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Nel cuore della Franciacorta, Erbusco è un gioiello tra ville storiche, vigneti e cantine

Tante ville e dimore storiche che punteggiano il territorio, immerse tra vigneti, boschi e viuzze acciottolate; un antico ponte levatoio che racconta il passato medievale, ma anche chiese e cascine dove ancora sembra di sentire il ritmo lento della vita di campagna di un tempo. E poi le cantine, i filari ordinati sulle colline e le bollicine che hanno reso celebre questa terra nel mondo, spesso paragonate al più blasonato Champagne d’Oltralpe.

Erbusco è tutto questo, ma anche molto di più: è un luogo da attraversare senza fretta, lasciandosi sorprendere da scorci che compaiono dietro una curva, da una dimora che affiora tra le vigne, da una storia custodita nelle pietre delle antiche mura che insegnano cosa significa resilienza. Nel cuore della Franciacorta, la “Città del Vino” in provincia di Brescia offre un modo diverso di vivere il viaggio: più lento, autentico e profondamente legato al territorio, tra luoghi speciali da scoprire ed eventi che ne esaltano il valore culturale e turistico.

Cosa vedere a Erbusco

Le ville storiche

Tra le immagini più caratteristiche di Erbusco ci sono le sue ville storiche, eleganti dimore che raccontano il passato nobile del paese e che oggi punteggiano il territorio tra vigneti e vegetazione. Sono perlopiù proprietà private e normalmente non visitabili, ma in occasione di eventi particolari aprono eccezionalmente le loro porte al pubblico, come durante le Giornate FAI o in occasione dell’ormai consolidato evento “Erbusco in Tavola”. È proprio in queste occasioni che è possibile scoprire alcuni degli ambienti più belli e meno conosciuti del paese.

Tra le dimore più importanti c’è Palazzo Lechi, già Martinengo, una grande residenza costruita tra Cinquecento e Seicento, caratterizzata da una pianta a U, lunghi porticati e una loggia con colonne doriche. La si può ammirare in tutta la sua imponenza passeggiando in via San Bonifacio.

A pochi passi, continuando il percorso a piedi, spiccano anche Palazzo Marchetti di Montestrutto (dimora cinquecentesca con torre medievale, un meraviglioso giardino e soffitti affrescati), Villa Longhi (antico ospedale del ‘200, oggi splendida dimora con un grande parco) e Palazzo Cavalleri, oggi sede del Comune di Erbusco, un elegante palazzo in stile Liberty del ‘900.

Villa Marchetti con i suoi eleganti giardini a Erbusco
Pro Loco Erbusco
Villa Marchetti con i suoi eleganti giardini a Erbusco

Per scoprirle tutte potrete seguire il Percorso Blu, un tracciato storico-culturale segnalato con contenuti multimediali che accompagnano i viaggiatori alla scoperta delle bellezze storico-architettoniche del paese (si trovano tutte le info sul sito di VisitErbusco).

Le chiese e i luoghi di culto

Il patrimonio religioso di Erbusco permette di ripercorrere una storia ancora più antica: la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, costruita nel XVII secolo, domina il centro del paese con la sua imponente architettura barocca, mentre è più raccolta la Chiesa di San Nicola, edificio seicentesco riconoscibile per la facciata e l’altare barocco. Nella frazione di Villa Pedergnano si trova invece la Chiesa di San Giorgio, dove è stato scoperto un prezioso affresco quattrocentesco.

Chiesa Santa Maria Assunta nel centro storico di Erbusco
Pro Loco Erbusco
Chiesa Santa Maria Assunta nel centro storico di Erbusco

Il Borgo Pieve, cuore dell’antico castello

Per incontrare il volto medievale di Erbusco bisogna raggiungere la zona dell’antico castello, che sorgeva sulla parte più alta del paese all’interno di un sistema fortificato. Dell’antica struttura rimangono alcune testimonianze, tra cui il ponte levatoio, uno degli elementi più suggestivi del borgo, che si trova dietro alla chiesa principale: è un passaggio suggestivo che conduce verso Borgo Pieve, con l’antico oratorio, oggi sede della biblioteca comunale, e la splendida Pieve romanica Santa Maria Maggiore.

Proprio nell’area attorno alla Pieve, durante alcuni lavori del 2011, sono emerse importanti testimonianze archeologiche che hanno permesso di ricostruire le diverse fasi di vita di questo luogo. Gli scavi hanno rivelato tracce di un insediamento abitativo precedente alla costruzione della chiesa, resti riconducibili a un possibile luogo di culto preromanico e numerose sepolture, a conferma dell’antica vocazione funeraria dell’area.

È un angolo da osservare con attenzione, perché basta poco per immaginare l’aspetto che doveva avere Erbusco quando il paese era ancora protetto dalle sue fortificazioni e la Pieve rappresentava uno dei suoi luoghi più importanti.

Erbusco tra vigneti e cantine

Non si può dire di aver visto Erbusco se non si è stati in visita in almeno una delle sue splendide cantine, disseminate in tutto il territorio comunale e oltre. Se la storia ha lasciato le sue tracce nelle pietre, infatti, è il vino ad aver contribuito a costruire l’identità contemporanea di Erbusco.

Il paese è sede del Consorzio Tutela Franciacorta e della Strada del Franciacorta, che tutelano e promuovono uno dei più celebri spumanti italiani prodotto con il metodo classico e spesso considerato il “cugino” dello Champagne. Qui è possibile visitare diverse cantine, conoscere le tecniche di produzione e concludere il percorso con una piacevole degustazione. Ma non solo, molte cantine sono diventate veri e propri luoghi d’arte e cultura, con opere firmate da grandi artisti, come Arnaldo Pomodoro con il suo Cancello Solare, Igor Mitoraj e Mimmo Paladino a Ca’ del Bosco, o come il Parco delle Sculture di Franciacorta a Bellavista.

Tra le tante altre realtà presenti sul territorio ci sono nomi storici della Franciacorta come Cavalleri, Uberti, I Barisèi, Derbusco Cives ed Enrico Gatti. Le visite alle cantine sono generalmente su prenotazione, ma in diverse occasioni durante l’anno aprono le loro porte al pubblico, come nell’evento Cantine Aperte a settembre.

Cosa fare a Erbusco

  • Passeggiare tra i vigneti facendo tappa nelle cantine: è questa l’attività più suggestiva da fare a Erbusco. Diverse strade portano fuori dal centro storico e si districano tra colline verdeggianti e paesaggi mozzafiato. Ecco alcuni dei luoghi più panoramici che potete raggiungere (questo è un vero consiglio da insider!): la salita di via Vittorio Emanuele verso L’Albereta Relais & Châteaux (dove tantissimi VIP soggiornano), via San Bernardino (dalle aree esterne al cimitero fino a raggiungere Ca’ del Bosco) e via Campanili, dalla Pieve di Erbusco fino a un saliscendi collinare pieno di vigneti, che conduce a un punto panoramico molto suggestivo;
  • Tour a cavallo, in bici o in quad: per chi vuole vivere il paesaggio in modo ancora più immersivo, si può anche esplorare la Franciacorta a cavallo o in quad, seguendo strade di campagna e percorsi tra vigneti e colline. È un modo diverso dal solito per scoprire il territorio, soprattutto al tramonto, quando la luce rende ancora più suggestivi i paesaggi di Erbusco;
  • Visitare i borghi nei dintorni: Erbusco è anche un ottimo punto di partenza per esplorare i borghi e i piccoli centri della Franciacorta, tra antichi castelli, pievi, ville storiche e scorci sulle colline. In pochi chilometri si possono raggiungere località come Iseo, Sarnico, Adro, Capriolo, Provaglio d’Iseo e Monticelli Brusati, perfette per una passeggiata e per scoprire più approfonditamente il territorio.
  • Raggiungere il lago d’Iseo e Monte Isola: da Erbusco si può facilmente raggiungere il Lago d’Iseo, perfetto per una passeggiata sul lungolago, un pranzo con vista o una gita in barca. Da qui è possibile proseguire verso Monte Isola, l’isola lacustre più grande d’Europa, dove non circolano auto e ci si muove solo a piedi o in bicicletta tra piccoli borghi, antiche chiese e panorami magnifici sul lago;
  • Visitare Brescia: la tappa in città è immancabile. Brescia, distante circa 25 minuti in auto, merita assolutamente una tappa per scoprire il suo straordinario patrimonio storico e artistico, dal complesso monastico di San Salvatore-Santa Giulia, Patrimonio UNESCO, al Capitolium e alla suggestiva Piazza Paolo VI, cuore della città medievale.

Gli eventi imperdibili a Erbusco

Un ottimo momento in cui raggiungere Erbusco è durante uno dei tanti eventi che animano il centro storico e l’intero territorio franciacortino, appuntamenti che attirano sempre più turisti italiani e stranieri. Dalle manifestazioni enogastronomiche alle rassegne culturali, fino a iniziative che permettono di scoprire luoghi normalmente non accessibili al pubblico, ecco cosa non perdere:

  • Erbusco in Tavola 2026: giunta alla sua 18esima edizione, questa cena itinerante è l’appuntamento più suggestivo, organizzato dalla Pro Loco. In programma il 4 settembre 2026, trasforma Erbusco in un percorso enogastronomico tra sapori locali, Franciacorta e alcune delle sue dimore storiche. È anche una delle rare occasioni per entrare in ville normalmente chiuse al pubblico;
Erbusco in Tavola a Villa Lechi
Pro Loco Erbusco
L’evento “Erbusco in Tavola” a Villa Lechi
  • Cantine Aperte: manifestazione che coinvolge ogni anno numerose realtà vitivinicole della Franciacorta e rappresenta un’occasione per conoscere da vicino il mondo delle bollicine, visitare le cantine, incontrare i produttori e degustare i vini del territorio. Segnatevi le date: l’appuntamento è dal 18 al 20 settembre 2026;
  • Un km di tela: tra gli appuntamenti più originali c’è Un Km di tela, progetto di land art nato nel 2016 dall’idea dell’artista Tina Moretti. Un’intera tela, lunga un chilometro, viene stesa tra i vigneti e trasformata in una grande opera collettiva a cielo aperto, alla quale possono partecipare artisti, appassionati e visitatori (anche famiglie con bambini!). Allora tutti pronti con i pennelli in mano: l’appuntamento è domenica 20 settembre 2026;
  • Concerto all’alba: un’esperienza suggestiva che unisce musica e paesaggio tra le note che accompagnano il sorgere del sole immersi tra colline e vigneti, regalando uno dei momenti più particolari da vivere a Erbusco. Si tiene ogni anno nel mese di giugno;
  • Tradizionale Carnevale di Erbusco: carri allegorici e tante maschere per uno degli appuntamenti più divertenti dell’anno;
  • Erbusco Teatro: una programmazione di spettacoli e appuntamenti teatrali che rendono il paese un punto di riferimento culturale, oltre la stagione turistica. Gli spettacoli partono ogni anno da settembre;
  • Palio di San Gottardo: ogni anno si celebra la festa tradizionale medievale, con sfilate, giochi tra contrade e tanto buon cibo del territorio.

Dove si trova e come raggiungerlo

Erbusco si trova in provincia di Brescia, nella parte meridionale del Lago d’Iseo e nel cuore della Franciacorta. In auto, si raggiunge dalla A4 Milano-Venezia, uscendo a Rovato e proseguendo poi verso Erbusco. Da Milano il viaggio richiede poco più di un’ora. È possibile raggiungere la zona anche con i mezzi pubblici, utilizzando i collegamenti autobus che uniscono Erbusco con Brescia, Rovato e gli altri centri della Franciacorta.

Una volta arrivati, il consiglio è quello di lasciare l’auto e rallentare. Perché il modo migliore per conoscere Erbusco non è correre da un’attrazione all’altra, ma seguire una strada tra i vigneti, fermarsi davanti a una villa, entrare in una chiesa, ascoltare la storia di una cantina e magari concludere la giornata davanti a un tramonto infuocato, un calice di Franciacorta e un piatto di prelibatezze locali.

La fortezza nata da un sogno romantico sembra uscita da una fiaba: è il Castello Bonoris

Torri merlate, mura in pietra, un fossato e persino un ponte levatoio: osservando il Castello Bonoris dall’esterno, è facile immaginare cavalieri, assedi e dame dai vestiti sontuosi affacciate alle finestre. Ma c’è un dettaglio che cambia completamente prospettiva: il maniero, che domina una collina in provincia di Brescia, non è un autentico castello medievale.

La sua storia comincia infatti alla fine dell’Ottocento, quando Gaetano Bonoris decise di trasformare i resti dell’antica rocca in quella che sarebbe diventata la sua straordinaria dimora neogotica, dall’architettura fiabesca e imponente.

Il Times svela l’alternativa a Milano: è la “Leonessa”, una città tutta da scoprire

A soli 40 minuti di treno da Milano si trova una città che custodisce un patrimonio storico sorprendente, ma che continua a rimanere lontana dai grandi flussi turistici. È Brescia, “La Leonessa” d’Italia (all’interno del castello della città si può visitare il Museo del Risorgimento Leonessa d’Italia), protagonista di un recente racconto del The Times che la indica come una splendida alternativa alla seconda città più grande d’Italia. Un luogo dove archeologia, arte, tradizioni e vita quotidiana si incontrano in un centro storico ricco di piazze, chiese e musei.

Brescia, tra archeologia romana, chiese e piazze

Per molto tempo Brescia è stata associata soprattutto alla sua anima industriale. In realtà, come sottolinea Cinzia Pasini, fondatrice dell’agenzia di guide turistiche locali Arte Con Noi, la città conserva un patrimonio storico di grande valore. Il Castello arroccato sul colle Cidneo ne è un esempio.
Nel 2023 Brescia è stata Capitale Italiana della Cultura e oggi rappresenta una meta ideale per un city break alla scoperta di un’Italia meno conosciuta.

Il cuore della città è Piazza della Loggia, dominata dal celebre orologio astronomico del XVI secolo, con le figure meccaniche in rame conosciute come “i pazzi delle ore”. Poco distante si apre Piazza Paolo VI, dove sorgono le due cattedrali cittadine (Duomo Nuovo e Duomo Vecchio). Brescia sorprende anche per il numero delle sue chiese: sono almeno 60 quelle comprese entro le antiche mura.

Tra le numerose chiese del centro storico, San Faustino è un ottimo punto di partenza. Dedicata a uno dei santi patroni della città, conserva gli affreschi dell’altare di Tiepolo e un’elegante facciata in marmo Botticino realizzata dallo scultore Giuseppe Cantone. Merita una visita anche Santa Maria del Carmine, dove si possono ammirare l’Annunciazione di Pieter de Witte e una suggestiva Lamentazione per Cristo morto, composta da figure in terracotta a grandezza naturale. Un dettaglio curioso si trova nel pavimento: un disco di legno segnala la presenza dell’“Antico Fiume” e, sollevando una corda, è possibile ascoltare il rumore delle acque del fiume Bova che scorrono proprio sotto la chiesa.

Tra le tappe più importanti c’è Brixia, il sito archeologico romano meglio conservato del Nord Italia e patrimonio UNESCO, dove si trova il Capitolium e la celebre Vittoria Alata, statua bronzea del I secolo. Scoperta nel 1826 e sottoposta a un importante intervento di restauro terminato nel 2020, è oggi nuovamente esposta nella sua sede originaria. Quest’anno ricorre il 200° anniversario della sua scoperta.

Da non perdere anche il Museo di Santa Giulia, ospitato nell’antico monastero benedettino femminile costruito nel 753 d.C. dal re longobardo Desiderio. I suoi oltre 14.000 metri quadrati raccontano la storia della città attraverso edifici romani, la Basilica di San Salvatore e l’Oratorio di Santa Maria in Solario del XII secolo, dove veniva custodito il tesoro del monastero.

La città di Bescia è stata elogiata dal The Times
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Il Dom all’alba, Brescia

Una città da vivere

Brescia non è soltanto una destinazione culturale. Il quartiere Carmine, un tempo considerato problematico, oggi è in piena rinascita grazie alle botteghe e ai laboratori artigiani e al progetto Make in Brescia, che permette di partecipare a vari laboratori e conoscere da vicino il lavoro di ceramisti e restauratori.

Il sabato mattina il mercato che si sviluppa intorno a Piazza della Loggia restituisce invece un’immagine autentica della città, tra formaggi, salumi, frutta, verdura, pasta e prodotti della tradizione. A tavola si possono assaggiare specialità bresciane legate al territorio, mentre per l’aperitivo c’è il pirlo, preparato con vino bianco e Campari.

Tra monumenti, musei, botteghe e sapori locali, Brescia conserva così un carattere autentico e sorprendentemente discreto: proprio quella combinazione che il The Times considera la sua forza e che la rende una delle alternative più interessanti a Milano.

Brescia valida alternativa a Milano secondo il The Times
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Piazza della Loggia, Brescia

Villa Savorelli è il giardino segreto della Tuscia, un capolavoro tra boschi secolari, nobili dimore e memorie antiche

Oltre il favoloso centro storico dell’Antichissima Città d’Italia, Sutri, si estende un’elegante residenza affacciata su un colle che domina il borgo, e dove rumori e traffico cedono spazio al fruscio dei lecci, al profumo dell’alloro e a un paesaggio modellato dalla mano dell’uomo nel corso di centinaia di anni. Si è arrivati a Villa Savorelli, uno dei migliori esempi di villa storica della Tuscia viterbese.

Rinascimento, Barocco ed età romantica hanno lasciato tracce ben riconoscibili, creando un equilibrio raro tra architettura, arte del paesaggio e patrimonio naturale. Ad essere del tutto onesti, però, quello stesso rilievo tufaceo aveva già un ruolo importante prima della nascita del complesso: nel Medioevo era conosciuto con il nome di Colle San Giovanni e pellegrini diretti verso Roma lungo la Via Francigena trovavano accoglienza presso la chiesa, l’ospedale e gli edifici sorti in quest’area strategica. Ancora oggi affiorano resti delle antiche mura accanto al Palazzo Anguillara, spesso ricordato anche attraverso la celebre denominazione di Castello di Carlo Magno.

L’edificio attuale, distribuito su 3 livelli e caratterizzato da una pianta quadrata, conquista grazie alla sua sobria eleganza. Linee armoniose, proporzioni regolari e una perfetta integrazione con il paesaggio circostante regalano alla visita una sensazione di continuità tra natura e costruito.

Breve storia e leggende di Villa Savorelli

Le radici della proprietà affondano nel XVI secolo, quando gli Altoviti, ricca famiglia fiorentina trasferitasi tra Roma, Viterbo e Sutri, realizzarono una residenza di campagna destinata al controllo delle vaste proprietà agricole circostanti. L’edificio originario aveva dimensioni contenute rispetto alla villa odierna, destinata a trasformarsi profondamente nel corso del tempo.

Nel 1629 il patrimonio passò ai marchesi Muti Papazzurri, protagonisti del grande rinnovamento architettonico. Furono proprio loro ad ampliare la residenza, inglobando nuovi terreni fino al versante rivolto verso l’anfiteatro romano e il cosiddetto Castello di Carlo Magno. Nello stesso periodo presero forma importanti interventi anche sulla vicina Chiesa della Madonna del Monte.

Nel 1725 l’architetto Sebastiano Cipriani progettò una trasformazione radicale dell’edificio religioso. L’antica chiesa medievale acquisì un’abside, 2 cappelle laterali e una nuova facciata ispirata al linguaggio borrominiano. Le 2 torri campanarie accentuarono lo slancio verticale dell’insieme, rendendolo perfettamente riconoscibile dalla città posta più in basso. Anche gli interni ricevettero nuove decorazioni grazie all’opera di Gaetano Sardi.

Sul finire del XVIII secolo la proprietà passò ai conti Savorelli di Forlì, famiglia destinata a lasciare il proprio nome alla villa. Proprio durante questa fase il giardino raggiunse il massimo splendore. Documenti dell’epoca raccontano spese dedicate alla coltivazione di agrumi, fiori ornamentali, siepi sempreverdi e viali accuratamente mantenuti.

Il XX secolo, invece, portò una delle pagine più difficili: nel 1944 la residenza venne incendiata dalle truppe tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Terminato il conflitto, la famiglia Staderini avviò una paziente ricostruzione che restituì dignità al complesso monumentale. Dagli anni ’80 Villa Savorelli appartiene al Comune di Sutri e ospita la sede del Parco Regionale Antichissima Città di Sutri.

Attorno al colle continuano a vivere racconti tramandati da generazioni. Il più affascinante riguarda il Bosco Sacro, un fitto bosco di lecci secolari che accompagna il giardino. L’antica tradizione pagana attribuiva a questo posto la presenza di ninfe, fauni e folletti, figure simboliche legate al continuo rinnovarsi della natura. Più che semplici leggende, rappresentano il riflesso di credenze molto antiche, nate quando alberi e sorgenti venivano considerati angoli carichi di significato spirituale. Anche il vicino Castello di Carlo Magno alimenta racconti popolari: stando alla tradizione il grande imperatore avrebbe sostato proprio su questo colle durante il viaggio verso Roma per ricevere la corona imperiale.

Come funziona la visita e cosa vedere

Villa Savorelli colpisce prima di tutto per il rapporto continuo tra architettura e paesaggio. La facciata principale si apre verso il giardino all’italiana, autentico protagonista del complesso. Le geometrie delle siepi raccontano la raffinata cultura del verde sviluppata nelle dimore nobiliari tra XVII e XVIII secolo. Bosso e alloro disegnano figure perfettamente simmetriche, mantenute attraverso pazienti interventi di potatura. Due grandi riquadri riproducono lo stemma araldico dei Savorelli, dettaglio che rivela tutta la ricercatezza del progetto paesaggistico.

Tra aiuole e parterre compaiono elementi in peperino, la pietra vulcanica tipica della Tuscia. Particolarmente elegante appare la fontana semicircolare, arricchita da una maschera scolpita, da una vaschetta e da un elemento decorativo a forma di pigna. Proseguendo oltre il giardino si raggiunge il Bosco Sacro, pieno di lecci secolari che accompagnano il percorso regalando ombra anche nelle giornate più calde. Tronchi possenti, rami intrecciati e luce filtrata tra le chiome costruiscono uno scenario che conserva ancora il fascino evocato dagli antichi racconti.

Vale la pena osservare con attenzione anche la Chiesa della Madonna del Monte. L’esterno rivela chiaramente le trasformazioni avvenute nei secoli. L’impianto medievale convive con gli interventi settecenteschi, mettendo in scena un insieme architettonico ricco di sfumature. Lo slancio verticale della facciata richiama immediatamente l’attenzione, soprattutto osservandola dal basso lungo la città.

Chiesa della Madonna del Monte, Sutri
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La bellissima Chiesa della Madonna del Monte

Dal margine del colle si apre uno dei punti panoramici più belli di Sutri: l’anfiteatro romano scavato nel tufo, la Via Cassia e il paesaggio della Tuscia si distendono davanti agli occhi con una prospettiva davvero particolare. Attualmente gli ambienti interni della villa ospitano la sede del Parco Regionale e vengono utilizzati per conferenze, mostre, eventi culturali e attività istituzionali.

Per questo motivo la visita riguarda prevalentemente gli spazi esterni. Giardini e area monumentale rientrano nei percorsi organizzati dal Parco Regionale Antichissima Città di Sutri, con ingresso a pagamento. Prima della partenza conviene verificare giorni di apertura e modalità di accesso attraverso i canali ufficiali.

Dove si trova e come arrivare

La raffinata Villa Savorelli occupa la parte meridionale del Parco Regionale Antichissima Città di Sutri, appena fuori dalle mura del borgo medievale. La posizione permette di inserirla facilmente in un itinerario dedicato ai grandi tesori della cittadina, insieme all’anfiteatro romano, alle necropoli rupestri e al centro storico.

La Via Cassia rappresenta l’arteria principale per raggiungere la residenza. Viterbo dista circa 29 km, mentre Roma si trova a più o meno 53 km. Arrivati a Sutri, il complesso si raggiunge facilmente anche a piedi dal centro, attraversando un breve tratto che conduce verso il colle.

L’esperienza acquista ancora più valore durante la primavera e l’inizio dell’autunno, stagioni che valorizzano il disegno del giardino e i colori del bosco.

Anfiteatri scavati nel tufo, miti etruschi e la strada dei pellegrini: è Sutri, l’antichissima città della Tuscia

Smarrito tra le pieghe della provincia viterbese, sorge un borgo che sembra scaturire direttamente dalle viscere della terra. Parliamo di Sutri, che si adagia su un maestoso sperone di tufo da dove domina dall’alto la Via Cassia, l’antico asse viario che da millenni collega Roma al nord della penisola. Ci troviamo, quindi, tra le falde dei Monti Cimini e quelle dei Monti Sabatini, in una posizione che ne ha fatto la fortuna: prima territorio falisco, poi area contesa tra Etruschi e Romani, la città fu conquistata da Roma nel 383 a.C. e divenne una vera testa di ponte verso l’Etruria interna e l’Agro Falisco.

Se le tracce più antiche di Sutri risalgono all’Età del Bronzo, intorno al X secolo a.C., le origini si perdono anche nel mito: una leggenda lega il paese a Saturno, il dio romano della fertilità, raffigurato nello stemma cittadino a cavallo con un fascio di spighe. Un’altra storia porta fin qui Orlando, il paladino della Chanson de Roland e dell’Orlando Furioso, che secondo il racconto sarebbe nato in una tomba etrusca mentre sua madre Berta era in viaggio verso Roma.

Il soprannome più celebre è però “l’Antichissima Città“, appellativo attribuito da papa Innocenzo III sul finire del XII secolo. E basta osservare la parete dell’anfiteatro, o scendere nella cripta del Duomo, per capire quanto sia difficile trovare un nome più azzeccato. Dal 2019, inoltre, Sutri fa parte dei Borghi più belli d’Italia e ha ricevuto la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano.

Cosa vedere a Sutri

La visita di questo borgo della Tuscia parte dalla roccia, ma presto si trasforma in un viaggio attraverso civiltà diverse. La particolarità di Sutri sta proprio nella stratificazione: un luogo pagano diventa cristiano, una strada romana continua a guidare pellegrini, mentre una torre medievale resta a guardia di una storia quasi scomparsa.

L’Anfiteatro romano scavato nel tufo

Il simbolo di Sutri si mostra quasi all’improvviso ed è un anfiteatro ricavato interamente in un banco di tufo, senza sostegni in muratura. La forma segue il profilo naturale della roccia e misura circa 49,60 per 40,80 metri. La sua costruzione viene collocata tra gli ultimi decenni del I secolo a.C. e i primi anni del I secolo d.C. La semplicità dell’impianto rende ancora più impressionante il risultato: arena, podio, corridoi e gradinate sono stati ottenuti lavorando direttamente la pietra.

La cavea era divisa in 3 ordini di gradinate. Le praecinctiones, cioè i corridoi di passaggio, separavano i diversi settori del pubblico. Nella parte più bassa si trovava anche un palco d’onore. La struttura poteva accogliere migliaia di spettatori, una cifra enorme se si pensa alle dimensioni attuali del borgo. In estate, tra le altre cose, l’anfiteatro ospita spettacoli e concerti.

La necropoli rupestre lungo la Via Cassia

A pochi passi dall’anfiteatro, la parete di tufo cambia aspetto perché per circa 180 metri è un susseguirsi di decine di tombe scavate direttamente nel costone roccioso. Si riconoscono camere singole, ambienti doppi, nicchie rettangolari e tombe con ingressi ad arco. La necropoli fu utilizzata tra il I secolo a.C. e il III-IV secolo d.C., anche se il passaggio dei secoli ha modificato parecchio l’aspetto originario degli ambienti.

Il dettaglio più suggestivo è la vicinanza con la Via Cassia, antica arteria romana e poi tratto della Via Francigena: qui il viaggio passa davvero accanto ai morti.

Il Mitreo diventato Chiesa della Madonna del Parto

Entrare nella Chiesa della Madonna del Parto significa attraversare una soglia scavata nella roccia che ha avuto almeno 2 vite religiose. Prima fu un Mitreo, cioè un ambiente dedicato a Mitra, divinità di origine indoiranica il cui culto si diffuse nell’Impero romano a partire dal I secolo d.C.

In seguito fu trasformato in luogo cristiano e il suo piccolo vestibolo accoglie affreschi medievali dedicati alla Madonna, a San Cristoforo e alla leggenda di San Michele del Gargano.

Villa Savorelli e il Bosco Sacro

Uscendo dal Mitreo, il paesaggio si apre verso Villa Savorelli, raffinata residenza del XVIII secolo appartenuta a diverse famiglie patrizie. Il giardino all’italiana è disegnato da siepi di alloro e geometrie ordinate. Più avanti, il Bosco Sacro porta con sé un nome quasi fiabesco. Lecci secolari crescono su quote differenti e il termine fa riferimento a un’antica visione pagana della natura, popolata da ninfe, fauni e folletti. La parte più bella arriva affacciandosi dall’alto: l’anfiteatro appare in una prospettiva diversa, incastonato nel paesaggio.

Il Duomo e la Cripta di Santa Maria Assunta

La Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo si presenta con una facciata dai caratteri barocchi, mentre il campanile romanico resta una delle tracce più evidenti della struttura antica. All’interno, il pavimento cosmatesco cattura subito lo sguardo, anche perché i Cosmati furono famiglie di marmorari romani specializzate in decorazioni geometriche realizzate con tessere di marmo colorato. Ma è la cripta il vero colpo di scena: più navate sono scandite da colonne e volte a crociera in tufo.

Cripta di Santa Maria Assunta, Sutri
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La straordinaria Cripta di Santa Maria Assunta

Palazzo Doebbing e il Museo del Patrimonium

Palazzo Doebbing occupa l’antica sede vescovile e prende il nome da Joseph Bernard Doebbing, vescovo di Sutri dal 1900 al 1916. Recuperato e trasformato in museo nel 2018, si riconosce per la mole merlata che domina lo skyline del borgo. I 4 piani ospitano arte antica, arte sacra e mostre temporanee. Il Museo del Patrimonium, invece, raccoglie tele provenienti dalla Chiesa di San Francesco, affreschi medievali recuperati dalla Chiesa di Santa Fortunata e reperti lapidei.

Cosa fare a Sutri

La città offre parecchio anche quando si chiude la guida. La sua parte più autentica vive tra vicoli, botteghe e tradizioni che arrivano dalla comunità contadina.

  • Seguire il filo della Via Francigena: Sutri è una tappa del percorso medievale che collegava Canterbury a Roma.
  • Raggiungere l’antico lavatoio: la struttura si trova lungo Via Giovanni Andrea dell’Anguillara e in estate diventa anche sede di eventi musicali.
  • Assaggiare il fagiolo della Regina: la specialità locale è legata a una leggenda secondo cui avrebbe alleviato i dolori della gotta di Carlo Magno. Durante la Sagra del Fagiolo viene servito in ciotole di terracotta. Da provare anche i fagioli della Regina, i ditalini alla militare e i tozzetti alla nocciola.
  • Scegliere una festa popolare: il Presepe Vivente trasforma la necropoli in un percorso illuminato da fiaccole romane. La festa di Sant’Antonio Abate porta in strada cavallerie e confraternite, mentre il Carnevale termina con la cremazione di Re Carnevale in Piazza del Comune. A settembre la festa patronale di Santa Dolcissima si conclude con uno spettacolo nell’anfiteatro illuminato dalle fiaccole.

Dove si trova e come arrivare

Sutri si trova in provincia di Viterbo, a circa 45 km da Roma e a più o meno 30 da Viterbo.  In automobile da Roma si segue il Grande Raccordo Anulare e poi la Cassia Veientana in direzione Viterbo. Da Viterbo si può scegliere la Via Cassia oppure la Cassia Cimina. Chi arriva dall’autostrada A1 trova le uscite di Magliano Sabina da nord e Ponzano Romano-Soratte da sud. I collegamenti in autobus fanno capo alle linee COTRAL sulla tratta Roma-Viterbo. Per il treno la stazione di riferimento è Capranica-Sutri, a circa 5 km dal paese.

Castiglione in Teverina è il borgo del bere bene: qui c’è il museo del vino più grande d’Europa

Il profilo della Tuscia viterbese si delinea attraverso una successione di creste argillose, vallate improvvise e speroni tufacei. Castiglione in Teverina sorge su uno di questi rilievi, dominando la valle del fiume Tevere. Ma chi arriva scorge anche filari di vite che seguono l’andamento delle colline, perché il paese racchiude tradizioni tramandate per secoli, cantine storiche e una cultura che accompagna la vita quotidiana.

La roccia vulcanica della zona, infatti, dona al terreno minerali preziosi che sono in grado di conferire ai vini locali note aromatiche uniche.  Il centro storico, ovvero la “Città del Vino“, si svela lentamente, mostrando un impianto urbanistico medievale perfettamente conservato, fatto di vicoli stretti, piazzette silenziose e palazzi nobiliari in pietra scura.

Le antiche abitazioni costruite una accanto all’altra seguono il profilo della rupe, mentre piazzette raccolte aprono panorami inattesi persino sui campanili che emergono tra i tetti in pietra.

È il più corto d’Italia, ma ricco di tesori antichissimi: il Cammino dei Tre Villaggi nella Tuscia etrusca

Se siete stanchi delle solite avventure e siete alla ricerca di qualcosa di profondo e particolare, dovete prepararvi per affrontare il Cammino dei Tre Villaggi. Spesso indicato con l’acronimo C3V, racchiude una delle esperienze più particolari del Lazio anche se, nei fatti, conta solo circa 20 km. Sì, possono sembrare pochi rispetto ai grandi itinerari italiani, eppure questo percorso ad anello riesce a condensare una quantità impressionante di testimonianze storiche, ambienti naturali e scorci che cambiano continuamente volto.

Nato nel 2021 grazie all’impegno dell’associazione Freedom APS, viene spesso definito “Il cammino più corto d’Italia“, un soprannome che incuriosisce fin dal primo incontro e che contribuisce alla sua crescente notorietà. L’itinerario parte e termina a Villa San Giovanni in Tuscia, attraversando anche Barbarano Romano e Blera, affascinante territorio che conserva una delle più alte concentrazioni di siti archeologici dell’Italia centrale.

Lungo il tragitto, infatti, compaiono necropoli rupestri, vie cave scavate dagli Etruschi, ponti di epoca romana, antiche fonti, mulini, torrenti e cascate che emergono tra la vegetazione. Gran parte del fascino deriva dal Parco Regionale Marturanum, area protetta con vallate strette e incise nel tufo che si sono formate grazie all’azione dei corsi d’acqua nel corso dei millenni.

Dove si trova ed etimologia del cammino

Il Cammino dei Tre Villaggi si trova nella provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia, territorio che coincide con una parte dell’antica Etruria. Il nome dell’itinerario nasce dai 3 borghi collegati dall’anello escursionistico, Villa San Giovanni in Tuscia, Barbarano Romano e Blera e ciascun centro racconta una fase diversa della storia locale: Villa San Giovanni in Tuscia conserva tracce romane ed etrusche accanto all’abitato sviluppatosi dal XIV secolo; Barbarano Romano domina le forre del Parco Marturanum da un pianoro tufaceo; Blera, tra i più antichi insediamenti della zona, raggiunse grande importanza già in epoca etrusca e successivamente grazie alla Via Clodia romana.

L’area, infatti, occupa una posizione strategica tra due importanti direttrici storiche, la Via Cassia e la Via Clodia, che per secoli hanno favorito commerci, spostamenti militari e contatti culturali tra Roma e l’entroterra etrusco, al punto che ancora oggi il paesaggio è la casa di numerose tracce di quel passato.

Lunghezza e difficoltà: le tappe

Il C3V misura approssimativamente 20 km e può essere completato in una sola giornata. Il tempo medio necessario, infatti, varia tra 8 e 9 ore considerando soste fotografiche, visite ai punti d’interesse e pause nei borghi. Il dislivello positivo raggiunge 440 m nella variante classica e circa 500 m nella variante panoramica. Sebbene la distanza risulti contenuta, il percorso richiede un buon livello di attenzione: la classificazione CAI oscilla infatti tra E ed EE.

La difficoltà maggiore si concentra lungo alcuni segmenti del sentiero CAI 105, nella valle del torrente Biedano. Qui compaiono passaggi esposti, rocce lisce, radici affioranti e tratti che possono diventare particolarmente insidiosi in presenza di umidità. Il fondo alterna mulattiere, sentieri boschivi, tracciati su macco, guadi, sterrati e brevi sezioni asfaltate che rappresentano circa il 5% dell’intero sviluppo.

Prima di entrare nel dettaglio delle tappe vale la pena sottolineare un aspetto peculiare: lungo un tragitto relativamente breve si attraversano ambienti molto diversi tra loro. Tavolati tufacei, valloni incisi dall’acqua, aree archeologiche, pascoli e centri storici si susseguono senza soluzione di continuità, regalando una costante sensazione di scoperta.

Villa San Giovanni in Tuscia – Barbarano Romano (7 km, 180 m D+, 2h 30min)

La partenza avviene da Villa San Giovanni in Tuscia, piccolo comune sorto nel XIV secolo tra la Via Cassia e la Via Clodia. Passeggiando tra le strade del borgo emergono testimonianze che raccontano una lunga frequentazione del territorio, dall’età etrusca fino al periodo romano. Tra i principali punti d’interesse figurano la Chiesa Sancta Maria ad Nives, i resti di una villa romana databile tra il III e il VI secolo d.C. e le necropoli di Ponton Graziolo e Martarello.

Lasciato il centro abitato, il sentiero attraversa prati e aree rurali che introducono gradualmente verso il paesaggio del Marturanum. L’arrivo a Barbarano Romano regala uno degli ingressi più scenografici dell’intero itinerario grazie alla monumentale Porta Romana, aperta all’interno di un torrione cilindrico quattrocentesco.

Barbarano Romano – Blera (8 km, 170 m D+, 3h)

Questo segmento rappresenta probabilmente il tratto più spettacolare del cammino. Barbarano Romano sorge su un pianoro tufaceo delimitato da corsi d’acqua che hanno modellato il territorio creando profonde incisioni naturali. Prima della partenza merita una visita la Chiesa di Santa Maria Assunta, risalente all’XI secolo, insieme al Museo Archeologico delle Necropoli Rupestri e al Museo Naturalistico Francesco Spallone.

Il sentiero entra quindi nel cuore del Parco Regionale Marturanum, pieno di pareti di tufo, antiche tombe e boschi ombrosi. Proprio in questo misterioso contesto compaiono alcune delle emergenze archeologiche più affascinanti della Tuscia, come vie cave etrusche, bassorilievi, antiche fonti e resti di strutture rurali accompagnano il percorso.

Particolarmente suggestivo risulta il tratto lungo la forra del torrente Biedano. Acqua, vegetazione e roccia danno vita a uno scenario che cambia continuamente prospettiva. Poco prima dell’arrivo a Blera non si può non posare lo sguardo su scorci panoramici che permettono di apprezzare la conformazione vulcanica del territorio.

Parco Regionale Marturanum, Lazio
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Il torrente Biedano nel Parco Regionale Marturanum

Blera – Villa San Giovanni in Tuscia (5 km, 90 m D+, 2h)

Blera occupa un piccolo rilievo tufaceo circondato da boschi e macchia mediterranea. Durante il periodo etrusco raggiunse una notevole importanza, mentre la costruzione della Via Clodia favorì ulteriormente sviluppo economico e collegamenti con Roma. Tra i luoghi più interessanti si fanno notare il centro storico, la Chiesa di Santa Maria Assunta, il Museo Civico Archeologico Gustavo VI Adolfo di Svezia e il Museo Il Cavallo e l’Uomo.

L’ultima parte dell’anello attraversa ambienti rurali punteggiati da corsi d’acqua, sorgenti e testimonianze archeologiche meno conosciute. Il ritmo rallenta naturalmente, quasi a prolungare l’esperienza prima del ritorno a Villa San Giovanni in Tuscia.

Come prepararsi al cammino

Una preparazione adeguata permette di affrontare il percorso con maggiore sicurezza e tranquillità. Gli scarponi da trekking rappresentano l’equipaggiamento più importante, soprattutto nei tratti caratterizzati da rocce umide e terreno irregolare. Anche i bastoncini risultano particolarmente utili lungo le discese delle forre e negli attraversamenti più tecnici.

Conviene portare almeno 1,5 litri d’acqua, una scorta energetica leggera e un guscio impermeabile in caso di improvvisi cambiamenti meteorologici. Durante l’estate le temperature possono superare facilmente i 30°C, rendendo preferibili partenze nelle prime ore del mattino.

Le stagioni più indicate coincidono generalmente con il periodo compreso tra marzo e metà giugno e quello tra settembre e metà dicembre. In queste settimane il clima favorisce la percorrenza e la vegetazione offre colori particolarmente intensi. Grande attenzione va riservata alle condizioni del terreno: dopo precipitazioni abbondanti alcuni passaggi della Valle del Biedano possono diventare molto scivolosi.

Chi desidera approfondire il patrimonio culturale del territorio può valutare una suddivisione dell’itinerario in 2 giornate, scelta che permette di visitare con calma musei, necropoli e centri storici, trasformando il Cammino dei Tre Villaggi in un vero viaggio attraverso una delle anime più autentiche della Tuscia etrusca.

La Tuscia svela un tesoro millenario: scoperta una tomba etrusca intatta a Barbarano Romano

Le scoperte archeologiche non smettono di stupire e nel territorio della Tuscia è appena stato rivelato un vero e proprio tesoro. La necropoli di San Giuliano ha fatto emergere un unico nel suo genere, una tomba rimasta inviolata per oltre 26 secoli e che all’interno custodisce un autentico tesoro.

Nel mese di giugno del 2026 gli archeologi della Baylor University hanno rimosso la lastra di pietra rimasta immobile rivelando una camera funeraria etrusca perfettamente intatta. Al suo interno cosa hanno trovato? I resti dei due individui e tutto il loro corredo funebre. Secondo le prime indagini, si tratta di una tomba datata VII secolo A.C. custodita nell’area di Caiolo in provincia di Viterbo. La zona è già stata studiata dagli esperti perché proprio qui qualche anno fa erano stati rinvenuti resti di una necropoli. Ma cosa rende la scoperta così speciale?

La tomba scoperta nella Tuscia

A rendere particolarmente speciale la tomba ritrovata è lo stato di conservazione; la grande lastra di pietra che sigillava l’ingresso non era mai stata spostata e questo ha permesso agli archeologi di studiare un ambiente pressoché identico al momento della sepoltura.

Quando il sepolcro è stato aperto lo stupore non è mancato: l’immagine rara dei resti di due individui e un corredo funerario rimasto intatto nella posizione originaria hanno emozionato gli studiosi che stanno ancora analizzando tutti i materiali recuperati.

Tra i reperti emersi durante lo scavo figura una punta di lancia in metallo, che potrebbe suggerire la presenza di un uomo tra i due defunti. Accanto ai resti ossei sono stati rinvenuti diversi recipienti utilizzati durante i rituali funerari. Ci sono olle, calici in bucchero e almeno un aryballos, piccolo contenitore destinato a profumi e unguenti.

Molti degli oggetti si trovavano ancora esattamente dove erano stati deposti oltre 2.600 anni fa. Una circostanza sempre più rara nei siti dell’Etruria meridionale, spesso segnati in passato dall’attività dei tombaroli e dagli scavi clandestini che hanno compromesso numerosi contesti archeologici.

La nuova scoperta arriva a poca distanza da un’altra tomba integra individuata nella stessa area nel 2025. Due sepolture inviolate trovate nello stesso settore della necropoli nel giro di un anno rappresentano un evento decisamente insolito e destinato ad attirare l’attenzione della comunità scientifica.

L’importanza del ritrovamento

Per gli archeologi il valore del ritrovamento va ben oltre il singolo reperto. Quando una tomba etrusca viene saccheggiata, infatti, non spariscono soltanto gli oggetti più preziosi. Si perde anche una parte fondamentale delle informazioni che permettono di interpretare il contesto funerario.

La disposizione degli elementi, in questo caso, è rimasta immutata e quindi gli studiosi hanno avuto il privilegio di poter osservare la loro collocazione all’interno della camera e altri dettagli sulla sepoltura.

Gli studi continueranno nei prossimi mesi con un obiettivo chiaro: quello di ricostruire l’identità delle persone sepolte e capire meglio la relazione tra le diverse tombe dell’area del Caiolo in provincia di Viterbo. Il focus sarà poi rivolto al corredo funerario comprendendo meglio anche i motivi della disposizione. Questo fa sì che la necropoli di San Giuliano sia confermata tra le più rilevanti della Tuscia.

Parco dei Mostri di Bomarzo, viaggio nel Sacro Bosco che sfida la logica con architetture impossibili

Non sono molti i luoghi che riescono a generare stupore fin dal primo passo quanto il Parco dei Mostri di Bomarzo. Ci troviamo nel Lazio settentrionale, in provincia di Viterbo, e proprio qui, ai piedi del borgo di Bomarzo, la terra si spacca rivelando un universo parallelo fatto di roccia vulcanica e muschio. Il Sacro Bosco (nome ufficiale), rappresenta quasi un unicum mondiale, una deviazione bizzarra rispetto ai canoni ordinati dei giardini rinascimentali italiani.

Da una parte c’è il bosco, con alberi secolari, sentieri ombreggiati e grandi massi di peperino affioranti dal terreno. Dall’altra compaiono figure gigantesche, bocche spalancate, animali fantastici e costruzioni che sembrano nate da un sogno inquieto. La Tuscia viterbese, del resto, è un territorio di origine vulcanica che alterna vallate, boschi e borghi medievali, tanto che da molti studiosi questo angolo è considerato il più antico parco di sculture del mondo moderno.

Fin dall’ingresso ci si rende conto che i riferimenti classici del Rinascimento lasciano spazio a qualcosa di diverso, ovvero a un linguaggio libero, imprevedibile e quasi provocatorio. Più che un giardino, il Sacro Bosco assomiglia a una pagina di pietra disseminata di enigmi.

Breve storia del Sacro Bosco di Bomarzo

La nascita del Parco dei Mostri risale alla metà del ‘500 con ideatore e committente Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, nato nel 1523 e protagonista di una delle vicende più affascinanti del Rinascimento italiano. I lavori iniziarono nel 1552 all’interno della tenuta di famiglia.

Vicino Orsini apparteneva a una delle casate più influenti dell’Italia centrale e coltivava interessi letterari, artistici e filosofici. Per dare forma alla sua visione si affidò a personalità di primo piano della cultura rinascimentale. Tra i nomi più spesso associati al progetto figura Pirro Ligorio, architetto, antiquario e studioso che avrebbe completato la Basilica di San Pietro dopo la morte di Michelangelo.

Secondo una tradizione consolidata, il parco venne concepito anche come risposta al dolore provocato dalla scomparsa della moglie Giulia Farnese. Un’iscrizione celebre riassume il senso dell’opera attraverso poche parole destinate a diventare leggendarie: “Sol per sfogare il core”.

Orsini scelse di trasformare il terreno boschivo in un sorprendente teatro simbolico. I massi di peperino già presenti sul posto, infatti, vennero scolpiti direttamente nella roccia. Nacquero in questo modo draghi, orchi, elefanti da guerra, divinità, creature fantastiche e figure tratte dalla tradizione classica.

Alla morte del principe, avvenuta nel 1585, il complesso entrò in una lunga fase di declino. Vegetazione spontanea, incuria e passaggio del tempo finirono per nascondere gran parte delle opere. Secoli dopo, intellettuali e viaggiatori tornarono a interessarsi di questo angolo enigmatico, al punto che durante il ‘900 arrivò la rinascita definitiva grazie agli interventi di recupero promossi dalla famiglia Bettini, proprietaria del parco dal 1960.

Oggi il Sacro Bosco rappresenta uno dei massimi esempi del Manierismo italiano: è un’opera unica, lontanissima dai canoni tradizionali dei giardini rinascimentali.

Cosa vedere al Parco dei Mostri

Visitando il Parco dei Mostri si ha la vibrante sensazione di entrare con il proprio corpo in un racconto disseminato tra alberi, rocce e sentieri. La durata media della scoperta si aggira attorno alle 2 ore, un tempo sufficiente per lasciarsi sorprendere da decine di opere monumentali.

Tra le presenze più celebri c’è senza dubbio l’Orco, autentico simbolo del parco. Si tratta di una gigantesca testa scolpita nella pietra che mostra una bocca spalancata che funge da ambiente visitabile. Sulla sommità compare una frase destinata a restare impressa nella memoria: “Ogni pensiero vola”. Davanti a quella roccia di peperino scolpito risulta facile comprendere il motivo della fama mondiale del Sacro Bosco.

Poco distante c’è il Drago, raffigurato nel pieno di uno scontro con altre creature. Muscoli, artigli e tensione narrativa trasformano il blocco roccioso in una scena dinamica. Altrettanto spettacolare risulta l’Elefante, una delle immagini più sorprendenti dell’intero percorso. La figura sostiene un guerriero e richiama suggestioni esotiche insolite per il contesto italiano del XVI secolo.

Grande curiosità suscita la Casa Pendente: vista dall’esterno sembra una normale abitazione rinascimentale, eppure l’inclinazione dell’edificio altera immediatamente la percezione dello spazio. Una volta entrati, equilibrio e orientamento vengono messi alla prova da un effetto ottico sorprendente.

Casa Pendente, Bomarzo
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La Casa Pendente nel Parco dei Mostri

Tra le tappe principali meritano attenzione anche la Sfinge, il Pegaso, Cerbero, Nettuno, Proserpina, la Ninfa, il Teatro e il Ninfeo. A differenza dei giardini rinascimentali tradizionali, nessuna regola prospettica collega queste opere in una sequenza rigorosa. L’impressione generale ricorda quella di una caccia al tesoro culturale disseminata nel bosco.

Il Tempio rappresenta un caso particolare, perché costituisce l’elemento più vicino all’architettura classica dell’intero complesso viste le sue linee armoniose e l’impostazione regolare, caratteristiche che contrastano con il carattere visionario delle altre installazioni. Iscrizioni incise nella pietra accompagnano il percorso: alcune richiamano Ariosto e Petrarca, altre sembrano costruite appositamente per alimentare dubbi e interpretazioni.

Dove si trova e come arrivare

Il Parco dei Mostri si trova a Bomarzo, in provincia di Viterbo, all’interno della Tuscia laziale. L’area occupa una posizione strategica tra Lazio e Umbria, immersa in un paesaggio caratterizzato da colline, boschi e antichi insediamenti. L’indirizzo preciso per raggiungerlo è Località Giardino, 01020 Bomarzo.

Per chi viaggia in automobile, il collegamento più rapido passa attraverso l’Autostrada A1. Provenendo da sud risulta comoda l’uscita di Attigliano, distante appena 4 chilometri. Da nord si può utilizzare l’uscita di Orte seguendo poi le indicazioni per Bomarzo. Chi arriva da Viterbo può percorrere la superstrada Viterbo-Orte e utilizzare l’uscita dedicata. Roma dista circa 105 chilometri, Viterbo 21, Orvieto 41 e Terni 50: una collocazione che lo rende il top anche per una gita giornaliera.

In treno il riferimento principale è invece la stazione di Orte Scalo, da dove si raggiunge Bomarzo tramite collegamenti locali oppure servizio taxi. Appena oltre l’ingresso, tra alberi, ombre e figure scolpite, l’emozione che si avverte è quella di aver oltrepassato una soglia invisibile.

Il Sacro Bosco continua a custodire il suo mistero da quasi 500 anni e forse nessuno riuscirà mai a interpretarlo completamente. Oppure, il suo segreto consiste proprio in questo: lasciare spazio alla meraviglia.

Le feste della lavanda più belle del 2026: i paesaggi viola da non perdere in Italia

Tra fine giugno e inizio luglio l’Italia si tinge di viola grazie alla suggestiva fioritura della lavanda. Dalle colline dell’Oltrepò Pavese alla Tuscia, passando per Umbria, Toscana e Piemonte, è uno dei momenti più profumati dell’anno e l’occasione perfetta per andare alla scoperta di borghi e campagne che sembrano sospesi nel tempo.

Campi in fiore, mercatini, degustazioni, laboratori e attività all’aria aperta, ma anche speciali picnic, musica dal vivo e atmosfere rilassate trasformano le gite fuori porta estive in vere e proprie immersioni nel territorio. Ecco una selezione delle migliori feste della lavanda del 2026, organizzate tra i meravigliosi luoghi del Belpaese che non hanno nulla da invidiare alle distese dalle sfumature lilla della Provenza.

Festival della Lavanda a Tuscania (VT)

Con visite guidate ai campi di lavanda in piena fioritura, mercatini artigianali, attività outdoor e degustazioni, il 4 e 5 luglio 2026 Tuscania torna a tingersi di lilla con la 15ª edizione del Festival della Lavanda: per un intero weekend, il suggestivo borgo medievale in provincia di Viterbo e i campi che lo circondano diventano il palcoscenico di un evento imperdibile che si è affermato come uno dei più attesi dell’estate della Tuscia.

I visitatori possono inoltre conoscere da vicino le aziende agricole locali, scoprire i processi di coltivazione e distillazione dell’olio essenziale e acquistare prodotti a base di lavanda, dai cosmetici alle specialità gastronomiche. È l’occasione perfetta per immergersi nei profumi e nelle tradizioni rurali dell’Alto Lazio.

Lavandissima 2026 a Godiasco Salice Terme (PV)

Non serve arrivare fino in Provenza per immergersi nel profumo della lavanda: a poco più di un’ora da Milano, tra le dolci colline dell’Oltrepò Pavese, c’è un luogo che in estate si colora di viola e regala atmosfere sorprendenti. È qui che anche quest’anno torna “Lavandissima“: dal 19 al 21 giugno l’appuntamento è a Cascina Costanza, una piccola realtà agricola di Godiasco Salice Terme che ha trasformato la passione per la lavanda in una delle esperienze più suggestive dell’inizio estate lombardo.

Il cuore dell’evento è il campo (accessibile liberamente) coltivato con oltre 5.000 piante di lavanda officinale, curate direttamente dalla proprietaria, che negli anni ha riportato in vita la storica azienda agricola di famiglia. Tra filari in fiore, tramonti sulle colline e profumi che ricordano il Sud della Francia, i visitatori possono passeggiare liberamente nel campo, rilassarsi sull’erba, partecipare a serate con musica dal vivo e DJ set e assaporare i prodotti del territorio nei punti ristoro dedicati e godere di una vista suggestiva dalla terrazza.

Festa della Lavanda al Lavandeto di Assisi (PG)

Tra le colline umbre, con il profilo di Assisi sullo sfondo, sorge uno dei luoghi più iconici d’Italia per ammirare la fioritura della lavanda. È il Lavandeto di Assisi, un grande giardino botanico dedicato alle piante aromatiche che ogni estate si trasforma in un mare di sfumature viola e accoglie una delle manifestazioni più amate dagli appassionati di natura e fotografia: la Festa della Lavanda 2026 a Castelnuovo di Assisi, giunta alla 17ª edizione.

Segnatevi queste date: 13–14, 20–21, 27–28 giugno e 4–5 luglio 2026. Dalle 10:00 alle 19:00, si possono visitare il giardino e i campi in fiore (per accedervi è richiesto l’acquisto di un mazzetto di lavanda, mentre i bambini fino a 10 anni entrano gratuitamente), ma non solo. Se passeggiare tra i filari profumati è già un’esperienza speciale, il Lavandeto di Assisi offre qualcosa in più: visite guidate, dimostrazioni di distillazione della lavanda, laboratori artigianali e percorsi tra piante aromatiche e officinali. Durante la festa non mancano mercatini con prodotti a base di lavanda, mentre nei fine settimana l’atmosfera si arricchisce con picnic tra i campi e serate di musica dal vivo.

I Giorni della Lavanda a Santa Luce (PI)

Tra le dolci colline della provincia di Pisa, dove vigneti, borghi e campi coltivati disegnano uno dei paesaggi più affascinanti della Toscana, torna l’evento “I Giorni della Lavanda“, che celebra la fioritura nei Colli Pisani. Più che un singolo festival, si tratta di un percorso esperienziale che coinvolge Santa Luce, Castellina Marittima, Orciano Pisano e altri piccoli centri del territorio.

Lavanda in fiore nei pressi di Santa Luce, Toscana
Lavanda in fiore nei pressi di Santa Luce, Toscana

Per oltre un mese, dal 6 giugno al 12 luglio 2026, i visitatori possono passeggiare tra i campi in fiore, partecipare a degustazioni di prodotti tipici e biologici, concedersi picnic e aperitivi tra le distese viola oppure esplorare il territorio con trekking, passeggiate guidate ed escursioni in e-bike. Non mancano eventi musicali, attività dedicate al benessere e iniziative che coinvolgono i borghi, decorati a tema per celebrare uno dei momenti più suggestivi dell’anno.

A rendere speciale l’esperienza è il coinvolgimento delle aziende agricole, degli agriturismi e dei produttori locali, che aprono le proprie attività al pubblico offrendo un’immersione autentica tra i profumi della lavanda e i sapori delle colline pisane.

Fioritura della lavanda a Sale San Giovanni (CN)

Tra le colline dell’Alta Langa, Sale San Giovanni è pronto a trasformarsi ancora una volta in una piccola “Provenza piemontese”, proprio come nel territorio del Monferrato. L’edizione 2026 della fioritura della lavanda si svolge dal 20 giugno al 12 luglio, quando il borgo e i suoi dintorni offrono uno dei paesaggi più scenografici del Piemonte.

Il territorio ospita coltivazioni biologiche di lavanda ed erbe aromatiche come salvia, camomilla, issopo e altre officinali, distribuite su circa 25 ettari. I campi sono visitabili tramite una rete di sentieri segnalati e percorribili liberamente tutti i giorni, a piedi o in bicicletta, con itinerari adatti sia alle famiglie sia agli escursionisti.

Nei weekend è previsto un piccolo contributo volontario, che include un braccialetto e l’accesso alle visite guidate del borgo e delle sue chiese storiche. Tra gli appuntamenti principali spicca la fiera “Non Solo Erbe”, in programma il 27 e 28 giugno, dedicata alle piante officinali e ai prodotti locali.

Franciacorta in Fiore 2026, il borgo di Bornato si trasforma ancora una volta in un giardino diffuso

Nel cuore della primavera lombarda, tra vigneti ordinati, castelli antichi e profumo di rose appena sbocciate, torna uno degli appuntamenti più affascinanti della stagione: Franciacorta in Fiore 2026. Dal 15 al 17 maggio 2026, il Borgo Antico di Bornato accoglierà la 27esima edizione della storica rassegna florovivaistica dedicata a fiori, natura, cultura e bellezza del territorio.

Il tema scelto per quest’anno, “Sole che splende, fiore che sorprende”, racconta perfettamente l’atmosfera della manifestazione: luminosa, poetica e immersiva. Passeggiare tra le corti storiche di Bornato durante Franciacorta in Fiore vorrà dire per i visitatori entrare in un piccolo mondo sospeso, dove ogni angolo viene trasformato da installazioni botaniche, profumi di erbe aromatiche, artigianato creativo e degustazioni che celebrano il meglio della Franciacorta.

Cosa vedere a Franciacorta in Fiore 2026

Il cuore della manifestazione sarà ancora una volta il suggestivo Castello Orlando, antica dimora immersa tra i vigneti della Franciacorta che, durante la fiera, si trasformerà in una scenografia floreale aperta al pubblico. Qui sarà possibile partecipare a visite guidate e degustazioni di Franciacorta, in un’esperienza che unisce storia, paesaggio ed eccellenze enogastronomiche del territorio. L’ingresso alla mostra potrà infatti essere abbinato proprio alla visita del castello con degustazione inclusa.

Attorno al castello, l’intero Borgo Antico di Bornato diventerà un percorso espositivo diffuso tra cortili, cascine storiche e palazzi d’epoca come Palazzo Ambrosini, Cascina Orlando e l’Antica Pieve San Bartolomeo. Una formula che rende Franciacorta in Fiore diversa dalle classiche fiere florovivaistiche, tanto che qui non si visita semplicemente un’esposizione, ma si attraversa un borgo vivo, trasformato in un giardino che “parla”.

Tra gli appuntamenti più attesi dell’edizione 2026 ci saranno gli incontri con gli influencer green Le Grassocce di Osky e Le Georgiche, protagonisti di laboratori, passeggiate e momenti dedicati agli appassionati di botanica e giardinaggio.

Venerdì sera spazio anche alla “Silent Flower Party 4.0”, evento diventato ormai simbolo della manifestazione: una silent disco tra i vigneti del ristorante La Dama Bianca, tra cuffie wireless, musica e atmosfera notturna immersa nella campagna franciacortina. Molto scenografico anche il ritorno del “Palio della Rosa di Franciacorta”, con il mercato medievale di arti e mestieri ospitato nel fossato del castello. Arcieri, antiche lavorazioni artigianali e dimostrazioni dal vivo trasformeranno Bornato in un piccolo borgo fuori dal tempo.

Il programma sarà arricchito anche da laboratori dedicati alle api, all’uncinetto floreale, ai profumi botanici e ai bambini, oltre a degustazioni tematiche su miele, agrumi, rose e oli extravergine. Non mancheranno concerti, spettacoli teatrali, incontri culturali e l’area food truck in Piazza Don Piero Verzeletti, aperta fino a tarda sera.

Date, info utili e biglietti

Franciacorta in Fiore 2026 si svolgerà dal 15 al 17 maggio 2026 nel Borgo Antico di Bornato, frazione di Cazzago San Martino, in provincia di Brescia. Durante i tre giorni sarà possibile visitare la mostra-mercato florovivaistica, partecipare agli eventi in calendario e prenotare esperienze speciali come la visita guidata al castello con degustazione di Franciacorta.

Alcune attività saranno gratuite, mentre per altre sarà richiesta prenotazione o biglietto dedicato. Gli organizzatori consigliano di acquistare online l’ingresso in anticipo, soprattutto per gli eventi più richiesti come la Silent Flower Party e le visite guidate con degustazione. La manifestazione sarà aperta indicativamente dalle 9 o 11 del mattino fino alla sera, con l’area food attiva fino alle 22:30.

Riaprono i giardini di Castello Quistini, un gioiello che profuma di rose in Franciacorta

Anche in Franciacorta, territorio bresciano in cui si producono gli ottimi vini chiamati “bollicine” che competono con lo Champagne d’Oltralpe, la primavera è un tripudio di colori e profumi tra fiori che sbocciano e la natura che torna a vivere rigogliosa dopo l’inverno, tra le distese di vigne e i giardini più incantevoli.

Tra questi spiccano quelli del Castello Quistini di Rovato: oltre mille varietà di rose antiche, moderne e inglesi riempiono il grande giardino della tenuta che negli anni si è affermata come punto di riferimento nazionale per appassionati di botanica, fotografia, paesaggio e architettura del verde.

Le visite al roseto del Castello Quistini

La collezione di rose del Castello Quistini è qualcosa di realmente unico: grazie a un’accurata ricerca e selezione durata diversi anni, il roseto presenta delle chicche botaniche difficilmente reperibili nei circuiti commerciali tradizionali, come le rose inglesi di David Austin, dalla forma romantica e dalla straordinaria capacità di adattamento al clima italiano. Molte rose sono disponibili anche in vendita per collezionisti e appassionati.

Il roseto del Castello Quistini, in Franciacorta
Ufficio Stampa
L’elegante roseto del Castello Quistini, in Franciacorta

Il cuore dell’esperienza è la visita guidata “Tra Rose, Storia e Leggenda”, un percorso storico-botanico della durata di circa un’ora condotto dal proprietario del castello e progettista dei giardini Marco Mazza. Durante la visita non si segue soltanto un itinerario floreale, ma si entra direttamente in un racconto che intreccia la storia architettonica del palazzo, le scelte paesaggistiche, la cultura delle rose e il lavoro di ricerca che ha portato alla creazione di una delle collezioni più ricche del Nord Italia.

Con l’inizio di giugno, poi, il giardino si arricchisce con la fioritura delle ortensie, che donano nuovi tocchi di colore al contesto con varietà selezionate per forma, dimensione e tonalità. Ma il percorso di visita non finisce qui, perché oltre ai fiori sono presenti anche diverse collezioni botaniche uniche, piante rare e un’importante raccolta di antiche varietà da frutto, conservate anche a scopo didattico.

Appuntamenti da non perdere

Oltre alle visite, questo splendido castello in Franciacorta propone anche un ricco calendario di laboratori creativi, corsi dedicati alla coltivazione delle rose, workshop legati ad arte, artigianato, botanica e design e incontri culturali immersi nel verde: appuntamenti interessanti che rafforzano la funzione culturale di questo splendido luogo.

Le luci della sera nel roseto di Castello Quistini
Ufficio Stampa
Le luci serali nel roseto di Castello Quistini

Quando riaprono e biglietti

I cancelli dello storico giardino del Castello Quistini riaprono il 1° maggio 2026 e resteranno fruibili fino a metà giugno, nei fine settimana. Il calendario ufficiale delle date è disponibile sul sito ufficiale del castello dove è necessario prenotare online.

L’ingresso ha un costo di 12 euro.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello Quistini si trova a Rovato, in provincia di Brescia (Lombardia), nel cuore della Franciacorta, una delle aree vitivinicole più rinomate d’Italia.

Raggiungerlo è piuttosto semplice: in auto si arriva comodamente tramite l’autostrada A4 Milano-Venezia, uscendo al casello di Rovato e proseguendo per pochi minuti verso il centro del paese. Per chi viaggia in treno, la stazione di Rovato è ben collegata con Brescia e Milano, mentre l’aeroporto più vicino è quello di Bergamo Orio al Serio. Dalla stazione si può prendere un autobus di linea che ferma proprio di fronte al castello oppure, in alternativa, si può fare una camminata attraversando il centro del paese per poco più di 2 km.

Il castello Quistini è un ottimo punto di partenza per andare alla scoperta delle cantine e dei paesaggi collinari della Franciacorta, che durante la primavera diventano mete molto frequentate dagli amanti dell’enoturismo.

Lubriano è il borgo silenzioso della Tuscia con panorami epici sulla Valle dei Calanchi

Avete presente Civita di Bagnoregio, la “Città che Muore”? Immaginiamo di sì perché è uno dei borghi italiani più conosciuti anche all’estero. Bene, ciò che in molti non sanno, però, è che di fronte a esso sorge un altro bellissimo paesino, che per alcuni aspetti è anche molto, ma molto simile. Il suo nome è Lubriano e si trova affacciato sulla Valle dei Calanchi, una distesa di creste argillose che si rincorrono fino all’orizzonte.

Siamo nella Tuscia viterbese, forse in una delle sue zone più selvagge, e Lubriano prende vita proprio lì, su una lingua di terra che quasi pare dover crollare da un attimo all’altro (anche se, e va detto, è assolutamente più stabile della vicina Civita). Conta meno di 1.ooo abitanti, ma nonostante ciò racchiude una stratificazione storica che parte dagli Etruschi, passa per i Romani e attraversa invasioni, guerre, dominazioni longobarde e potere papale. Il suo nome antico, Vicus Cimiliano, racconta già una lunga trasformazione.

Qui il tempo si percepisce nei dettagli: il basalto scuro sotto i piedi estratto dalle cave vicine; le case in tufo che trattengono il caldo del giorno e rilasciano lentamente l’odore della terra; le aperture tra le mura che regalano scorci improvvisi su un paesaggio che sembra disegnato a mano.

Cosa vedere a Lubriano

Questo silenzioso e affascinante borgo del Lazio invita a esplorare il suo tessuto urbano e i suoi punti di osservazione con attenzione ai dettagli architettonici, i quali riflettono le diverse stratificazioni storiche e il contesto geologico che, contemporaneamente, modella ogni visuale.

Piazza San Giovanni Battista

Il cuore di Lubriano si apre in una piazza ampia e luminosa che funziona da punto di incontro tra vita quotidiana e storia. Dedicata a San Giovanni Battista, vi si affacciano gli edifici più importanti e fa sì che lo sguardo corra subito oltre le case, quindi verso la valle.

Al centro si trova la Fontana della Pucciotta, realizzata all’inizio del ‘900 per celebrare l’arrivo dell’acqua. La vasca quadrata in basalto sostiene una figura in bronzo, un putto che stringe un cigno dal cui becco sgorga un getto continuo.

Chiesa di San Giovanni Battista

A pochi passi dalla fontana sorge la Chiesa di San Giovanni Battista legata a una storia che affonda nel periodo longobardo. L’edificio attuale mostra un volto barocco ed è risultato di ricostruzioni successive (soprattutto dopo il terremoto del’600 che colpì duramente tutta l’area).

L’interno è raccolto, con una sola navata scandita da arcate ampie. Tra le opere conservate si trovano affreschi, pale e lapidi incastonate nelle pareti e, tra le altre cose, anche le reliquie di San Procolo, figura molto cara alla comunità locale.

Palazzo Monaldeschi

Poco distante si incontra uno degli edifici più rappresentativi del borgo. Il Palazzo Monaldeschi ha una storia lunga e stratificata: prima dell’anno 1.000 ospitava un convento, attorno al quale si sviluppò il primo nucleo abitato. In seguito passò alla potente famiglia Monaldeschi, che ne fece una residenza signorile.

Nel ‘600 subì una trasformazione radicale in stile barocco e ancora oggi si riconoscono i grandi saloni, le decorazioni eleganti e i giardini pensili con geometrie curate.

Torre Monaldeschi

Nel quartiere dell’Ortale si alza la torre che per secoli ha avuto funzione di controllo e difesa. La struttura originale della Torre Monaldeschi raggiungeva circa 35 metri di altezza, ma anche in questo caso il terremoto del 1695 ne causò il crollo parziale.

Attualmente resta un punto di riferimento visivo per il paese e salire fino in cima, quando possibile, regala una vista che si estende in tutte le direzioni: si distinguono i profili dei Monti Amerini, la Valle del Tevere e i centri abitati sparsi tra Lazio e Umbria.

Museo Naturalistico di Lubriano

Per capire davvero il territorio serve entrare in questo spazio dedicato alla geologia e alla biodiversità locale. Il museo racconta la formazione dei calanchi, nati dall’erosione di argille e sabbie su un substrato vulcanico.

Propone anche percorsi legati alle tradizioni rurali, con particolare attenzione alle erbe spontanee, ai frutti locali e alle antiche pratiche di raccolta. Le visite guidate portano spesso fuori dalle sale, direttamente nei sentieri che circondano il borgo.

Santuario della Madonna del Poggio

Appena fuori dal centro si trova il Santuario della Madonna del Poggio risalente al ‘500, poi ampliato in epoca barocca dopo i danni causati dal terremoto. L’interno custodisce una pala seicentesca con la Madonna in trono.

La posizione, leggermente isolata rispetto al paese, contribuisce a creare un’atmosfera raccolta. Durante la festa dell’Ascensione, invece, diventa il fulcro di una celebrazione molto sentita.

Cosa fare a Lubriano

In questo borgo della Tuscia è possibile lasciarsi andare ad attività semplici, connesse al territorio e alle tradizioni. Anzi, a essere del tutto onesti qui si viene soprattutto per osservare, assaggiare e partecipare. Ta le esperienze migliori:

  • Affacciarsi sulla Valle dei Calanchi: i belvedere disseminati lungo il paese permettono di posare gli occhi su prospettive sempre diverse. Basta spostarsi di pochi metri per vedere cambiare completamente il disegno delle creste argillose.
  • Salire sulla Torre Monaldeschi: quando l’accesso è consentito, la salita vale lo sforzo. Dall’alto si percepisce la conformazione del territorio in modo molto più chiaro.
  • Partecipare alle feste locali: in estate il borgo si anima con la Festa del vino della Valle dei Calanchi e la Sagra della Bistecca Chianina. Profumi intensi, tavoli all’aperto e una convivialità diretta e piacevole.
  • Assistere all’Infiorata dell’Ascensione: le strade si riempiono di tappeti floreali realizzati a mano, con colori accesi, disegni curati e una partecipazione collettiva che coinvolge tutto il paese.
  • Visitare il Museo Naturalistico con guida: le escursioni organizzate consento di entrare davvero nel paesaggio, tra sentieri e osservazioni sul campo.
  • Scoprire le cantine e i prodotti locali: tra enoteche e piccoli negozi si trovano vini della Teverina, salumi e carne chianina.

Come arrivare

Lubriano si estende nella provincia di Viterbo, a circa 120 chilometri da Roma, su un crinale che segna il passaggio verso l’Umbria. Il riferimento più semplice è Bagnoregio, distante solo pochi minuti di auto. Chi arriva in macchina percorre strade scorrevoli per gran parte del tragitto, anche se gli ultimi chilometri richiedono un po’ di attenzione perché la segnaletica tende a ridursi e il paese appare all’improvviso.

All’ingresso si incontra uno dei punti panoramici più noti, posto a circa 470 metri di altitudine. Da lì parte una discesa lieve che conduce verso il centro abitato. Un ponte costruito nel secondo dopoguerra collega l’area con la rete stradale umbra e facilita gli spostamenti verso il casello autostradale più vicino.

Arrivando a Lubriano, Tuscia
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Arrivando nel bel borgo di Lubriano

Il paese di Lubriano resta fuori dai circuiti più affollati (per il momento), ed è proprio questo il suo punto di forza. Arrivarci richiede un minimo di attenzione in più, ma la ricompensa è immediata: una vista che resta impressa e un silenzio che raramente si trova altrove.

L’incanto dei Grandi Giardini Italiani: 5 nuove meraviglie entrano nella Guida 2026

Con l’arrivo della primavera, torna la Guida Grandi Giardini Italiani, impresa culturale nata nel 1997 che da ventotto anni accompagna gli appassionati di botanica, arte e paesaggio nella scoperta dei più bei giardini d’Italia. L’edizione 2026 non solo aggiorna le informazioni su circa 150 giardini distribuiti in dodici regioni, ma accoglie anche cinque nuove location verdi, ampliando un network che valorizza luoghi spesso nascosti in piccoli centri e contesti rurali.

Dalla Franciacorta alla Sicilia, passando per Toscana, Marche e Lago di Garda, ogni nuovo giardino sposa perfettamente la filosofia del network e racconta storie di architettura, natura e arte, trasformando la visita in un’esperienza culturale unica e immersiva.

Cinque nuovi giardini entrano nel network

L’edizione 2026 della Guida Giardini Italiani segna un momento importante: cinque nuovi giardini italiani entrano ufficialmente nel prestigioso network e la guida viene ampliata con una sezione completamente dedicata all’ospitalità. Ecco quali sono:

  • Ca’ del Bosco: a Erbusco, nel cuore della Franciacorta, si trova questa rinomata proprietà vitivinicola dove le vigne dialogano con tante opere d’arte ambientale e architetture contemporanee, offrendo un percorso esperienziale unico tra arte e natura. Alcune delle opere presenti includono il Cancello Solare di Arnaldo Pomodoro, le sculture di Igor Mitoraj, il Ludoscopio di Paolo Scirpa e i Blue Guardians di Cracking Art;
  • La Limonaia del Castèl: a Limone sul Garda, sul Lago di Garda, la tenuta testimonia la tradizione delle limonaie gardesane, con terrazzamenti e complessi storici che uniscono coltivazione e architettura;
  • Castiglion del Bosco: a Montalcino, in Toscana, questa vasta tenuta è immersa nel paradisiaco scenario della Val d’Orcia, dove giardini, vigneti e patrimonio rurale si fondono armoniosamente con il paesaggio naturale;
  • Villa La Quiete: a Treia, nelle Marche, questa dimora storica è immersa in un paesaggio collinare e offre un parco storico con alberature mature e spazi verdi tipici delle residenze di campagna;
  • Parco Trevelyan: a Taormina, in Sicilia, il giardino pubblico ottocentesco – noto anche come Villa Comunale – stupisce per la sua posizione panoramica sul mare, le essenze esotiche e le architetture ornamentali che arricchiscono i percorsi di visita.

Questi nuovi ingressi rafforzano la filosofia del network: rendere accessibile un patrimonio culturale spesso poco conosciuto, valorizzando la connessione tra natura, arte e territorio.

I 5 nuovi giardini della Guida Grandi Giardini Italiani 2026
Massimo Listri
A Ca del Bosco l’opera “Eroi di Luce” di Igor Mitoraj

Arte, ospitalità e innovazione digitale

Oltre all’ampliamento del network, l’edizione 2026 introduce una sezione dedicata all’ospitalità, permettendo ai visitatori di programmare soggiorni all’interno delle proprietà, un’esperienza immersiva che unisce relax e cultura.

La copertina della Guida 2026 celebra l’opera 0121-1110=115075 (2015) dell’artista Jaehyo Lee, installata presso Arte Sella sull’altopiano della Valsugana in Trentino, sottolineando il legame tra giardino, arte contemporanea e paesaggio.

Anche il sito ufficiale, completamente rinnovato, facilita l’organizzazione delle visite: da grandigiardini.it è possibile acquistare biglietti d’ingresso, consultare eventi e seguire le principali fioriture stagionali. La Guida Grandi Giardini Italiani 2026 è disponibile sul sito ufficiale, negli shop dei giardini che aderiscono all’iniziativa o tramite prenotazione telefonica.

Grazie a queste novità, Grandi Giardini Italiani consolida il proprio ruolo di punto di riferimento per chi desidera scoprire il patrimonio verde italiano in maniera autentica e curata, combinando la bellezza naturale dei giardini con esperienze culturali di alto livello.

Con questa edizione, il network si conferma non solo custode della tradizione botanica e paesaggistica, ma anche innovatore nell’ospitalità e nella promozione digitale, rendendo la visita a ogni giardino un viaggio tra storia, arte e natura che emoziona e ispira.

La Guida Grandi Giardini Italiani 2026
Comune di Limone sul Garda
Limonaia del Castel a Limone sul Garda

Giornate dei castelli, palazzi e borghi medievali: i tesori nascosti

Domenica 1° marzo 2026 torna uno degli appuntamenti più attesi per chi ama il patrimonio storico diffuso e le atmosfere d’altri tempi: con la nuova edizione delle “Giornate dei Castelli, Palazzi e Borghi medievali” riprendono le aperture congiunte che coinvolgono 23 località della media pianura lombarda, distribuite tra le province di Bergamo, Brescia, Cremona e Milano.

L’iniziativa si sviluppa in 11 giornate, concentrate nelle prime domeniche del mese e nelle principali festività primaverili ed estive, con un calendario che accompagna fino all’autunno inoltrato: si tratta, insomma, di un vero e proprio circuito coordinato che mette in rete realtà pubbliche e private, spesso chiuse al pubblico, e trasforma, per un giorno, borghi e dimore storiche in luoghi animati e accessibili.

23 località e oltre 20 mila visitatori

I numeri raccontano la solidità di un progetto giunto al dodicesimo anno consecutivo: ogni stagione sono circa 20 mila i visitatori che scelgono di esplorare l’itinerario diffuso e decidono il proprio percorso tra rocche, manieri, palazzi e centri storici. La formula è semplice ma efficace: in ciascuna data prevista, le località aderenti aprono in contemporanea, in modo da consentire visite multiple nell’arco della stessa giornata o di tornare più volte nel corso dell’anno per completare l’esperienza.

L’edizione 2026 si apre domenica 1° marzo e prosegue con una serie di appuntamenti che comprendono lunedì 6 aprile (Pasquetta), sabato 25 aprile, venerdì 1° maggio, domenica 3 maggio, martedì 2 giugno, domenica 7 giugno, sabato 4 luglio con un’edizione serale, domenica 6 settembre, domenica 4 ottobre e domenica 1° novembre.

Scorcio del Castello Visconteo di Trezzo sull'Adda, Lombardia
Ufficio Stampa Pianura da scoprire
Incantevole scorcio del Castello Visconteo di Trezzo sull’Adda

Tra rievocazioni, laboratori e mercatini

Durante le Giornate, i portoni si aprono e i ponti levatoi tornano a scricchiolare, e restituiscono vita a mete che per secoli hanno segnato la storia della pianura lombarda. Non mancano rievocazioni in costume, laboratori didattici per bambini, mercatini di antiquariato e prodotti tipici, eventi culturali e visite guidate.

La possibilità di personalizzare l’itinerario è, senza dubbio, uno degli elementi distintivi dell’iniziativa: i partecipanti possono decidere quali e quante località raggiungere in base alle aperture previste e il sito dell’Associazione Pianura da scoprire è il principale punto di riferimento informativo: sempre aggiornato, offre indicazioni su orari, costi, modalità di prenotazione, oltre a consigli sulla ristorazione e su percorsi tematici, paesaggistici e bike friendly.

Il “Passaporto” e le nuove sinergie

Tra gli strumenti più apprezzati spicca il “Passaporto”, un libretto che raccoglie immagini e descrizioni dei luoghi aderenti. In ogni località è possibile apporre un timbro per una sorta di “viaggio a tappe” che invita a tornare per completare la collezione. Per il 2026, accanto al Passaporto, debuttano anche nuove shopper in tela dedicate e si rinnova la collaborazione con il circuito Ville Aperte in Brianza, che in due periodi dell’anno (tra fine aprile e metà settembre) consente l’accesso a residenze storiche di solito non visitabili.

La parola alle istituzioni

Le dichiarazioni dei promotori sottolineano la valenza strategica dell’iniziativa. Debora Massari, assessore regionale al Turismo, evidenzia come la capacità di fare rete trasformi singole eccellenze in un circuito strutturato, in grado di generare attrattività e valore reale per le economie locali: la logica delle aperture coordinate diventa così uno strumento di marketing territoriale capace di intercettare nuovi flussi e di valorizzare anche le realtà meno conosciute.

Giuseppe Togni, presidente dell’Associazione Pianura da scoprire, richiama la continuità dei risultati raggiunti in dodici anni di lavoro e la collaborazione tra Comuni, associazioni, professionisti e volontari, che rappresenta l’ossatura organizzativa del progetto. La dimensione partecipativa è centrale anche nelle parole di Federica Bruletti, segretario generale della Fondazione della Comunità Bergamasca, che sostiene il circuito mediante il Bando Cultura, riconoscendone il valore come esempio di cultura diffusa e accessibile.

Infine, il ruolo delle infrastrutture emerge nell’intervento di Matteo Milanesi, direttore generale di A35 Brebemi Aleatica, main sponsor dell’evento. La crescita del traffico registrata nel 2025, pari al +3%, conferma come l’arteria sia sempre più utilizzata anche per il tempo libero e faciliti la scoperta dei territori lungo la direttrice Milano–Nord Est.

Il Castello di Uchisar, il punto più alto della Cappadocia, un’affascinante fortezza con secoli di storia

La Cappadocia è un luogo che sembra uscito da un sogno e che affascina i viaggiatori proprio per questa dimensione fiabesca e surreale, con le sue vallate scavate nella roccia, i Camini delle Fate che punteggiano il paesaggio e un cielo attraversato dalle mongolfiere all’alba. In questo scenario magico si erge il Castello di Uchisar, la fortezza più alta della regione, un autentico gioiello scolpito nella roccia vulcanica a 1.270 metri sul livello del mare.

Osservarlo da lontano è come ammirare una città sospesa tra terra e cielo, un punto di riferimento che domina le valli circostanti con una maestosità senza tempo. Entrare nel castello significa d’altro canto camminare attraverso secoli di storia, scoprire corridoi nascosti, camere segrete e panorami che tolgono il respiro, rendendo ogni passo un viaggio tra passato e presente.

Cosa vedere e cosa sapere sul Castello di Uchisar

Il Castello di Uchisar non è solo una fortezza, ma un labirinto di tunnel e stanze scavate nella roccia, testimone di civiltà che si sono succedute per millenni in Cappadocia.

Le prime tracce di insediamenti in questa zona della Turchia risalgono all’VIII secolo, quando i coloni bizantini sfruttarono la morbidezza del tufo per creare rifugi e abitazioni. Successivamente, durante il VII secolo, i bizantini trasformarono l’area in una zona strategica di difesa contro le incursioni, utilizzando la conformazione naturale del terreno per proteggere popolazione e rifornimenti.

Castello di Uchisar, Turchia
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Vista ravvicinata del Castello di Uchisar

Prima ancora, gli Ittiti avevano lasciato la loro impronta, facendo di questa posizione elevata un punto di controllo sulle antiche rotte commerciali, inclusa la leggendaria Via della Seta.

Nel corso dei secoli, dunque, la fortezza ha ospitato fino a mille abitanti, diventando un piccolo villaggio verticale, con stanze abitative, magazzini, laboratori, chiese e persino colombaie, il cui guano era prezioso fertilizzante per i campi sottostanti. La struttura selgiuchide aggiunse caravanserragli e piccoli centri abitati, mentre successive dominazioni, dai Persiani ai Romani, hanno lasciato tracce indelebili. Anche se gli ultimi residenti lasciarono il castello negli anni Cinquanta del Novecento, la sua essenza rimane intatta, con i tunnel e le stanze che raccontano storie di comunità, difesa e ingegno umano, qui nel cuore della Cappadocia.

Per salire fino alla terrazza principale bisogna percorrere 275 gradini, un piccolo impegno fisico ampiamente ripagato dalla vista a 360 gradi sulle vallate circostanti, tra cui la Valle dei Piccioni e la Valle dell’Amore, e, nelle giornate più limpide, persino le cime innevate del Monte Erciyes in lontananza.

Castello di Uchisar, Cappadocia
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Il secolare Castello di Uchisar in Cappadocia

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Uchisar si trova nel cuore della Cappadocia, nella provincia di Nevşehir, a pochi chilometri da Göreme, uno dei centri principali della regione. Raggiungerlo è semplice, con diverse opzioni a disposizione. Chi preferisce l’auto può percorrere strade panoramiche dalla vicina città di Nevşehir o da Göreme, usufruendo del parcheggio comunale situato a breve distanza dall’ingresso del castello.

Per chi viaggia in autobus, collegamenti frequenti da Göreme e Nevşehir permettono di arrivare in circa 15 minuti, con un costo contenuto.

Un’alternativa più suggestiva è il percorso a piedi attraverso la Valle dei Piccioni, un cammino di circa 90 minuti che regala panorami incredibili e la possibilità di immergersi completamente nelle atmosfere rupestri della Cappadocia. La salita, moderatamente impegnativa, è accessibile anche ai bambini e a chi ha una forma fisica nella media, con numerosi punti di sosta dove ammirare la valle dall’alto.

Si consiglia di visitare il castello nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, per godere della luce migliore e dei colori caldi che illuminano la roccia vulcanica. Accanto al castello si trovano caffè e ristoranti dove riposarsi e assaporare la cucina locale, mentre all’interno della fortezza l’attenzione è tutta rivolta alla storia e al panorama.

I sentieri scavati nel tufo della Valle dei Piccioni, per riscoprire il legame ancestrale tra l’uomo e i volatili

Nel cuore pulsante della Turchia, in quel triangolo magico chiamato Cappadocia, si apre una fenditura lunga oltre 4 chilometri che i locali identificano come Güverçinlik Vadisi. Con il nome Valle dei Piccioni in italiano, è un paesaggio piuttosto surreale che nasce da un’antica violenza geologica: le eruzioni dei vulcani anatolici, tra cui l’Erciyes, hanno depositato strati di ignimbrite e cenere compressa. Il tempo, poi, ha fatto il resto scavando un canyon profondo quasi 100 metri, con pareti friabili che l’uomo ha imparato a modellare.

Una gola che unisce Uçhisar alla vivace Göreme e che rappresenta un museo a cielo aperto di ingegneria rurale ma, alle volte, sottovalutata dai viaggiatori. Mentre i turisti solitamente osservano i Camini delle Fate dall’alto dei cesti di vimini delle mongolfiere, non si rendono conto che il vero spirito della regione risiede nel fango secco dei sentieri che solcano il fondovalle che risulta bucherellato da centinai di finestrelle rettangolari, lì a testimoniare un’alleanza millenaria tra gli agricoltori e i pennuti.

Questo particolare nome si deve proprio da una pratica iniziata almeno nel IX secolo e legata agli stessi volatili. Gli abitanti, tra cui comunità cristiane rifugiate in questa zona per sfuggire alle persecuzioni, scavarono nicchie regolari nelle pareti per attirarli. Il guano, raccolto con cura, veniva sparso nei vigneti. Su questo suolo vulcanico povero di azoto, quel fertilizzante naturale trasformò campi aridi in filari produttivi e i loro escrementi, mescolati a pigmenti e leganti, contribuivano anche a intensificare i colori degli affreschi nelle chiese scavate nella roccia.

Cosa vedere e fare nella Valle dei Piccioni

Si abbandona il rumore dei pullman per ritrovare il silenzio, per poi essere al cospetto di una valle che si presenta tortuosa e ricca di vegetazione spontanea, sfidando l’aridità circostante. Limitarsi a scattare una fotografia dal punto panoramico è un spreco, perché dedicandosi al sentiero si scopre una trama più complessa, piena di architettura rurale, resti di rifugi sotterranei e dettagli che testimoniano secoli di vita.

Le colombaie rupestri

Tantissime piccole finestre quadrate o ovali, allineate con una precisione sorprendente, impreziosiscono le pareti del canyon. Sono decorate con motivi geometrici bianchi e rossi e per un motivo alquanto utile: servivano ad attirare gli uccelli verso i nidi artificiali.

Allo stesso tempo, alcuni ingressi delle cavità mostrano residui di intonaco lucido, una tecnica studiata per impedire ai predatori, specialmente alle volpi e ai rettili, di arrampicarsi all’interno (sì, proprio per proteggere le migliaia di volatili).

Il sentiero tra Uçhisar e Göreme

Ci vuole all’incirca un’oretta a passo lento. Partendo da Uçhisar si procede in lieve discesa sul letto di un torrente stagionale che costeggia orti, vigneti e alberi di fico.

A metà strada affiora un piccolo rifugio sotterraneo, noto come Tığraz Underground Refuge. Non è esteso quanto le celebri città ipogee della Cappadocia, ma riesce comunque a testimoniare la necessità di protezione in epoche instabili. Poco distante si distinguono i resti di un mulino per il bulgur, memoria di un’economia contadina basata su cereali e trasformazioni manuali.

Il belvedere e l’Albero del Malocchio

Sul margine della strada che scende da Uçhisar verso Göreme, risiede un punto panoramico che attira gruppi e venditori di souvenir. Ma del resto qui sorge un albero carico di amuleti blu contro il malocchio, chiamati nazar. La tradizione di appendere strisce di tessuto ai rami risale alle comunità greche presenti prima dello scambio di popolazioni del 1924 tra Grecia e Turchia. Dopo quell’anno, nuovi abitanti continuarono il gesto.

Le perline turchesi riflettono la luce e mettono in scena un contrasto acceso con il beige delle ignimbriti. Sullo sfondo, il castello di Uçhisar domina la scena con la sua straordinaria architettura antica.

Albero del Malocchio, Cappadocia
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L’Albero del Malocchio e sullo sfondo Uçhisar

La chiese sotterranee della Valle dei Piccioni

Lungo le pareti laterali, e osservando con notevole attenzione, non è difficile incontrare piccole cavità scavate nella roccia, alcune delle quali possiedono semplici croci incise o tracce di pittura ormai sbiadita.

Le grandi chiese rupestri come quelle del Museo all’Aperto di Göreme sono tutta un’altra cosa, ma questi ambienti essenziali hanno comunque un enorme fascino e soprattutto sono la traccia tangibile della presenza monastica diffusa nella regione tra epoca tardoantica e bizantina.

Uçhisar e la sua architettura scavata

Prima o dopo l’escursione vale la pena esplorare Uçhisar, posto in cui le case tradizionali si integrano nella roccia, con facciate in pietra calcarea e interni scavati. Molte dimore sono state restaurate e trasformate in boutique hotel, segno di un turismo che investe capitale e modifica il tessuto urbano.

Salire fino alla sommità del castello aiuta a leggere la geografia circostante. Da lassù, tra le altre cose, si distinguono le Valli Rosa e Rossa verso est e l’ampio altopiano che circonda Göreme.

Come arrivare e quando andare

L’affascinante Valle dei Piccioni si trova in Anatolia e questo vuol dire che per raggiungerla è necessario un volo verso l’aeroporto di Kayseri o quello di Nevşehir, seguiti da un breve trasferimento su strada. La zona presenta due accessi principali: uno situato ai piedi del castello di Uçhisar e l’altro nei pressi del centro abitato di Göreme. Il percorso è prevalentemente in discesa partendo da Uçhisar, rendendo la traversata meno faticosa e permettendo di godere della prospettiva migliore sui rilievi.

Il calendario ideale per questa esperienza coincide con i mesi di maggio e settembre. Durante la primavera, la vegetazione esplode in un verde smeraldo che contrasta col giallo della pietra, mentre l’autunno si distingue per le sue temperature miti e cieli di un blu cobalto profondissimo.

Valle dei Piccioni, Cappadocia
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Formazioni rocciose della Valle dei Piccioni

L’inverno trasforma il paesaggio in un quadro monocromatico ricoperto di neve, offrendo un silenzio spettrale ma rendendo i sentieri scivolosi e difficili da interpretare. L’estate, al contrario, colpisce con un calore secco che impone di iniziare il cammino alle prime luci dell’alba, quando le ombre sono ancora lunghe e i turisti dormono nelle loro stanze sotterranee.

Portare con sé scarpe con suola scolpita aiuta a gestire i tratti di sabbia vulcanica che rendono il terreno instabile, mentre una bella borraccia d’acqua fresca rimane il miglior alleato contro l’arsura dell’altopiano.

L’arcobaleno sulla Terra: viaggio tra le montagne segrete di Nallıhan, in Turchia

Quando si pensa alla Turchia, la mente corre immediatamente ai camini delle fate della Cappadocia o al caos magnetico di Istanbul. Quando si pensa ad Ankara, invece, affiorano immagini istituzionali, viali severi, architetture funzionali e un ritmo urbano legato al ruolo amministrativo della Capitale. Eppure, nel cuore dell’Anatolia Centrale esiste un posto che sembra essere sfuggito alla tavolozza di un pittore distratto, delle Montagne Arcobaleno che ci ricordano che, per fortuna, tale meraviglia non si trova solo in Perù: Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri.

Questa formazioni rocciose rappresentano una frattura visiva e concettuale rispetto alla narrazione dominante della regione: colline policrome che appaiono dipinte a mano e distese ondulate attraversate da tonalità terrose che mutano con la luce e con le stagioni. Le Gökkuşağı Tepeleri, letteralmente Colline Arcobaleno, ricevono il nome dall’alternanza di rosso, ocra, giallo, grigio, verde pallido e marrone. Dei colori magnetici, che derivano dalla composizione minerale dei sedimenti e dalla storia chimica dei materiali depositati in un antico bacino lacustre.

Il risultato si mostra oggi come una tela naturale di dimensioni monumentali, paragonata spesso ad aree celebri dell’America o dell’Asia orientale (pur mantenendo una forte identità anatolica).

Come si sono formate le Montagne Arcobaleno della Turchia

Le Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri affondano le proprie radici nel Miocene superiore, ovvero circa 10 milioni di anni fa. In quel periodo l’area era occupata da un lago interno e ciò faceva sì che dei sedimenti fini venissero trasportati da corsi d’acqua, per poi depositarsi sul fondo. Un processo che, con calma e pazienza, creava strati successivi di argille, limi e sabbie. Con il passare del tempo questi materiali hanno subito una sorta di trasformazione chiamata diagenesi, grazie alla quale sono divenuti rocce sedimentarie compatte.

La varietà cromatica che colpisce chiunque la osservi deriva invece dalla presenza di elementi chimici differenti: le tonalità rosse e marroni indicano un’elevata concentrazione di ferro ossidato; il livelli grigio scuro e neri suggeriscono ambienti poveri di ossigeno, ricchi di materia organica preservata; le sfumature gialle e verdastre riflettono condizioni chimiche variabili durante la deposizione e la successiva trasformazione dei sedimenti.

Contemporaneamente, i movimenti tettonici hanno sollevato e inclinato gli strati, mentre processi erosivi legati ad acqua e vento hanno scolpito le forme attuali. Quel che al giorno d’oggi ci lascia a bocca aperta è quindi una sezione totalmente naturale, che permette agli studiosi di ricostruire antichi climi, vegetazione passata e dinamiche ambientali. Per questo motivo l’area attira geologi e ricercatori provenienti da vari Paesi del mondo.

Cosa e fare e vedere

Il territorio di Nallıhan (distretto della provincia di Ankara, situato nel cuore della Turchia) mette a disposizione esperienze che intrecciano osservazione, contemplazione e conoscenza. Le attrazioni si distribuiscono tra rilievi colorati, zone umide e punti di osservazione studiati per valorizzare il patrimonio naturale.

Visitare le Gökkuşağı Tepeleri

L’apice dell’esperienza risiede, inevitabilmente, nelle colline stesse. Le superfici presentano linee curve e piani inclinati, la cui percezione varia nell’arco della giornata: al mattino i toni appaiono più freddi, mentre nel pomeriggio emergono sfumature calde e profonde. La vista dall’area prospiciente il lago artificiale permette di cogliere l’intera sequenza cromatica, con il contrasto tra acqua, cielo e terra stratificata.

Gökkuşağı Tepeleri, Turchia
Getty Images
I colori arcobaleno delle Gökkuşağı Tepeleri

Kız Tepesi Tabiat Anıtı

Questa altura, chiamata Kız Tepesi Tabiat Anıtı, è riconosciuta ufficialmente come monumento naturale e rappresenta uno dei punti più emblematici del complesso. La tutela istituita nel 2019 copre oltre 500 ettari e garantisce la conservazione del paesaggio. Kız Tepesi consente di poter avere una lettura chiara delle dinamiche geologiche che hanno modellato la zona, grazie a sezioni naturali visibili a distanza ravvicinata.

Nallıhan Kuş Cenneti

Ai piedi delle colline si estende una zona umida di rilevanza internazionale: Nallıhan Kuş Cenneti. Il bacino creato dalla diga di Sarıyar, insieme a canneti, saliceti, pioppeti e campi agricoli, sostiene una biodiversità elevata. Oltre ben 200 specie di uccelli frequentano l’area nel corso dell’anno, con cicogne nere, rapaci, aironi e anatre che trovano rifugio e nutrimento lungo le sponde. A disposizione dei visitatori c’è una torre di osservazione grazie a cui si ha l’opportunità di seguire i movimenti avifaunistici senza (e giustamente) interferire con l’ambiente.

Fotografia di paesaggio e naturalistica

La varietà cromatica e la presenza faunistica rendono il sito un riferimento per fotografi specializzati. Le superfici stratificate rispondono in modo netto alla variazione della luce, mentre la vicinanza di acqua e cielo amplia le possibilità compositive. Anche la fotografia scientifica trova qui un laboratorio a cielo aperto.

Juliopolis

A breve distanza resiste alle intemperie Juliopolis, un’antica città romana con necropoli che aggiunge un tocco di mistero storico al viaggio. E se avete tempo, non dimenticate di fermarvi nelle locande locali per assaggiare il cibo anatolico genuino: il tè servito nei tipici bicchieri a clessidra e i piatti a base di prodotti della terra vi faranno sentire parte di questa cultura millenaria.

Come arrivare a Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri

Il distretto di Nallıhan si trova a circa 130 chilometri dal centro di Ankara. Il percorso più pratico segue l’asse Ayaş e Beypazarı, attraversando un paesaggio rurale che anticipa la varietà naturale della zona. Superato il centro abitato di Nallıhan, il visitatore può approfittare delle indicazioni stradali che conducono verso il Kuş Cenneti. Ed è proprio a quel punto che le colline colorate emergono sul versante opposto.

Da Istanbul il tragitto richiede circa 4 ore attraverso l’Anatolia nord-occidentale, mentre da Bursa il tempo di percorrenza si aggira intorno alle 3 ore. Il trasporto pubblico, invece, offre possibilità limitate, rendendo il mezzo privato la scelta più efficace per raggiungere l’area e muoversi con autonomia.

Una volta arrivati, l’assenza di strutture commerciali impone una preparazione adeguata. Ciò vuol dire che acqua, protezione solare e calzature adatte al terreno devono essere con noi in quanto risultano essenziali. Il valore del sito risiede anche nella sua integrità: il rispetto per l’ambiente garantisce che questo archivio naturale continui a raccontare la propria storia senza interferenze.

Le Nallıhan Gökkuşağı Tepeleri dimostrano che l‘Anatolia Centrale custodisce scenari capaci di ribaltare percezioni consolidate. Qui la Terra espone le proprie stratificazioni con una chiarezza disarmante, regalando un’esperienza che unisce bellezza, scienza e silenzio vitale.

Le più belle mostre del 2026 da non perdere da Nord a Sud Italia

Il 2026 si prospetta un anno straordinario per gli amanti dell’arte in Italia, con esposizioni che spaziano dai grandi maestri del passato alle avanguardie contemporanee. Da Brescia a Venezia, passando per Milano, Roma, Firenze, Perugia, Genova e Rovigo, le città italiane ospiteranno mostre imperdibili che permetteranno di scoprire capolavori di pittura, scultura, grafica, fotografia e arti applicate.

In questo articolo vi proponiamo una guida alle dodici mostre più interessanti, selezionate per la loro qualità artistica e l’unicità dei contenuti.

Liberty. L’arte dell’Italia moderna a Brescia

Dal 24 gennaio al 14 giugno 2026, Palazzo Martinengo a Brescia ospita la mostra “Liberty. L’arte dell’Italia moderna”, curata da Manuel Carrera, Davide Dotti e Anna Villari. L’esposizione racconta i primi quindici anni del Novecento, quando l’Italia si aprì a nuovi linguaggi artistici, influenzando pittura, scultura, architettura, moda, grafica e fotografia.

Con oltre 100 capolavori tra dipinti, sculture, ceramiche, fotografie e spezzoni cinematografici, la mostra esplora lo stile Liberty in tutte le sue sfaccettature, dalle forme sinuose della grafica alle eleganti linee dei vestiti femminili dell’epoca. Tra gli artisti presenti figurano Vittorio Matteo Corcos, Gaetano Previati, Plinio Nomellini, Edoardo Rubino e Galileo Chini.

Maggiori informazioni e biglietti in vendita sul sito Mostraliberty.com.

Macchiaioli a Milano

A Milano, dal 3 febbraio al 14 giugno, Palazzo Reale ospita la mostra dedicata ai Macchiaioli, il movimento artistico che anticipò l’Impressionismo in Italia. Con più di 90 opere di Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Raffaello Sernesi, la rassegna è organizzata in nove sezioni che raccontano il legame tra arte e ideali risorgimentali, il Positivismo francese e il desiderio di una pittura “nazionale”.

I visitatori potranno immergersi nel mondo dei pittori che rivoluzionarono la luce e il colore in chiave moderna. La mostra include anche dettagli sul contesto sociale e culturale del periodo, permettendo di comprendere come i Macchiaioli abbiano contribuito a creare una nuova identità artistica italiana.

Maggiori informazioni e biglietti in vendita sul sito Palazzorealemilano.it.

Bernini e i Barberini a Roma

Dal 12 febbraio al 14 giugno, Palazzo Barberini a Roma accoglie “Bernini e i Barberini”, una mostra che esplora il rapporto creativo tra Gian Lorenzo Bernini e il suo principale committente, Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII.

L’esposizione permette di ripercorrere la carriera del grande scultore napoletano attraverso opere come Le Quattro Stagioni e San Sebastiano, provenienti da importanti collezioni europee e italiane, illustrando la profonda sinergia tra arte e mecenatismo nel Seicento.

Sul sito ufficiale delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini si possono trovare maggiori info e biglietti.

Rothko a Firenze

Dal 14 marzo al 23 agosto 2026, Palazzo Strozzi a Firenze ospita “Rothko a Firenze”, un’esposizione che ripercorre l’intera carriera di Mark Rothko. Dalle prime opere figurative degli anni Trenta e Quaranta fino alle tele astratte degli anni Cinquanta e Sessanta, la mostra permette di comprendere l’evoluzione di uno degli artisti più influenti del Novecento, capace di trasformare il colore in emozione pura.

Sono previste anche visite guidate e approfondimenti tematici per entrare nel pensiero filosofico e nella poetica cromatica dell’artista. Su Palazzostrozzi.org tutte le informazioni necessarie per programmare la visita.

Kiefer. Le Alchimiste a Milano

Sempre a Milano, dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, Palazzo Reale presenta “Kiefer. Le Alchimiste”, una mostra che rende omaggio alle donne alchimiste e al loro ruolo nella nascita della scienza moderna. Con 38 teleri monumentali, Anselm Kiefer esplora simboli, miti e rituali alchemici, proponendo un viaggio tra storia, esoterismo e arte contemporanea.

L’esposizione è visitabile solo previa prenotazione sul sito Palazzorealemilano.it e offre un’esperienza immersiva tra pittura e riflessione concettuale.

Magnifico 1492 a Firenze

Nell’autunno 2026, le Gallerie degli Uffizi di Firenze presentano “Magnifico 1492”, dedicata a Lorenzo de’ Medici e alla sua straordinaria collezione d’arte. Oltre 100 opere provenienti da tutto il mondo ricostruiscono per la prima volta il patrimonio artistico del celebre mecenate rinascimentale, mostrando come Firenze sia stata centro di cultura e innovazione, non solo in pittura e scultura, ma anche in arti decorative e manifatture.

La mostra offrirà anche attività didattiche e percorsi interattivi per studenti e appassionati. Controllare il sito degli Uffizi per aggiornamenti in tempo reale.

Transforming Energy a Venezia

Dal 6 maggio al 19 ottobre, le Gallerie dell’Accademia di Venezia ospitano “Transforming Energy” di Marina Abramović, in occasione della 61ª Biennale. L’artista, che compirà 80 anni, propone un percorso tra opere storiche, performance iconiche e nuove creazioni realizzate appositamente per la mostra, offrendo un’esperienza intensa che unisce corpo, energia e partecipazione dello spettatore. Per tutte le informazioni visitare il sito Gallerieaccademia.it.

Gianfranco Frattini 100 a Milano

Il 2026 segna il centenario della nascita di Gianfranco Frattini (15 maggio 1926 – 6 aprile 2004), uno dei designer e architetti più raffinati del secondo Novecento italiano.

Milano celebrerà l’anniversario con un programma che comprende mostre, eventi, installazioni e nuove pubblicazioni, curate dallo Studio/Archivio Gianfranco Frattini dei figli Emanuela e Marco Frattini. Frattini ha attraversato con naturalezza architettura, interni, design di mobili e lighting design, fondendo industria e artigianato in progetti sempre riconoscibili per misura, precisione e modernità.

La mostra e gli eventi dedicati al centenario offrono uno sguardo completo sulla sua carriera, dai primi collaborazioni con Gio Ponti agli arredi per hotel e ville, fino ai mobili e oggetti di illuminazione firmati per aziende storiche come Artemide, Cassina e Knoll. In primavera sarà pubblicato “Gianfranco Frattini Designer”, catalogo ragionato che restituisce una lettura critica aggiornata dell’opera del maestro, sottolineando l’equilibrio tra sobrietà, innovazione e rispetto per la tradizione artigianale.

L’anno del centenario invita così a riscoprire un autore che continua a parlare al presente, illuminando con discrezione lo spazio e la forma. Per info visitare il sito Gianfrancofrattini.com.

Le mostre 2026 in Italia
Studio-Archivio Gianfranco Frattini
Ritratto dell’artista Frattini, in Giappone

Van Dyck l’Europeo a Genova

Dal 20 marzo al 19 luglio 2026, il Palazzo Ducale di Genova ospita “Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra”, la più grande retrospettiva sul maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. Con 58 opere suddivise in dieci sezioni tematiche, la mostra presenta capolavori provenienti da istituzioni internazionali come Louvre, Prado, Uffizi e National Gallery di Londra.

L’esposizione esplora i tre momenti fondamentali della carriera di van Dyck. Non solo ritratti, ma anche opere sacre e grandi tele teatrali, tra cui il Matrimonio mistico di Santa Caterina e la Crocefissione, permettono di apprezzare la maestria e la capacità del pittore di dialogare con contesti sociali e culturali diversi.

Il percorso, arricchito da prestiti eccezionali e da un allestimento suggestivo negli spazi del Palazzo Ducale (Appartamento e Cappella del Doge) offre ai visitatori un’esperienza immersiva tra bellezza, pathos e storia dell’arte europea.

Tutte le mostre 2026 in Italia
Ufficio Stampa
Anton van Dyck, Le quattro età dell’uomo, © Vicenza, Museo Civico di Palazzo Chiericati

Zandomeneghi e Degas a Rovigo

Dal 27 febbraio al 28 giugno 2026, il Palazzo Roverella di Rovigo ospita “Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi”, una mostra che mette per la prima volta in dialogo in modo organico due protagonisti dell’arte europea: Federico Zandomeneghi e Edgar Degas. Curata dalla storica dell’arte Francesca Dini, l’esposizione ripercorre l’intensa amicizia e collaborazione tra i due artisti, evidenziando affinità stilistiche, convergenze e influenze reciproche.

Il percorso esplora i primi anni a Firenze e la formazione dei due pittori, per poi seguire la maturazione artistica di Zandomeneghi a Parigi e il suo coinvolgimento nel movimento impressionista.

Prestiti eccezionali da musei nazionali e internazionali, tra cui La famiglia Bellelli del museo Ordrupgaard di Copenaghen e ritratti del Musée d’Orsay, permettono confronti diretti tra le opere dei due maestri. Dalla fase italiana di Zandò fino ai capolavori impressionisti, la mostra racconta il contributo italiano alla modernità europea, restituendo al pubblico un quadro vivo della relazione creativa tra Venezia e Parigi nel XIX secolo. Per maggiori informazioni visitare il sito Palazzoroverella.com.

Italia: tutte le mostre d'arte del 2026
Ufficio Stampa
Federico Zandomeneghi, Il tè, collezione privata

Giotto e San Francesco a Perugia

Dal 14 marzo al 14 giugno 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia celebra l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi con la mostra “Giotto e San Francesco. Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento”, a cura di Veruska Picchiarelli ed Emanuele Zappasodi. L’esposizione esplora il momento in cui il genio di Giotto incontra il carisma di Francesco, dando vita a quella che è considerata la nascita dell’arte moderna italiana.

Il percorso, articolato in quattro sezioni principali, presenta oltre 60 opere di Giotto, Simone Martini, Pietro Lorenzetti e altri maestri attivi ad Assisi, documentando il passaggio dalla tradizione bizantina a una rappresentazione più realistica e emotivamente coinvolgente della realtà.

Affreschi, tavole, polittici e manoscritti illustrano l’impatto duraturo del cantiere francescano sull’arte locale e la diffusione del nuovo linguaggio figurativo in Umbria. La mostra offre un’occasione unica per scoprire opere di straordinaria rilevanza storica e artistica, molte delle quali mai esposte al pubblico, valorizzando il patrimonio culturale della regione. Per maggiori informazioni visitare i profili social di Galleria Umbria Perugia.

Andy Warhol. Ladies and Gentlemen a Ferrara

Nella primavera 2026, Ferrara rende omaggio a Andy Warhol con la riedizione della storica mostra Ladies and Gentleman (1975-76) presso il Palazzo dei Diamanti, in programma dal 14 marzo al 19 luglio 2026. L’esposizione celebra il cinquantesimo anniversario di uno degli eventi più iconici della pop art, presentando oltre 150 ritratti tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid.

La rassegna mette al centro la rivoluzionaria attenzione di Warhol all’identità individuale e alla cultura glam-queer, rinnovando il concetto di ritratto tradizionale attraverso il linguaggio della comunicazione di massa, la fotografia, il cinema e la Polaroid.

Accanto alla serie Ladies and Gentlemen, vengono esposti anche autoritratti e ritratti di celebri icone pop, tra cui Marilyn Monroe e Mick Jagger, che mostrano la capacità dell’artista di anticipare tendenze estetiche e sociali del XXI secolo. La mostra offre al pubblico un’immersione totale nel mondo di Warhol, tra colori vividi, provocazioni e il fascino senza tempo della pop art. I biglietti si trovano sul sito Palazzodiamanti.it.

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