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L’estate si allunga e i prezzi scendono: 10 mete perfette per un viaggio a settembre

L’estate non è ancora finita, ma per chi sta già pensando alla prossima fuga potrebbe essere arrivato il momento giusto per guardare oltre agosto. Settembre e ottobre sono i mesi della stagione di mezzo, la cosiddetta “shoulder season”: quel periodo dell’anno in cui molte destinazioni europee hanno ancora giornate piacevoli e temperature miti, mentre il picco dei prezzi e dell’estate inizia a restare alle spalle.

A confermare ancora una volta che un viaggio in questo particolare periodo può essere una buona strategia, c’è una nuova analisi di Kayak, che ha individuato alcune destinazioni nelle quali non solo i voli per settembre e ottobre 2026 sono più convenienti sia rispetto ai mesi di luglio e agosto, ma lo sono anche rispetto allo stesso periodo del 2025. È quello che il motore di ricerca definisce il “double value”: un reale doppio vantaggio per tutti coloro che scelgono di partire fuori dall’alta stagione. Prendendo spunto dallo studio condotto, ecco le 10 mete da prendere in considerazione per un viaggio tra settembre e ottobre, dove i prezzi calano, ma non la voglia di partire, tra mete europee, italiane e anche una particolare destinazione oltreoceano.

Oceania, le location del live action sono perle meravigliose nel cuore delle Hawaii

Le location di Oceania (il cui nome originale è Moana), il live action remake dell’omonimo film d’animazione del 2016 ora nelle sale, hanno un compito fondamentale: dare consistenza al mondo in cui vive l’eroina Disney, un mondo fatto di antiche tradizioni e rituali di passaggio e soprattutto di forte rispetto per una natura inevitabile co-protagonista dell’esistenza di ciascuno.

Per ottenere tale risultato la produzione ha scelto di girare direttamente là dove la cultura polinesiana è nata e continua a prosperare, nonostante la turistificazione all’agguato: sullo schermo si alternano così panorami costieri selvaggi, baie nascoste, spiagge meravigliose dove la sabbia è bianca e l’acqua cristallina e altri preziosi tesori hawaiani.

Di cosa parla

Vaiana Waialiki (Catherine Laga’aia), la figlia del capo tribù dell’isola Motunui, riceve fin da piccola la chiamata del mare e cresce per questo nutrendo grande rispetto e fascinazione nei suoi riguardi. Una volta grande, incoraggiata dalla nonna e nonostante il disaccordo iniziale del padre, la principessa decide di partire alla scoperta di cosa c’è al di là della barriera corallina ispirata anche dal lungo passato da navigatori del proprio popolo. In viaggio Vaiana incontra Maui (Dwayne Johnson), un semidio polinesiano che l’aiuta a comprendere meglio i segreti del mare e a dominarli per ridare prosperità alla propria gente.

Il 19 agosto arriva nelle sale "Oceania": un live action remake dell'omonimo film d'animazione Disney
Walt Disney Pictures
Una scena di “Oceania”

Dov’è stato girato il film

Il nuovo film Disney è stato girato sull’isola di Oahu: la terza più grande dell’arcipelago delle Hawaii. Le location di Oceania si trovano, più nel dettaglio, sulla costa occidentale dell’isola: quella che conserva ancora più intatta la sua bellezza naturale e la forte eredità culturale, al contrario di zone come Waikiki, molto frequentate dai turisti e che per questo hanno visto smorzata negli anni parte della propria identità.

"Oceania", il nuovo live action Disney, è girato alle Hawaii sull'isola di Oahu
iStock
La meravigliosa isola di Oahu

Pokai Bay, Oahu

Le scene nel villaggio e quelle a bordo delle imbarcazioni sono state girate, in particolare, a Pokai Bay: una splendida insenatura di sabbia dorata circondata da verde dove rilassarsi al sole, nuotare tra i pesci, godersi il contatto con la natura e – con un po’ di fortuna – poter avvistare i delfini.

Nei pressi della baia si trova il sito di Kuilioloa Heiau, molto significativo per la storia raccontata in Oceania: si tratta infatti di un luogo ritenuto sacro nella cultura polinesiana, dove i prescelti come la principessa Vaiana imparavano l’arte di navigare il mare osservando le stelle, le correnti e altri segnali offerti dalla generosità della natura.

Le location di "Oceania" sull'isola di Oahu
iStock
La splendida Pokai Bay

Makua Beach

Altra location di Oceania è Makua Beach: un tratto di costa che con il suo profilo frastagliato, la natura incontaminata e le vedute panoramiche sull’oceano, uniche, trasmette un senso di potenza incontrastata che ben si adatta al mood del nuovo live action Disney e della sua eroina. La forza della natura sembra accompagnare infatti la principessa Vaiana, e con lei tutti gli spettatori, a scoprire i talenti ricevuti in dono e le missioni a cui è destinata.

"Oceana": dov'è stato girato il remake live action del film d'animazione Disney
iStock
Il panorama unico di Makua Beach

Altre location

In alcune inquadrature è possibile riconoscere templi (heiau) tradizionali hawaiani e altri siti in cui ancora oggi viene preservata e tramandata l’identità e la cultura delle popolazioni originarie della zona: si tratta di location scelte, ancora una volta, tenendo conto di ciò che racconta Oceania e del suo essere a un tempo una storia d’avventura e di formazione.

L'eredità culturale delle popolazioni hawaiane è co-protagonista del remake di "Oceania"
Walt Disney Pictures
Una scena di “Oceania” in un luogo sacro per la cultura hawaiana

Nel remake Disney non mancano scene girate in studio, ai Trilith Studio di Atlanta, e con l’ausilio di effetti digitali e computer grafica.

Viaggio a bordo del Train des Merveilles, da Nizza a Tenda attraverso un territorio ricco di meraviglie

L’itinerario del Train des Merveilles è considerato uno dei viaggi in treno più spettacolari d’Europa. Collegando Nizza a Tenda, sulle Alpi Marittime, nella regione Provence-Alpes-Côte d’Azur, il percorso attraversa paesaggi meravigliosi che spaziano dalla costa mediterranea al Parco Nazionale del Mercantour.

È proprio questa la caratteristica unica della linea: in un tragitto di appena cento chilometri, il treno sale dal livello del mare fino a un’altitudine di mille metri attraversando paesaggi, borghi e luoghi incantevoli.

Il Train des Merveilles ha fatto il suo grande ritorno il 15 dicembre 2025, dopo una chiusura di 15 mesi dovuta a un importante progetto di ammodernamento. Noi siamo saliti a bordo per un viaggio che si può fare in uno o più giorni, ricco di esperienze, per tutta la famiglia (cane incluso).

Weekend invernali nelle grandi città d’Europa, da scoprire con l’offerta Vueling

Con l’arrivo dell’inverno non è detto che i viaggi debbano fermarsi: anzi, è il momento giusto per organizzare un weekend nelle grandi capitali e città europee, magari lontano dagli itinerari più battuti.

Vueling lancia una nuova promozione valida dal 18 al 23 agosto 2026, con partenze comprese tra il 1° ottobre 2026 e il 31 marzo 2027. Un’occasione per scoprire il volto meno conosciuto di alcune delle città più amate d’Europa, tra quartieri autentici e angoli fuori dai circuiti turistici.

Da Firenze a Londra

Oltre alle icone più fotografate Londra, raggiungibile da Firenze con voli a partire da 23 euro, nasconde angoli che raccontano un’altra storia della capitale. Nel cuore brutalista della Barbican Estate si trova una delle serre più grandi della città, con oltre 1.500 specie botaniche tra cui perdersi lontano dal caos delle tappe più turistiche.

A Holland Park, invece, il Kyoto Garden ricrea l’atmosfera di un giardino giapponese, tra cascate, carpe koi e fioriture stagionali. Per chi cerca spazi più ampi, il Richmond Park si estende su oltre 1.000 ettari di natura protetta, con la Isabella Plantation e le sue azalee giapponesi tra le zone più suggestive. A nord, il villaggio di Highgate regala invece un’atmosfera quasi di campagna, con collegamenti comodi verso il centro e passeggiate fino a Hampstead Heath.

Da Roma Fiumicino a Valencia

Terza città della Spagna, Valencia va scoperta lontano dai percorsi più scontati con voli da Roma Fiumicino a partire da 50 euro. Si parte dalla Estación del Norte, edificio modernista rivestito di mosaici colorati che raccontano la storia cittadina, per poi perdersi tra i vicoli di Russafa, quartiere multiculturale pieno di murales, locali e una scena musicale sempre viva.

Da non perdere Sombreros Albero, la cappelleria più antica del paese (1820), tappa perfetta per chi ama l’artigianato locale, magari accompagnata da un horchata nei caffè del Mercado Colón. Per un tuffo nella natura urbana, i Giardini del Turia offrono un lungo percorso ciclabile verde nel cuore della città, mentre il quartiere di Carme, con il suo centro culturale ospitato in un antico cortile gotico, regala un’atmosfera sospesa nel tempo, arricchita dalla luce che ha reso celebre il pittore valenciano Joaquín Sorolla.

Da Firenze a Madrid

Infine, sempre da Firenze, voli da 50 euro vi porteranno a Madrid. Nonostante le dimensioni, conserva un’anima quasi da quartiere: un buon punto di partenza per scoprirla fuori dai percorsi battuti è il Parque del Oeste, ideale per una passeggiata la domenica tra il Palazzo Reale, Plaza de España e il Tempio di Debod, fino a raggiungere spazi verdi che regalano un’illusione di campagna nel cuore della città.

Oltre ai grandi musei come il Prado o il Thyssen, vale la pena esplorare realtà più raccolte come il Museo Cerralbo, il Museo del Romanticismo o la Caixa Forum, spesso meno affollate, ma di livello altissimo. Chi ama camminare con il naso all’insù troverà nei tetti della capitale spagnola un museo a cielo aperto, tra cupole, sculture e forme sorprendenti, uno spettacolo che si completa con una tappa al Parco del Capricho.

Passo dopo passo lungo il leggendario sentiero dei rombi rossi: Westweg, nei meandri della Foresta Nera

Il Westweg è il grande classico dell’escursionismo tedesco, una lunga linea di passi e sentieri tracciata attraverso la Foresta Nera per circa 285 km, da Pforzheim fino a Basilea, in Svizzera. La sua storia parte dal 1900, quando l’Associazione della Foresta Nera lo inaugurò come primo sentiero escursionistico a lunga percorrenza della regione.

Il segno da cercare sugli alberi, sui pali e sulle pietre è un rombo rosso bordato di nero su fondo bianco. In Svizzera cambia colore e diventa giallo.  Ma non è tutto, perché il Westweg ha anche un carattere singolare: al Titisee (un magnifico lago) si divide in una variante occidentale e una orientale, entrambe dirette verso Basilea ma con paesaggi e montagne differenti.

Localizzazione, etimologia e identità del Westweg

Westweg significa letteralmente “Via occidentale” e, come è possibile intuire, deriva dalla posizione del sentiero rispetto agli altri grandi itinerari storici della Foresta Nera.

Il cammino attraversa il Baden-Württemberg e raggiunge la Svizzera, seguendo una direttrice nord-sud che mette in relazione Pforzheim, la Foresta Nera settentrionale, la valle del Kinzig, gli altopiani centrali, il Feldberg e il territorio del Markgräflerland.

1. Pforzheim – Dobel (25 km, 692 m D+, circa 7h)

Dalla Golden Gate del Westweg, presso Kupferhammer, il sentiero prende quota lungo l’Enz e lascia progressivamente alle spalle la città. Una deviazione porta al Castello di Neuenbürg, mentre più avanti arrivano la torre panoramica Schwanner Warte e il Felsenmeer della Großer Volzemer Stein, un ammasso di blocchi rocciosi che interrompe il manto boschivo.

2. Dobel – Forbach (26,3 km, 547 m D+, circa 7h 30min)

A Kaltenbronn compare la Hohlohsee, torbiera d’alta quota impreziosita da una passerella in legno che raggiunge 988 m e offre uno dei primi grandi affacci sulle montagne circostanti. Più avanti, il Latschigfelsen regala un balcone naturale sulla valle. Forbach conserva invece un dettaglio architettonico prezioso: lo storico ponte coperto in legno sul Murg.

3. Forbach –.Unterstmatt (19,6 km, 1.079 m D+, circa 6h)

Dopo una salita che si fa sentire, si raggiunge la cresta principale della Foresta Nera settentrionale e qui la diga di Schwarzenbach introduce un paesaggio quasi alpino, seguito dal glaciale Herrenwieser See, incastonato sotto una parete modellata dall’antico ghiaccio. La Friedrichsturm, sul Badener Höhe a 1.002 m, precede i paesaggi aperti e aspri dei Grinden.

4. Unterstmatt – Alexanderschanze (28,3 km, 761 m D+, circa 8h 30min)

Per lunghi tratti il sentiero resta sopra i 1.000 m e raggiunge la Hornisgrinde, vetta della Foresta Nera settentrionale a 1.163 m. Poi arriva il Mummelsee, lago circondato da leggende sulle ninfe delle acque. Ruhestein ospita il centro del Parco Nazionale della Foresta Nera, mentre il percorso attraversa l’area dello Schliffkopf e il suggestivo Lotharpfad.

Mummelsee, Germania
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Il misterioso Mummelsee

5. Alexanderschanze – Harkhof (17,1 km, 252 m D+, circa 5h)

La cresta conduce attraverso boschi più tranquilli, con il Bauernkopf affacciato sulla valle del Rench. Una deviazione raggiunge il Glaswaldsee, lago glaciale raccolto in un profondo circo boscoso. Il Klagstein regala un altro punto panoramico prima dell’arrivo all’Harkhof, isolato rifugio della Foresta Nera.

6. Harkhof – Hausach (15,5 km, 358 m D+, circa 6h 30min)

La tappa attraversa la cresta tra Wolftal ed Einbachtal e termina con una discesa marcata verso la valle del Kinzig. Il Brandenkopf, con la sua torre a 945 m, rappresenta una deviazione interessante; la Hohenlochenhütte offre invece una pausa più raccolta. Dalle Spitzfelsen lo sguardo raggiunge Hausach, anticipando l’arrivo presso le rovine del Castello di Husen.

7. Hausach – Wilhelmshöhe (21,3 km, 1.214 m D+, circa 7h 30min)

Qui il Westweg tira fuori i denti: la salita verso il Farrenkopf è lunga e continua, con la Hasemann-Hütte come punto di riferimento. Lungo la cresta compaiono le antiche strutture difensive del Prechtaler Schanze.

8. Wilhelmshöhe – Kalte Herberge (22,4 km, 479 m D+, circa 6h 30min)

La tappa segue lo spartiacque tra Reno e Danubio in un paesaggio più disteso. Una passerella attraversa la riserva naturale di Blindensee, mentre alla cappella di San Martino si trova la sorgente del Breg, uno dei principali rami sorgentizi del Danubio.

Blindensee, Germania
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L’incredibile Blindensee

9. Kalte Herberge – Titisee (26,1 km o 26,7 km, circa 7h 30min)

Arriva il momento della biforcazione. La variante occidentale raggiunge Hinterzarten, quella orientale punta verso Bärental. Entrambe conducono al Titisee, lago di origine glaciale.

10. Hinterzarten – Feldberg – Wiedener Eck, variante occidentale (26,6 km, 765 m D+, circa 8h 30min)

La grande giornata del Feldberg porta alla vetta più alta della Foresta Nera con i suoi 1.493 m. Prima della salita compaiono il piccolo Mathisleweiher e il Feldsee, lago glaciale incastonato sotto la montagna. La cresta prosegue sullo Stübenwasen fino al passo Notschrei.

11. Wiedener Eck – Belchen – Kandern, variante occidentale (32,2 km, 872 m D+, circa 8h)

È la tappa più lunga della variante occidentale e richiede gambe allenate. Il Belchen, alto 1.414 m, dona un panorama alpino a 360 gradi. La discesa attraversa l’Hohe Kelch e conduce verso il Blauen, o Hochblauen. Più in basso emergono le rovine del Castello di Sausenburg.

12. Kandern – Basilea, variante occidentale (26,2 km, 459 m D+, circa 7h 30min)

Le montagne lasciano spazio a vigneti, boschi di faggi e prati fluviali. La Wolfsschlucht sfoggia un passaggio roccioso e selvaggio, mentre i resti del Castello di Rötteln dominano il paesaggio sopra Lörrach. Dalla Tüllinger Höhe la vista si apre sulla Valle del Reno. Il traguardo arriva alla Badischer Bahnhof di Basilea, stazione ferroviaria situata in territorio svizzero ma appartenente alla rete ferroviaria tedesca.

10. Feldberg-Bärental – Weißenbachsattel, variante orientale (24,8 km, 1.029 m D+, circa 7h 30min)

La variante orientale propone una giornata tra quattro cime. Dal punto panoramico dei due laghi si distinguono Titisee e Schluchsee, poi il sentiero sale verso l’Herzogenhorn, seconda montagna più alta della Foresta Nera. Seguono Blössling, il bacino glaciale di Präger e la torre dell’Hochkopf.

11. Weißenbachsattel – Schweigmatt, variante orientale (18,2 km, 393 m D+, circa 5h)

Le grandi quote iniziano a rimanere alle spalle. Il paesaggio scende verso il Dinkelberg, alternando prati montani e boschi. Sulla cima dell’Hohe Möhr una torre permette di osservare per la prima volta con grande chiarezza le Alpi svizzere. Una deviazione conduce alla Erdmannshöhle, grotta carsica di Hasel ricca di concrezioni calcaree.

12. Schweigmatt – Oberminseln, variante orientale (19,9 km, 189 m D+, circa 5h 30min)

La tappa diventa più morbida e attraversa la cresta carsica del Dinkelberg. Le doline carsiche, depressioni formate dal dissolvimento delle rocce calcaree, punteggiano il territorio. Particolarmente curioso è l’Eichener See, lago temporaneo che compare e scompare in base alle condizioni idrologiche.

13. Oberminseln – Basilea, variante orientale (24,2 km, 466 m D+, circa 7h 30min)

L’ultima tappa passa scorre tra gole, boschi e la parte alta della Valle del Reno. La torre Eigenturm anticipa la discesa verso la Ruschbach, valle stretta dal carattere selvatico. Più avanti il sentiero attraversa il Grenzacher Buchswald e raggiunge la formazione rocciosa del Grenzacher Hornfelsen, balcone naturale sul Reno. Anche questa variante termina alla Badischer Bahnhof di Basilea.

Come prepararsi al cammino

Il Westweg presenta quasi 8.000 m di dislivello, tappe lunghe e terreni sassosi che richiedono una buona preparazione fisica. Una traversata completa richiede inoltre una gestione precisa di acqua, alimentazione e pernottamenti. Scarponcini da trekking alla caviglia con buona aderenza sono una scelta sensata, soprattutto dopo la pioggia.

I bastoncini sono utili sulle discese lunghe, mentre giacca impermeabile, strato caldo, protezione solare e kit per le vesciche completano l’equipaggiamento essenziale. Uno zaino da 40-50 litri può bastare, con un peso di base idealmente intorno ai 6-8 kg.  Per dormire conviene prenotare in anticipo, soprattutto tra maggio e ottobre.

Infine, il Westweg si presta bene anche a una traversata modulare: Pforzheim è collegata alla rete ferroviaria tedesca e Basilea permette un agevole rientro in treno. Chi desidera assaggiare il percorso senza affrontare subito tutti i suoi 285 km può scegliere singole tappe, sfruttando i collegamenti pubblici.

Dove andare a fine agosto, 8 mete insolite e affascinanti tutte da scoprire

Ferragosto è ormai passato e l’estate inizia ad accorciarsi, ma moltissime persone sono pronte a partire per un sorprendente viaggio di fine agosto, che sia organizzato da tempo oppure last minute: se le ferie devono ancora iniziare o si ha ancora qualche giorno libero da sfruttare, la fine del mese può essere un ottimo momento per partire. Non soltanto perché in alcune destinazioni l’atmosfera comincia lentamente a cambiare, ma anche perché esistono mete capaci di offrire una vacanza diversa dalle solite destinazioni prese d’assalto nel cuore dell’estate.

Dalla costa italiana alle isole più selvagge, passando per una valle alpina dove cercare un po’ di fresco, fino ad arrivare a località europee meno scontate, sono diverse le possibilità per organizzare un viaggio last minute negli ultimi giorni di agosto. Abbiamo selezionato 8 mete tra Italia ed Europa, puntando su luoghi meno scontati che permettono di combinare diverse esperienze tra mare, natura, borghi, cultura e attività all’aria aperta. Pronti a partire?

Il Grocery Store Tourism è l’ultima tendenza culturale in viaggio che fa il giro dei social

Negli ultimi anni, ha cominciato a diffondersi un nuovo modo di conoscere un Paese: non attraverso le sale di un museo o una spiaggia, bensì camminando tra le corsie di un supermercato.

Oggi lo chiamano Grocery Store Tourism e su TikTok è diventato un vero fenomeno, soprattutto in Asia, dove i creator si sfidano a sopravvivere per giorni mangiando solo prodotti dei minimarket 7-Eleven: onigiri, ramen istantanei, sandwich confezionati o snack di ogni tipo.

Dietro la moda social, però, c’è un’intuizione tutt’altro che nuova: entrare in un supermercato locale significa cogliere una sfumatura della vita quotidiana di chi in quel posto ci abita davvero, qualcosa che raramente un monumento o un itinerario turistico riescono a mostrare. È un fatto curioso, perché fare la spesa a casa propria è quasi sempre una faccenda da sbrigare il più in fretta possibile. All’estero, invece, diventa un modo per decifrare un luogo attraverso i suoi scaffali, i suoi snack, i suoi piccoli dettagli quotidiani.

Cos’è il Grocery Store Tourism

Il termine è recente, ma la pratica no: oltre a visitare un monumento, fare il bagno o percorrere un sentiero, si entra al supermercato o nel negozietto di quartiere per osservare la vita reale degli abitanti del posto. Non è solo una moda nata su TikTok, dove abbondano i video dedicati ai konbini giapponesi o alle catene asiatiche aperte 24 ore su 24, o un trend definito anche supermarket safari, ma il sintomo di un modo diverso di viaggiare, più interessato alla quotidianità.

È anche una reazione alla stanchezza del turismo da cartolina: gli stessi locali instagrammabili, gli stessi indirizzi ormai tutt’altro che segreti, le stesse insegne che rendono molte città sorprendentemente simili tra loro. Il supermercato, al contrario, non deve dimostrare nulla perché esiste per servire chi vive lì, non per sedurre chi lo visita.

Dietro alle sue porte scorrevoli si nasconde qualcosa di più vicino al ritmo reale di un luogo. Scaffali di snack iper-specifici, bevande regionali e prodotti di uso quotidiano offrono uno sguardo autentico che nemmeno il miglior ristorante riesce a restituire. Si entra quando si vuole, si prende qualcosa di sconosciuto e nel peggiore dei casi si esce con un sacchetto di patatine dal gusto strano che non piacciono. Nel migliore, si esce con una comprensione nuova del posto.

Cosa raccontano gli scaffali del supermercato

Basta osservare cosa finisce nei carrelli per capire cosa si mangia e quali sono i sapori più amati da chi vive in un luogo. Il prezzo del latte rispetto a quello del pane, la varietà degli yogurt, l’ampiezza del reparto surgelati: sono dettagli piccoli che insieme raccontano molto, dalle abitudini alimentari alla disponibilità economica. C’è poi il piacere di confrontarsi con un posto nuovo attraverso qualcosa di apparentemente banale: un’etichetta scritta in una lingua sconosciuta, di per sé, basta a ricordare che ci si trova altrove.

Un reparto interamente dedicato al burro, come capita in Francia, o le decine di gusti di KitKat che si trovano solo in Giappone, sono i dettagli che interessano sempre più ai viaggiatori.

Alcuni negozi sono già entrati stabilmente negli itinerari di viaggio, al punto da comparire nelle guide turistiche accanto a musei e chiese. I konbini giapponesi, celebri per gli onigiri caldi disponibili anche alle due di notte, sono ormai un’esperienza di viaggio a sé. La Grande Épicerie di Parigi è una vetrina dell’eccellenza gastronomica francese, Peck a Milano racconta la tradizione italiana d’alta gamma, Fortnum & Mason a Londra è storia del commercio inglese, mentre Erewhon a Los Angeles è il simbolo della cultura del benessere e del lusso alimentare americano.

Il rischio che anche questa pratica finisca per trasformarsi in un’esperienza costruita apposta per i social è sempre dietro l’angolo. Per adesso, però, durante il vostro prossimo viaggio, non dimenticate di inserire nell’itinerario anche un supermercato locale.

Incanto ad alta quota: viaggio straordinario al Lago Agnel, specchio selvaggio del Piemonte

A quota 2.300 metri, lungo la strada che sale verso il Colle del Nivolet, la Valle dell’Orco si stringe tra pendii severi, pietraie, pascoli d’alta quota e cime delle Alpi Graie. Nel frattempo, l’aria diventa più sottile e la vegetazione lascia progressivamente spazio a un ambiente d’alta montagna. Poi, quasi inaspettatamente, compare una distesa d’acqua dal colore intenso, come una pennellata blu incastonata nella roccia. È il Lago Agnel, uno dei luoghi più riconoscibili del territorio di Ceresole Reale.

Il suo fascino nasce da un chiaro contrasto: la presenza umana ha modificato un antico paesaggio alpino attraverso la costruzione della diga, mentre l’aspetto attuale conserva tutta la forza visiva di un bacino circondato dalle montagne. Il risultato ha qualcosa di scenografico, tanto da aver attirato persino il cinema. Nel 1969 Peter Collinson scelse infatti questa zona per le riprese della scena finale di Un colpo all’italiana (The Italian Job), trasformando per qualche minuto il paesaggio della Valle dell’Orco nello sfondo di una delle sequenze più celebri del film.

La posizione rende il Lago Agnel particolarmente interessante anche per chi ama leggere il territorio attraverso le sue trasformazioni. Accanto alla bellezza delle acque c’è una diga edificata per sfruttare la risorsa idrica delle montagne, parte di un sistema più ampio legato alla produzione di energia. La sensazione, davanti al bacino, è quella di essere arrivati in un posto remoto eppure profondamente segnato dall’ingegno umano.

Origine e storia del Lago Agnel

Il Lago Agnel è un bacino artificiale inserito nel Vallone Agnel in Piemonte, il settore più settentrionale del comprensorio. La sua storia appartiene alla grande stagione dello sviluppo idroelettrico alpino, quando le acque raccolte in quota iniziarono a diventare una risorsa strategica per alimentare gli impianti situati più in basso.

La diga fu realizzata in muratura di pietrame con malta di cemento. L’opera raggiunge un’altezza di circa 18 metri e presenta un coronamento lungo più o meno 130 metri. Il risultato è una costruzione tecnica tutt’altro che banale, soprattutto se osservata da vicino. La pietra riveste i paramenti a monte e a valle, mentre la forma della diga segue l’impostazione del terreno roccioso

Il massimo invaso raggiunge quota 2.435 metri. Il bacino ha una capacità di circa 2,34 milioni di metri cubi e dispone di sistemi destinati alla gestione delle acque, compresi uno scarico di superficie e uno scarico di fondo. Dietro il paesaggio apparentemente selvaggio si cela quindi una macchina idraulica progettata per governare una risorsa preziosa in un ambiente difficile.

Il Lago Agnel fa parte del sistema di bacini della Valle dell’Orco insieme al vicino Lago Serrù e ad altri invasi presenti nell’area. La funzione di questi specchi d’acqua riguarda la produzione idroelettrica, settore che ha lasciato una traccia importante nella storia delle vallate alpine piemontesi.

Ma qui una particolarità cattura subito lo sguardo: rispetto al vicino Lago Serrù, caratterizzato da tonalità più grigie e lattiginose, Agnel appare decisamente più blu. La differenza dipende dai torrenti che alimentano i due bacini e dalla quantità di sedimenti trasportati dalle acque. Nel caso dell’Agnel, la minore presenza di materiale in sospensione permette alla luce di penetrare in modo diverso, accentuando la limpidezza e la tonalità intensa della superficie.

La visita al Lago Agnel tra acqua blu, diga e fauna alpina

La strada verso il Colle del Nivolet offre già una sequenza di panorami notevole. Il Lago Agnel diventa una delle tappe più interessanti proprio perché consente di accostare natura, ingegneria e cinema nello stesso scenario. La prima cosa da osservare è il colore dell’acqua: in una giornata limpida il blu del bacino mette in scena un contrasto netto con le rocce e i pendii circostanti. La superficie può apparire quasi compatta da lontano, mentre avvicinandosi alla riva emergono sfumature diverse legate alla luce, al cielo e alla conformazione delle sponde.

La diga merita attenzione anche dal punto di vista architettonico e tecnico. Il suo profilo rettilineo segue il terreno con una lieve deviazione nella parte sinistra, scelta legata al migliore appoggio sulla roccia. Il coronamento raggiunge, invece, circa 130 metri. Sono dettagli difficili da intuire attraverso una semplice fotografia, ma rendono evidente la complessità di un’opera costruita in alta montagna.

Il panorama regala inoltre buone possibilità per una breve escursione nella zona del bacino e lungo la strada del Nivolet. Trekking, itinerari in mountain bike e percorsi a piedi permettono di osservare il lago da prospettive differenti. La quota richiede però un minimo di preparazione, soprattutto nelle giornate fresche o in presenza di cambiamenti meteorologici rapidi.

Tra i prati e le rocce possono comparire marmotte e camosci. Con maggiore fortuna si può distinguere nel cielo la sagoma di un’aquila oppure quella più rara del gipeto, grande avvoltoio delle montagne alpine tornato a popolare queste vallate grazie ai programmi di reintroduzione avviati nell’arco alpino.

Il momento migliore per fermarsi resta quello in cui il paesaggio concede qualche minuto di quiete. Basta guardare l’acqua, seguire il profilo della diga e alzare gli occhi verso le montagne per percepire la particolare posizione del bacino. Il Lago Agnel ha una bellezza più aspra rispetto a quella dei laghi alpini circondati da boschi e prati. La quota, la pietra e l’assenza di vegetazione arborea conferiscono al panorama un carattere quasi lunare.

Paesaggio del Lago Agnel, Piemonte
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Il bellissimo paesaggio del Lago Agnel

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Agnel si trova in Piemonte, nella Valle dell’Orco, all’interno del territorio comunale di Ceresole Reale e nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Il bacino sorge ai piedi del Colle del Nivolet, valico delle Alpi Graie situato a 2.612 metri di quota e uno dei punti panoramici più spettacolari raggiungibili nella zona.

Da Torino il percorso principale segue la SP 460 della Valle Orco fino a Ceresole Reale. Da questo centro montano si prosegue verso il Colle del Nivolet lungo la SP 50, strada alpina che sale progressivamente tra tornanti, pareti rocciose e panorami sempre più aperti. Il Lago Serrù precede il Lago Agnel lungo il percorso e rappresenta un utile riferimento per orientarsi.

La strada presenta una precisa stagionalità: durante l’inverno la SP 50 verso il Nivolet viene chiusa al traffico, con una stagione ordinaria indicata dal 15 ottobre al 15 maggio. Nei mesi estivi possono inoltre entrare in vigore limitazioni per il traffico privato negli ultimi 6 chilometri dell’itinerario (tratto dal Lago Serrù al Colle del Nivolet). Storicamente il progetto “A piedi tra le nuvole” prevedeva la chiusura della strada alle automobili private nelle domeniche di luglio e agosto e a Ferragosto, lasciando spazio a biciclette, spostamenti a piedi e navette. Negli ultimi anni il sistema è evoluto verso un accesso a numero chiuso (con prenotazione) in determinati periodi, affiancato da giornate di chiusura totale dedicate alla mobilità dolce.

Per chi arriva in auto, la piazzola presso la diga del Lago Serrù rappresenta uno dei punti di riferimento più utili per organizzare la salita nei periodi interessati dalle limitazioni. Le navette consentono di superare il tratto regolamentato senza rinunciare alla visita dell’alta valle.

Ha attraversato tutta la Sicilia in bici in 20 giorni: “Ecco l’isola che i turisti non vedono”

Venti tappe, più di 1.200 chilometri e circa 8.000 metri di dislivello… tutto in bicicletta attraversando la Sicilia nel pieno dell’estate, con temperature che hanno reso ancora più impegnativa un’avventura già di per sé tutt’altro che semplice: è il viaggio suggestivo di Fred Casadei, musicista, insegnante di musica e appassionato ciclista di Pachino che, dal 20 luglio all’8 agosto, ha attraversato la sua isola pedalando da un capo all’altro, con l’obiettivo di raccontare soprattutto quella Sicilia che spesso rimane lontana dagli itinerari più conosciuti. Non soltanto le località da cartolina, dunque, ma anche piccoli centri, strade secondarie, paesaggi inattesi, luoghi della memoria e storie capaci di sorprendere anche chi vive quotidianamente l’isola.

Il viaggio di Fred, nato anche grazie al sostegno di alcuni sponsor che gli hanno permesso di prenotare in anticipo i pernottamenti, è nato soprattutto dalla voglia di vivere la Sicilia lentamente, pedalando e fermandosi ogni volta che qualcosa cattura la sua attenzione. Noi di SiViaggia lo abbiamo raggiunto al termine della sua avventura per farci raccontare cosa ha visto, cosa lo ha sorpreso, cosa lo ha deluso e perché, nonostante la fatica e il caldo, ha già iniziato a pensare al prossimo viaggio.

Fred, come è nata l’idea di attraversare la Sicilia in bicicletta?

“Nasce soprattutto dall’amore per la Sicilia e per la bicicletta. Io la vivo in maniera molto poco agonistica: mi piace fermarmi, guardare un panorama, scoprire una strada nuova. Se trovo delle arance sugli alberi, mi fermo, ne mangio una, faccio qualche foto e riparto. Mi piace viverla così, non di corsa”.

Fred, che vive a Pachino e gestisce una scuola di musica, ha dovuto però fare i conti con il proprio lavoro per scegliere il periodo della partenza.

“La scuola è attiva fino alla fine di giugno e poi in estate sono libero. Per questo ho dovuto scegliere luglio, anche se sapevo che sarebbe stato molto caldo. Alcune mattine mi alzavo alle cinque e partivo alle sei, ma già alle otto era difficile stare in sella”.

Quanto è stato difficile pedalare con temperature così elevate?

“Alcune tappe sono state veramente dure per il caldo. Però non ho mai pensato di mollare. L’ho sempre presa come una sfida personale: magari fai una salita di tre chilometri arrampicandoti in maniera disperata, ma poi vieni premiato perché in cima ti trovi con il mare e le isole 300 metri più sotto. Sono panorami pazzeschi”.

E proprio il paesaggio è stato uno degli elementi più sorprendenti del viaggio.

“Nella zona settentrionale della Sicilia, soprattutto nel Palermitano, percorrevo strade di montagna e la vegetazione cambiava completamente. Sembrava di essere davvero in montagna. Nel giro di pochi chilometri passi dalla costa, dove mangi una granita con la brioche in spiaggia, a zone dove puoi incontrare anche i cinghiali. È sorprendente”.

Come hai organizzato un viaggio di 20 tappe senza giorni di riposo?

“Ho sempre pensato a un massimo di 70-80 chilometri al giorno. Avrei potuto farne anche di più, ma non avendo giorni di riposo avevo bisogno di recuperare. Meglio 70 chilometri al giorno piuttosto che farne 120 e poi non riuscire a pedalare il giorno dopo. Già a marzo/aprile avevo tutti i b&b prenotati e pagati. In Sicilia a luglio e agosto, più vai avanti, più diventa difficile trovare posto e i prezzi aumentano”.

Qual è stato il paesaggio che ti ha colpito maggiormente?

“Credo quello nella costa settentrionale dell’isola, andando verso Palermo. È tutta una zona di salite e discese: fai due o tre chilometri di salita, arrivi alla curva e improvvisamente sotto di te puoi vedere le Eolie oppure Favignana. Questo tipo di panorama mi ha colpito tantissimo”.

C’è un luogo che non ti aspettavi potesse colpirti così tanto?

“Dal punto di vista architettonico mi ha colpito moltissimo la casba di Mazara del Vallo. Sapevo della storia araba della città, ma non immaginavo di trovare una vera e propria medina. In alcuni punti sembra davvero di essere a Tunisi: porte, finestre, costruzioni, serrande e locali hanno un aspetto completamente diverso”.

Durante il viaggio hai scoperto anche luoghi poco conosciuti persino da chi vive in Sicilia?

“Sì, per esempio a Catania ho scoperto che c’è un fiume sotterraneo che praticamente nessuno conosce. Si può vedere in tre punti diversi della città, anche se in maniera piuttosto limitata. Io sono entrato in uno di questi attraverso un locale, un pub che ha proprio un ingresso per la grotta: paghi un euro, scendi e trovi il fiume che scorre sotto la città. È una cosa impensabile, soprattutto perché quando pensi a Catania pensi al vulcano, al centro storico, a mille altre cose, e non certo a un fiume che scorre nel sottosuolo”.

Hai trovato anche qualche luogo che ti ha deluso?

“Sì, purtroppo Taormina, per quanto sia bellissima sulla carta, mi ha deluso: immagina un paesino siciliano grazioso, con un corso centrale dove il 90% dei negozi è composto da grandi marchi di lusso. Tutta la gente sembrava uscita da una sfilata di moda e io ero l’unico “disgraziato” in bermuda, ciabatte e maglietta. A Taormina tornerei magari per un concerto al Teatro Greco”.

Qual è stato il momento più emozionante del viaggio?

“Sicuramente la tappa di Cinisi. Sono andato a visitare la casa museo di Peppino Impastato. Conoscevo la sua storia, avevo visto I cento passi, ma entrare nella sua casa e vedere le sue poesie manoscritte, la sua camera rimasta intatta, i libri, lo stereo e i primi giornali che scriveva negli Anni Settanta è stato molto forte. Ho chiesto a una ragazza dell’associazione se la storia dei cento passi fosse vera. Me lo ha confermato facendomi vedere delle mattonelle colorate con frasi di Impastato: partono dalla sua casa e ti conducono fino a quella di Tano Badalamenti”.

Il percorso conduce infatti verso quella che fu la casa del boss mafioso.

“Entrare nella casa di Badalamenti e vedere le fotografie di Impastato bambino insieme al padre e alle altre persone è stato commovente“.

Consiglieresti questa tappa a chi visita la Sicilia?

“Assolutamente sì. Tornerei a Cinisi solo per quello. È una storia che va conosciuta e approfondita, ma vedere e quasi toccare certe cose te la fa entrare ancora più dentro”.

Durante il viaggio hai conosciuto persone che ti sono rimaste impresse?

“Sì, diverse. Ho conosciuto per esempio un signore norvegese di più di 70 anni che ha deciso di trasferirsi in Sicilia perché la vita che conduceva in Norvegia era diventata troppo frenetica. L’uomo continua a costruire barche e mi ha spiegato che le fondamenta sono norvegesi, ma unite a usanze e tecnologie navali siciliane. Era un personaggio pazzesco“.

Se qualcuno volesse intraprendere un viaggio simile, qual è il consiglio più importante che ti senti di dare?

“Ce ne sarebbero diversi. Una cosa che ho imparato, e che può sembrare banale, è che il b&b deve essere in centro. Se hai appena fatto 80 chilometri in bici, arrivi, fai stretching, ti fai una doccia e devi riposare. Non puoi poi scoprire che il tuo alloggio è a 30 chilometri dal paese”.

A Fred è capitato proprio durante la tappa di Milazzo.

“Avevo il b&b a 30 chilometri da Milazzo. Dopo aver pedalato tutto il giorno, mi sono fatto la doccia e poi ho dovuto riprendere la bici per andare in città a raccontare la tappa. Sono arrivato al museo del mare che volevo visitare e poi sono dovuto tornare indietro”.

Qual è il tratto più facile per chi vuole provarci anche se non è un ciclista esperto?

“La costa est, da Pachino verso Siracusa, Catania e Messina, è quella più pianeggiante. È forse meno spettacolare dal punto di vista paesaggistico, ma è sicuramente più facile. La costa nord, da Messina verso Palermo, e poi la zona da Trapani ad Agrigento hanno paesaggi più belli, ma sono anche più impegnative”.

Il dato rende bene l’idea della fatica affrontata da Fred: quasi 8.000 metri di dislivello complessivi.

Come si può capire se un percorso è adatto alle proprie capacità?

“Ormai ci sono tante app che ti permettono di vedere che tipo di percorso è, quanto dislivello c’è, il chilometraggio e anche una stima del tempo. Puoi scegliere una tratta e capire prima se è alla tua portata”.

Dopo questa esperienza rifaresti un viaggio simile?

“Sì. In realtà pensavo già a quello successivo prima ancora di partire. Con i risultati di questa esperienza so che lo rifarei in maniera diversa, evitando alcune località e organizzando meglio gli alloggi”.

Ma il prossimo viaggio potrebbe avere anche uno scopo solidale.

“Mi piacerebbe riuscire a organizzare una raccolta fondi. Vorrei aiutare famiglie bisognose di Pachino, per esempio. Vorrei fare qualcosa di concreto per le realtà locali. Se io già ho quello che mi serve, mi chiedo: che altro posso fare? Ci sono persone che sono davvero in difficoltà. Perché non provare ad aiutarle?”

È un sogno che ti fa onore. Quindi la prossima estate sarai ancora in sella?

“Pazienza se sarà di nuovo luglio e farà caldissimo. Magari sarà un’estate più clemente. Ma sì, voglio rifarlo“.

Durante i 20 giorni di viaggio, Fred ha raccontato quotidianamente le proprie tappe attraverso fotografie e video pubblicati sulla sua pagina Instagram Fred in bici, mostrando luoghi, incontri e scorci della Sicilia incontrati lungo il percorso.

È proprio questa, in fondo, la filosofia che ha accompagnato l’intera avventura: non attraversare semplicemente la Sicilia, ma fermarsi a guardarla, scoprire tragitti secondari, ma anche borghi e realtà sospese nel tempo e allo stesso tempo proiettate verso il futuro.

Un’esperienza del genere ti cambia“. È con queste parole che Fred ha scelto di raccontare, sulla sua pagina, ciò che resta davvero dopo 20 giorni e oltre 1.200 chilometri in sella:

“Non è turismo.
Non è pedalare.
È la somma delle emozioni che ho vissuto, dei colori che ho visto, dei profumi che ho sentito, delle persone che ho incontrato e conosciuto”.

Umbria, quattro escursioni alla ricerca di fresche cascate nascoste

Come ogni buon cacciatore di cascate vi saprebbe dire, andare alla ricerca di bei salti d’acqua è un’attività estiva che coniuga due desideri: l’ammirazione della bellezza della natura in una delle sue espressioni più selvagge e deliziarsi del fresco che si gode.

L’Umbria non è una delle regioni italiane più conosciute per i propri corsi d’acqua o per il wild swimming, ma custodisce alcuni preziosi luoghi, particolarmente poco conosciuti e frequentati, che meritano una maggiore attenzione e sanno regalare momenti estivi di grande emozione.

Cascate de Le Ferce

Passata Nocera Umbra in direzione Marche, verso Pioraco, si raggiunge la piccola frazione di Aggi, poche case fra i fitti boschi dell’Appennino umbro-marchigiano.

Qui si trovano le cascate del fiume Topino, più note come Cascate de Le Ferce. Si tratta di una serie di salti nascosti nel bosco, dalle caratteristiche geomorfologiche rare, e per questo ognuno diverso dall’altro, con un percorso di trekking breve che permette di visitarle tutte una dopo l’altra.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Una delle cinque Cascate de Le Ferce

A rendere particolare il paesaggio è il tufo, la gialla roccia friabile che caratterizza questa zona. A corredo, un bosco lussureggiante e verdissimo, così verde da dare l’impressione di essere finiti in una foresta equatoriale.

Le Cascate de Le Ferce sono cinque, ognuna con le sue caratteristiche specifiche: il salto più a valle dimostra immediatamente la purezza cristallina delle acque del Topino nella piccola polla celeste che si forma ai suoi piedi; la seconda cascata è caratterizzata da uno splendido e contorto albero che si sporge a ombreggiarla; risalendo ancora, la terza cascata accoglie i visitatori in cerca di una bella spiaggetta e magari di un bagno, avendo una polla un po’ più ampia alla base; la quarta cascata in ordine di risalita è costituita da un elegante scivolo; l’ultima, quella più a monte, è la più incredibile, un doppio salto dove l’acqua ha scavato letteralmente un buco nella roccia, un tunnel naturale attorno a una formazione geologica stupefacente.

Cascate dell’Altolina

Tra Belfiore e Pale, due piccoli borghi non lontano da Foligno, ci sono pochi chilometri in linea d’aria. Tuttavia, una rupe boscosa li separa, con il primo a valle e il secondo in vetta a un colle. Al riparo delle fronde di lecci e carpini scorre il fiume Menotre, che impetuoso si getta nella valle sottostante e prosegue la sua corsa fino a Scanzano, dove si unisce al Topino.

Qui, il corso d’acqua crea una serie di belle e potenti cascate: le Cascate dell’Altolina. Possono essere ammirate percorrendo il sentiero lungo circa un chilometro e mezzo che parte dalla base della rupe, poco fuori Belfiore, e sale fino a Pale.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Il cosiddetto Velo della Sposa

Il sentiero sale piuttosto verticale, ma è un piacere fermarsi ad ogni occasione per ammirare le diverse cascate che lo punteggiano, a partire dal cosiddetto Velo della Sposa, salto così chiamato per la caratteristica forma intrecciata con cui l’acqua accarezza la roccia nella discesa. Ulteriori elementi di interesse per compiere questa breve escursione nella natura è il fatto che il sentiero corre lungo una parte dell’antica via Plestina, la strada romana che univa Roma alla città umbra di Plestia, posta a 99 miglia da Roma e misteriosamente scomparsa nel X secolo, forse a causa delle invasioni barbariche.

Pale, inoltre, è un bel borgo di stampo medievale da cui si può raggiungere a piedi, con un’altra breve camminata, l’Eremo di Santa Maria Giacobbe, un edificio spettacolarmente incastonato al riparo di una falesia di roccia ocra dal quale si gode di una vista ampissima sulla pianura sottostante.

Cascate del Vertola

Un tempo nei pressi di San Giustino, in provincia di Perugia e al confine con la Toscana, si trovava la Repubblica Libera di Cospaia. Nel 1441 papa Eugenio IV, occupato dalle vicende del Concilio di Basilea, scelse di cedere il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze. Tuttavia, i cartografi incaricati di delimitare i nuovi confini ufficiali commisero un clamoroso errore: lasciarono una piccola striscia di territorio, un totale di 330 ettari, fuori dai documenti papali. E così, Cospaia divenne terra di nessuno. I locali ne approfittarono immediatamente e dichiararono l’indipendenza e solo qualche anno dopo venne formalmente riconosciuta la Repubblica di Cospaia, un microstato incastrato tra due potenze in mezzo all’Italia con una forma di governo pressoché unica: la sovranità risiedeva nei cittadini tutti, non vi erano esercito né carceri, e le decisioni erano prese in assemblea da un Consiglio degli Anziani composto dai capifamiglia locali.

Cospaia rimase libera per quattro secoli, un errore della Storia che divenne un ricettacolo di contrabbandieri, gente che voleva sparire dalla circolazione, e amanti di un certo grado di libertà.

Oggi Cospaia è una piccola frazione di San Giustino che si attraversa per raggiungere la frazione di Corposano, da cui prende le mosse il sentiero 101A del CAI, che risale il corso del torrente Vertola fino ad arrivare alle omonime Cascate, una breve serie di scenografici salti nel cuore della campagna umbra, in una zona poco frequentata adatta agli amanti dei luoghi un po’ sperduti e nascosti nella natura.

Il percorso per raggiungere le cascate è lungo circa tre chilometri e si compie in poco meno di un’ora. La cascata è solo parzialmente visibile dal sentiero, e per godere della sua bellezza selvaggia conviene scendere ai suoi piedi. Per farlo, bisogna portarsi a monte della cascata, abbandonare il sentiero seguendo una traccia sulla sinistra, guadare il torrente e scendere verso il suo letto.

Cascata de Lu Cugnuntu

Casali Belforte conta forse dieci case, non lontano dallo splendido borgo medievale di Cerreto di Spoleto, nel comune di Preci, provincia di Perugia. Una volta superata la frazione in direzione Marche (il confine è molto vicino) si trova una piccola chiesa, San Lazzaro in Valloncello, a cui è accorpato un antico lebbrosario voluto, secondo la tradizione, da San Francesco d’Assisi in persona.

Da qui parte una bella camminata di media difficoltà, data dalla necessità di camminare per parte dell’itinerario nel letto del fosso Acquastrino, il piccolo corso d’acqua che anima la Cascata de Lu Cugnuntu, bella destinazione finale dell’escursione.

Il bel percorso si snoda attraverso pascoli curati e un bosco rado, per poi inoltrarsi in una zona più rocciosa, selvaggia e lussureggiante quando si è costretti a risalire il torrente dentro il suo letto, di sasso in sasso. Qui la frescura, combinata all’umidità, fa ben presto dimenticare il gran caldo dei mesi estivi.

Per arrivare al cospetto della Cascata de Lu Cugnuntu serve circa un’ora di camminata. Il nome in dialetto umbro del salto si traduce in italiano con congiunto, perché è generato dall’unione tra il fosso del Valloncello e quello dell’Acquastrino. Questo binomio ha realizzato una meravigliosa cascata naturale in un antro roccioso spettacolare: gli ultimi passi sono i più emozionanti dell’escursione.

Castello di Quéribus, la fortezza sospesa tra cielo e Pirenei in Francia

Nel cuore delle Corbières, nel sud della Francia, il castello di Quéribus, noto anche come il “nido dell’aquila”, appare come una sentinella di pietra arroccata a 728 metri di altitudine. La sua posizione spettacolare, su uno sperone roccioso a picco sulla valle, regala uno dei panorami più suggestivi dell’Occitania, con lo sguardo che può spaziare dai Pirenei fino alla pianura del Roussillon e, nelle giornate limpide, al Mediterraneo.

La storia del castello

Le origini di Quéribus sono molto antiche e il sito ha conosciuto diverse fasi di occupazione. La fortezza che si vede oggi è principalmente legata alle trasformazioni del XIII secolo, quando il castello ebbe un ruolo importante nelle vicende della crociata contro i catari. Dopo il trattato di Meaux-Parigi del 1229 e il fallimento della rivolta del 1240, Quéribus divenne infatti uno dei rifugi per catari e faidits, nobili occitani privati delle proprie terre perché schierati con la causa catara e l’indipendenza della Linguadoca contro la corona della Francia.

Tra i personaggi legati alla fortezza spicca Chabert de Barbaira, che ne mantenne il controllo nella prima metà del Duecento. Quéribus fu uno degli ultimi baluardi della resistenza catara: nel maggio 1255 Chabert arrendendosi, cedette il castello a Luigi IX, il futuro San Luigi, dopo un assedio durato meno di un mese. La conquista segnò l’ingresso della fortezza nel sistema difensivo della corona francese. Nel 1255 vi venne installata una guarnigione di venti uomini d’armi, mentre la posizione strategica consentiva di controllare il passo di Maury e il confine con i territori aragonesi.

Nel corso dei secoli Quéribus perse progressivamente la propria importanza militare, soprattutto dopo il Trattato dei Pirenei del 1659. Il castello è classificato come Monumento Storico dal 1907 e fa parte delle Fortezze reali della Linguadoca, Patrimonio UNESCO.

Come andare al castello di Quéribus
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Sentiero per raggiungere il castello

Cosa vedere e fare

La visita al castello di Quéribus permette di immergersi nell’architettura di una vera fortezza medievale costruita seguendo la conformazione della roccia. La struttura, con il suo imponente torrione, si sviluppa su diversi livelli e comprende tre cinte difensive, elementi di fortificazione, camminamenti a gradini e cisterne.

Il punto più spettacolare è il donjon (torre poligonale), dove si trova una grande sala gotica (la sala del pilastro) a due livelli caratterizzata da una monumentale finestra a bifora. Una scala a chiocciola conduce alla terrazza superiore: da qui si apre il celebre panorama sulle Corbières, sui Pirenei e verso la costa mediterranea. È proprio l’incontro tra architettura e paesaggio a rendere Quéribus una delle cosiddette “cittadelle delle vertigini”.

Per accedere al castello è necessario un biglietto d’ingresso acquistabile in loco. È possibile noleggiare un’audioguida o scaricare le informazioni da una app dedicata (“Pays Cathare, Le Guide”). Disponibili anche visite guidate su prenotazione. Consultare il sito ufficiale per orari, giorni di apertura e prezzi.

Dove si trova e come andare

Il castello di Quéribus si trova a 3 km dal villaggio di Cucugnan, nel dipartimento dell’Aude, in Occitania. Per raggiungerlo in auto seguire la strada dipartimentale D19 in direzione della fortezza. Una volta arrivati al parcheggio dedicato, è necessario proseguire a piedi per 10 minuti per raggiungere il monumento. Il percorso è piuttosto ripido e si consiglia pertanto di indossare scarpe comode.

L’eclissi totale più spettacolare arriva nel 2027: si potrà vedere dal mare con una crociera da sogno

Se il 2026 ha visto tanti di voi rincorrere un biglietto last minute per l’eclissi solare (o gli occhialini andati completamente sold out), buone notizie: c’è già un nuovo appuntamento da segnare in agenda. Ma attenzione, perché le cabine migliori stanno già sparendo in fretta.

Il 2 agosto 2027 il cielo sopra Spagna meridionale, Nord Africa e Medio Oriente si oscurerà per oltre sei minuti: un evento che non si ripete dal 1991 e che non tornerà prima del 2114. Non a caso è già stata ribattezzata l’eclissi del secolo ed è anche l’ultima di questa durata che vedremo in vita nostra.

Tra le tante idee per assistervi, una si sta rivelando la preferita dagli eclipse chaser più esperti: guardarla dal ponte di una nave da crociera, lontano da folle e traffico, con la nave posizionata esattamente sul percorso della totalità. Le crociere sul Nilo verso Luxor sono quasi tutte esaurite, ma nel Mediterraneo restano ancora cabine disponibili su diverse compagnie. Ecco le migliori opzioni rimaste!

Eclissi 2026 in Spagna, la nuova classifica svela le mete migliori per vederla

Il 12 agosto 2026, la Luna proietterà la sua ombra su un tragitto che parte dall’Artico russo, attraversa la Groenlandia orientale e l’Islanda, per poi scendere fino alla Spagna e spegnersi infine nel Mediterraneo. Un percorso che tocca relativamente poche aree abitate, ma che per una buona parte del suo tragitto passa proprio da alcune delle mete più amate da chi viaggia in Europa, rendendo l’idea di un’estate all’insegna dell’eclissi ancora più allettante.

Chi dovesse perdere l’appuntamento dovrà pazientare fino al 2 agosto 2027, quando la fascia di totalità toccherà il Nord Africa, la Penisola Arabica e il Sud Europa. Nel frattempo, però, la Spagna resta l’unico luogo in Europa da cui si potrà assistere all’evento in versione integrale. Un’esperienza che, dicono in molti, andrebbe vissuta almeno una volta nella vita. Dove andare?

Per orientare chi sta valutando un viaggio last minute, la piattaforma di prenotazione multimodale Omio ha pubblicato il suo Eclipse Index. Una classifica che, incrociando dati su affidabilità del cielo, facilità di collegamento e valore dell’esperienza sul territorio, propone le mete migliori per vivere questa esperienza.

Saragozza è la meta migliore per l’eclissi 2026

Al primo posto dell’Eclipse Index c’è Saragozza che, con un punteggio di 88 su 100, si conferma la scommessa più sicura per chi non vuole lasciare nulla al caso. Il capoluogo aragonese offre infatti la combinazione più equilibrata tra i quattro fattori considerati dalla classifica: una statistica storica di nuvolosità particolarmente bassa per la stagione, una finestra di totalità di 1 minuto e 24 secondi e collegamenti rapidi da diverse città spagnole, che la rendono facilmente raggiungibile anche organizzando il viaggio all’ultimo momento.

A rendere la tappa ancora più interessante ci pensa la cornice cittadina: la Basilica del Pilar, che si specchia nelle acque dell’Ebro con la sua sequenza di cupole barocche, è un punto di osservazione che unisce spettacolo naturale e patrimonio architettonico. Saragozza è la base ideale anche per chi vuole trasformare l’osservazione del fenomeno (orari alla mano nella guida completa su dove e come osservare l’eclissi del 12 agosto) in un weekend d’esplorazione più ampio.

Le mete migliori dove vedere l’eclissi in Spagna

Non stupisce che l’attesa per l’evento abbia già acceso un vero e proprio record di prenotazioni verso queste mete: scendendo lungo la classifica, il ventaglio di scenari in Spagna si allarga parecchio. A Palma di Maiorca, seconda con 86 punti, il sole tramonterà proprio sopra il Mediterraneo, regalando 1 minuto e 36 secondi di totalità. León, terza con 85 punti, intercetta invece il passaggio dell’eclissi lungo una delle tappe più suggestive del Cammino di Santiago, con la finestra di totalità più lunga del podio, 1 minuto e 44 secondi.

Più giù si trovano Valencia, città ideale per chi cerca un’eclissi in formato city break, Oviedo, che vanta la totalità più lunga dell’intera classifica, ma sconta un rischio nuvole più alto, e poi A Coruña, Santander e Bilbao, tre tappe che uniscono l’osservazione del fenomeno all’atmosfera della costa atlantica settentrionale.

Ecco la classifica completa secondo l’Omio Eclipse Index:

  1. Saragozza – 1 minuto e 24 secondi di totalità;
  2. Palma di Maiorca – 1 minuto e 36 secondi di totalità;
  3. León – 1 minuto e 44 secondi di totalità;
  4. Valencia – 1 minuto e 1 secondo di totalità;
  5. Oviedo – 1 minuto e 49 secondi di totalità;
  6. A Coruña – 1 minuto e 17 secondi di totalità;
  7. Santander – 1 minuto e 3 secondi di totalità;
  8. Bilbao – 31 secondi di totalità.

SiViaggia ti regala il magazine sfogliabile GATE 65 di agosto 2026

Sul numero 65 di GATE, vi portiamo in viaggio a bordo di un treno vintage che è ripartito da poco e che corre lungo la costa del Mississippi, negli Stati Uniti d’America. Le tappe dell’itinerario dove troverete pochi turisti e soprattutto pochi italiani, per immergervi davvero nella Real America.

Tra isole che appaiono e scompaiono, feste di carnevale (tutto l’anno), spiagge candide, tramonti da sogno e piatti di frutti di mare appena pescati, è un’esperienza da fare assolutamente. Trovate l’articolo a pag. 24.

Ma, come sempre, vi diamo anche qualche consiglio per una gita fuori porta o un weekend in Italia: riapre il Forte di Gavi in Piemonte e una nuova galleria a Ercolano, e poi ci sono i borghi d’arte da visitare d’estate.

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Altro che vacanze al caldo: Elisa ed Emma Marrone fuggono in Islanda tra ghiacciai e avventure

Mentre l’estate italiana è alle prese con caldo torrido e temperature molto elevate, Emma Marrone ed Elisa hanno scelto una destinazione decisamente fuori dagli schemi per la loro pausa estiva. Le due cantanti sono volate in Islanda, insieme al produttore e musicista Dardust, nome d’arte di Dario Faini, e a Francesca Savini, manager e amica di Emma. Una fuga verso il Nord Europa fatta di ghiacciai, paesaggi spettacolari e avventure, raccontata passo dopo passo attraverso i social.

Sempre più persone lasciano il lavoro per viaggiare: il nuovo trend è il golden gap year

Chi ha detto che il grande viaggio della vita va rimandato per forza alla pensione? Sempre più persone tra i 40 e i 60 anni stanno mettendo in discussione questa convinzione, scegliendo di fermare la carriera per partire.

Non si tratta di un capriccio momentaneo, né di una fuga estrema dalla routine: è un fenomeno che negli ultimi mesi ha assunto un nome ben preciso, “golden gap year” (o “micro-pensionamento”), e coinvolge un numero crescente di lavoratori, soprattutto nel Regno Unito. Qui, un recente sondaggio dell’agenzia Explore Worldwide ha rilevato che circa un terzo degli intervistati sta valutando seriamente una pausa prolungata dal lavoro.

Cos’è il golden gap year

Il punto di partenza del golden gap year non è tanto il desiderio di viaggiare (quello c’è sempre stato) quanto un cambio di prospettiva sul tempo. Fino a poco tempo fa, il grande viaggio era un traguardo, qualcosa da conquistare a fine carriera. Oggi, complice l’innalzamento dell’età pensionabile in molti paesi europei, quel traguardo si allontana sempre di più, e c’è chi non è disposto ad aspettare.

Il risultato è una logica diversa: invece di un unico lunghissimo viaggio all’arrivo della pensione, si preferiscono pause più brevi, ma ripetute, distribuite lungo tutta la vita lavorativa, quando si ha ancora l’energia fisica e la curiosità per affrontarle davvero. Non è un caso che il fenomeno riguardi soprattutto la fascia 40-60 anni: è il momento in cui i figli, se ci sono, iniziano a rendersi più autonomi, i mutui sono spesso a metà percorso e la carriera ha raggiunto una stabilità che permette, psicologicamente prima ancora che economicamente, di prendersi un rischio calcolato.

C’è poi un elemento che raramente viene raccontato: il golden gap year non nasce solo dal desiderio di partire, ma anche da un bisogno di ridefinire il proprio rapporto con il lavoro. Molte delle persone che scelgono questa strada raccontano di voler tornare con uno sguardo diverso sulla propria professione, se non addirittura di usare la pausa per capire se cambiare strada del tutto.

Il fenomeno, va detto, non è del tutto circoscritto a questa fascia d’età: secondo alcune stime, circa un terzo di chi oggi si prende un gap year non ha ancora 40 anni, segno che l’esigenza di una pausa prolungata dal lavoro si fa sentire sempre più spesso anche nei 30, situazione economica permettendo.

Come funziona

Nel Regno Unito, dove il fenomeno è più diffuso, il tema si intreccia spesso con la possibilità di negoziare un’aspettativa concordata con il datore di lavoro, mantenendo la porta aperta per il rientro. In Italia, il quadro è diverso, ma non impossibile da percorrere. L’aspettativa non retribuita, se prevista dal contratto collettivo o concordata con l’azienda, resta lo strumento più utilizzato da chi vuole prendersi una pausa lunga senza dimettersi definitivamente.

Chi invece lavora come libero professionista o freelance ha, paradossalmente, più margine di manovra perché il vero nodo diventa organizzare i propri progetti in modo da poter reggere mesi senza entrate fisse.

Sul fronte economico, il golden gap year non richiede necessariamente un capitale enorme, ma un ripensamento delle priorità di spesa nei mesi, o negli anni, che precedono la partenza. Chi lo sta già facendo racconta spesso di piccoli sacrifici quotidiani più che di rinunce drastiche: meno consumo e più attenzione a cosa vale davvero la pena spendere.

Quello che accomuna chi sceglie questa strada è un dato che va oltre i numeri. Non si parte per scappare, ma per tornare, al lavoro o alla propria routine, con priorità diverse. Ed è forse proprio questo a rendere il golden gap year un trend destinato a crescere, anche fuori dal Regno Unito.

Il canyon dei misteri alpini: esplorando le Gole del Taugl, dove aleggiano leggende antichissime

A pochi chilometri dall’elegante città di Salisburgo, quindi proprio lì dove non te lo aspetti, l’acqua sembra avere preso il comando della scena. In zona, infatti, scorre il Taugl, un torrente di montagna che nasce nelle Osterhorngruppen ed entra nel Tauglboden, per poi attraversare una delle aree naturali più particolari del territorio di Bad Vigaun e Kuchl. Il suo corso alterna tratti aperti, banchi di ghiaia e rapide a una stretta forra calcarea, la Tauglklamm, un canyon selvaggio e poco addomesticato.

L’acqua si presenta trasparente, incredibilmente limpida nelle pozze scavate nella roccia, e con una temperatura decisamente alpina. D’estate la tentazione di entrarvi è forte, soprattutto presso la zona della Römerbrücke, ma bastano pochi secondi per capire la differenza tra un bagno in una piscina e una nuotata in un torrente alimentato dalle montagne.

La gola offre un volto ancora più emozionante: le pareti si stringono, la luce diminuisce e la roccia assume forme morbide. Alcuni punti sono adatti a un’escursione naturalistica, mentre la parte più stretta della Tauglklamm appartiene al territorio del canyoning e richiede esperienza, attrezzatura adeguata e condizioni idrologiche favorevoli. Da una parte, infatti, c’è la Tauglgries, area naturale ed europea protetta, con sentieri, punti panoramici e spazi per osservare la fauna; dall’altra una successione di roccia, acqua e passaggi stretti che restituisce una sensazione quasi primitiva.

Origine, formazione e leggende della Gola di Taugl

Ben prima che l’essere umano mettesse piede in questo magnifico pianeta, l’acqua ha inciso le rocce del suo letto, sfruttando fratture e punti più vulnerabili della massa calcarea. La pressione continua del torrente ha progressivamente approfondito il solco, modellando pareti, scivoli naturali e piccole vasche.

La Taugl alterna infatti due paesaggi molto diversi: nella parte più aperta il torrente si allarga e attraversa il Tauglgries, un ambiente dinamico fatto di ghiaia, vegetazione ripariale e superfici rocciose. Entrando nella forra il carattere cambia radicalmente, con il letto che si restringe e la roccia che assume un aspetto che pare lucidato dall’acqua.

La forza di questo torrente d’Austria resta evidente anche nella sua instabilità. Per chi pratica canyoning, una piena può modificare profondamente l’aspetto della forra. Tronchi, massi e sedimenti possono mutare la configurazione dei passaggi e delle rapide, rendendo una discesa diversa rispetto a quella affrontata in precedenza.

Un altro elemento sorprendente appartiene alla storia umana. Poco prima della Römerbrücke, il torrente forma una cascata e poi raggiunge il tratto storico del ponte, ma il nome può trarre in inganno. La struttura attuale risale infatti al 1613 e viene indicata dal turismo locale quale più antico ponte ancora esistente del SalzburgerLand.

Canyon del Taugl, Austria
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Il selvaggio Canyon del Taugl

Intorno alla costruzione del ponte è nata una leggenda decisamente più antica e inquietante: secondo il racconto popolare, una gola tanto profonda avrebbe richiesto l’intervento del Diavolo. Gli abitanti gli avrebbero chiesto aiuto per realizzare il passaggio sul torrente e in cambio il demonio avrebbe preteso il figlio di una mugnaia incinta, a patto che la costruzione fosse completata prima della nascita.

La donna riuscì a partorire poco prima della posa dell’ultima pietra. Furioso per l’inganno, il Diavolo stabilì allora che la prima creatura vivente passata sul ponte sarebbe appartenuta a lui. La mugnaia reagì con astuzia e fece attraversare la struttura a un gatto. La beffa mandò il demonio su tutte le furie e, secondo la tradizione, scagliò l’ultima pietra nella gola. Quella roccia porta ancora il nome di Teufelsstein, la Pietra del Diavolo. Nei periodi di magra può essere osservata dalla Römerbrücke, incastonata nel paesaggio del torrente.

La visita alla Taugl tra canyon, acqua gelida e natura protetta

La Taugl richiede prima di tutto una distinzione: la visita turistica del Tauglgries è adatta a un pubblico molto ampio, mentre la discesa della Tauglklamm è un’esperienza tecnica da canyoning. Confondere i due itinerari, quindi, potrebbe rivelarsi rischioso. Per una giornata nella natura, il punto di riferimento è il percorso tematico Lebensader Taugl, cioè “Lifeline Taugl”. Il sentiero attraversa il Tauglgries e presenta pannelli dedicati alla flora, alla fauna e agli equilibri dell’ecosistema fluviale. Lungo il tragitto sono presenti una piattaforma panoramica dotata di telescopio, aree di sosta e un parco naturalistico per bambini.

La piattaforma permette di osservare dall’alto il letto del torrente e le sue trasformazioni. Il Tauglgries ospita infatti specie rare, tra cui il corriere piccolo e il piro piro piccolo, uccelli che utilizzano le rive ghiaiose per la nidificazione.  Nei mesi caldi alcuni tratti della Taugl diventano apprezzati punti per il bagno. L’acqua resta gelida, ma il contrasto con le grandi lastre di roccia riscaldate dal sole rende l’esperienza particolare. La Römerbrücke offre inoltre un ottimo punto per osservare il torrente e raggiungere le zone balneabili vicine.

Per chi cerca un’esperienza più avventurosa arriva la Tauglklamm. L’ingresso alla forra prevede una discesa dal parcheggio fino al canyon e all’ingresso può essere presente una corda fissa (da verificare sempre sulle condizioni attuali). Successivamente il percorso entra nella sezione stretta della gola, con roccia levigata, pozze, piccoli salti e scivoli.

La parte più delicata riguarda la portata del torrente. In primavera e dopo piogge abbondanti il bacino può ricevere quantità d’acqua considerevoli. Una forra alpina cambia rapidamente con l’innalzamento del livello e la corrente può diventare pericolosa. La Tauglklamm va quindi affrontata con competenza specifica e attrezzatura da canyoning, preferibilmente con una guida qualificata per chi possiede poca esperienza.

Superato il tratto più stretto, il canyon si apre. Da quel punto una possibilità conduce verso l’uscita, mentre un itinerario più lungo prosegue lungo il corso del fiume fino alla Römerbrücke. La variante completa richiede organizzazione logistica e un’auto per il rientro, poiché l’escursione fluviale può raggiungere circa 7 km e 5 ore secondo le condizioni del percorso.

Dove si trova e come arrivare

La Taugl si trova nel SalzburgerLand, nella regione del Tennengau, a sud di Salisburgo, tra Bad Vigaun e Kuchl. Il territorio appartiene a una fascia alpina situata a breve distanza dalla città, caratterizzata da montagne, boschi, torrenti e paesaggi rurali. Bad Vigaun rappresenta il riferimento più pratico per visitare il Tauglgries e il percorso naturalistico.

Per raggiungere la zona della forra in automobile, l’accesso tecnico indicato per la Tauglklamm passa da Hallein verso Bad Vigaun e poi in direzione di St. Koloman / Tauglboden (Tauglbodenstraße). Presso l’ingresso alla gola è presente una piccola area di parcheggio con pochissimi posti. In alternativa si trovano aree di sosta più ampie nei dintorni, con distanze di alcune centinaia di metri o circa 1 km dall’ingresso.

Per una visita più rilassata al Tauglgries conviene invece partire dal centro di Bad Vigaun. Il percorso della Lebensader Taugl conduce verso la piana fluviale e attraversa l’area protetta fino alla Römerbrücke. La stessa zona può essere raggiunta anche in bicicletta oppure in automobile attraverso Unterlangenberg, in direzione Tauglgries.

La foresta delle ombre solari: viaggio nel tempio megalitico di Beglik Tash, in Bulgaria

Sulla costa meridionale del Mar Nero si estende la foresta di Strandzha che custodisce un luogo che sembra appartenere a un tempo remoto anche quando lo si raggiunge. Il sentiero entra tra gli alberi e conduce verso una distesa di enormi massi dalle forme insolite, modellati dalla natura e poi adattati dall’uomo a una funzione sacra. È Beglik Tash, il più antico e uno dei maggiori santuari megalitici traci dell’area orientale della Bulgaria.

Le superfici delle rocce sono tondeggianti e ricordano enormi blocchi posati uno accanto all’altro. Eppure è solo un’impressione, perché la loro origine è naturale. Sono, infatti, grandi pietre di origine vulcanica plasmate anche attraverso un processo di alterazione noto per le forme arrotondate. I Traci seppero sfruttare questa conformazione, intervenendo soltanto in alcuni punti con incisioni, cavità, canalette e altri segni rituali.

Il complesso si trova sulla terrazza più alta del promontorio di Beglik Tash, a 128 metri sul livello del mare, all’interno dell’area forestale protetta di Beglik Tash-Ropotamo. Le rocce, oltre a formare un paesaggio suggestivo, compongono un vero spazio cerimoniale legato alla fertilità, alla Madre Dea, al culto orfico e alla figura dell’Eroe.

Breve storia e leggende di Beglik Tash

Per lungo tempo questo patrimonio della Bulgaria rimase fuori dagli studi archeologici. La zona faceva infatti parte della riserva di caccia di Todor Zhivkov, capo dello Stato comunista bulgaro dal 1954 al 1989. Le indagini archeologiche iniziarono soltanto nei primi anni 2000 e la scoperta fu resa nota nel 2002-2003.

Le ricerche hanno portato alla luce frammenti di ceramica, utensili in pietra, armi, selci e monete romane. Gli elementi raccolti indicano un’attività rituale già nella seconda metà del II millennio a.C., con una datazione proposta intorno al XVI secolo a.C. Il santuario rimase frequentato per molti secoli, fino ai primi decenni del IV secolo d.C., quando la diffusione del cristianesimo nell’Impero Romano contribuì al suo abbandono.

Le strutture successive hanno lasciato poche tracce e l’assenza di costruzioni posteriori ha favorito la conservazione delle grandi formazioni rocciose e dei loro interventi rituali. Al centro della simbologia compare il matrimonio sacro tra la Madre Dea e il Dio Sole, un’unione dalla quale sarebbe nato l’Eroe. Questa concezione trova espressione in diversi elementi del complesso, trasformando le rocce in una sorta di racconto liturgico scolpito nella natura.

Il cosiddetto letto matrimoniale è formato da una grande pietra adagiata secondo l’asse est-ovest. Accanto si trovano due rocce sacrificali dotate di vasche profonde e canalette al cui interno potevano essere versati liquidi rituali quali acqua piovana, vino, latte e olio d’oliva. Ancora più suggestivo è l’Apostol Tash, una gigantesca pietra appoggiata soltanto su due punti. Sotto il masso si apre una fenditura che, secondo l’interpretazione simbolica legata al culto, viene attraversata dal raggio di sole nascente durante il solstizio d’estate, rappresentando la fecondazione della Madre Dea da parte del Dio Sole.

Una grande formazione dolmenica rappresentava invece la caverna sacra, associata al grembo della divinità femminile e alla discesa dell’Eroe nell’oltretomba. Il santuario protegge poi una sorta di orologio astronomico formato da 16 lastre di pietra circolari. La loro disposizione viene interpretata in relazione al calendario antico e ai cicli solari. Accanto si trova il Labirinto, un passaggio stretto tra le rocce legato a una prova rituale per i giovani.

Una tradizione locale collega inoltre Beglik Tash al nestinarstvo, l’antico rito bulgaro della danza sul fuoco, sopravvissuto fino all’epoca moderna attraverso una rilettura cristiana. Secondo le testimonianze riportate nelle fonti locali, fino agli anni ’50 alcune donne chiamate nestinarki avrebbero danzato sui carboni ardenti proprio nella zona del santuario.

La visita tra altari, pietre sacre e simboli solari

L’accesso al complesso avviene dal settore sud-occidentale e l’ultimo tratto attraversa la foresta, preparando gradualmente all’arrivo sulla piattaforma megalitica. Il cuore del santuario occupa una piattaforma leggermente rialzata e qui le principali formazioni sono disposte attorno a uno spazio centrale con diametro di circa 56 metri. Alcuni massi conservano la propria forma naturale, altri presentano segni realizzati dall’uomo.

Tra le prime strutture da osservare c’è il letto matrimoniale, affiancato dalle pietre sacrificali. Le vasche e le canalette scolpite sulla superficie permettono di intuire la funzione attribuita all’acqua e agli altri liquidi durante le cerimonie. Poco distante compare il trono di pietra, associato alla figura del sacerdote. Intorno sono visibili scanalature e solchi che confluiscono in una grande struttura rettangolare, definita sharapana, che indica una vasca o area destinata alla raccolta dei liquidi rituali.

Sul lato orientale si trovano 3 grandi pietre tondeggianti: una conserva sulla sommità il cosiddetto passo divino, un’incisione lunga circa 0,6 metri e larga 0,34 metri, simile all’impronta di un piede; un’altra incisione dello stesso tipo compare nella parte meridionale. Secondo l’interpretazione archeologica, questi segni delimitavano la zona più interna e sacra del complesso, riservata agli iniziati.

L’orologio astronomico merita un’attenzione particolare perché la disposizione dei blocchi e il rapporto con il percorso del sole hanno alimentato il paragone, pur con le dovute cautele, con siti megalitici più celebri dell’Europa occidentale. Il Labirinto offre invece una percezione molto più fisica del santuario. Il passaggio tra le rocce è stretto e costringe il visitatore a seguire un itinerario preciso. Le tradizioni interpretative lo associano alle prove affrontate dai giovani, con una competizione destinata a individuare chi avrebbe potuto assumere il ruolo sacerdotale.

La grande caverna sacra completa il percorso simbolico. La formazione rocciosa rappresentava il grembo della Madre Dea e il passaggio dell’Eroe verso il mondo sotterraneo. Intorno, il paesaggio forestale mantiene un carattere selvaggio che aiuta a comprendere il rapporto stretto tra culto e ambiente naturale.

La visita del santuario richiede circa 40 minuti, anche se il tempo può aumentare dedicandosi alle formazioni rocciose e ai dettagli incisi sulle superfici. In alcuni periodi dell’anno sono disponibili guide in bulgaro, russo e inglese.

Dove si trova e come arrivare

Beglik Tash si trova circa 3,5 km a nord di Primorsko, presso il margine del parco naturale di Ropotamo e a est della foce del fiume Ropotamo. Primorsko rappresenta il riferimento più pratico per organizzare la visita e mette a disposizione alberghi, alloggi, ristoranti e un centro di informazioni turistiche.

Dal centro abitato si raggiunge la zona della spiaggia settentrionale e si prosegue verso la residenza Perla. La strada asfaltata attraversa la foresta per circa 3 km, fino a un’uscita segnalata con il cartello Бегликташ e una barriera. Da questo punto inizia il tratto più selvaggio: la strada sterrata prosegue per circa 1,4 km fino al santuario. Il percorso può essere affrontato a piedi, in bicicletta o con un veicolo adatto al fondo stradale. Gli ultimi 500-600 metri vengono percorsi lungo un sentiero forestale predisposto per l’accesso al complesso.

Vista aerea di Beglik Tash, Bulgiaria
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Beglik Tash vista dall’alto

Raggiunta la radura, le grandi rocce appaiono finalmente nella loro interezza. Dopo il silenzio degli alberi, la piattaforma megalitica sembra quasi una scena preparata per un rito antico. Il mare è vicino, anche se resta nascosto dalla vegetazione, e salendo su alcune rocce si possono raggiungere punti panoramici rivolti verso il Mar Nero, particolarmente suggestivi al tramonto.

Fortezze reali della Linguadoca, Castiglione in Teverina e ponte tibetano: i luoghi che hanno fatto sognare questo mese

Ci sono luoghi ed esperienze che sanno conquistare in un attimo il proprio posto nella lista dei viaggi da fare almeno una volta nella vita. Luglio ci ha portato alla scoperta di castelli arroccati su speroni di roccia diventati patrimonio UNESCO, borghi italiani dove si respirano ancora le tradizioni del passato e ponti sospesi tra montagne ad altezze mozzafiato. Abbiamo viaggiato anche con la fantasia, immaginando città galleggianti destinate a navigare intorno al mondo e alzando gli occhi al cielo in attesa della grande eclissi solare del 2026 che si terrà ad agosto.

Ecco alcuni dei luoghi, delle esperienze e delle storie che più hanno fatto sognare i lettori di SiViaggia nell’ultimo caldissimo mese e che hanno saputo ispirare tutti coloro che amano mettersi in cammino e guardare il mondo con occhi sempre curiosi e pronti a nuove emozioni.

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