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Quattro mete italiane da sogno conquistano il Times per questo autunno

L’autunno è la stagione ideale per scoprire l’Italia grazie alle sue espressioni artistiche e culturali, lasciandosi alle spalle la frenesia dell’estate per riscoprire città, musei e luoghi storici con un ritmo più tranquillo.

Anche il quotidiano britannico The Times ha puntato i riflettori sulle esperienze culturali da vivere nei prossimi mesi e ha selezionato 26 proposte  di sicuro interesse tra cui spiccano anche quattro mete italiane perfette per vivere una vacanza autunnale all’insegna della bellezza, alternando spettacoli, mostre e visite ai siti archeologici, senza rinunciare al piacere di passeggiare tra le strade delle città d’arte.

Perché Rovereto è la gemma nascosta del Trentino secondo l’omaggio del Times

Il Times ha raccontato ai suoi lettori una cittadina che, anche tra noi italiani, in pochi conoscono: Rovereto, nella Vallagarina, a circa un’ora di treno da Verona. Con i suoi circa 40.000 abitanti, si gira comodamente a piedi, senza andare di fretta, e unisce arte, scienza, storia e buon vino, sorprendendo i visitatori con il suo carattere alpino e moderno.

Chiamata anche “Città della Quercia” o “del Rovere”, nel 1769 ospitò il primo concerto di Mozart durante il suo Grand Tour e, soprattutto dopo l’estate, quando ciclisti ed escursionisti sono ormai partiti, sembra quasi di averla tutta per sé, tra vicoli acciottolati, piazzette dove rallentare bevendo un caffè e palazzi dalle facciate di gusto veneziano.

Cosa vedere a Rovereto tra memoria e arte moderna

Sopra la città si alza il Castello di Rovereto, che ospita il Museo Storico Italiano della Guerra. Le sale raccontano soprattutto i durissimi combattimenti avvenuti in montagna tra l’Italia e l’impero austro-ungarico durante la Prima Guerra Mondiale, al termine della quale Rovereto passò dagli Asburgo all’Italia. Secondo il Times, però, la salita varrebbe già solo per il panorama dai bastioni: tetti medievali, boschi e montagne, in un paesaggio paragonato a un dipinto di Albrecht Dürer.

Il tema della memoria si trova anche sulle colline a sud del centro. Qui vedrete due luoghi visitabili gratuitamente: l’Ossario di Castel Dante, che custodisce i resti di oltre 20.000 soldati di diverse nazionalità, e la Campana dei Caduti, che ogni sera suona cento rintocchi in ricordo di chi ha perso la vita durante i combattimenti.

Poi c’è la Rovereto dell’arte dove il MART, tra i più grandi musei d’arte moderna d’Italia, offre 12.000 metri quadrati di spazi espositivi e una cupola in acciaio e vetro ispirata al Pantheon. Una presenza quasi surreale in una città così piccola. Con lo stesso biglietto si visita la Casa d’Arte Futurista Depero, dove Fortunato Depero ha trasformato un’intera casa in un’esplosione di colori, tra mosaici, arredi, arazzi, giocattoli e le celebri pubblicità create per il brand Campari.

Interni del MART di Rovereto
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La cupola in vetro e acciaio del MART

Castel Beseno e i sapori della Vallagarina

A chiunque visiti Rovereto, il Times consiglia di fare tappa anche a Castel Beseno, una fortezza arroccata su un colle tra Rovereto e Trento, a guardia della Vallagarina.

Rientrati in città, c’è tutto il tempo per scoprire una cucina che unisce tradizione italiana e influenze alpine. Nel pomeriggio non può mancare una fetta di strudel con il caffè, uno dei classici irrinunciabili del Trentino. A tavola, il Times consiglia di assaggiare i ravioli di zucca, morbidi e delicati, e i piatti di carne della tradizione, come la guancia di maiale brasata al vino rosso o le costolette d’agnello alla griglia.

Per un pranzo più veloce bastano un tagliere di salumi locali, qualche bruschetta e un buon risotto. E per chiudere il viaggio senza troppe pretese, anche una semplice pizza in mezzo alle famiglie del posto diventa parte dell’esperienza.

Ecco perché, per il Times, Rovereto è una gemma nascosta: spesso rimane all’ombra di Trento e del Lago di Garda, eppure in pochi giorni regala più di quanto ci si aspetti.

In Egitto riaffiora una scoperta colossale: spunta anche il nome di Ramses II

A volte, le grandi scoperte archeologiche non partono da una missione internazionale o da anni di ricerche, ma dal caso. È quello che è successo a Behbeit el-Hagar, un piccolo villaggio del governatorato di Gharbia, nel cuore del Delta del Nilo. Qui un abitante stava lavorando un appezzamento di terra di sua proprietà, proprio davanti a casa, quando ha urtato un blocco di pietra ricoperto di incisioni. Invece di ignorarlo, ha avvisato subito l’ispettorato locale delle antichità.

Gli ispettori sono arrivati sul posto e una prima verifica ha confermato che si trattava di un reperto antico. Una volta completate le pratiche legali, il Consiglio Supremo delle Antichità ha formato una commissione e una squadra di specialisti per avviare uno scavo d’emergenza. Il risultato ha superato ogni aspettativa: i resti di due statue reali di dimensioni gigantesche, che con ogni probabilità raffigurano Ramses II, il faraone più celebre della XIX dinastia, e un blocco di granito rosa inciso con geroglifici.

Civita di Bagnoregio e Bolsena conquistano il titolo di Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028

Un borgo sospeso sulla Valle dei Calanchi e una cittadina affacciata sul lago vincono il titolo di Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028: si tratta di Civita di Bagnoregio e Bolsena. La Tuscia conquista così un nuovo importante riconoscimento, grazie a un progetto che mette in dialogo il patrimonio storico con la creatività e le nuove generazioni.

L’annuncio è arrivato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli. A conquistare la giuria è stato il dossier “Arte che viene, arte che va”, che propone di trasformare il territorio in un laboratorio diffuso di produzione artistica, formazione e partecipazione.

Civita di Bagnoregio e Bolsena vincono il titolo per il 2028

Le due cittadine in provincia di Viterbo saranno unitamente la nuova Capitale italiana dell’arte contemporanea per il 2028. Quest’anno, l’attuale protagonista di tale riconoscimento è Gibellina, mentre nel 2027 il testimone verrà consegnato alla città piemontese di Alba.

Per il 2028, la candidatura della Tuscia ha prevalso invece sulle altre tre finaliste: Capri, con “Le sirene del nuovo”; Padova, con “Ancora imparo. Esercizi di dissidenza”; e Pozzuoli, con “La città delle fragilità creative”.

Alla proposta vincitrice sarà assegnato un milione di euro per realizzare il suo programma culturale. Il titolo sarà formalmente conferito con una delibera del Consiglio dei Ministri, su proposta del ministro della Cultura, recependo l’indicazione della giuria presieduta da Lorenza Baroncelli.

La cittadina di Bolsena
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Bolsena, insieme a Civita di Bagnoregio, Capitale italiana dell’arte contemporanea 2028

La scelta è stata unanime. Tra i motivi che hanno portato alla sua nomina figurano il rapporto con l’identità dei luoghi, l’attenzione alla formazione e la capacità di immaginare un’eredità duratura. Il progetto punta infatti a fare dell’arte contemporanea una presenza stabile nella vita di questo affascinante territorio, con una programmazione capace di proseguire oltre il 2028.

“Arte che viene, arte che va”: il progetto dedicato ai giovani

Il dossier, presentato da Civita di Bagnoregio insieme a Bolsena, nasce da mesi di confronto tra artisti, istituzioni, scuole e associazioni. Al centro ci sono i giovani, la possibilità di avvicinarsi all’arte e il desiderio di costruire nuove opportunità nel territorio.

Per Luca Profili, sindaco di Bagnoregio, il risultato rappresenta un riconoscimento che coinvolge l’intera Tuscia. La collaborazione con Bolsena, guidata dal sindaco Andrea Di Sorte, ha dato forma a una proposta in cui la scuola e la formazione artistica occupano un ruolo essenziale.

La loro ambizione è quella di creare un laboratorio culturale diffuso, dove produzione, apprendimento e partecipazione si rafforzino a vicenda. Il dialogo tra antico e contemporaneo è stato richiamato anche da Alessandro Giuli durante la proclamazione: “Il contemporaneo ha senso se guarda in avanti, se nel flusso della storia si rivolge alle giovani generazioni – ha dichiarato il ministro della Cultura -. Le attività del ministero della Cultura trovano un destinatario ideale nelle giovani generazioni, e a loro dedichiamo l’apertura di questa busta”.

Il progetto, secondo la motivazione della giuria, “si distingue per la piena e documentata aderenza alla visione del bando”, interpreta l’arte contemporanea “non come evento da consumare, ma come infrastruttura permanente”. In particolare, “il programma artistico è di alto profilo e dialoga con l’identità dei luoghi senza sovrapporsi a essa”, e il progetto “è costruito sin dall’impianto sull’eredità che intende lasciare: la continuità è presidiata da una programmazione pluriennale, il quadro economico è dimensionato con prudenza, senza dipendere da un unico finanziatore, al centro della proposta c’è la formazione dei più giovani, per un risultato che matura nel tempo”.

Sulle Alpi piemontesi affiora un passato di 530 milioni di anni: la nuova scoperta

Gli appassionati di trekking e attività outdoor amano le Alpi piemontesi come meta italiana in quota da cui godersi scorci sempre differenti, ma oggi abbiamo modo di guardarle con occhi diversi; una scoperta archeologica e naturalistica preziosa sta riscrivendo la storia: proprio in Val Chisone sono state individuate due rocce con una storia di circa 530 milioni di anni.

La scoperta di rocce antichissime in Val Chisone

Due campioni di roccia raccolti in Val Chisone, sulle montagne a ovest di Torino, potrebbero cambiare le conoscenze sulle origini geologiche delle Alpi occidentali. Hanno circa 530 milioni di anni, molto più di quanto si pensasse per quella parte del territorio. La scoperta arriva da un gruppo di geologi dell’Università di Torino, guidato da Rodolfo Carosi, durante i rilievi per l’aggiornamento della cartografia geologica nazionale.

A notare le due rocce, una scura di origine magmatica e l’altra più chiara, di composizione granitica, è stato il team di cui fa parte anche il dottorando Francesco De Cesari. I campioni sono stati sottoposti ad analisi approfondite. Decisivo l’esame dei cristalli di zircone, effettuato a Berna con il contributo della ricercatrice Daniela Rubatto. I risultati indicano età di cristallizzazione di 532 e 530 milioni di anni, con un’incertezza di 11 milioni.

Finora, per quella porzione del basamento alpino, si faceva riferimento a rocce di circa 300 milioni di anni. Il ritrovamento porta quindi indietro di oltre 200 milioni di anni una parte della storia geologica locale. Le rocce si trovano nell’Unità Pinerolo-Sanfront, all’interno del massiccio Dora-Maira. Risalgono al Cambriano, quando le Alpi non esistevano ancora e la vita era concentrata soprattutto negli oceani. Un passato remotissimo, rimasto custodito per milioni di anni tra le montagne piemontesi.

Perché la scoperta è così importante

Siamo abituati a considerare le Alpi come montagne antichissime, e in effetti la loro formazione è cominciata decine di milioni di anni fa. Ma le rocce che le compongono possono avere un’età decisamente maggiore. La scoperta in Val Chisone ci ricorda proprio questo: le montagne che vediamo oggi sono il risultato di una storia molto più lunga e complessa, fatta di continenti che si spostano, antichi rilievi che scompaiono e materiali che, nel corso del tempo, vengono trasformati e riportati in superficie.

Finora, per quest’area delle Alpi occidentali, gli studiosi avevano ricostruito soprattutto le tracce del ciclo Varisico, legato alla formazione di una precedente catena montuosa durante il Paleozoico. Le nuove datazioni aggiungono però un tassello ancora più remoto, riconducibile al ciclo Cadomiano, avvenuto oltre mezzo miliardo di anni fa.

Quei frammenti ci riportano a un’epoca in cui esisteva l’antico continente Gondwana, molto prima della nascita della Pangea. Le rocce hanno quindi attraversato trasformazioni enormi, fino a ritrovarsi nelle montagne che oggi caratterizzano il Piemonte. Secondo le ipotesi dei ricercatori, l’antico sistema montuoso legato al ciclo Cadomiano potrebbe aver raggiunto dimensioni imponenti, estendendosi per migliaia di chilometri. Si è parlato anche della possibilità che alcuni rilievi superassero i 5.000 metri, ma si tratta di scenari ancora da verificare, non di caratteristiche accertate dei paesaggi da cui provengono i campioni.

Treni storici in Friuli-Venezia Giulia: l’autunno si vive a bordo dei Centoporte

Per molti viaggiatori, l’autunno rappresenta l’occasione per scoprire molte regioni italiane attraverso l’arte e la cultura, o magari assaporando le specialità proposte nelle varie sagre di stagione. Ancora meglio se raggiunte in un modo unico e suggestivo: seduti nelle carrozze dei treni storici. Con le loro atmosfere, le panche in legno e gli ampi finestrini, sembrano usciti da un film d’epoca e paiono invitare i passeggeri a rallentare e godersi semplicemente il viaggio.

Tra le regioni da scoprire con lentezza c’è anche il Friuli-Venezia Giulia che, da metà ottobre a inizio novembre, propone quattro corse speciali pensate per collegare città e borghi a fiere di paese, feste dedicate ai formaggi e luoghi della memoria.

Treni storici in Friuli-Venezia Giulia: gli itinerari d’autunno

Il primo treno, partito il 4 ottobre da Gorizia, ha raggiunto Cavasso Nuovo per celebrare la cipolla rossa e la zucca, presidio Slow Food. E i prossimi itinerari? Agenda alla mano, ve li raccontiamo con date e prezzi!

Domenica 18 ottobre: da Trieste a Codroipo per San Simone

A Codroipo, l’autunno ha un appuntamento fisso: la Fiera di San Simone, che ogni anno richiama visitatori da tutta la regione (e non solo). Il treno storico parte da Trieste e lascia i passeggeri nel cuore della festa. Qui, si passeggia tra i banchi di specialità friulane e dei produttori locali, con le iniziative organizzate dalle pro loco e dalle realtà del posto.

Domenica 25 ottobre: da Treviso a Venzone

Il treno alla scoperta di Venzone parte dal Veneto e accompagna i passeggeri in uno dei borghi simbolo del Friuli. La giornata è dedicata al patrimonio artistico e culturale del paese e alla tecnica che lo ha fatto rinascere dopo il terremoto del 1976: l’anastilosi. Gli edifici crollati sono stati ricostruiti recuperando i pezzi originali e rimettendoli al loro posto, uno a uno. Vederne il risultato dal vivo, a esattamente cinquant’anni dal sisma, rende la visita ancora più significativa.

Mercoledì 4 novembre: da Trieste a Redipuglia

Questa corsa è dedicata alla memoria. Il convoglio raggiunge il Sacrario di Redipuglia, il monumento che custodisce i resti di migliaia di soldati della Prima Guerra Mondiale. Dopo le visite con la guida, i viaggiatori si siedono a tavola per il rancio del soldato, il pasto semplice che sfamava le truppe al fronte.

Domenica 8 novembre: da Sacile a Gemona

Il calendario si chiude con un viaggio per buongustai. Da Sacile, il treno porta a Gemona del Friuli, che per l’occasione ospita “Gemona, formaggio…e dintorni”. È una mostra-mercato dove si possono assaggiare i formaggi della zona e comprarli direttamente da chi li produce.

I prezzi e come prenotare

Le tariffe sono fisse e non cambiano in base alla distanza: si paga lo stesso prezzo sia per un viaggio breve sia per uno lungo. Sui treni trainati da locomotiva elettrica o diesel, l’andata e ritorno costa 10 euro per gli adulti e 5 euro per i bambini dai 4 ai 12 anni. Chi viaggia solo in una direzione paga 5 euro (2,50 per i bambini).

Per vivere l’atmosfera dei convogli a vapore la spesa sale di poco: 15 euro per l’andata e ritorno degli adulti, 7,50 euro per i bambini dai 4 ai 12 anni e 7,50 euro per la singola tratta. Su tutti i treni, i bambini sotto i 4 anni viaggiano gratis.

I biglietti si acquistano sul sito o sull’app, scegliendo l’opzione “Treno Storico”, oppure in stazione, alla biglietteria o alle macchinette self-service, e nelle agenzie di viaggio autorizzate. Ogni treno può ospitare al massimo 250 passeggeri, quindi è meglio non aspettare l’ultimo momento per prenotare il proprio posto.

Ripartono i treni storici che attraversano la Sicilia, tra borghi incantevoli e paesaggi mozzafiato

Avete mai pensato di attraversare la Sicilia a bordo di un treno d’altri tempi, seduti su vecchie carrozze mentre fuori dal finestrino scorrono campagne, piccoli paesi e tratti di costa? Da ottobre torna un’occasione per farlo davvero. Ripartono i treni storici in Sicilia, con 12 corse in programma dall’11 ottobre al 20 dicembre 2026, lungo alcune delle linee ferroviarie più suggestive dell’isola.

L’itinerario dei treni storici della Sicilia

Il primo itinerario è quello dell’11 ottobre: il Treno delle Stelle partirà da Palermo per poter raggiungere Roccapalumba andando lontano dalle classiche mete balneari e puntando su una Sicilia più rurale e autentica.

Se amate l’artigianato e le tradizioni locali, segnatevi invece il 18 ottobre. Da Messina partirà il Treno della Ceramica diretto a Santo Stefano di Camastra, uno dei borghi siciliani più conosciuti per la produzione di ceramiche artistiche. Qui potrete perdervi tra le botteghe, osservare le maioliche colorate e curiosare tra le lavorazioni che da generazioni caratterizzano il paese.

Il 25 ottobre sarà la volta del Treno dei Templi, con partenza da Palermo e arrivo a Porto Empedocle. Una destinazione particolarmente interessante per chi vuole approfittare della giornata per conoscere il territorio agrigentino. Tra le possibilità c’è anche quella di visitare lo storico parco ferroviario ottocentesco, legato alla memoria delle ferrovie siciliane.

Spiaggia di Porto Empedocle
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Porto Empedocle, una delle mete dei treni storici siciliani

Pochi giorni dopo cambierà completamente lo scenario. Il 31 ottobre e il 1° novembre tornerà la Ferrovia del Barocco, con il collegamento tra Siracusa e Modica. Dal finestrino vedrete scorrere campagne, muretti a secco e paesaggi tipici del sud-est dell’isola. All’arrivo vi aspetterà Modica, con le sue chiese, i vicoli in salita e i palazzi che raccontano la grande stagione del barocco siciliano.

A novembre ci sarà spazio anche per chi preferisce i panorami sul mare. L’8 partirà il treno storico da Messina verso Tusa che percorrerà la costa tirrenica, mentre il 15 è il momento di Catania – Taormina con un percorso che rende protagonista la costa ionica.

Non mancheranno gli appuntamenti dedicati alle eccellenze artigianali e gastronomiche. Il 22 novembre potrete raggiungere Caltagirone partendo da Catania, una meta che merita una visita soprattutto per la sua tradizione ceramica. La città è famosa anche per la scenografica Scalinata di Santa Maria del Monte, decorata con maioliche.

Il 29 novembre arriverà uno degli itinerari più golosi del programma: il Treno del Cioccolato. Si partirà da Caltanissetta per raggiungere Modica, città celebre per il suo cioccolato dalla particolare consistenza granulosa. Se non lo avete mai assaggiato, potrebbe essere l’occasione giusta per conoscere da vicino una delle specialità più rappresentative del territorio.

E dicembre? Il programma non si fermerà con l’arrivo dei primi freddi. L’8 dicembre è prevista una nuova corsa della Ferrovia del Barocco tra Siracusa e Modica, mentre il 13 dicembre il treno partirà da Palermo per raggiungere Castelvetrano, nella Sicilia occidentale.

L’ultima partenza è fissata per domenica 20 dicembre, quando tornerà il Treno dei Templi da Palermo a Porto Empedocle. Sarà l’appuntamento conclusivo di una stagione che punta a far conoscere il territorio anche attraverso il suo patrimonio ferroviario.

Info utili: biglietti e prezzi

Per partecipare a uno dei viaggi dovrete acquistare il biglietto; l’intero costa 10 euro, mentre è previsto un ticket da 5 euro per bambini dai 4 ai 12 anni. I posti sono limitati, così come le partenze previste; dunque, è bene prenotare con anticipo per poter garantire la propria presenza a bordo nell’itinerario preferito. L’iniziativa torna a ripetersi come ogni anno con tanti appuntamenti da non perdere che animano il periodo autunnale in una regione che merita di essere scoperta a ritmo lento per assaporare ogni dettaglio.

Valle dei Templi, riemergono affreschi di 2000 anni fa: la scoperta che racconta l’Agrigento romana

Sulla costa meridionale della Sicilia, ad Agrigento, si estende uno dei siti archeologici più grandi del mondo: la Valle dei Templi. Circa 2.500 anni fa, qui sorgeva Akragas, una delle città più ricche e potenti del mondo greco e, ancora oggi, otto templi ben conservati ne raccontano la grandezza. Eppure, questo non è solo un museo a cielo aperto da ammirare, ma un luogo dove la ricerca non si ferma e continua a sorprenderci con nuove scoperte.

L’ultima novità arriva dagli scavi della Scuola Normale Superiore di Pisa, che hanno riportato alla luce frammenti di affreschi colorati, stucchi ed elementi architettonici del I secolo a.C. Una scoperta che sposta l’attenzione dai fasti greci a un capitolo meno conosciuto: quello in cui Akragas, ormai sotto il dominio di Roma, cambiava il proprio volto.

Scoperti affreschi e colonne sul Poggio di San Nicola

I reperti sono emersi da quanto resta di un antico edificio situato poco a sud dell’ekklesiasterion, la cavea in cui si riunivano in assemblea i cittadini liberi di Akragas. Siamo sul Poggio di San Nicola, all’interno del parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, dove la Normale scava dal 2020. Quella di quest’anno, infatti, è la terza campagna-scuola condotta nell’area.

Secondo gli archeologi, i resti appartengono probabilmente al peristilio di una ricca domus o a un portico monumentale, costruiti quando la Sicilia era ormai sotto il dominio di Roma. Lo scavo ha restituito molto materiale ceramico, stucchi modanati e numerosi frammenti di intonaci policromi riconducibili al secondo e al terzo stile della pittura parietale romana. Sono emersi anche una struttura di terrazzamento, un canale e un ambiente quadrangolare di età imperiale, con intonaci alle pareti e pavimento in cotto.

C’è poi un ritorno al passato degli scavi: nel peristilio giacevano ancora i blocchi architettonici portati alla luce da Ernesto De Miro negli anni Sessanta. Spostati per liberare e studiare l’area, sono stati affiancati da nuovi frammenti: capitelli, basi, rocchi di colonna, un architrave modanato e una cornice con kyma lesbio “ieroniano”, motivo decorativo tipico delle produzioni siceliote tra III e II secolo a.C. Catalogazione, disegno e rilievo serviranno a ricomporli per ricostruire l’elevato dell’edificio.

Resta ancora da chiarire, con il proseguire dello studio, quale fosse la funzione dell’edificio. Potrebbe trattarsi di una domus privata di dimensioni imponenti oppure di uno spazio pubblico, come una terrazza porticata collegata al tempio romano, considerando che l’attiguo ekklesiasterion aveva ormai perso le sue funzioni pubbliche. Gli scavi hanno inoltre interessato i resti dell’abside di una piccola basilica paleocristiana, che in passato era stata interpretata come un’esedra: una conferma del fatto che quest’area è stata frequentata a lungo.

Un’area importante per capire l’Akragas romana

La scoperta è stata fatta sul Poggio di San Nicola, un luogo centrale per la città antica. I ricercatori lo descrivono come un’area strategica, situata al centro di Akragas, dove sorgevano edifici civici e assembleari come l’ekklesiasterion, il bouleuterion e il teatro. Proprio per questo è considerato uno snodo chiave per comprendere lo sviluppo urbanistico di questo settore e, soprattutto, come cambiarono le istituzioni cittadine nella fase di passaggio sotto l’influenza romana.

La campagna, iniziata il 7 settembre, si concluderà il 9 ottobre e ha coinvolto studenti, dottorandi e giovani ricercatori di atenei italiani e internazionali come l’UPM di Madrid, l’ITU di Istanbul, PSL di Parigi, la FAU di Erlangen e la BME di Budapest.

La città romana di Aquinum continua a sorprendere: ecco cosa è emerso

L’antica città romana di Aquinum, nel territorio di Castrocielo e Aquino, continua a restituire testimonianze preziose del suo passato. La XVIII Campagna di Scavo dell’Università del Salento ha portato alla luce due reperti archeologici di particolare interesse, presentati per la prima volta al pubblico durante il Weekend dell’Archeologia del 3 ottobre.

Le nuove scoperte permettono di aggiungere importanti tasselli alla conoscenza della vita pubblica, religiosa e monumentale della colonia romana. Da diciotto anni gli scavi, diretti da Giuseppe Ceraudo, professore di Topografia antica dell’Università del Salento, coinvolgono ricercatori e studenti in un progetto che unisce ricerca, formazione, tutela e valorizzazione del patrimonio.

La scoperta

Il primo reperto è un cippo riccamente decorato, riutilizzato nella pavimentazione in prossimità di uno degli incroci principali dell’antica città. Sul monumento compare il nome del dedicante, probabilmente Caius Ammius Cammarus, anche se la lettura completa dell’iscrizione deve ancora essere verificata.

A rendere particolarmente interessante il cippo è l’apparato decorativo, composto da ghirlande, festoni e bucrani che incorniciano tre animali: un bue, un montone e un maiale. La loro presenza nello stesso monumento potrebbe essere collegata alla triade sacrificale del suovetaurilium, uno dei più solenni rituali della religione romana, durante il quale venivano sacrificati proprio un maiale, un ovino e un toro.

L’interpretazione resta prudente, perché il cippo è stato ritrovato fuori dalla sua collocazione originaria. Tuttavia, le immagini potrebbero conservare la memoria di un sacrificio oppure richiamare cerimonie legate alla purificazione, alla consacrazione o alla delimitazione rituale di uno spazio.

Il secondo reperto è un altare votivo in marmo, particolarmente importante perché un nuovo frammento ha permesso di ricomporre parte di un’iscrizione già conosciuta soltanto in maniera incompleta. Ora è possibile riconoscere le divinità alle quali era dedicato: il Genio di Augusto, i Lari di Augusto e il Genio della Colonia.

A commissionare la dedica fu Manius Popidius Anteros, un facoltoso liberto che ricoprì la carica di seviro augustale. L’altare offre così una preziosa testimonianza della dimensione religiosa e civica della colonia, mostrando il legame tra la comunità, il culto imperiale e la vita pubblica.

L’importanza della scoperta

I due reperti contribuiscono a raccontare un’Aquinum nella quale religione, politica e vita cittadina erano strettamente intrecciate. Il cippo apre nuove domande sulle pratiche rituali e sugli spazi pubblici della colonia, mentre l’altare permette di approfondire il rapporto tra il culto della casa imperiale e l’identità della comunità.

La campagna 2026 ha portato alla luce anche altre testimonianze significative. Nel teatro romano sono proseguite le indagini che hanno restituito una lastra marmorea con la formula FVL(GVR) C[ONDITVM], collegata al rituale con cui i Romani seppellivano e consacravano un luogo colpito da un fulmine. Si tratta di una testimonianza rara, che potrebbe indicare un antico evento atmosferico interpretato come manifestazione della volontà divina.

Durante il Weekend dell’Archeologia sono state inoltre presentate cinque teste marmoree restaurate, tra cui il cosiddetto Cesare di Aquinum e un ritratto attribuito a Druso Maggiore.

La campagna segna infine un’importante novità per il progetto: per la prima volta le indagini archeologiche si sono estese anche al territorio comunale di Aquino. La collaborazione tra Castrocielo e Aquino permette così di ricomporre l’unità storica dell’antica colonia romana, superando gli attuali confini amministrativi e ampliando le prospettive della ricerca.

Tra le vie medievali e i canali segreti di Erfurt, bellissima città soprannominata “Roma della Germania”

Affacciata sul piccolo fiume Gera, Erfurt ha il genere di centro storico che costringe a rallentare lo sguardo. La capitale della Turingia, infatti, riunisce piazze ampie, vicoli stretti, case a graticcio, torri religiose e antichi edifici borghesi, creando un paesaggio urbano rimasto fortemente legato al Medioevo

Ci troviamo al centro della Germania, lungo antiche direttrici commerciali che collegavano importanti territori europei, tanto da divenire nel corso dei secoli un rilevante centro religioso e commerciale. La presenza di oltre 20 chiese parrocchiali, cappelle e antichi complessi monastici, tra le altre cose, le ha procurato il soprannome di “Roma della Turingia“.

A settembre 2023 un altro capitolo della storia di Erfurt ha raggiunto una dimensione internazionale: il patrimonio ebraico medievale della città, formato dall’Antica Sinagoga, dal Mikveh medievale e dalla cosiddetta Stone House, è entrato nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Cosa vedere a Erfurt

Il centro storico racconta Erfurt attraverso una successione di luoghi molto diversi tra loro. La parte più interessante emerge proprio nei passaggi tra una piazza e l’altra, quando la grande architettura religiosa lascia posare lo sguardo su botteghe, cortili, facciate colorate e piccole strade medievali.

Domplatz e il complesso del Duomo

La Domplatz è il grande spazio scenografico di questa località della Germania. Sul lato occidentale si innalza il complesso formato dal Duomo di Santa Maria e dalla Chiesa di San Severo, una presenza monumentale che domina tutto dall’alto della collina.

L’edificio attuale riunisce elementi di epoche diverse, con una torre romanica e un coro tardogotico di grande slancio verticale. All’interno attirano l’attenzione le vetrate del XIV secolo, le opere medievali, le sculture bronzee e l’altare rococò.

Krämerbrücke, il ponte abitato

Il Krämerbrücke, il Ponte dei Mercanti, rappresenta l’immagine più singolare di Erfurt: è in pietra, attraversa il Gera e sostiene una vera str ada fiancheggiata da edifici a graticcio su entrambi i lati.

Krämerbrücke, Erfurt
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Il Krämerbrücke di Erfurt

Le abitazioni formano una sequenza continua di edifici destinati alla vita quotidiana e alle attività commerciali, trasformando il passaggio sul fiume in una piccola strada urbana. Botteghe artigiane, gioiellerie, ceramiche e cioccolaterie occupano gli edifici del ponte.

Fischmarkt e il Rathaus

La Fischmarkt introduce a una dimensione più monumentale, con antiche facciate borghesi e locande che circondano la piazza, mentre al centro si trova la statua di San Giorgio, conosciuta anche attraverso la tradizione della figura di Orlando.

Il Rathaus, costruito tra il 1870 e il 1875, presenta forme neogotiche e conserva importanti dipinti murali con scene che raffigurano episodi della storia cittadina, insieme a riferimenti a Martin Lutero e alle leggende di Tannhäuser e Faust.

Augustinerkloster

C’è poi il monastero agostiniano che risale al XIII secolo e comprende la chiesa, il chiostro e gli ambienti conventuali.  Tra le sale sono conservati documenti e manoscritti di grande valore storico, mentre il chiostro restituisce una sensazione più raccolta.

Anger e Angermuseum

Non è di certo da meno l’Anger che segue un’antica direttrice commerciale trasformata nel tempo in elegante strada cittadina. Le facciate testimoniano la prosperità raggiunta da Erfurt tra Medioevo ed età moderna, mentre alcuni edifici ricordano la presenza di importanti figure della cultura tedesca.

Al numero 37/38 si trova uno dei portali rinascimentali più interessanti della città: l’edificio fu frequentato da Goethe, Schiller e dai fratelli Humboldt durante il periodo legato a Karl Theodor von Dalberg.

L’Angermuseum, ospitato in un edificio barocco dei primi anni del XVIII secolo, è la casa di opere d’arte medievale, dipinti dal XVII secolo al XX secolo e ceramiche della Turingia.

Petersberg e la grande fortezza barocca

La collina di Petersberg domina Erfurt dall’alto ed è la culla di una delle fortificazioni più importanti. La Petersberg Citadel fu costruita sul sito di un antico monastero benedettino ed è una delle fortezze urbane barocche meglio conservate dell’Europa centrale.

Il sistema difensivo comprende bastioni, cortili, edifici militari e una rete di cunicoli sotterranei. Le visite guidate consentono di conoscere anche questa parte nascosta della struttura, attraverso percorsi dedicati alle fortificazioni e alla storia militare.

Patrimonio ebraico medievale

Erfurt conserva una testimonianza straordinaria della presenza ebraica medievale. L’Antica Sinagoga, il Mikveh del XII secolo e la Stone House, edificio civile risalente al XII e XIII secolo, costituiscono il complesso inserito nel Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2023.

Il Mikveh è particolarmente interessante per la sua funzione rituale. La struttura sotterranea legata all’acqua permette di comprendere la vita religiosa della comunità ebraica medievale, mentre la Stone House documenta la dimensione civile di quella stessa presenza.

Egapark

A ovest del centro storico cambia completamente lo scenario con l’Egapark, sviluppato nell’area della storica Cyriaksburg, che occupa circa 90 ettari e racconta la vocazione di Erfurt quale città dei fiori e dell’orticoltura. Il parco ospita anche mostre, iniziative legate al giardinaggio e manifestazioni stagionali.

Cosa fare a Erfurt

La sua identità emerge nei dettagli quotidiani, nei locali del centro e nelle occasioni culturali che accompagnano il calendario cittadino.

  • Assaggiare le specialità della Turingia: per entrare nella tradizione gastronomica locale attraverso i Thüringer Klöße, gli gnocchi di patate, la celebre Thüringer Rostbratwurst e le birre della città.
  • Seguire le tracce di Lutero: serve a ricostruire una parte fondamentale della sua formazione tra università, monastero agostiniano e chiese cittadine.
  • Assistere agli eventi culturali: offre opportunità legate alla musica, al teatro e alle tradizioni locali. Tra gli appuntamenti più importanti figurano le Giornate Bach, il DomStufen-Festspiele, la Jazzmeile e il New Orleans Music Festival.

Dove si trova e come arrivare

Erfurt si trova nella Germania centrale ed è la capitale della Turingia. La posizione geografica ha favorito per secoli i collegamenti commerciali e oggi la rende facilmente raggiungibile dalle principali aree urbane tedesche. Il treno rappresenta una soluzione particolarmente pratica per chi arriva da altre città della Germania. La stazione centrale è connessa alla rete ferroviaria ad alta velocità e consente di raggiungere il centro storico con un breve tragitto urbano.

In automobile, Erfurt è collegata alle autostrade A4, A9 e A71, che attraversano e collegano la Turingia con altre regioni tedesche. L’aeroporto di Erfurt-Weimar si trova a breve distanza dal centro e completa la rete dei collegamenti.

Il visitatore che vi arriva si trova davanti una località in grado di mostrare molti secoli della propria storia senza trasformarli in semplice scenografia: il ponte abitato, le torri, il monastero di Lutero, le fortificazioni e le testimonianze della comunità ebraica appartengono a epoche diverse, eppure compongono un unico paesaggio urbano.

Vicino a Notre-Dame riemerge una scoperta eccezionale legata alla prima Parigi

Parigi non smette di stupire grazie alle tracce del suo passato. A pochi passi da Notre-Dame, nel cuore dell’Île de la Cité, gli archeologi hanno riportato alla luce una struttura che potrebbe riscrivere ciò che sappiamo sulle origini della capitale francese.

Durante gli scavi nell’area dell’Hôtel-Dieu AP-HP è emersa un’imponente cinta muraria in pietra e legno, conservata per circa 20 metri e caratterizzata da una tecnica costruttiva tipica delle fortificazioni galliche della tarda età del Ferro.

La scoperta sotto l’Hôtel-Dieu

Le ricerche archeologiche nell’Hôtel-Dieu sono iniziate nel febbraio 2026 e coinvolgono il Servizio Archeologico della Città di Parigi e l’Inrap (Istituto Nazionale per la ricerca Archeologica Preventiva), nell’ambito dei lavori di ristrutturazione dell’ospedale. Proprio qui è stata individuata la struttura, formata da blocchi di pietra e elementi lignei.

Dietro il muro è stata inoltre trovata una piattaforma artificiale composta da sabbia e ghiaia. Gli archeologi hanno rinvenuto anche una punta di lancia gallica, semi carbonizzati e i resti di un edificio in legno bruciato. Il muro stesso porta evidenti tracce di un incendio molto intenso.

I primi risultati delle analisi al carbonio-14 sugli elementi lignei collocano la struttura in un intervallo compreso tra il 200 e il 10 a.C. La presenza del fuoco e dei materiali carbonizzati è compatibile con un episodio di distruzione, ma gli studiosi sottolineano che non è ancora possibile stabilire che l’incendio sia quello del 52 a.C. scoppiato all’avanzare delle truppe romane di Cesare.

La combinazione degli elementi ha però riacceso una questione che da secoli interessa gli archeologi: dove si trovava esattamente la Lutetia dei Parisii? Cesare descrive un oppidum situato su un’isola della Senna, collegata da ponti, e l’Île de la Cité è stata a lungo considerata l’ipotesi più naturale. Le prove archeologiche di un vero insediamento gallico, però, erano rimaste limitate. Per questo era stata avanzata anche l’ipotesi di Nanterre.

L’importanza della scoperta

Il valore del ritrovamento sta soprattutto nella possibilità di collegare, in modo più diretto, la Parigi contemporanea alla Lutetia gallica citata nelle fonti antiche. Se le nuove analisi confermeranno l’interpretazione attualmente studiata, il muro potrebbe essere parte del bastione dell’oppidum dei Parisii, la popolazione gallica che abitava il territorio dell’odierna Île-de-France.

La scoperta è stata giudicata di eccezionale importanza dalla Commissione regionale per la ricerca archeologica del Centro-Nord, che a metà settembre 2026 ha convalidato la segnalazione di scoperta. Gli scavi potranno così proseguire per chiarire la funzione del muro, la sua datazione, le modalità della distruzione e il rapporto con la piattaforma di sabbia e ghiaia, oltre a verificare eventuali tracce di occupazioni ancora più antiche.

I resti sono tuttavia molto fragili: il fuoco ha danneggiato le pietre e carbonizzato gran parte del legno. Per conservarne la memoria verranno realizzati documentazione digitale, fotogrammetria e una ricostruzione 3D. È previsto inoltre uno stampo di una sezione del bastione e la successiva ricostruzione di una parte del muro con alcune pietre originali, destinata a un museo di Parigi.

Così, proprio accanto a uno dei monumenti più celebri della capitale, il sottosuolo dell’Île de la Cité potrebbe aggiungere un nuovo capitolo alla storia parigina: quello della città gallica che precedette la Lutetia romana.

Il tesoro d’argento nascosto per 2.000 anni: scoperta una fortuna romana

Sotto un normale campo agricolo, a sud di Colonia, si nascondeva una fortuna rimasta sepolta per quasi duemila anni. Vicino a Wesseling, in Germania, un metal detector ha portato alla luce uno dei più importanti tesori monetali romani mai rinvenuti nel Paese. Si tratta di 934 denari d’argento, per un peso complessivo di circa 3,1 chilogrammi, nascosti probabilmente nel secondo quarto del II secolo d. C.

La scoperta risale all’ottobre 2025, ma è stata resa pubblica il 22 settembre 2026, quando il tesoro è stato presentato al LVR-LandesMuseum di Bonn. Il ritrovamento racconta non solo la storia di un antico patrimonio, ma anche quanto possa essere preziosa la collaborazione tra chi individua un reperto e gli archeologi incaricati di studiarlo.

La scoperta del tesoro romano vicino a Wesseling

A individuare le prime monete è stato Oliver Riedl, cercatore dotato di regolare autorizzazione. Dopo aver recuperato 15 denari d’argento romani, il suo metal detector continuava però a segnalare la presenza di oggetti nel terreno. Invece di proseguire autonomamente, Riedl ha avvertito le autorità competenti, permettendo agli archeologi del LVR-Amt für Bodendenkmalpflege di intervenire sul campo.

Gli scavi hanno rivelato una concentrazione eccezionale di monete: 934 denari romani d’argento, rimasti nello stesso punto per secoli. Il deposito è stato recuperato in blocco e trasferito nel laboratorio di restauro del museo, dove il terreno è stato sottoposto a radiografia prima della rimozione delle monete. Le immagini hanno consentito di individuare anche tracce di un contenitore in ceramica e di materiale vegetale, probabilmente paglia.

Lo studio delle monete permette anche di ricostruire una lunga parte della storia romana. La moneta più antica risale al 148 a.C., quando Roma era ancora una Repubblica, mentre quella più recente fu coniata nel 124-125 d.C., durante il regno dell’imperatore Adriano. La maggioranza appartiene invece all’epoca della degli imperatori della dinastia flavia, tra il 69 e il 96 d.C. Il deposito sarebbe stato nascosto nel secondo quarto del II secolo d.C.

L’importanza del tesoro di Wesseling

Il valore della scoperta non dipende soltanto dal numero delle monete. Con 3,1 chilogrammi d’argento, il deposito rappresentava un patrimonio considerevole nell’antichità. Secondo gli archeologi, un legionario romano avrebbe dovuto mettere da parte tutto il denaro disponibile per circa sei anni di servizio per raggiungere una somma equivalente.

Non è ancora possibile stabilire chi fosse il proprietario del tesoro né perché lo abbia nascosto e mai più recuperato. Gli studiosi ipotizzano che potesse appartenere a una persona che viveva in una delle proprietà agricole romane della zona. Il fatto che nessuno sia mai tornato a recuperarlo lascia aperte diverse possibilità, tra cui la morte del proprietario prima del recupero o prima di comunicare a qualcun altro il luogo del nascondiglio.

Per il LVR, quello di Wesseling è il più grande deposito monetale della Germania dell’epoca dell’imperatore Adriano e uno dei più importanti rinvenuti nel Paese per il II secolo. Il ritrovamento assume quindi un’importanza particolare per la conoscenza della presenza e della vita economica romana nell’area del Reno.

Scoperta la Tomba della Camera di pietra: “Un nuovo importante tassello nella ricostruzione della storia archeologica di Vulci”

“La Tomba della Camera di pietra rappresenta un nuovo importante tassello nella ricostruzione della storia archeologica di Vulci”, afferma Carlo Casi, direttore del Parco naturalistico archeologico di Vulci in provincia di Viterbo.

La monumentale tomba etrusca appena riemersa dalla campagna di scavo in corso nel sito archeologico, che coincide con la ex metropoli dell’Etruria marittima, racconta l’élite di 2600 anni fa. Dentro la Tomba della Camera di pietra, nella necropoli della Polledrara, sono stati ritrovati raffinati tesori e reperti ancora intatti. Tra questi, un servizio da banchetto, una rara calzatura femminile, alcune armi, delle ceramiche greche e persino dell’oro.

La nuova scoperta a Vulci

“La conservazione di parte delle deposizioni in situ, la varietà e la qualità dei materiali e la possibilità di confrontare il complesso con contesti vulcenti già noti, ma spesso privi della documentazione archeologica originaria, offrono nuove prospettive per lo studio della società, dei rituali funerari e delle relazioni mediterranee di Vulci alla fine del VII secolo a.C.”, ha spiegato Casi.

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@Carlo Casi
Il sito archeologico del Parco di Vulci

Il grande ambiente funerario, chiamato Tomba della Camera di pietra, svela le abitudini dell’aristocrazia vulcente della fine del VII secolo a.C., uno dei momenti di maggiore prosperità della città e di più intensa apertura verso il Mediterraneo.

Gli archeologi hanno potuto esplorare integralmente le tre camere funerarie della tomba. Nonostante le manomissioni subite nel corso dei secoli, numerosi materiali sono rimasti protetti grazie al crollo delle coperture e delle pareti, costruite in grandi blocchi di nenfro inseriti nei depositi naturali di sabbia, ghiaia e argilla legati all’antico corso del fiume Fiora, consentendo di recuperare materiale di eccezionale interesse.

Il materiale recuperato comprende ceramiche greche di produzione attica e corinzia, raffinati vasi locali in impasto decorato e bucchero, armi, elementi facenti parte di un carro, monete, lamine d’oro e di bronzo, elementi di osso e avorio lavorati e numerosi oggetti di ornamento e di abbigliamento personale, tra cui una rara calzatura femminile.

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@Carlo Casi
Gli ultimi scavi effettuati a Vulci

Di particolare importanza sono alcuni elementi rimasti intatti nelle camere laterali. “Tra questi un tripode in bronzo associato a una lucerna in gesso alabastrino, probabilmente proveniente dall’area di Naucrati o di Rodi”, si legge su Viterbo Today “e un eccezionale servizio da banchetto nella rara classe locale della Polledrara Ware, composto da phialai, olpai, hydriai e dinoi con decorazioni policrome, alcuni ancora conservati nelle loro posizioni originarie, insieme a vasi in bucchero, una grattugia per la preparazione del vino e una rara grande coppa policroma del cosiddetto Wild goat style (“stile delle capre selvatiche”, così denominato per via dell’animale più comunemente rappresentato) ionico”.

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@Carlo Casi
Il team di ricerca degli archeologi di Vulci

Le ricerche, realizzate nell’ambito del progetto internazionale “Ritorno a Vulci“, partito nel 2023 e che riunisce École française de Rome, Sapienza Università di Roma e British Museum, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale, la Direzione regionale Musei nazionali Lazio e la Fondazione Vulci, hanno permesso di identificare il recinto circolare del cosiddetto Tumulo Gsell, già scoperto dall’École française de Rome nel 1889, ma mai completamente scavato, e di riportare alla luce la grande tomba monumentale all’interno del complesso funerario.

“La nuova scoperta conferma così l’importanza della ricerca archeologica come strumento non solo per riportare alla luce nuovi reperti, ma anche per ricomporre frammenti di una storia dispersa, restituendo a Vulci e al suo patrimonio una dimensione internazionale e una nuova possibilità di lettura scientifica”, ha commentato Casi.

 

Dove i gladiatori sfidavano il destino: Salona, l’antica capitale romana della Dalmazia

L’acqua del fiume Jadro scorre accanto a Solin, nella Dalmazia centrale, e accompagna una delle testimonianze archeologiche più importanti della Croazia. Solin è la città moderna, dove però c’è anche Salona, ovvero l’antico centro romano. Un tempo capitale della provincia romana di Dalmazia, Salona fu una delle città più importanti dell’Adriatico orientale. Oggi, tra mura monumentali, basiliche paleocristiane, necropoli e resti di edifici pubblici, il suo passato riaffiora a pochi chilometri da Spalato.

Romana nella struttura monumentale, paleocristiana per la ricchezza dei luoghi di culto, croata per le vicende legate alla monarchia medievale, Salona conserva tracce di epoche diverse all’interno dello stesso paesaggio. Le sue rovine comprendono l’anfiteatro, le terme, il foro, le porte cittadine e vaste necropoli, tra cui Manastirine, Kapljuč e Marusinac. Il sito è considerato il più grande parco archeologico del Paese e permette di osservare, attraverso edifici e frammenti, la trasformazione di un importante centro romano in un luogo fondamentale per la storia cristiana dell’Adriatico.

La magia solitaria di Castel Wartenstein, un soffio di pietra tra le forteste alpine dell’Austria

A circa 750 metri di altitudine tra i rilievi del Semmeringgebiet, nella Bassa Austria, si innalza una lunga formazione rocciosa che accoglie Castel Wartenstein. Parliamo di un’elegante fortezza che domina dall’alto il territorio dello Schwarzatal, al punto che più che un castello costruito per celebrare la ricchezza di una corte, pare una presenza nata da esigenze concrete di controllo e difesa.

Le sue origini risalgono al Medioevo, quando una piccola fortificazione proteggeva un’area di confine e sorvegliava i percorsi attraverso il paesaggio montano. Nel corso dei secoli, tuttavia, la struttura cambiò volto più volte. Oggi il complesso conserva una caratteristica che lo rende particolarmente interessante: accanto alle parti trasformate in epoche successive, sopravvivono elementi della fortezza originaria, tra cui il mastio romanico e il palazzo medievale.

Breve storia di Castel Wartenstein

I signori di Wartenstein erano ministeriali dei margravi di Stiria, cioè uomini legati al potere territoriale attraverso incarichi di servizio e amministrazione. Intorno al 1180 fecero costruire sul Raacher Berg una piccola rocca con una torre e un modesto edificio residenziale. La sua funzione primaria era la sicurezza del confine con l’Austria.

Quella prima costruzione aveva dimensioni contenute, ma occupava una posizione precisa nella geografia politica del tempo. La sua importanza strategica diminuì rapidamente dopo il 1192, anno della morte del duca Otakar IV, quando la Stiria passò sotto il dominio austriaco. Il confine che aveva giustificato la nascita della rocca perse così parte del suo significato.

Nel XIII secolo Wartenstein fu ampliato. Heinrich von Stubenberg estese il complesso verso nord e verso est, costruendo sulla punta dello sperone roccioso un possente mastio e una seconda torre quadrata accanto all’ngresso attuale. Durante il XIV e il XV secolo il castello appartenne al potere sovrano territoriale e fu spesso dato in pegno. La gestione veniva affidata a funzionari, chiamati Pfleger, incaricati di amministrare la signoria.

Negli anni ’70 del ‘400 l’imperatore Federico III assegnò Wartenstein all’Ordine di San Giorgio, da lui fondato. Il re d’Ungheria Mattia Corvino riuscì però a prenderne possesso senza combattimenti. Dopo la sua morte, nel 1490, gli Ungheresi furono allontanati e la fortezza tornò all’ordine.

Nel 1547 arrivò Christoph Urschenpeck, seguito dai suoi discendenti, che investirono somme considerevoli nel complesso. Il loro impegno permise infine di acquistare Wartenstein dal Collegio dei Gesuiti di Graz, successore giuridico dell’Ordine di San Giorgio. Fu allora che la fortezza iniziò a trasformarsi in una residenza più confortevole e, dal 1633, i proprietari furono i signori Petrowitsch, seguiti dal 1720 dai conti napoletani Stella e, in seguito, dalla famiglia Caracciolo.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, poi, il castello ospitò uffici statali e strutture della Wehrmacht, mentre nel 1945 subì gravi danni a causa dei combattimenti. Nel 1957 fu acquistato da una fondazione legata all’industriale svedese Axel Wenner-Gren, fondatore di Electrolux, e dopo un importante intervento di ristrutturazione divenne sede di un seminario di ricerca antropologica. In seguito tornò in mani private e viene utilizzato saltuariamente come residenza.

Visita e cosa vedere a Castel Wartenstein

La visita richiede una precisazione importante: l’accesso agli interni e la possibilità di visitare il complesso sono fortemente limitati, poiché il castello si trova in proprietà privata. Prima di organizzare un’escursione è quindi indispensabile verificare l’eventuale accessibilità. A livello architettonico, il complesso si sviluppa intorno a un cortile interno allungato, raggiungibile storicamente attraverso il portone principale o una piccola porta pedonale inserita nella torre d’ingresso.

Sul lato occidentale, sopra uno sperone roccioso alto circa 8 metri rispetto al cortile, si trovano le rovine dell’antica Hochburg, la parte più elevata e originaria dell’insediamento. Restano riconoscibili il mastio quadrangolare romanico e il palas, l’edificio destinato alla residenza del signore e alle funzioni amministrative. Il mastio, oltre a rappresentare il nucleo difensivo della rocca, permetteva di controllare il territorio dall’alto e costituiva un punto di rifugio in caso di pericolo.

Un altro elemento di grande interesse è la Cappella dei Re Magi, di origine gotica e restaurata nel 1871. Il piccolo ambiente conserva ancora caratteristiche romaniche, testimonianza delle fasi più antiche del complesso. Sulla parete esterna è visibile anche un capitello romanico, dettaglio minuto ma prezioso per comprendere la storia costruttiva del maniero. Una scala conduce al vicino corpo delle cucine, parte dell’organizzazione domestica della residenza.

Il lungo lato orientale del cortile è occupato dal corpo residenziale rimaneggiato dopo il 1957. La sua conformazione è curiosa, perché l’edificio risulta così stretto da consentire, all’interno, lo sviluppo di un solo ambiente per piano o per sezione. La struttura è delimitata da due grandi torri quadrangolari, secondo un modello riconducibile alle fortezze dei ministeriali dell’epoca degli Hohenstaufen.

La torre settentrionale presenta muri spessi quasi 3 metri, mentre quella meridionale ha dimensioni leggermente inferiori. Entrambe furono modificate nell’800, quando l’architetto Ignaz Banko intervenne sull’assetto del complesso. I piani superiori vennero dotati di strutture aggettanti, cioè parti che sporgono rispetto alla linea delle murature sottostanti. La torre meridionale, abbassata nel XVII secolo fino all’altezza del tetto, fu rialzata durante questi lavori.

Nel cortile è ancora visibile l’antica cisterna, protetta da una copertura in ferro battuto risalente al XVII secolo. Prima dell’arrivo di sistemi moderni di approvvigionamento, una riserva d’acqua rappresentava una necessità essenziale per gli abitanti e per la resistenza della fortezza durante un assedio.

Dove si trova e come arrivare

Castel Wartenstein si trova in Bassa Austria, nel territorio del Semmeringgebiet, una regione montuosa situata a sud di Vienna e caratterizzata da rilievi boscosi, vallate e percorsi storicamente importanti tra l’Austria orientale e la Stiria. La fortezza sorge nei pressi di Raach am Hochgebirge, a circa 4 chilometri a sud di Gloggnitz, nel distretto di Neunkirchen.

Il riferimento geografico più utile per raggiungere la zona è proprio Gloggnitz, cittadina situata nella valle dello Schwarzatal e collegata alla rete ferroviaria austriaca. Da Vienna è possibile dirigersi verso sud in treno, raggiungendo Gloggnitz, per poi proseguire verso Raach am Hochgebirge con un mezzo locale o un taxi. In automobile, l’area è raggiungibile attraverso la rete stradale del Semmering, con un percorso che attraversa il paesaggio collinare e montano della Bassa Austria.

Castello di Wartenstein, Austria
iStock@rusm
Veduta del Castello di Wartenstein

Il sito è soprattutto una testimonianza storica da osservare nel suo contesto territoriale, più che una destinazione organizzata per il turismo di massa. Prima di partire, è opportuno accertarsi della possibilità di avvicinarsi alla proprietà e delle condizioni di accesso, evitando di confondere la presenza delle rovine con la disponibilità automatica alla visita.

Tornano le Ville Aperte in Brianza, questo autunno oltre 240 luoghi da scoprire

Non avete idee per i weekend di autunno? Ci pensa la proposta di Ville Aperte in Brianza a risolvere i vostri fine settimana! Nel cuore del territorio brianzolo, infatti, ancora oggi ci sono ville storiche, monasteri, giardini, paesaggi, antichi edifici e luoghi che normalmente non aprono le loro porte al pubblico. Per qualche fine settimana, però, diventano tappe di un viaggio nella storia della Lombardia.

Dal 19 settembre al 4 ottobre 2026 torna Ville Aperte in Brianza – Edizione Autunno, la manifestazione che invita a riscoprire il patrimonio storico, artistico e culturale del territorio attraverso visite guidate, itinerari ed esperienze speciali. L’edizione di quest’anno porta con sé un numero particolarmente ricco di appuntamenti: sono oltre 240 le ville e i beni culturali coinvolti, distribuiti in 92 Comuni nelle province di Monza e Brianza, Milano, Varese, Lecco e Como. Il filo conduttore è “Storie che restano”, un invito a guardare questi luoghi non soltanto come monumenti, ma come contenitori di vicende, personaggi e trasformazioni che continuano a raccontare il territorio.

La villa simbolo è Villa Tittoni a Desio

Il cuore simbolico dell’edizione 2026 sarà Villa Cusani Traversi Antona Tittoni a Desio, una delle più importanti ville di delizia della Brianza. La sua storia attraversa diversi secoli: sorta sull’area di un antico convento francescano, fu trasformata a partire dal Seicento dalla famiglia Cusani in una residenza di campagna destinata alla villeggiatura e alla vita sociale. Nel Settecento arrivò anche l’intervento di Giuseppe Piermarini, l’architetto che progettò la Villa Reale di Monza e il Teatro alla Scala di Milano. Nell’Ottocento la villa venne ulteriormente trasformata da Pelagio Palagi, con nuovi apparati decorativi e un parco romantico all’inglese.

Il programma autunnale permette inoltre di esplorare il territorio attraverso percorsi nel verde, passeggiate lungo i corsi d’acqua, visite tematiche, itinerari dedicati alla storia locale e anche cacce al tesoro urbane. Una parte importante del programma è dedicata inoltre a bambini e famiglie, con esperienze pensate per avvicinare anche i più piccoli al patrimonio culturale e paesaggistico della Brianza.

Cosa vedere tra Monza, Brianza e Lombardia

Il calendario coinvolge anche la città di Monza, con diversi luoghi e itinerari che permettono di rileggere la città attraverso la sua storia. Tra gli appuntamenti figurano quelli dedicati alla Reggia di Monza, a Villa Mirabello, al complesso di San Gerardino e all’Autodromo Nazionale Monza.

Tra le novità dell’edizione autunnale ci sono inoltre nuovi itinerari dedicati alla città e al suo patrimonio, con percorsi che intrecciano architettura, archeologia industriale, monasteri e personaggi storici. Un appuntamento particolare sarà quello del 27 settembre, quando un percorso da Vimercate a Monza accompagnerà i partecipanti sulle tracce di San Francesco, passando dal Santuario della Madonna del Rosario, dal Convento Francescano di Oreno e dal Convento Francescano e Santuario della Madonna delle Grazie.

L’edizione autunnale si inserisce dunque in un calendario che va oltre la classica visita alla villa, per conoscere angoli meno conosciuti della Lombardia, dalle dimore storiche ai paesaggi, passando per arte, memoria, natura e tradizioni locali. Il programma completo, con tutti i luoghi, le date delle visite, gli orari e le modalità di prenotazione, è disponibile sul sito ufficiale di Ville Aperte.

Una sepoltura insolita riemerge dopo 3.000 anni: la scoperta porta fino a Ramses II

In Egitto, nella regione del Beheira, gli scavi a Tell el-Abqain stanno restituendo un pezzo di storia rimasto sepolto per tre millenni. Il sito, un tempo avamposto militare ai margini occidentali del Delta del Nilo, faceva parte del sistema difensivo che l’Egitto del Nuovo Regno aveva costruito contro le incursioni delle tribù libiche.

Tra le nuove scoperte, a colpire l’attenzione degli archeologi è stata soprattutto una sepoltura fuori dal comune: quella di un cavallo, ritrovato intatto e con ogni probabilità sacrificato secondo un rituale preciso, insieme a testimonianze che collegano il sito al faraone Ramses II.

La Toscana apre le porte dei suoi luoghi più segreti: torna la Terra dei 100 Castelli

Ci sono luoghi della Toscana che raccontano storie antiche e che, per gran parte dell’anno, rimangono lontani dai percorsi turistici più conosciuti. Sono castelli, fortezze, torri, pievi e dimore storiche disseminati nel territorio di Massa-Carrara, protagonisti dal 17 al 20 settembre 2026 di una nuova edizione de “La Terra dei 100 Castelli“. Quattro giorni di aperture straordinarie, visite guidate ed esperienze per andare alla scoperta di un patrimonio che conta quasi cento castelli e che comprende anche strutture normalmente non accessibili al pubblico o visitabili solo in rare occasioni.

L’iniziativa è promossa dall’Istituto Valorizzazione Castelli con il contributo della Camera di Commercio della Toscana Nord Ovest e coinvolge sempre più Comuni, proprietari privati, Pro Loco, associazioni, operatori turistici e realtà culturali. Il supporto di Sigeric, cooperativa specializzata nella valorizzazione turistica della Lunigiana e della provincia, contribuisce inoltre alla costruzione di itinerari, visite ed esperienze capaci di mettere in relazione il patrimonio storico con il paesaggio locale.

Dai castelli Malaspina alle fortezze: i luoghi da scoprire

Il programma permette di scegliere tra numerose aperture distribuite nei diversi comuni della provincia. Tra gli appuntamenti spicca il Castello del Piagnaro di Pontremoli, visitabile dal 17 al 20 settembre dalle 10 alle 18:30, con ultimo ingresso alle 17:30. Il 20 settembre, alle 21:30, sarà inoltre teatro di un concerto di MutaMenti Liliana Sommariva.

Sempre dal 17 al 20 settembre aprirà le porte il Castello Malaspina di Fosdinovo, con visite in diversi orari della giornata (ore 11,12,15,16,17 e domenica anche alle ore 18) e prenotazione consigliata mentre a Massa sarà possibile entrare nella Villa della Rinchiostra, dove sono previste visite guidate ogni ora (giovedì dalle 9 alle 13; venerdì, sabato e domenica dalle 15 alle 19) e l’accesso alla mostra temporanea “Astratto organico” posta al primo piano della Villa.

Il 17 settembre sarà aperto il Castello di Comano con visita guidata alle 18, apericena alle 19 e musica alle 21:30.

Il 18 settembre sono in programma visite alla Pieve di Codiponte (alle ore 16), al Castello di Pontebosio (alle 17:30), con aperitivo incluso, e al Castello di Avenza sulla Via Francigena (alle 15:15).

Il 19 settembre il programma prevede visite guidate al Castello di Bagnone (alle ore 11), al Castiglione del Terziere (alle 9:30 e alle 11), al Castello di Moneta (alle 15), al Castello di Pallerone (alle ore 15), al Castello Malaspina della Verrucola (alle 11) e alla Pieve di Montedivalli (alle ore 17).

Il Castello di Lusuolo, la Fortezza della Brunella e la Torre di Mulazzo saranno aperti sia il 19 che il 20 settembre con diversi orari.

Il 20 settembre sarà invece possibile visitare il Castello Aghinolfi di Montignoso, aperto dalle 10 alle 18 senza prenotazione, oltre al Castello Malaspina di Monti e al Castello di Bastia.

Per molte visite la prenotazione sarà obbligatoria quindi si consiglia di consultare il sito ufficiale dell’Istituto Valorizzazione Castelli per avere informazioni precise a riguardo.

Torna la Terra dei 100 Castelli in Toscana
Ufficio Stampa
Castello di Comano

Non solo castelli: bici, borghi segreti e musica

La Terra dei 100 Castelli amplia il racconto del territorio anche attraverso proposte dedicate al turismo attivo. Tra queste ci sono Filattiera Segreta, visita guidata in programma il 18 settembre, e due itinerari “Pedala e gusta”: il primo nelle Terre dello Spino Secco, tra Mulazzo e Tresana, e il secondo lungo la Ciclovia dei Castelli, tra Filattiera, Bagnone e Villafranca in Lunigiana. Entrambi prevedono percorsi in bicicletta abbinati alla scoperta del territorio e delle sue tradizioni.

Per informazioni e prenotazioni scrivere a info@sigeric.it.

A completare il programma ci sono anche gli appuntamenti musicali, con concerti ospitati in alcuni dei luoghi storici coinvolti nell’iniziativa.

Oltre all’evento di MutaMenti del 20 settembre al Castello del Piagnaro di Pontremoli, si potrà ascoltare musica anche al Castello di Comano il 17 settembre con MutaMenti Nascente Trio e al Castello Malaspina di Monti il 18 settembre con MutaMenti Max De Aloe.

Il programma completo di orari si trova sul sito ufficiale dell’evento.

In Toscana arriva un evento magico: la Terra dei 100 Castelli
Ufficio Stampa
Castello di Pontebosio

Dal cuore di Milano al Lago di Como e d’Iseo sui treni d’epoca

Domenica 13 settembre riprende il calendario dei treni storici in Lombardia, l’iniziativa che permette di ammirare alcuni dei paesaggi più suggestivi della regione a bordo di convogli d’epoca. Dopo il successo registrato tra aprile e giugno 2026 (con circa mille passeggeri che hanno scelto di vivere l’esperienza), Trenord propone infatti otto nuove date dedicate a itinerari verso Como, Laveno Mombello e il Lago Maggiore, Asso e il Lago d’Iseo, per unire la scoperta del territorio alla mobilità sostenibile.

Le carrozze restaurate, gli arredi d’epoca e le attività organizzate a bordo ricreano una suggestiva atmosfera ispirata agli Anni Venti.

Un viaggio nella storia su carrozze d’epoca

Una parte delle corse sarà effettuata con un convoglio composto da tre carrozze di prima classe AZ, contraddistinte dalle numerazioni 130, 136 e 137 e costruite nel biennio 1924-1925. A completare il convoglio saranno il locomotore elettrico FNM E610-04, realizzato nel 1949, e il locomotore elettrico FNM E600-3, costruito nel 1928.

I mezzi sono stati finemente restaurati con il supporto di Ferrovienord e partiranno da Milano Cadorna per raggiungere, durante le giornate previste dal programma, destinazioni come Laveno Mombello, Como e Asso. Il percorso verso Novara è inoltre compreso nel calendario dei viaggi con il convoglio storico.

I passeggeri viaggeranno su carrozze con sedili in velluto rosso cardinale e interni in legno, ritrovandosi immersi in un’ambientazione che richiama gli Anni Venti. Durante il viaggio saranno inoltre presenti personaggi in costume d’epoca, musicisti e voci impegnati in performance artistiche e teatrali.

Dal Lago di Como al Lago Maggiore, gli itinerari proposti

Il primo appuntamento autunnale è fissato per domenica 13 settembre, con il viaggio da Milano Cadorna a Como Lago. La settimana successiva, domenica 20 settembre, il convoglio storico raggiungerà invece Laveno Mombello Lago, per un itinerario legato al territorio del Lago Maggiore.

Il calendario proseguirà poi con la corsa verso Asso, prevista per domenica 4 ottobre, mentre Como tornerà protagonista con altri tre appuntamenti, il 18 ottobre, l’8 novembre e il 22 novembre.

Accanto agli itinerari effettuati con il convoglio d’epoca, sono previste anche due corse lungo la linea Brescia-Iseo-Edolo, che costeggia il Lago d’Iseo e, in questo caso, sarà protagonista l’Automotrice storica ALn 668-125, realizzata nel 1979 e oggi restaurata.

La prima corsa sul Lago d’Iseo è in programma domenica 27 settembre e collegherà Rovato FN e Pisogne mentre l’ultimo appuntamento del calendario, domenica 13 dicembre, porterà i passeggeri da Rovato a Iseo.

Le date dei prossimi viaggi storici

Il calendario proposto da Trenord comprende otto appuntamenti tra settembre e dicembre 2026. Si parte il 13 settembre con Milano Cadorna-Como Lago, seguito il 20 settembre dal collegamento Milano Cadorna-Laveno Mombello Lago. Il 27 settembre sarà invece dedicato al percorso Rovato FN-Pisogne.

Domenica 4 ottobre toccherà alla tratta Milano Cadorna-Asso, mentre il 18 ottobre e l’8 novembre torneranno i viaggi verso Como Lago. Un ulteriore appuntamento sulla stessa destinazione è previsto il 22 novembre. Infine, il 13 dicembre il calendario si concluderà con il viaggio Rovato FN-Iseo.

I biglietti speciali dell’iniziativa sono acquistabili tramite il sito e l’app Trenord. La formula comprende il viaggio di andata e ritorno sui convogli storici e, per i viaggiatori provenienti da altre località lombarde, anche il collegamento di andata e ritorno sui treni Trenord da tutta la Lombardia verso Milano o Rovato e verso le stazioni nelle quali effettuano fermata i mezzi storici.

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