Ilary Blasi e Bastian Muller si sono giurati amore eterno, il giorno del sì hanno scelto Ravello nella Costiera Amalfitana per le celebrazioni e i festeggiamenti. Il rito simbolico e il ricevimento si sono svolti a villa Cimbrone ma dopo mezzanotte i festeggiamenti si sono spostati all’interno di Palazzo Tolla, attuale sede del comune, dove hanno formalizzato l’unione civile. La sposa è arrivata in municipio dopo aver percorso a piedi scalini e viottoli che separano la villa dal centro, mentre alla celebrazione ufficiale hanno preso parte soltanto 25 persone.
La location della festa, però, è uno dei luoghi più celebri e scenografici di Ravello: una dimora storica circondata da giardini, statue e terrazze sospese sul mare. La nostra fortuna? Possiamo visitare i giardini di villa Cimbrone, anche senza essere ospiti dell’hotel.
Villa Cimbrone, dove si è sposata Ilary Blasi
La festa di nozze si è tenuta a Villa Cimbrone, tra le dimore più note di Ravello e della Costiera Amalfitana: Affacciata sul mare, in via Santa Chiara, è conosciuta soprattutto per i suoi giardini storici, mentre una parte del complesso ospita oggi un hotel di charme.
Il punto più celebre resta il Terrazzo dell’Infinito, o Belvedere dell’Infinito. Una balconata sospesa sul Mediterraneo, segnata da busti in marmo e da una vista che si apre sulla costa. È uno degli scorci più riconoscibili di Ravello e anche uno dei motivi per cui Villa Cimbrone continua a essere scelta come cornice per eventi e cerimonie.
Per visitare i Giardini di Villa Cimbrone non è necessario soggiornare in hotel. L’area monumentale è aperta anche ai visitatori esterni, con ingresso a pagamento. La visita può quindi rientrare senza problemi in una giornata a Ravello. La struttura indica un’apertura tutti i giorni dalle 9:00 alle 19:30, con ultimo accesso alle 19:00.
Eventi privati, matrimoni o esigenze organizzative possono comportare chiusure straordinarie. Meglio controllare prima della visita.
iStockLa vista da sogno dalla villa
Cosa vedere
Le origini di Villa Cimbrone sono lontane, si parla di lei già nell’XI secolo; le prime tracce documentarie risalgono all’XI secolo e anche il nome conserva qualcosa di quella storia: deriverebbe da “Cimbronium”, il grande podere che occupava il promontorio. Nei secoli la proprietà cambiò più volte famiglia, seguendo passaggi e fortune della nobiltà locale.
Ma la villa che si vede oggi è soprattutto il risultato di una stagione molto più recente, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. È allora che il complesso cambia volto e i giardini vengono ripensati mescolando gusto classico, essenze mediterranee e suggestioni arrivate dall’Inghilterra. Il percorso si apre tra statue, fontane, piccoli templi e presenze quasi teatrali, senza mai perdere di vista il paesaggio.
Poi c’è il Terrazzo dell’Infinito: è il punto che più di altri ha costruito l’immaginario di Villa Cimbrone: una balconata sospesa sul mare, scandita da busti in marmo, con la Costiera Amalfitana che si allarga davanti agli occhi. La scena è potente, quasi inevitabile. Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. Poco più in là cambiano atmosfera e prospettiva: il chiostro, la cripta, i passaggi ombreggiati del giardino. Angoli meno celebrati, forse, ma capaci di raccontare la villa con una voce diversa, più raccolta.
Il Leone d’Oro di Venezia 83 va a Woman Unknown (Kvinde ukendt): un film della regista danese May el-Toukhy, unica donna in gara in Laguna insieme a Rachel Szor (regista di Naza), che parla di guerra, ma soprattutto di come il corpo delle donne continui in molte circostanze a essere un vero e proprio campo di battaglia.
Ecco dov’è stato girato il film vincitore del Festival di Venezia 2026, in arrivo nelle sale italiane grazie a Lucky Red. Le location utilizzate rendono pienamente l’atmosfera sospesa di un Paese che cerca di lasciarsi alle spalle la guerra, ma non può ancora dimenticarla.
Di cosa parla
È il 1945. Marie, personaggio ispirato a una serie di donne realmente vissute nel dopoguerra e che è valso a Mathilde Arcel la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, sta per sposare il ricco vedovo per cui lavora da tempo come domestica e bambinaia. Il matrimonio ha per lei un valore soprattutto simbolico: le permetterà di cambiare status e diventare finalmente signora della casa. Un segreto inconfessabile, però, rischia di rovinare tutto: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco e, ora, il passato torna a chiederle il conto. Marie si ritrova, così, a mettere in campo tutte le risorse di cui dispone pur di difendere il futuro che ha cercato con pazienza e ostinazione a costruirsi.
(c) La Biennale di VeneziaUna scena di “Woman Unknown”
Dov’è stato girato il film
Ambientato nel secondo dopoguerra in Danimarca, quello premiato come miglior film all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è una produzione internazionale di Danimarca, Svezia e Lettonia.
Nei tre Paesi, le location di Woman Unknown sono state selezionate per provare a ricreare sullo schermo, nella maniera più realistica e meno retorica possibile, l’atmosfera che si doveva vivere a Copenhagen alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La vicenda di Marie si dipana così sullo sfondo di edifici imponenti dove ogni giorno veniva esercitato il potere contrapposti ad altri ambienti, spesso chiusi, che richiamano un’idea di controllo e sopraffazione.
(c) Film i VästUn’altra scena di “Woman Unknown”
Riga
A Riga, secondo quanto riporta il Centro Nazionale di Cinema, si sono svolti 25 giorni di riprese su 28. Il centro storico della capitale della Lettonia, ancora popolato com’è di edifici in stile Art Noveau, interpreta alla perfezione sullo schermo la parte di capitale europea alla prese con la rinascita del Dopoguerra.
iStockL’elegante centro storico di Riga
Göteborg
Tra i luoghi dov’è stato girato il film Woman Unknow l’unico ufficialmente segnalato dalla produzione (Nordisk Film Production A/S con Nafta Films) è Göteborg. La città svedese deve essere stata scelta soprattutto per la forte identità industriale che la caratterizza, densa di richiami al periodo storico protagonista della pellicola: Göteborg è, infatti, la città natale di Volvo e la visita al luogo in cui è stata fondata la casa automobilistica (il World of Volvo) resta ancora una delle esperienze che più richiamano turisti in città.
iStockHa un’anima industriale Göteborg
Simbolo iconico della città sono i tram celesti che collegano eleganti quartieri come quello di Avenyn, dove si trovano ristoranti, negozi e locali per la movida tra i più esclusivi, con il waterfront di Göteborg dove esplorare soprattutto il legame – passato e attuale – della città col mare e le attività nautiche.
iStockGli iconici tram celesti di Göteborg
Nel quartiere di Haga passeggiando tra case di legno, vicoli acciottolati e piccoli cafè si potrebbe avere l’impressione che il tempo si sia fermato: lo scenario è perfetto insomma per tornare indietro, come fa il film di May el-Toukhy vincitore del Leone d’Oro a Venezia 83, alla metà del Novecento.
iStockIl pittoresco quartiere di Haga
Copenhagen
In Danimarca, le riprese sono state effettuate soprattutto a Copenhagen, città dove Marie prova a costruire il proprio futuro e dove la produzione si sarebbe mossa tra set di interni e ambientazioni urbane. L’energia di questa città sembra piuttosto affine, del resto, con quella di un film che è anche e soprattutto un viaggio psicologico ed emotivo nell’interiorità del personaggio di Mathilde Arcel.
Dopo dieci anni di chiusura, il Cappellone di San Nicola torna a essere visitabile: siamo a Tolentino, in provincia di Macerata, dove uno dei più importanti cicli di affreschi del Trecento italiano è stato restituito ai fedeli e ai visitatori al termine di un lungo intervento di consolidamento e restauro. La riapertura è avvenuta il 10 settembre, proprio nel giorno dedicato alla festa di San Nicola da Tolentino, il santo a cui è intitolato il monumentale ambiente della basilica.
Considerato dal vescovo di Macerata e Tolentino Nazzareno Marconi come la “Sistina delle Marche del Trecento“, il Cappellone custodisce uno dei complessi pittorici trecenteschi più vasti e meglio conservati in Italia.
Un capolavoro del Trecento nel cuore di Tolentino
Il Cappellone di San Nicola prende il nome da Nicola da Tolentino, nato a Sant’Angelo in Pontano nel 1245 e morto a Tolentino nel 1305, e in origine era la sala del capitolo del convento agostiniano. Nel corso del Trecento venne decorato con un grandioso ciclo di affreschi di scuola giottesco-riminese.
Secondo le più recenti attribuzioni critiche, il ciclo è riconducibile a maestranze riminesi guidate da Pietro da Rimini: la decorazione si sviluppa sull’intero spazio dell’ambiente, ricoprendo la volta a crociera e le pareti e costruendo un articolato racconto per immagini. Le scene intrecciano le storie della Vergine, di Cristo e di San Nicola, così da creare una narrazione unitaria che accompagna lo sguardo lungo tutta la cappella.
Sopra l’altare trova posto la Crocifissione, mentre al centro dell’ambiente si conserva l’arca lapidea quattrocentesca commissionata nel 1474. Sopra l’arca è collocata la statua policroma del Santo, legata allo scultore fiesolano Francesco di Simone Ferrucci.
È proprio l’ampiezza e la qualità della decorazione, insieme al suo stato di conservazione, a rendere il Cappellone un caso di particolare rilievo nel panorama dell’arte italiana. Il complesso rappresenta, infatti, uno dei cicli pittorici del Trecento più estesi e meglio conservati del Paese, con una superficie decorata che trasforma l’intero ambiente in un racconto visivo.
ANSAI pregevoli affreschi del Cappellone di San Nicola a Tolentino
Il terremoto del 2016 e i dieci anni di attesa
Il sisma che nel 2016 colpì il Centro Italia ebbe conseguenze anche sulla Basilica di San Nicola: vari ambienti dell’edificio, comprese le cappelle laterali, furono danneggiati e si rese necessario un articolato percorso di consolidamento e ricostruzione.
Il cantiere complessivo sulla Basilica è stato avviato nell’aprile 2024 e coinvolge un intervento dal valore di circa 4,5 milioni di euro, finanziato grazie ai fondi della ricostruzione del sisma del 2016. I lavori hanno già interessato la facciata, il campanile, la copertura e la Cappella del Santissimo Sacramento, mentre è in fase di completamento anche l’abside.
All’interno di tale intervento più ampio, il lavoro sul Cappellone si è concentrato in particolare sull’apparato pittorico. L’obiettivo è stato quello di intervenire sulle condizioni degli affreschi dopo il lungo periodo seguito al terremoto, con la rimozione degli inserti protettivi temporanei, il consolidamento dei distacchi e il recupero della leggibilità cromatica originale.
La copertura del Cappellone, invece, non è stata interessata dai lavori.
La riapertura nel giorno di San Nicola
La scelta del 10 settembre per la riapertura ha assunto un significato particolare perché coincide con la festa di San Nicola da Tolentino. La restituzione del Cappellone alla comunità è stata accompagnata da una cerimonia alla quale hanno partecipato il presidente della Regione MarcheFrancesco Acquaroli, il sindaco di Tolentino Mauro Sclavi e le autorità civili e religiose del territorio.
Per Acquaroli, la riapertura ha rappresentato un momento significativo proprio perché avvenuta nella ricorrenza dedicata al Santo: il presidente ha sottolineato il valore simbolico e spirituale del luogo e ha ricordato come, a dieci anni dal terremoto, la ricostruzione continui a rappresentare un dovere, una sfida costante e una responsabilità.
Anche Guido Castelli, commissario straordinario per la ricostruzione, ha evidenziato la particolare natura del patrimonio recuperato a Tolentino. Il valore di un’opera d’arte, infatti, non può essere assimilato a quello di un edificio: una casa può essere ricostruita, mentre un’opera perduta non può essere replicata. Il cantiere del Cappellone diventa così anche un esempio del lavoro necessario per preservare il patrimonio artistico colpito dal sisma e mette insieme ricerca scientifica e tradizione artigianale.
Domenica 13 settembre l’appuntamento con Castelli Aperti, una giornata dedicata alla scoperta del patrimonio storico, artistico e architettonico delle province di Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara e Torino e propone un totale di 56 aperture tra castelli, ville, palazzi, musei, torri e borghi.
Il programma permette così di costruire itinerari molto diversi tra loro, dalle dimore storiche delle Langhe e del Canavese fino ai centri fortificati del Monferrato, passando per musei e antiche residenze nobiliari.
Tra castelli e borghi nella provincia di Alessandria
La provincia di Alessandria propone un ricco programma in cui le architetture storiche si alternano a musei e borghi del Monferrato. Ad Acqui Terme, per esempio, il Castello dei Paleologi ospita il Civico Museo Archeologico e consente di affiancare alla visita la scoperta delle testimonianze archeologiche del territorio. L’apertura è prevista dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19, con ingresso a 4 euro.
Da non perdere poi la Tenuta Castello di Razzano, ad Alfiano Natta, dove visitare il Museo Artevino e le cantine dedicate all’invecchiamento, e il Castello di Piovera, aperto nel pomeriggio con visite guidate su prenotazione dalle 14.30 alle 18.30, e ingresso a 13 euro. Se preferite un’esperienza legata ai borghi, Ozzano Monferrato propone invece un percorso libero negli spazi esterni del centro storico, accompagnato da un’audioguida accessibile tramite QR Code.
Le aperture tra Asti e il paesaggio del Monferrato
Anche l’Astigiano porta nel circuito torri, castelli e testimonianze della storia locale: tra gli altri, a Castagnole delle Lanze, la Torre del Conte Ballada di Saint Robert dona l’occasione di ammirare il suggestivo panorama dall’alto, con apertura dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17. La salita costa 3 euro, mentre è prevista anche una formula da 8 euro che comprende un calice di vino.
A Castelnuovo Calcea, invece, l’area dell’antico castello è accessibile gratuitamente per tutta la giornata, dalle 10 alle 19. Tra le numerose proposte spicca poi il Castello di Rorà a Costigliole d’Asti, che domina il centro storico e sarà aperto sia al mattino sia nel pomeriggio, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 19, con ingresso a 5 euro.
Biella, dalle dimore storiche al Ricetto di Candelo
Nel Biellese l’appuntamento permette di alternare palazzi storici e borghi fortificati: a Biella, Palazzo Gromo Losa sarà aperto dalle 10 alle 19 e ospiterà la rassegna “Fatti ad Arte” insieme alla mostra “Tutto rose e fiori” di Elham M. Aghili, visitabile fino al 18 ottobre 2026. L’ingresso ha un costo di 7 euro.
Un’altra dimora storica visitabile è Palazzo La Marmora, aperto dalle 15 alle 19 con possibilità di visita libera o accompagnata; nel programma compare inoltre il Ricetto di Candelo, celebre borgo fortificato medievale in cui passeggiare liberamente oppure con visite guidate disponibili su richiesta.
È davvero ricca la proposta della provincia di Cuneo, dove il percorso di Castelli Aperti incontra alcuni dei paesaggi storici più riconoscibili delle Langhe. Ad esempio, a Barolo, il Castello Falletti ospita il WiMu – Wine Museum, dedicato alla cultura e alla storia del vino: sarà aperto dalle 10.30 alle 19, con ingresso intero di 9 euro.
Altre meraviglie sono il Castello della Manta, che vanta i pregevoli affreschi della Sala Baronale, aperto dalle 10 alle 18, e il Castello di Serralunga d’Alba, che propone svariati turni di visita guidata nell’arco della giornata. Il primo ha un ingresso di 11 euro, mentre per Serralunga il costo è di 6 euro.
A completare il panorama le proposte di Saluzzo, dove il pubblico può visitare la Castiglia, antica fortezza dei marchesi, oltre a Casa Cavassa, alla Torre Civica e alla Pinacoteca Olivero.
Dal Novarese al Canavese
Il circuito raggiunge poi la provincia di Novara, con aperture che includono dimore storiche e luoghi dedicati all’arte: a Oleggio Castello, il Castello Dal Pozzo sarà visitabile al mattino con visita guidata e prenotazione obbligatoria, al costo di 15 euro. A Vacciago di Ameno, la Fondazione Antonio e Carmela Calderara propone invece visite libere gratuite dalle 15 alle 18.
Nel Torinese, infine, l’itinerario guarda soprattutto al Canavese e alle dimore storiche: ad Agliè, Villa Il Meleto, legata alla figura di Guido Gozzano e al paesaggio canavesano, sarà aperta dalle 9 alle 12.30 e dalle 14 alle 19, con ingresso a 8 euro mentre a Caravino il Castello e Parco di Masino consentirà di visitare la residenza storica insieme al grande parco, dalle 10 alle 18, con ingresso di 15 euro e accesso gratuito per gli iscritti FAI.
A Piossasco, Casa Lajolo abbina invece l’apertura alla Festa degli Orti, in programma proprio domenica 13 settembre. Il calendario torinese comprende inoltre il Castello delle Quattro Torri di Arignano e il Castello di Pralormo visitabile con guida dalle 10 alle 18.
Sapreste stabilire qual è la destinazione più bella d’Italia? Una domanda che non può chiaramente avere una risposta univoca, vista la moltitudine di meraviglie di cui il Belpaese è ricco. Non sempre, però, la meta più bella è anche quella più famosa: c’è infatti un’Italia fatta di piccoli borghi, isole, paeselli affacciati sul mare e città d’arte sottovalutate, dove la bellezza si misura anche nel patrimonio locale, nei gioielli da scoprire e nella capacità di conservare un’identità autentica.
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Ecco la top 10 delle località più belle, dalle più celebri a quelle meno affollate.
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Da Bergamo a Oradea
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Vi aspettano facciate Art Nouveau, piazze eleganti e palazzi dalle decorazioni che sembrano fatte apposta per riempire la vostra gallery. Passeggiate senza fretta tra gli edifici del centro, attraversate i suggestivi passaggi del Palazzo dell’Aquila Nera e fermatevi in Piazza Unirii per godervi l’atmosfera della città. Chi desidera alternare cultura e relax si innamorerà della tradizione termale di Oradea.
iStockAlla scoperta della Transilvania da Oradea
Da Roma a Târgu Mureș
Dimenticate per un attimo i soliti itinerari. Con voli da Roma da meno di 45 euro potete puntare verso Târgu Mureș, una città della Transilvania perfetta se cercate atmosfere autentiche, architettura elegante e ritmi decisamente più slow. Il vostro punto di partenza può essere Piața Trandafirilor, la Piazza delle Rose, circondata da edifici storici e locali dove fermarvi per una pausa.
Raggiungete il Palazzo della Cultura, uno dei simboli della città, famoso per le sue decorazioni e le splendide vetrate. Vale la pena visitare anche la cittadella e poi semplicemente lasciarvi incuriosire dalle strade meno turistiche, tra caffè, mercati e piccole botteghe. E quando arriva il momento di sedervi a tavola, preparatevi ai sapori decisi della cucina transilvana: sarmale, mici e specialità regionali trasformano anche una semplice cena in una parte importante del viaggio.
iStockAlla scoperta di Târgu Mureș
Da Napoli a Craiova
Da Napoli potete volare a Craiova da meno di 35 euro e scoprire una città che sa sorprendere chi decide di darle una chance. Iniziate dal suo lato più green. Il Parco Nicolae Romanescu è uno dei luoghi più amati della città e invita a lunghe passeggiate tra lago, ponti, giardini e angoli romantici.
Se invece siete in modalità cultura, puntate sul Museo d’Arte di Craiova, ospitato nell’elegante Palazzo Constantin Mihail, oppure esplorate il centro alla ricerca degli edifici storici e delle influenze architettoniche tipiche della regione. Craiova è anche una deliziosa meta gastronomica dove farsi coccolare con i sapori tipici dell’Oltenia.
iStockLa meravigliosa Craiova
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Milano e la Valle dell’Adda si preparano a diventare un unico grande museo a cielo aperto dedicato a Leonardo da Vinci. Città Metropolitana di Milano, Parco Adda Nord e Comune di Cornate d’Adda hanno infatti siglato un accordo che darà avvio a La strada di Leonardo, progetto triennale pensato per collegare in un sistema multimediale tutti i luoghi legati al genio toscano, dal capoluogo lombardo fino al fiume che tanto lo affascinò.
Non è un caso che proprio l’Adda sia al centro dell’operazione: per decenni Leonardo studiò questo territorio, osservando le sue acque e i suoi paesaggi per elaborare progetti di ingegneria idraulica e rappresentazioni del paesaggio fluviale poi confluiti nei Codici Atlantico e di Madrid. Un lavoro che ha lasciato un’eredità concreta, fatta di luoghi, studi e testimonianze che oggi diventano la base di un nuovo racconto turistico e culturale.
Sulle tracce di Leonardo lungo l’Adda
Molti non lo sanno, ma camminare lungo l’Adda significa ripercorrere gli stessi passi di Leonardo. È da questa consapevolezza che nasce un nuovo modo di raccontare il territorio. Da un lato Milano, con l’idea di un museo diffuso che esce dalle sale espositive per trasformare strade, argini e paesaggi in un racconto a cielo aperto. Dall’altro il Parco Adda Nord, custode da anni dei luoghi dove il genio toscano lavorava a stretto contatto con la natura.
Questa è sicuramente un’idea coltivata negli anni, soprattutto se consideriamo le celebrazioni dell’Anno Leonardiano nel 2019 e il volume “Leonardo, artista e ingegnere nella Valle dell’Adda”, firmato dallo studioso Luca Tomio, che avevano già acceso i riflettori su questo angolo di Lombardia.
Il museo diffuso dedicato a Leonardo Da Vinci
Nel corso del triennio 2026-2028 prenderà forma un sistema digitale e multimediale in grado di mettere in rete i principali luoghi legati a Leonardo, creando percorsi tematici che accompagneranno i visitatori da Milano fino alle sponde dell’Adda. La prima fase del progetto prevede una mappatura del territorio, con la georeferenziazione di tutti i punti di interesse individuati, in modo da costruire una base solida su cui sviluppare contenuti multimediali e itinerari.
Tra le novità più attese c’è la nascita di una nuova sala multimediale all’interno di Villa Gina, a Cornate d’Adda, che diventerà il primo polo immersivo dell’intero itinerario. Uno spazio pensato per introdurre i visitatori al mondo di Leonardo prima di accompagnarli lungo il fiume, sulle tracce dei suoi studi e delle sue osservazioni dirette.
La strada di Leonardo si candida così a diventare molto più di un semplice progetto culturale: è pensato come un vero e proprio piano di marketing territoriale, capace di intercettare un pubblico interessato non solo all’arte, ma anche alla scienza, all’ingegneria e al paesaggio. Un modo per far conoscere angoli meno noti della Lombardia, restituendo peso e visibilità anche a realtà come Cornate d’Adda.
Sono quasi vent’anni che i personaggi di Tyler Perry continuano a chiedersi perché mai abbiano deciso di sposarsi. Ma persino dubbi esistenziali come questi appaiono più leggeri e sopportabili se, come succede nel terzo capitolo della saga disponibile in esclusiva su Netflix dal 9 settembre2026, la cornice è quella di borghi pittoreschi affacciati sul lago, ville storiche e dimore lussuose con panorami mozzafiato e passeggiate romantiche sul lungolago: le principali location di Why Did I Get Married Again? si trovano infatti in uno degli angoli più esclusivi d’Italia, spesso scelto dai Vip per i loro sfarzosi matrimoni.
Di cosa parla
Jasmine, la figlia di Marcus e Angela, sta per sposare Wesley: un giovane atleta non troppo ben visto in realtà dalla famiglia. Il matrimonio è l’occasione per riunire sul Lago di Como lo storico gruppo di amici già protagonisti dei due precedenti film del ciclo (Why Did I Get Married? e Why Did I Get Married Too?).
Tra di loro c’è lo stesso Tyler Perry nei panni di Terry: un uomo sposato da tempo con Sharon e insieme a lei impegnato a difendere a tutti i costi l’apparenza di coppia felice.
Ufficio stampa NetflixUna scena di “Why Did I Get Married Again?”
Ritrovarsi dopo anni a convivere, anche solo per pochi giorni, fa riaffiorare nel gruppo vecchie incomprensioni, gelosie e ferite mai guarite. La generazione dei genitori vede, soprattutto, i figli ripetere molti dei propri stessi errori e tanto basta per trasformare la commedia di Tyler Perry in una riflessione sul senso delle relazioni: di coppia e non solo.
Ufficio stampa NetflixUn altra scena di “Why Did I Get Married?”
Dov’è stato girato il film
Il Lago di Como fa da cornice tranquilla agli sconvolgimenti sentimentali dei protagonisti di Why Did I Get Married Again? ed è proprio qui che il nuovo film di Tyler Perry è girato, almeno in parte: sulle sponde ovest del lago lombardo tanto amato dai Vip e dalle produzioni cinematografiche sono state girare le scene del matrimonio.
iStockUna meravigliosa veduta del Lago di Como
Cernobbio
Tra le location di Why Did I Get Married Again? è segnalata soprattutto Cernobbio: cittadina famosa soprattutto per le sontuose ville storiche affacciate sul lago (due su tutte: Villa d’Este e Villa Erba), ma che ha anche in centro, tra i vicoli di quello che un tempo era il borgo dei pescatori e nel porticciolo tante chicche da scoprire.
Da Piazza Risorgimento per esempio, chiamata così in memoria dei caduti e delle tappe che hanno portato all’Unità d’Italia, si gode di una vista sul Lago magnifica a tutte le ore e in tutte le stagioni perché sempre diversa nei colori e nelle sfumature.
iStockIl romantico lungolago di Cernobbio
Da qualche tempo Cernobbio è stata riscoperta come meta anche dagli appassionati di sport outdoor che possono praticarli sul lago e dagli amanti del trekking che da qui possono raggiungere facilmente per delle escursioni il Monte Bisbino e il Monte Generoso.
La zona, come ben racconta la commedia tragica di Tyler Perry, è entrata appieno soprattutto nel circuito del cosiddetto wedding tourism con centinaia di coppie non originarie del posto che ogni anno la scelgono come location per il proprio matrimonio. È quello che hanno fatto anche Jasmine e Wesley, i protagonisti di Why Did I Get Married Again?, invitando famiglia e amici a festeggiare la loro unione, sì, ma anche a scoprire la bellezza del Lago di Como.
Ufficio stampa NetflixÈ un destination wedding sul Lago di Como quello di “Why Did I Get Married Again?”
Ville sontuose adibite a strutture per ricevimenti, terrazze sul lago e punti panoramici dove immortalare sposi e invitati sono ciò che hanno fatto della zona una destinazione perfetta per i matrimoni. Tra le unioni vip celebrate qui ci sono quella di Johnny Legend con Chrissy Teigen, quella di Elettra Lamborghini con Afrojack e quella di Katie Holmes con il suo nuovo amore.
Negli anni è diventata la soap opera più amata – e seguita – della fascia pomeridiana di Rai 1, capace di tenere i telespettatori incollati allo schermo con il suo originale mix di intrighi amorosi e nostalgia per il passato, un certo gusto tutto italiano per il ben vestire e la bella vita e una serie di ambientazioni uniche. La tanto attesa undicesima stagione de Il Paradiso delle Signore riprende lunedì 7 settembre alle 16:00, pronta come sempre a trasportare i fan tra le corsie della Galleria Milano Moda e non solo: se è qui che si svolgono la maggior parte delle vicende personali e lavorative dei protagonisti, infatti, tra le location della fiction ci sono vere chicche.
Di cosa parla
Il Paradiso delle Signore 11 riparte da dove si era fermata l’ultima stagione. Marcello Barbieri, Roberto Landi e Marta Guarnieri sono ancora alla direzione del grande magazzino e con loro, alla contabilità, c’è Matteo Portelli. Mentre si prepara al tanto desiderato matrimonio con Gianlorenzo Botteri, Delia si dedica intensamente alla propria attività di parrucchiera.
Dopo l’estate, Irene e Johnny tornano a Milano decisi a costruirsi un futuro insieme ma senza rinunciare alla libertà e al desiderio di divertirsi così tipico della loro generazione. È il 1967 infatti e Milano, come e più del resto d’Italia, sta vivendo un momento di profonda rivoluzione culturale. Alla Galleria Milano Moda Odile è rimasta ad affrontare un nuovo stilista e le difficoltà economiche della Banca Guarnieri.
Ufficio stampa RAIUna scena de “Il Paradiso delle Signore 11”
Dov’è stata girata la serie
Le location de Il Paradiso delle Signore 11 sono per lo più invariate rispetto a quelle delle precedenti stagioni (nove in onda in daily time e due in onda in prima serata su Rai 1). Nonostante la storia sia ambientata principalmente a Milano, il capoluogo lombardo non compare sullo schermo che sottoforma di immagini di repertorio: vedute tra le più iconiche della città come quelle di Piazza Duomo, la Galleria Vittorio Emanuele II, il Teatro alla Scala, il Castello Sforzesco, il quartiere dei Navigli. La soap è girata quasi interamente a Roma tra teatri di posa ed eleganti location nei quartieri bene della Capitale.
Videa Studios
“Il Paradiso delle Signore”, la grande galleria commerciale protagonista della fiction, è un chiaro riferimento a La Rinascente di Milano: un gigante della moda italiana al cui brand lavorò, com’è noto, anche Gabriele D’Annunzio. Le scene al suo interno sono state girate, però, ai Videa Studios di Via Livigno a Roma: fondati nei primi Anni Sessanta, hanno fatto da set a grandi classici del cinema italiano e internazionali e oggi sono visitabili in gran parte delle sezioni.
Villa Vitetti
Villa Guarnieri, altro luogo chiave della soap, è Villa Vitetti, meglio nota come la “villa con le lesene” per la particolarità della facciata con lesene, appunto, che l’ha resa riconoscibile sullo schermo dove ha fatto da set a molte produzioni italiane e non. Situata in via di Vigna Murata, poco distante dall’EUR, oggi è utilizzata principalmente come location per matrimoni, ma fu originariamente costruita dal conte Vitetti come omaggio per la moglie, tanto amata. All’interno è ricca di arredi, dipinti, statue, pavimenti antichi e pezzi di antiquariato. All’esterno è circondata da un romantico giardino.
Villino Crespi
Altra location di Il Paradiso delle Signore, iconica anche per l’undicesima stagione, è la sede della banca Guarnieri. Si tratta di Villino Crespi: un edificio in stile Liberty con grandi finestre sormontate da cornici con volute e festoni, un tempo parte della residenza della contessa di Mirafiori, Rosina Vercellana, amante ufficiale prima e poi moglie del re Vittorio Emanuele II. Oggi visitabile e tra i luoghi più scelti dalle produzioni che girano a Roma, all’interno custodisce meravigliose opere d’arte del Seicento soprattutto.
È un anno importante per Castel del Monte, che celebra i 30 anni dall’ingresso nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO con una settimana di appuntamenti. Dall’apertura del 5 e fino al 12 settembre sono previsti cinque incontri imperdibili che vogliono raccontare il monumento mettendolo in relazione con linguaggi e interpreti del presente.
30 anni di Unesco per Castel del Monte
Castel del Monte dal 1996 è inserito nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO e oggi, a 30 anni di distanza, Andria sceglie di celebrarlo andando oltre la commemorazione per proporre un programma culturale ricco.
Il filo conduttore è l’armonia. Quella delle geometrie e delle proporzioni che caratterizzano l’edificio voluto da Federico II, ma anche quella che può nascere dal confronto tra epoche, discipline e sensibilità lontane; per gli appuntamenti sono stati coinvolti musicisti, registi, studiosi, artisti e coreografi.
L’obiettivo del Comune di Andria è molto chiaro: si vuole trasformare il trentennale in un momento di riflessione con lo sguardo puntato al futuro; la Sindaca Giovanna Bruno in una nota ufficiale ha dichiarato che il riconoscimento porta con sé la responsabilità di custodire e trovare nuove forme per raccontare un luogo coinvolgendo i più giovani. Il progetto nasce proprio dall’idea di affiancare alla tutela la produzione culturale, lasciando che storia e contemporaneità si incontrino all’interno del monumento.
Sulla stessa linea la direttrice del Castello Svevo di Bari della Direzione regionale Musei nazionali di Puglia, Anita Guarnieri. Il doppio anniversario, quello UNESCO e quello del Festival Castel dei Mondi, diventa secondo Guarnieri un’occasione per rinnovare l’attenzione verso un bene dal valore riconosciuto a livello internazionale. Non solo visite e conservazione, dunque: anche studio, confronto e interpretazioni nuove possono contribuire alla valorizzazione del sito.
iStockCastel del Monte festeggia 30 anni Unesco con tanti eventi
Il programma
L’attività è stata inaugurata il 5 settembre con Fulvio Delle Donne; lo storico e filologo del Medioevo attualmente nell’organico dell’Università Federico II di Napoli si è affiancato al docente di storia medievale Victor Rivera Magos per un approfondimento con al centro proprio la figura di Federico II toccando il contesto politico e culturale che portò alla nascita di Castel del Monte.
Il 7 settembre, il secondo appuntamento è in programma alle 11 con Maria Luisa Bafunno, regista e docente alla NABA di Milano, e il controtenore Nicolò Balducci. Il dialogo ruota attorno a Carlo Broschi, conosciuto come Farinelli, e affronta temi legati alla voce, al corpo, all’identità e alla memoria.
Giovedì 10 settembre a partire dalle 17 ci sarà il visual artist e docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma Dario Agrimi a raccontare di pittura, scultura, fotografia e installazioni raccontando come l’armonia e la percezione siano spesso collegate al mondo delle arti visive.
Dalle 17 di venerdì 11 settembre andrà in scena l’intervento approfondito del coreografo Emiliano Pellisari; il fondatore della compagnia NoGravity parlerà del rapporto tra corpo e movimento, geometria e spazio.
L’appuntamento finale è atteso per sabato 12 settembre; dalle ore 17 la direttrice di Mittelfest di Cividale del Friuli Agata Tomšič e l’autore e regista Roberto Latini intervengono per portare una riflessione sul teatro contemporaneo.
C’è una città italiana che riesce a offrire arte, storia, grandi capolavori e una cucina straordinaria senza essere travolta dalle folle del turismo internazionale e ora ha conquistato la stampa estera: è Parma, gioiello dell’Emilia-Romagna che il Guardian ha appena inserito tra le 5 migliori destinazioni europee per un city break lontano dalle rotte più battute.
Nel suo reportage dedicato alle città europee ancora poco conosciute dal turismo di massa, il quotidiano britannico le dedica ampio spazio, descrivendola come una meta che vale la pena raggiungere anche facendo un piccolo sforzo in più per raggiungerla in treno da Bologna o da Milano. Il motivo? Parma, secondo il Guardian, riesce a “mettere insieme tutto quello che si può desiderare per un weekend“: musei, chiese affrescate, buona cucina, vini locali e uno dei teatri d’opera più affascinanti d’Italia. Ma soprattutto senza dover fare i conti con le interminabili code delle destinazioni più celebri.
Parma, la città italiana lontana dalle folle
È proprio la sua posizione a giocare a favore di Parma. Il Guardian sottolinea come la città si trovi abbastanza lontana dalle principali rotte turistiche italiane da non essere invasa dalle masse che ogni anno raggiungono Venezia e Firenze. Visitandola, ci si accorge subito di come si tratti di una città dal ritmo più tranquillo, dove il centro storico può essere esplorato comodamente a piedi e dove le attrazioni culturali non richiedono per forza prenotazioni da fare con largo anticipo.
È proprio questo uno degli aspetti che hanno colpito maggiormente il giornalista John Brunton: la possibilità di entrare nei musei e ammirare grandi opere d’arte “senza essere circondati dalla folla”.
Parma tra arte, gastronomia e musica
L’itinerario consigliato dal Guardian inizia da Piazza Duomo, uno dei luoghi simbolo di Parma: a dominarla è la cattedrale romanica, risalente a circa 900 anni fa, con la sua celebre cupola affrescata da Antonio da Correggio. È proprio l’affresco illusionistico del pittore rinascimentale, con il suo vortice di figure e prospettive, a catturare lo sguardo del visitatore.
Accanto al Duomo si trova il Battistero, uno dei monumenti più riconoscibili di Parma, con la sua forma ottagonale e l’esterno in marmo rosa che contrastano con la ricchezza decorativa degli interni, dove si incontrano dipinti e sculture del XIII e XIV secolo.
Poco distante, quasi nascosto dietro la cattedrale, si svela anche il Monastero di San Giovanni Evangelista, con i suoi chiostri e il giardino, descritto dal Guardian come una vera oasi di pace nel cuore della città (e una tappa perfetta per organizzare un weekend low cost, visto che l’ingresso alla cattedrale e al monastero è gratuito).
Il grande appuntamento con l’arte arriva però al Palazzo della Pilotta, monumentale complesso barocco sulle rive del fiume Parma, che divide in due la città: qui sono presenti musei, una biblioteca e il sorprendente Teatro Farnese, costruito quasi interamente in legno.
Il complesso, realizzato dalla famiglia Farnese, il cui mecenatismo contribuì a lasciare a Parma una straordinaria eredità artistica, comprende anche la Galleria Nazionale di Parma, definita dal Guardian un “vero e proprio scrigno di dipinti di maestri antichi”, tra i quali Leonardo da Vinci, Fra Angelico, Canaletto e Tintoretto.
Ma l’arte non è l’unico motivo per cui Parma ha conquistato il Guardian. Questa meta italiana viene infatti presentata anche come una delle capitali gastronomiche del Belpaese. Descrivendo i tipici taglieri con sottilissime fette di Prosciutto di Parma, salumi, Parmigiano Reggiano stagionato e un bicchiere di Lambrusco, il giornalista racconta la sua esperienza culinaria in uno dei tradizionali locali dall’atmosfera rustica e vivace, dalle osterie alle trattorie.
Ed ecco infine l’ultimo motivo, ma non meno importante, che rende Parma particolarmente interessante per un weekend: la musica. Scegliendo bene il momento della visita, si può per esempio assistere a un’opera di Giuseppe Verdi, nato proprio nella provincia di Parma, recandosi nel suggestivo Teatro Regio. È così che Parma conquista i viaggiatori: concentrando in pochi chilometri un mix perfetto tra arte, architettura, gastronomia e musica, mantenendo però un’atmosfera molto più rilassata rispetto alle destinazioni italiane più frequentate.
Domenica 6 settembre torna l’atteso appuntamento con Domenica al Museo, l’iniziativa promossa dal Ministero della Cultura che consente di scoprire gratis, ogni prima domenica del mese, numerosi castelli, musei, parchi archeologici, ville, giardini statali e complessi monumentali aderenti.
Si tratta di un evento di successo che coinvolge, mese dopo mese, centinaia di realtà distribuite su tutto il territorio nazionale e offre l’occasione per trascorrere una giornata dedicata alla conoscenza del patrimonio archeologico e artistico italiano, dai centri più piccoli alle grandi città.
Musei e siti visitabili gratis da Nord a Sud: una selezione
Partendo da Nord, in Lombardia sono visitabili, tra gli altri, il Museo Nazionale Archeologico e il Museo di Palazzo Ducale di Mantova, le Grotte di Catullo e Museo archeologico di Sirmione, e il Santuario di Minerva di Breno (Brescia). In Piemonte, invece, sarà possibile accedere gratuitamente all‘Abbazia di Fruttaria a San Benigno Canavese, all’Area Archeologica di Libarna di Serravalle Scrivia nonché ai Musei Reali di Torino, a Palazzo Carignano e a Villa della Regina.
In Liguria, spazio al Forte San Giovanni di Finale Ligure (Savona), all’Area Archeologica di Nervia a Ventimiglia e alla Galleria Nazionale di Palazzo Spinola e al Palazzo Reale di Genova; il Veneto partecipa con, tra gli altri, il Museo archeologico nazionale di Verona, l’Area archeologica di Feltre (Belluno) e il Museo nazionale Collezione Salce di Treviso, nelle sedi di San Gaetano e Santa Margherita.
In Friuli Venezia Giulia si accede gratis, ad esempio, all’Area archeologica Villa romana di Torre a Pordenone e alla Basilica paleocristiana di Via Madonna del Mare e il Museo Storico con il Parco del Castello di Miramare a Trieste.
Proseguendo verso il Centro Italia, in Emilia Romagna aderiscono all’iniziativa la Basilica di Sant’Apollinare in Classe, il Battistero degli Ariani, il Mausoleo di Teodorico e il Museo Nazionale a Ravenna, in Toscana, oltre agli Uffizi di Firenze, il Museo di Casa Vasari ad Arezzo, il Parco Archeologico di Roselle a Grosseto e il Complesso monumentale della Certosa di Calci (Pisa), mentre in Abruzzo il Museo archeologico nazionale di Campli (Teramo) e il Museo casa natale di Gabriele d’Annunzio a Pescara.
In Molise biglietto gratis per il Museo archeologico di Santa Maria delle Monache a Isernia e il Museo in Palazzo Pistilli di Campobasso mentre le Marche propongono, tra gli altri, il Museo archeologico nazionale di Ascoli Piceno, l’Antiquarium statale di Numana e la Rocca Roveresca di Senigallia. Nel Lazio, Villa Adriana, Villa d’Este, l’Area Archeologica di Villa Adriana e il Santuario di Ercole Vincitore.
Scendendo verso Sud, in Campania è possibile ammirare i parchi archeologici di Pompei, Paestum ed Ercolano, Villa Sora, il MANN, Capodimonte, Castel Sant’Elmo e la Reggia di Caserta; in Calabria, ad esempio, la Galleria nazionale di Cosenza, La Cattolica di Stilo e i Parchi Archeologici di Crotone e Sibari.
iStockLa meravigliosa Cattolica di Stilo
La Basilicata aderisce con il Parco archeologico di Herakleia a Policoro, il Tempio delle Tavole Palatine a Bernalda (Matera) e la Sede espositiva in Palazzo Ducale di Tricarico; In Puglia aprono gratis Castel del Monte ad Andria, il Castello Svevo di Trani, il Parco archeologico di Monte Sannate a Gioia del Colle e il Museo nazionale Jatta a Riva di Puglia.
Infine, in Sardegna, da vedere il Parco Archeologico di Caprera e, a Cagliari, la Pinacoteca Nazionale, la Basilica di San Saturnino e il Museo Archeologico Nazionale.
Informazioni utili per organizzare la visita
I siti che partecipano alla Domenica al Museo del 6 settembre osserveranno i consueti orari di apertura. Prima di organizzare la giornata è quindi consigliabile controllare gli aggiornamenti sui canali ufficiali dei singoli musei, parchi archeologici e luoghi della cultura, così da verificare con precisione gli orari e le modalità di accesso.
È utile consultare anche le informazioni diffuse dal Ministero della Cultura, dal momento che le condizioni di ingresso possono variare a seconda della struttura. In particolare, per i musei e i siti più frequentati potrebbe essere richiesta la prenotazione oppure consigliata, anche se l’accesso nell’ambito dell’iniziativa rimane sempre gratuito.
All’estremo lembo occidentale della penisola di Datça, la terra si assottiglia fino a Capo Tekir e lascia spazio a una distesa azzurra che cambia carattere da un versante all’altro. E a occupare proprio questo confine geografico tra Egeo e Mediterraneo c’è Knidos, in una posizione che nell’antichità le garantì un ruolo privilegiato sulle rotte marittime.
Strabone la descrisse con l’aspetto di una città doppia: il nucleo urbano si distribuiva tra la terraferma e Kap Krio, una vecchia isola collegata in seguito al continente tramite un istmo artificiale. Knidos, tra le altre cose, cresceva su un terreno ripido e irregolare. Gli edifici furono quindi distribuiti su terrazze, con assi stradali impostati secondo una maglia regolare legata alla tradizione urbanistica ippodamea. Quattro grandi vie correvano in direzione est-ovest, intersecate da percorsi più ripidi sul versante opposto. Scale, piazze, portici e santuari costruivano una città scenografica, sempre rivolta verso il mare.
Ma non è tutto, perché il vino prodotto nel suo territorio circolava nel Mediterraneo antico, mentre la vita culturale attirò figure legate alla matematica, all’astronomia, alla medicina e all’architettura. Soprattutto, Knidos divenne celebre per Afrodite: Prassitele realizzò nel IV secolo a.C. una statua della dea destinata al santuario cittadino, opera entrata nella storia dell’arte greca per la nudità integrale della figura femminile.
Cosa vedere a Knidos
La visita di questo gioiello della Turchia acquista senso osservando il rapporto fra architettura e terreno. Templi, teatri e spazi civici furono disposti su quote differenti, quasi a creare una successione di quinte rivolte verso i porti. Molte strutture conservano soprattutto basamenti, muri e frammenti, perciò serve un po’di immaginazione.
È il tratto più riconoscibile di Knidos: a nord si apre il bacino militare, più piccolo e protetto, con resti della torre e del frangiflutti. Sul versante meridionale si estendeva invece il porto mercantile, destinato alle navi impegnate nei traffici mediterranei.
La terrazza circolare legata ad Afrodite
Sul settore occidentale sorge la terrazza del tempio circolare, tradizionalmente collegata al celebre culto di Afrodite. La posizione elevata permetteva di dominare entrambi i bacini e contribuiva alla teatralità del santuario.
Proprio a Knidos era venerata la famosa scultura di Prassitele: la dea appariva nuda, scelta rivoluzionaria per l’arte greca del IV secolo a.C. e destinata a influenzare per secoli l’iconografia della dea. Dell’opera resta la memoria affidata alle fonti e alle copie realizzate in epoca successiva.
A nord del porto maggiore si trova il teatro più piccolo, affacciato direttamente sul paesaggio marino. Le gradinate sfruttano la pendenza naturale e fanno intuire il rapporto stretto fra spettacolo pubblico e scenografia costiera.
Poco distante si sviluppava la terrazza di Dioniso, chiamata così per la presenza di un santuario dedicato al dio.
Il grande teatro e il santuario di Demetra
Sul settore orientale della terraferma si trovano i resti del grande teatro e l’area sacra dedicata a Demetra. Il complesso testimonia la scala raggiunta dal centro durante la fase di maggiore prosperità.
Demetra, divinità legata alla fertilità della terra e ai cicli agricoli, possedeva un culto importante a Knidos. Da qui proviene anche una celebre statua della dea oggi conservata al British Museum, rinvenuta durante le esplorazioni archeologiche del XIX secolo.
La terrazza di Apollo e il bouleuterion
Più in alto si apre la terrazza dedicata ad Apollo, associata alle feste di Apollo Karneios, ricorrenza particolarmente significativa nel mondo dorico. Accessi monumentali e collegamenti fra le terrazze permettono di leggere ancora l’organizzazione cerimoniale dello spazio.
Nello stesso settore sono stati individuati resti del bouleuterion, edificio destinato alle riunioni del consiglio cittadino, insieme a un vasto sistema fognario.
Kap Krio e la vita quotidiana
Sull’antica isola di Kap Krio gli scavi hanno individuato file di botteghe, ambienti di lavoro e abitazioni utilizzate fino circa al V secolo d.C. Fra questi resti emerge una Knidos fatta di commercianti, artigiani, marinai e famiglie, lontana dalla sola monumentalità dei santuari.
A est dell’insediamento si estendeva una necropoli lunga circa 7 km, con sepolture differenti per forma e periodo. Le sue dimensioni danno subito la misura dell’importanza raggiunta dalla città.
Da una zona collinare a est proveniva anche il celebre Leone di Knidos, grande scultura marmorea trasferita nel XIX secolo a Londra e oggi conservata al British Museum.
Cosa fare a Knidos
Knidos richiede tempo soprattutto per il paesaggio. Il vento cambia intensità tra un versante e l’altro, le barche entrano nel porto meridionale e le terrazze archeologiche regalano prospettive differenti a pochi metri di distanza. Meglio alternare rovine e soste panoramiche, invece di trasformare la visita in una corsa fra resti monumentali.
Guardare il tramonto dalle gradinate del teatro: la luce radente accentua i profili delle rovine e trasforma il mare in una fascia luminosa davanti alla cavea.
Raggiungere il Faro di Deveboynu: il sentiero sale verso l’estremità della penisola e richiede circa 30-45 minuti per tratta in base al passo.
Osservare i porti dall’alto: salendo verso le terrazze occidentali appare chiaramente la separazione fra bacino militare e approdo commerciale, una delle caratteristiche più originali del sito.
Cercare le tracce della città quotidiana: botteghe, cisterne, strade, sistemi di drenaggio e basamenti raccontano una parte meno celebrata ma essenziale della vita urbana.
Affiancare archeologia e mare: il porto meridionale restituisce subito la natura marittima di Knidos e aiuta a leggere il sito dalla prospettiva delle antiche rotte di navigazione.
Knidos occupa Capo Tekir, punta occidentale della penisola di Reşadiye, nel distretto di Datça e nella provincia turca di Muğla. Dal centro di Datça la distanza è di circa 35-40 km e la strada asfaltata attraversa uliveti, mandorli, rilievi rocciosi e piccole baie, con numerose curve nell’ultimo tratto.
In auto servono approssimativamente 45-60 minuti, variabili secondo traffico e soste. Durante la stagione estiva possono operare minibus locali fra Datça e l’area archeologica, con frequenze da verificare sul posto poiché gli orari cambiano durante l’anno.
iStockVeduta dell’antica città di Knidos
Datça si raggiunge via terra passando generalmente da Marmaris. In alcuni periodi sono disponibili anche collegamenti marittimi da Bodrum verso la penisola. Un’alternativa particolarmente suggestiva è l’ingresso in barca, soluzione che restituisce subito il motivo della fortuna antica di Knidos: vista dal mare, rivela la propria idea più geniale, due porti affacciati su due versanti e un intero impianto urbano progettato in rapporto a rotte, venti e orizzonte.
Com’era Palermo quindici anni fa quando il berlusconismo volgeva al termine, e con esso tramontavano anche i sogni di gloria di una certa borghesia, e soprattutto prima che la città subisse l’estrema turistificazione oggi davanti agli occhi di tutti? È a questa domanda che prova a rispondere il nuovo film di Giovanni Tortorici nelle sale dal 3 settembre 2026.
Le location di Ketticè– questo è il titolo della pellicola, a metà tra un teen drama e un coming of age, che vede la partecipazione straordinaria di Monica Bellucci – contribuiscono a raccontare l’animo più vero della città spaziando da piazze e vie centrali e ben frequentate dai palermitani per lo shopping e la movida a quartieri residenziali dove crescere vuol dire cominciare presto a scontrarsi con prospettive che scarseggiano e opportunità che non sono mai quelle sperate.
Di cosa parla
È il 2012, Giulio (Salvatore Gallina) ha sedici anni e trascorre le giornate tra la scuola, le uscite in motorino con gli amici, i primi amori e Facebook. Con i genitori – la mamma è un’aristocratica inquieta e un po’ annoiata interpretata da Monica Bellucci – il dialogo è quasi del tutto assente, così come con il resto dei grandi che lo circondano ma che sembrano parlare una lingua completamente diversa dalla sua.
Ufficio stampa Locarno Film FestivalUna scena di “Ketticè” con Monica Bellucci
Tutto cambia quando Giulio incontra Ketty (Rachele Testagrossa): un’adolescente imprevedibile e che vive senza condizionamenti con cui nascerà una forte amicizia. Con Ketticè, questo il soprannome che le dà, Giulio trascorre un anno scolastico intenso e che lo avvicinerà sempre di più all’adulto che vuole diventare.
Ufficio stampa Locarno Film FestivalUn’altra scena di “Ketticè”
Dov’è stato girato il film
Le location di Ketticè hanno, come già accennato e come ha ribadito il regista alla stampa, il compito di raccontare una Palermo che chi è cresciuto in città nei primi Anni Duemila non farà certo fatica a riconoscere.
Il centro di Palermo
In alcune sequenze compare Via Catania: una delle più importanti strade centrali della città, vicina alla più famosa Via Libertà, dove si trovano negozi e boutique alla moda e locali dove, soprattutto la sera, i giovani palermitani si ritrovano per la movida.
iStockLe trafficate vie del centro di Palermo
Tra i luoghi dov’è stato girato il film di Giovanni Tortorici è segnalata anche Piazza Casa Professa. Più vicina a Via Maqueda, altra via centralissima e molto frequentata dai turisti di Palermo, è famosa perché ospita la Chiesa del Gesù (anche nota, appunto, come Casa Professa): uno dei più notevoli esempi di barocco siciliano grazie agli interni ricoperti di marmi mischi, stucchi, sculture.
Altre location di Ketticè in centro sono la settecentesca Villa Trabia e Villa Sperlinga, tra i più interessanti giardini pubblici di Palermo.
Quartieri residenziali e periferie di Palermo
Nei lunghi pomeriggi passati con gli amici a girare in motorino per la città Giulio, il protagonista, frequenta però soprattutto i vialoni della periferia di Palermo dove grossi complessi residenziali e moderni edifici adibiti a scuole – nella maggior parte dei casi private – sono tutto quello che c’è da vedere o quasi.
«Ho ripercorso tutti i luoghi della mia adolescenza, che non sono quelli più celebri. Un palermitano riconoscerà questa Palermo molto più di uno che c’è stato solo in vacanza, e che comprensibilmente non è andato in certe zone residenziali, o nei campetti da calcio, o tantomeno nelle borgate», ha raccontato a proposito il regista a PalermoToday.
iStockPalermo è una città con tanti volti
Mondello
Se per ogni adolescente palermitano Mondello è fin dai primi caldi promessa di evasione dalla città e di avventure estive, non potevano mancare alcune scene girate in questa frazione marittima che d’estate si anima di lettini, ombrelloni, chioschi per i gelati.
Il suo scorcio più da cartolina è il padiglione in stile Art Nouveau in mezzo al mare: un antico stabilimento balneare più recentemente trasformato in ristorante.
La stagione delle fiction Mediaset riparte con l’adattamento italiano di Erica, serie Tv francese ispirata ai romanzi di Camilla Läckberg. Per tre episodi, in onda in prima serata su Canale 5 a partire dal 2 settembre 2026, Vanessa Incontrada interpreta una scrittrice dallo straordinario intuito alla riscoperta delle proprie origini: sullo sfondo delle sue avventure c’è la città in cui è nata, con i suoi angoli pittoreschi dove il tempo sembra essersi fermato, le sue sconfinate vedute marittime e i suoi tratti di costa tra i più belli d’Italia. Andiamo insieme alla scoperta delle location di Erica – Una detective per caso.
Da un film distopico su un futuro, piuttosto prossimo, in cui gli umani sono costretti a fare i conti con il potere e l’autonomia dei robot ci si aspetterebbero ambientazioni altrettanto futuristiche e “ultra urbane”. Le location di “Un mondo meraviglioso” stupiscono, perché contrappongono a un universo – quello narrativo – veloce e dominato dalla tecnologia e dall’automazione, la calma e la tranquillità di una delle zone più romantiche della Francia.
Tra ampie vallate che lasciano spazio a baie incontaminate, villaggi di pescatori dove il tempo sembra essersi fermato e pittoreschi centri medievali, ecco dov’è stato girato il film di Giulio Callegari, nelle sale italiane dal 3 settembre2026.
Di cosa parla
Max (Blanche Gardin) è un’ex insegnante insofferente al dominio della tecnologia che ha deciso di condurre, insieme alla figlia Paula (Laly Mercier), un’esistenza ai margini della società. Stanca di dover ricorrere a ogni tipo di espediente per sopravvivere, un giorno Paula ruba un robot di ultima generazione convinta di poterlo smontare e poterne rivendere i pezzi. Qualcosa, però, non va come previsto e Paula scompare nel nulla. Per ritrovarla Max sarà costretta a collaborare con i robot e dopo fughe rocambolesche, inseguimenti e incontri inaspettati scoprirà che solidarietà, empatia e un certo senso di umanità possono sopravvivere anche in un mondo dominato dagli algoritmi.
(c) KMBOUna scena di “Un mondo meraviglioso”
Dov’è stato girato il film
Un mondo meraviglioso è stato girato principalmente nei Paesi della Loira: una regione della Francia che si estende dalla Valle della Loira alle coste dell’Atlantico, caratterizzata da un’ampia varietà di paesaggi. Qui castelli medievali si alternano infatti a rovine di età gallo-romana, la natura domina incontrastata nelle valli rigogliose e nei pascoli che costeggiano i fiumi e non mancano località balneari molto amate da turisti e locali e tratti di costa ancora incontaminati.
La Côte Sauvage
La maggior parte delle location di Un mondo meraviglioso si trovano, per esempio, lungo quella che è conosciuta come Côte Sauvage. È un tratto di costa piuttosto selvaggio, appunto, caratterizzato da scogliere granitiche a picco sul mare, grotte e baie nascoste dove godere della potenza del mare come la Baie du Dervin, in località Batz-sur-Mer, dove sono state girate alcune scene del film.
iStockIl paesaggio unico della Côte Sauvage
La Grotta dei Korrigans
Chi conosce meglio la zona non farà fatica a riconoscere sullo schermo la Grotta dei Korrigans: situata nei pressi di Le Pouliguen è una grotta profonda oltre trenta metri sull’Oceano Atlantico, molto amata da chi pratica trekking e altri sport outdoor e al centro di numerose leggende bretoni che la vogliono abitata da dispettosi folletti (i korrigans, appunto).
Tra i luoghi dov’è stato girato il film Un mondo meraviglioso ci sono anche le saline di Guérande: appena fuori dalla città, le tipiche vasche per la raccolta del sale danno vita a un panorama unico, soprattutto all’alba e al tramonto quando la piana si colora di una miriade di sfumature. A settembre la raccolta del sale, ancora secondo metodi tradizionali, anima una città che praticamente da sempre ha basato la propria economia su questo minerale.
iStockSono uno spettacolo della natura le saline di Guérande
Su questo tratto di costa della Loira, come accennato, non mancano località balneari molto amate dai francesi – e non solo – come Batz-sur-Mer e La Turballe dove sono state girate alcune scene del film di Giulio Callegari.
Le Croisic
Anche Le Croisic, altra location di Un mondo meraviglioso, è una famosa stazione balneare della zona come prova il litorale costellato da ville e lussuose abitazioni sul mare. La città ha mantenuto intatto nel tempo il suo aspetto, pittoresco, da borgo marinaro.
iStockIl pittoresco borgo di Le Croisic
Anche fuori dalla Francia è famosa per l’Océarium: uno degli acquari privati più grandi al mondo che oggi ospita oltre 4.000 esemplari di specie marine.
Nel cuore di una delle città storiche più affascinanti dell’Inghilterra esiste una fortezza che sembra uscita da una fiaba. È il Castello di Lincoln, imponente edificio medievale che da quasi mille anni domina la città e che oggi ospita anche tre giganteschi draghi. L’ultimo arrivato è il più grande di tutti: si chiama Hastings, misura cinque metri e scruta dall’alto i visitatori, aggiungendo un tocco fantastico a un luogo già ricco di storia.
La storia del Castello di Lincoln
La storia del Castello di Lincoln affonda le sue radicinell’epoca normanna. Fu Guglielmo il Conquistatore a ordinarne la costruzione nel 1068, appena due anni dopo la celebre battaglia di Hastings. L’obiettivo era consolidare il controllo normanno sul territorio e sorvegliare una città strategica dell’Inghilterra settentrionale. La fortezza venne edificata in parte riutilizzando le antiche strutture romane di Lindum Colonia presenti sulla collina.
Nel corso dei secoli il castello fu teatro di assedi e conflitti, oltre a essere utilizzato come sede di giustizia e prigione. Un capitolo particolarmente importante è legato alla Magna Carta: proprio qui venne conservato uno dei soli quattro esemplari originali del 1215. Oggi il documento è esposto insieme alla Charter of the Forest del 1217, un altro storico testo legale, nella suggestiva e sotterranea David P J Ross Magna Carta Vault.
Cosa fare e vedere al castello
La visita permette di attraversare quasi mille anni di storia. Uno dei percorsi più suggestivi è la passeggiata sulle mura medievali (al momento aperta parzialmente per via dei lavori di restauro), che consente di camminare lungo le antiche mura e raggiungere torri e punti panoramici. Da qui si possono ammirare la città di Lincoln e il paesaggio circostante, immergendosi nell’atmosfera medievale della fortezza.
Meritano una visita anche la Prigione Vittoriana, con le sue celle su più livelli e la particolare cappella interna (unico esemplare al mondo di struttura religiosa costruita con il “sistema separato”), e il caveau dedicato alla Magna Carta. Ma oggi sono soprattutto i draghi a catturare l’immaginazione dei visitatori.
Hastings, arrivato nell’agosto 2026, è il terzo drago del castello e anche il più grande. La gigantesca scultura squamosa è posizionata sopra l’Heritage Skills Centre e si ispira alle creature mitologiche raffigurate nell’Arazzo di Bayeux. Il suo nome richiama proprio la battaglia del 1066.
Hastings si è unito a Lucy, arrivata nel 2022, e Norman, che l’ha raggiunta l’anno successivo. I due sembrano emergere dalle antiche mura della fortezza e contribuiscono a trasformare la visita in un’esperienza particolarmente coinvolgente anche per le famiglie.
Per informazioni circa orari e giorni di apertura e per acquistare i biglietti, consultare il sito ufficiale del Castello di Lincoln.
Getty ImagesI draghi del Castello di Lincoln
Dove si trova e come andare
Il Castello di Lincoln si trova di fronte alla Cattedrale di Lincoln, nella parte alta e storica della città. La zona comprende anche vicoli acciottolati, negozi indipendenti e la celebre Steep Hill, una salita, particolarmente ripida ma scenografica, che unisce la parte bassa alla cittadella storica.
Lincoln è raggiungibile in treno da diverse città inglesi, tra cui Londra (in circa 1 ora e 46 minuti), Nottingham, Sheffield, Leicester, Peterborough e Doncaster. Dalla stazione centrale di Lincoln il castello dista circa 20 minuti a piedi oppure 10 minuti in auto. Sono inoltre disponibili collegamenti in autobus dal centro cittadino come il Lincoln Walk & Ride.
Per chi arriva in automobile sono presenti diversi parcheggi nelle vicinanze, mentre l’aeroporto più vicino è quello di East Midlands, a circa 80 chilometri.
Chi sceglie Valencia come meta spesso si ferma alla città, senza sapere che tutt’intorno si apre un territorio ricco di contrasti: rocche che dominano le colline, borghi affacciati sul Mediterraneo, distese di vigneti nell’entroterra. La Comunidad Valenciana ha molto da offrire a chi ha voglia di allontanarsi dal centro per un giorno o due ed è facilmente esplorabile in auto o in treno.
Vueling collega Roma Fiumicino a Valencia con voli diretti e propone ora uno sconto fino al 20% per chi acquista tra il 1° e il 6 settembre 2026, per viaggiare tra il 1° ottobre 2026 e il 31 gennaio 2027. Un’occasione utile per organizzare un weekend lungo tra la città e i dintorni, approfittando anche delle temperature più miti dell’autunno.
Dopo aver visitato la Città delle Arti e delle Scienze, passeggiato tra i banchi del Mercado Central e perso qualche ora nei vicoli del Barrio del Carmen, non resta che noleggiare un’auto e allontanarsi dal centro. Basta un’ora di strada per lasciarsi alle spalle la folla e scoprire un volto della Comunidad Valenciana molto meno conosciuto, fatto di borghi, coste e paesaggi che pochi turisti stranieri arrivano a vedere.
Qui vi raccontiamo tre mete da aggiungere all’itinerario.
Burriana
A circa 45 minuti da Valencia, raggiungibile in auto o in treno con la linea Cercanías fino alla stazione di Burriana-Nules, si trova una cittadina appartenente alla provincia di Castellón che deve il suo fascino al passato legato al commercio delle arance.
Il centro storico conserva splendidi edifici in stile modernista, costruiti proprio grazie alla ricchezza portata dagli agrumi, con facciate decorate e dettagli in ferro battuto che ricordano l’architettura di inizio Novecento. A pochi passi si trova il lungomare, con spiagge ampie e sabbiose molto meno affollate rispetto a quelle di Valencia.
Da vedere anche il porto, ancora attivo, dove fermarsi per un pranzo a base di pesce fresco.
Anna
A poco più di un’ora d’auto da Valencia, nell’entroterra verso sud, si trova Anna, piccolo borgo che custodisce uno dei luoghi più suggestivi della regione: il Gorgo de la Escalera, una piscina naturale dalle acque cristalline color turchese, alimentata da una sorgente e circondata da vegetazione.
Il nome deriva dalla scalinata scavata nella roccia che permette di scendere fino all’acqua. È un luogo ideale per un bagno rinfrescante lontano dalla costa, ma anche per una passeggiata tra i canali e i mulini storici che punteggiano il paese.
Villena
Infine, sempre distante circa un’ora e venti da Valencia, sia in auto lungo l’autostrada A-31 sia in treno con i collegamenti regionali, si trova Villena, una delle mete più complete dell’entroterra valenciano. Domina il paese il Castillo de la Atalaya, imponente fortezza medievale visibile da chilometri di distanza, che vale la salita per la vista sulla vallata circostante.
Attorno al centro si estende una delle zone vinicole più interessanti della Comunidad Valenciana, con cantine che organizzano visite e degustazioni tra i filari. Per chi vuole unire storia e gusto, alcune esperienze combinano proprio la visita al castello con una tappa in una bodega locale, per chiudere la giornata con un calice di vino locale.
Nei livelli che degradano da piazza del Duomo fino alla vallata retrostante, dove per secoli malati e pellegrini hanno trovato cura e riparo, si nascondono ancora oggi 18mila metri quadrati mai visti finora.
Il Santa Maria della Scala, considerato tra i più antichi ospedali d’Europa, ha smesso di adempiere alla sua funzione nel 1990, trasformandosi in museo. Ma buona parte della sua storia più autentica è rimasta chiusa dietro porte che nessun visitatore ha mai varcato.
Da settembre, però, per la prima volta, le porte di questo tesoro nascosto verranno aperte al pubblico.
Dentro il Santa Maria della Scala: gli spazi mai visti prima
Dal 10 settembre parte “A porte chiuse. Dentro il Santa Maria della Scala”, un ciclo di visite che apre per la prima volta gli ambienti finora esclusi dal percorso museale proprio perché destinati al futuro restauro. Il cantiere, invece di tenere fuori i visitatori, diventa l’occasione per farli entrare.
Sono spazi che custodiscono ancora i segni concreti della vita ospedaliera di un tempo, prima che il Masterplan firmato da tre studi di architettura internazionali (LAN Architecture, Odile Decq e Hannes Peer) ne ridisegni funzioni e destinazione.
Ufficio StampaUna delle tracce dell’antica funzione ospedaliera del complesso
Per la sindaca di Siena, attraversare questi ambienti oggi significa soprattutto riappropriarsi di una memoria collettiva: stanze e corridoi raccontano secoli di accoglienza, lavoro e fede, prima ancora di diventare i nuovi spazi culturali immaginati per il domani.
Come partecipare alle visite
Il primo appuntamento è fissato per il 10 settembre, poi il calendario prosegue ogni martedì e giovedì fino al 29ottobre 2026. L’accesso è possibile solo su prenotazione via mail e per massimo 10 partecipanti maggiorenni, una scelta che rende ogni visita un’esperienza contingentata e più simile a un’incursione che a una tappa museale ordinaria. Il costo della visita è di 5 euro e sono obbligatorie scarpe chiuse e comode e casco protettivo (fornito in loco).
Chi parteciperà si muoverà in un contesto ben diverso da quello dei percorsi già aperti al pubblico, dal pellegrinaio affrescato da Lorenzo di Pietro alle sale che ospitano oggi il Museo Archeologico Nazionale. Qui, invece, l’itinerario si snoda tra ambienti grezzi, ancora da recuperare, dove si leggono le stratificazioni di quasi mille anni di storia: dalle funzioni originarie legate alla via Francigena fino alle trasformazioni che portarono, quasi mezzo secolo fa, al progetto di Guido Canali che sancì il passaggio da ospedale a museo.
Il percorso promette alcuni scorci unici: le bifore del Palazzo del Rettore regaleranno una vista inedita sul Duomo, mentre la Santissima Annunziata si potrà ammirare dall’alto, da un’angolazione solitamente preclusa ai visitatori.
Ufficio StampaLo scorcio dalla finestrella da cui le religiose seguivano le funzioni
Ci sarà anche la piccola finestra da cui le religiose seguivano le funzioni senza essere viste, oltre agli ambienti che un tempo accoglievano i pazienti e a una scala cinquecentesca che sale verso grandi saloni ancora da recuperare. Il cammino attraversa poi strutture lignee storiche, passaggi ancora segnati dal cantiere e affacci che si aprono sulla vallata del Fosso di Sant’Ansano, un contrappunto di paesaggio rispetto alla densità architettonica degli interni.
È un’anteprima, più che una visita in senso classico: un modo per osservare da vicino cosa significhi restaurare un patrimonio vivo e per capire, prima che i cantieri prendano forma, quale volto avrà il Santa Maria della Scala del futuro.