’inizio del sentiero è disponibile un’area di parcheggio; da qui la spiaggia si raggiunge soltanto a piedi.
La discesa segue un sentiero ripido tra la vegetazione e la roccia, con scalini e tratti scavati nella parete, fino a raggiungere la caletta. In circa 20-25 minuti di discesa si raggiunge questo luogo incontaminato. Il sentiero può essere impegnativo e la risalita, soprattutto nelle ore più calde, richiede un po’ di allenamento. È quindi consigliato indossare scarpe con una buona presa e portare con sé acqua, cibo e tutto ciò che serve per la giornata in questo paradiso segreto.
Arroccato su una collina rocciosa a circa due chilometri dal villaggio di Tuchan, nel dipartimento francese dell’Aude, il Castello di Aguilar sembra ancora vegliare sul paesaggio che si apre tutt’intorno. Non a caso viene chiamato “Nido d’Aquila”: a 296 metri di altitudine, domina i vigneti dell’Haut Fitou e una pianura racchiusa tra rilievi, pareti calcaree e montagne.
La salita per raggiungerlo è breve e, una volta arrivati, sarete ripagati da un panorama che corre verso il Mont Tauch, le falesie di Vingrau, la torre di Tautavel e, nelle giornate limpide, fino al profilo inconfondibile del Canigou, una delle montagne simbolo dei Pirenei orientali. Aguilar fu una fortezza strategica, contesa da signori e sovrani e infine inserita nel sistema difensivo passato alla storia come quello dei “cinque figli di Carcassonne”.
Aguilar, la sentinella delle Corbières tra signori e re
Osservando il Castello di Aguilar dall’esterno, la prima caratteristica che noterete è la potente doppia cinta muraria che segue la conformazione dello sperone roccioso.
La posizione non era casuale: nel Medioevo, una piccola guarnigione controllava da quassù il territorio e, in caso di pericolo, poteva trasmettere l’allarme fino a Carcassonne in meno di venti minuti, utilizzando segnali di fumo o lampi luminosi rilanciati dalle altre fortificazioni disseminate nelle Corbières.
Il maniero fu dapprima legato ai conti catalani, quindi alla casa di Carcassonne e, a partire dal XII secolo, alla famiglia di Termes; una delle figure centrali fu Olivier de Termes, cavaliere occitano che si oppose alla Crociata contro gli Albigesi e fece di Aguilar uno dei propri centri di potere.
Dopo alterne vicende, Aguilar entrò definitivamente nel dominio della Corona francese nel 1261, venne ampliato e rafforzato secondo le più aggiornate tecniche militari dell’epoca e divenne una delle fortezze incaricate di controllare la frontiera con il regno d’Aragona.
Il suo ruolo strategico terminò dopo il Trattato dei Pirenei del 1659, quando il confine tra Francia e Spagna si spostò verso sud: perse così la funzione per cui era stato trasformato e iniziò il suo lento abbandono. Dal 1949 è classificato come Monument Historique e negli anni è stata interessato da svariati interventi di restauro e valorizzazione.
Dentro il Nido d’Aquila tra doppie mura e panorami
iStockCastello Aguilar, il Nido d’Aquila delle Corbières
La cinta più antica, risalente al XII secolo, racchiudeva gli spazi organizzati attorno a una corte interna, con il logis del castellano, una torre e una cisterna; nel punto più vulnerabile dello sperone, la muratura raggiungeva uno spessore di circa 2,80 metri e assumeva la forma di uno sperone concepito per opporre maggiore resistenza ai proiettili.
All’esterno, il sistema difensivo realizzato tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo è scandito da sei torri semicircolari disposte lungo le cortine nei punti in cui il terreno rendeva la fortezza più esposta. Le torri erano aperte verso l’interno, soluzione che impediva agli eventuali assalitori di utilizzarle come rifugio una volta conquistate.
Appena fuori dalle mura incontrerete anche i resti della Cappella di Sainte-Anne, piccolo edificio dalla struttura essenziale, con volta a botte spezzata e abside; tutt’intorno, tra la vegetazione, sopravvivono inoltre le tracce dell’antico villaggio castrale che un tempo si sviluppava ai piedi della fortezza.
Se, dopo la visita, avete ancora voglia di camminare, potete seguire il percorso 360° Aguilar, un itinerario ad anello che gira attorno alla collina e permette di osservare il castello da prospettive differenti: il tracciato misura circa 2,7 chilometri, richiede poco più di un’ora e presenta un dislivello di circa 130 metri. Le mura emergono sopra la garriga mentre ai loro piedi si distendono i vigneti e, più lontano, le Corbières si sovrappongono fino ai Pirenei.
Il castello è visitabile da metà febbraio a metà novembre, con giorni e orari differenti a seconda del periodo dell’anno. Prima di partire, consultate il sito ufficiale del Comune di Tuchan, soprattutto nei mesi meno turistici.
Arroccato su uno sperone roccioso che sembra protendersi verso lo Stretto di Messina, il Castello Ruffo di Scilla è uno dei simboli più riconoscibili della Costa Viola nonché il vero genius loci di Scilla, a circa 20 chilometri da Reggio Calabria.
La sua posizione racconta subito il motivo per cui sia stato scelto e trasformato nel corso dei secoli: proteso verso il mare, il promontorio costituiva un punto ideale per controllare lo Stretto e avvistare chi si avvicinava alle coste calabresi.
Ma quando arriverete quassù, sarà il panorama a catturare per primo la vostra attenzione. Il castello separa, infatti, due dei volti più suggestivi di Scilla: da una parte Marina Grande, con la spiaggia distesa ai piedi della rocca, dall’altra Chianalea, il celebre borgo marinaro con le case quasi lambite dall’acqua.
La lunga storia del Castello Ruffo di Scilla
Le origini del Castello Ruffo ci portano molto indietro nel tempo: prima gli Etruschi, poi le fortificazioni del periodo magnogreco e infine i Romani, che ampliarono le strutture presenti, riconobbero l’importanza strategica di questo sperone sospeso sullo Stretto.
Delle fasi più antiche rimangono tuttavia poche tracce: gli scavi moderni hanno restituito soprattutto le mura del Monastero di San Pancrazio, risalente al IX secolo e anch’esso collegato alla necessità di difendere il territorio dalle incursioni saracene. Nel 1060 il complesso divenne una rocca militare, rafforzando in via definitiva quella vocazione difensiva che avrebbe accompagnato il promontorio per secoli.
Una svolta importante arrivò nel Cinquecento, quando il castello passò a Paolo Ruffo e divenne residenza della famiglia, che vi rimase fino ai primi anni del Settecento. Ancora oggi, prima di entrare, potrete riconoscere sul portale lo stemma nobiliare dei Ruffo e una grande lapide che ricorda gli interventi di restauro realizzati durante quel periodo.
Il destino della fortezza continuò però a cambiare: nel 1808 divenne proprietà demaniale dello Stato, mentre i violenti terremoti del 1783 e del 1908 provocarono gravi danni alla struttura, in seguito restaurata.
Da presidio militare e residenza nobiliare, il Castello Ruffo ha assunto nel Novecento una nuova funzione: dagli anni Settanta è diventato un luogo d’incontro e di cultura, dapprima come Ostello della Gioventù e poi come spazio destinato a mostre, convegni e iniziative culturali.
iStockTutta la meraviglia del borgo di Scilla
Dentro il Castello Ruffo tra torrioni, mare e mito
Una volta attraversato il ponte che precede l’ingresso, vi troverete davanti al portale in pietra con arco a sesto acuto, sovrastato dallo stemma dei Ruffo. Superato l’androne coperto da una volta ribassata, si apre il cortile interno, da cui il grande scalone conduce verso quella che un tempo era la residenza della famiglia.
La pianta irregolare del Castello Ruffo è una conseguenza della sua lunghissima storia: le diverse parti dell’edificio appartengono infatti a epoche differenti, ma l’insieme conserva ancora l’aspetto di una vera fortezza, con cortine murarie, torrioni e feritoie.
Negli ambienti interni trovano spazio reperti, modellini, esemplari naturalistici e manufatti che raccontano anche una delle tradizioni più profonde di Scilla, quella della pesca del pesce spada, attività legata alla cultura marinara dello Stretto.
Da quassù, lo sguardo precipita verso i vicoli e le case di Chianalea, corre sulla spiaggia di Marina Grande e attraversa lo Stretto fino alla Sicilia, tanto vicina da sembrare quasi a portata di mano.
Nella parte più alta del complesso spicca inoltre il Faro di Scilla, realizzato nel 1913 come punto di riferimento per le imbarcazioni in transito nello Stretto e ancora oggi legato alla Marina Militare.
Ma osservare il mare dal Castello Ruffo vuol dire anche addentrarsi nel territorio della leggenda: lo Stretto è, infatti, lo scenario del mito di Scilla e Cariddi e delle avventure di Ulisse narrate nell’Odissea. La tradizione mitologica racconta di Scilla, bellissima ninfa trasformata in una creatura mostruosa, destinata a terrorizzare i naviganti che si avvicinavano alla costa.
Se potete scegliere l’orario della visita, raggiungete il castello verso il tramonto: quando il sole scende in direzione della Sicilia, la luce avvolge le mura di sfumature dorate e ocra e lo Stretto cambia colore piano piano. Portate con voi scarpe comode per affrontare la salita e preparate la macchina fotografica: una volta arrivati in cima, davanti al mare, a Chianalea e alla costa siciliana sull’orizzonte, sarà difficile non usarla.
Una distesa di sabbia chiara, le dune alle spalle e dinanzi soltanto le sfumature turchesi dell’Atlantico: Playa Alzada, a Fuerteventura, è uno di quei luoghi in cui il paesaggio sembra essersi preso tutto lo spazio, lasciando pochissimo all’intervento dell’uomo.
Immersa nel Parco Naturale delle Dune di Corralejo, nel nord-est dell’isola, è una delle spiagge più tranquille di questo spettacolare tratto di costa e nel 2026 ha conquistato anche un importante riconoscimento internazionale: si è classificata al 48° posto nella graduatoria Europe’s 50 Best Beaches, che riunisce le 50 spiagge più belle d’Europa secondo oltre mille professionisti ed esperti di viaggio.
Il premio non stupisce davanti a uno scenario in cui sabbia dorata e fine, acqua limpida, rocce vulcaniche e dune si incontrano senza hotel o grandi costruzioni a interrompere l’orizzonte: Playa Alzada conserva, infatti, un carattere essenziale e selvaggio, perfetto per chi a Fuerteventura cerca il mare ma anche quella sensazione di libertà che soltanto le spiagge rimaste vicine alla loro natura originaria riescono a regalare.
Playa Alzada, tra sabbia dorata, oceano e dune di Corralejo
Playa Alzada si sviluppa davanti al grande sistema dunale di Corralejo e vanta un arenile di sabbia dorata e fine lungo circa 840 metri e largo in media 30 metri.
Il contrasto tra terra e acqua è ciò che cattura subito lo sguardo. Alle spalle, il paesaggio assume quasi l’aspetto di un piccolo deserto, con le dune che fanno parte di un’area naturale protetta estesa per oltre dieci chilometri lungo la costa; davanti, l’Atlantico sfoggia tonalità che passano dall’azzurro al turchese.
Potete stendere l’asciugamano sulla sabbia e godervi l’atmosfera tranquilla oppure camminare lungo la costa, osservando da vicino il continuo alternarsi di dune, rocce vulcaniche e oceano. Anche gli appassionati di fotografia trovano qui uno scenario particolarmente suggestivo, soprattutto quando la luce fa risaltare il già citato contrasto tra i colori caldi della terra e quelli intensi dell’acqua.
Non vi sono bar, ristoranti, docce o servizi igienici sulla spiaggia: se decidete di trascorrervi qualche ora dovete arrivare preparati, portando con voi soprattutto acqua, protezione solare e tutto ciò che può servire durante la giornata. Sono presenti servizi essenziali come pulizia e cestini e anche il servizio di salvataggio.
Vi potete fermare ad ascoltare il vento, leggere guardando l’oceano oppure passeggiare ai margini delle dune, sempre facendo attenzione a rispettare un ecosistema fragile e protetto: nel Parco Naturale è infatti fondamentale non asportare pietre, sabbia o elementi naturali e non alterare il paesaggio.
iStockVeduta panoramica della spettacolare Playa Alzada
Dove si trova e come arrivare
Playa Alzada si trova nel nord-est di Fuerteventura, nel territorio comunale di La Oliva, nel cuore del Parco Naturale di Corralejo e a pochi chilometri a sud-est della cittadina di Corralejo.
Raggiungerla è piuttosto semplice perché la strada che percorre il paesaggio delle dune corre molto vicina alla costa. L’accesso alla spiaggia avviene poi facilmente a piedi e lungo la strada sono presenti spazi in cui lasciare l’auto prima di proseguire verso l’arenile.
È possibile arrivare nella zona anche con il trasporto pubblico, con collegamenti indicati dalle linee 6 e 7. Se viaggiate in autonomia controllate in anticipo fermate e orari aggiornati, soprattutto perché la spiaggia non è inserita all’interno di un centro abitato.