❌

Vue lecture

Il y a de nouveaux articles disponibles, cliquez pour rafraîchir la page.

Tra riflessi di luce e leggende d’argento c’è un Piccolo Canada: il magnifico Lago dell’Orceyrette

In autunno, sulle Alpi francesi, accade qualcosa di straordinario: i boschi cambiano colore, le giornate si accorciano e le montagne acquistano sfumature calde. Ed è proprio intorno al Lago dell’Orceyrette, a circa 1.927 metri di altitudine, che questo spettacolo assume proporzioni particolarmente suggestive. Da queste parti, infatti, i larici si tingono di giallo intenso, i pini cembri conservano il loro verde scuro e l’acqua restituisce un riflesso che sembra appartenere a un paesaggio del Canada.

Del resto, il paragone con i grandi laghi nordamericani ricorre spesso nelle descrizioni di questo angolo poco conosciuto della Francia.
Siamo nel dipartimento delle Alte Alpi, nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, a breve distanza dalla cittadina fortificata di Briançon e dal confine italiano. A renderlo speciale è anche il contrasto fra le sue dimensioni raccolte e la grandiosità dell’ambiente di cui fa parte.

Nel periodo autunnale il paesaggio cambia persino nel corso della giornata. Al mattino, con l’aria immobile, le chiome dorate si riflettono nitidamente sulla superficie. Nel pomeriggio, invece, la luce più inclinata accentua i contrasti tra le rocce grigie, i prati ingialliti e le conifere. Un piccolo universo montano che ha conquistato anche il mondo della televisione, tanto da essere scelto fra le location della serie poliziesca francese Alex Hugo, ambientata sulle Alpi.

Origine e formazione del Lago dell’Orceyrette

Dietro l’aspetto apparentemente selvaggio del Lago dell’Orceyrette si nasconde una storia geologica sorprendente, alla quale si aggiunge un intervento umano relativamente recente. In origine, questo bacino era un lago residuale di formazione glaciale, eredità delle trasformazioni che interessarono le vallate alpine durante le glaciazioni. Il progressivo ritiro dei ghiacci aveva lasciato una depressione naturale destinata a raccogliere l’acqua proveniente dai versanti.

Con il trascorrere dei secoli, il bacino subì profonde modificazioni, fino a scomparire. Nel 1950 venne realizzato uno sbarramento che consentì all’acqua di accumularsi nuovamente, restituendo al paesaggio lo specchio lacustre ammirato attualmente. La sua storia, tuttavia, comincia molto prima dell’arrivo dei ghiacciai: le rocce presenti sulle montagne circostanti, comprese quelle del Rocher Roux, custodiscono tracce dell’antico oceano ligure-piemontese, che oltre 150 milioni di anni fa separava porzioni di crosta continentale destinate a essere coinvolte nella formazione della catena alpina.

Anche il nome racconta qualcosa del territorio: Orceyrette deriva infatti dal torrente e dagli antichi chalet dell’Orcière, costruzioni legate alle attività agro-pastorali praticate per generazioni negli alpeggi della zona.

Visitare il Lago dell’Orceyrette

Raggiungere il Lago dell’Orceyrette a piedi è un’esperienza alla portata anche degli escursionisti meno allenati, ma scegliendo l’itinerario breve con partenza da Plan Peyron. Il percorso ufficiale misura 4,2 km complessivi, presenta circa 100 metri di dislivello positivo e richiede mediamente 1 ora e 45 minuti (soste escluse).

Dal parcheggio sterrato si attraversa il torrente Orceyrette, nei pressi di un pannello che segnala l’ingresso nella riserva. Il tracciato procede lungo il margine del bosco, risalendo dolcemente il corso d’acqua per circa 2 km. Durante l’autunno, questo tratto regala già buona parte dello spettacolo, con gli aghi dei larici che ricoprono il terreno, il rumore del torrente accompagna il percorso e, fra gli alberi, le montagne che si fanno scovare.

Il vero protagonista della stagione, infatti, è il Bois des Ayes, un ambiente forestale di straordinario valore naturalistico, considerato fra le più belle foreste di pino cembro delle Alpi francesi. Alcuni esemplari raggiungono un’età compresa fra 400 e 600 anni, al punto che hanno attraversato secoli di inverni rigidi, nevicate abbondanti e cambiamenti climatici, sviluppando tronchi robusti e forme modellate dalle difficili condizioni d’alta quota.

Larici del Lago dell'Orceyrette
iStock
I bei larici del Lago dell’Orceyrette

Il pino cembro, chiamato anche arolla, cresce insieme ai larici nelle fasce inferiori del bosco. Oltre i 2.100 metri diventa invece dominante, fino a formare popolamenti forestali pressoché puri. Proprio la convivenza fra queste due conifere rende l’autunno estremamente interessante.

Raggiunto lo sfioratore, il lago si presenta quasi all’improvviso. Sulla sponda si trovano tavoli da picnic e un pontile per la pesca accessibile anche alle persone con mobilità ridotta. Per pescare occorre rispettare le autorizzazioni e la regolamentazione vigente. Proseguendo sulla sinistra si può effettuare il giro dello specchio d’acqua, attraversando ambienti differenti. Verso l’estremità superiore, il sentiero aggira una zona umida e raggiunge una pista forestale, da dove si rientra verso lo sbarramento, per poi ripercorrere il tratto iniziale fino a Plan Peyron.

Chi desidera prolungare l’escursione può considerare anche gli alpeggi superiori, con gli chalet dell’Orceyrette e dell’Alp, testimonianze della tradizionale architettura rurale alpina, caratterizzata da edifici funzionali alla vita stagionale in montagna.

La visita è gratuita, ma richiede rispetto delle norme ambientali. I cani sono ammessi al guinzaglio sui percorsi consentiti, mentre è necessario rimanere sui sentieri segnalati e tenere le distanze dagli animali selvatici. Sono vietati i fuochi, il campeggio e la balneazione.

Il periodo ufficiale di apertura dell’itinerario va dal 15 maggio al 15 novembre, condizioni meteorologiche permettendo. Per ammirare il foliage, il momento generalmente più interessante coincide con ottobre, pur variando l’intensità della colorazione in base all’andamento stagionale.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago dell’Orceyrette si trova nella valle degli Ayes, nel Briançonnais, sulle Alpi sudoccidentali francesi. La cittadina di riferimento è Briançon, celebre per le fortificazioni progettate da Vauban, riconosciute dall’UNESCO. Dall’Italia si può raggiungere Briançon attraverso il Colle del Monginevro, partendo dalla zona di Cesana Torinese, oppure attraverso il Colle della Scala, provenendo da Bardonecchia, quando il valico è aperto al traffico.

Una volta raggiunta Briançon, si prosegue verso Villar-Saint-Pancrace e si seguono le indicazioni per il Centre Montagne e Les Ayes. La strada sale fra boschi e piccoli nuclei di baite fino al settore di Plan Peyron, punto di partenza dell’escursione breve. Durante luglio e agosto sono previste limitazioni alla circolazione, comprese restrizioni orarie fra il villaggio degli Ayes e il lago. Il Comune invita a privilegiare gli accessi a piedi o in bicicletta, anche attraverso i percorsi che partono dal Centre Montagne.

In autunno, invece, è essenziale verificare le condizioni della strada forestale prima della partenza, soprattutto dopo nevicate precoci, gelate o precipitazioni intense. Conviene, inoltre, partire al mattino, portare scarpe con una buona aderenza, abbigliamento caldo e uno strato impermeabile.

Bosham è il borgo con le strade fatte d’acqua (che spesso scompaiono), un piccolo gioiello inglese

Un campanile appuntito svetta sopra i tetti delle case, mentre piccole imbarcazioni e una fila di abitazioni sembrano osservare il mare dalle proprie finestre. Quel che pare l’inizio di un romanzo, è in realtà Bosham (pronunciato Bozzum dagli inglesi), uno dei villaggi più pittoreschi del West Sussex, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, a breve distanza dalla città di Chichester.

Se di primo impatto appare come uno dei tanti borghi marittimi britannici, con le facciate in mattoni, le tradizionali sale da tè e le barche ormeggiate davanti alle abitazioni, la verità è che questo antico insediamento custodisce una particolarità piuttosto insolita: le maree trasformano continuamente il paesaggio, tanto che una delle strade affacciate sul porto viene periodicamente sommersa dall’acqua.

In poche parole, durante l’alta marea il confine tra il villaggio e il mare è sorprendentemente sottile. A rendere Bosham ancora più affascinante contribuisce la sua storia, intrecciata alle vicende dei sovrani anglosassoni e alla conquista normanna dell’Inghilterra. Il suo nome compare persino nel celebre Arazzo di Bayeux, una delle testimonianze figurative più importanti del Medioevo europeo.

Cosa vedere a Bosham

Il villaggio di Bosham occupa una piccola penisola compresa tra due insenature soggette alle maree. Il nucleo storico mantiene dimensioni raccolte e le principali attrazioni si concentrano tra la chiesa, le stradine residenziali e il lungomare.

Holy Trinity Church

La Holy Trinity Church è probabilmente l’edificio più importante del villaggio, oltre a essere considerata uno dei luoghi di culto più antichi del West Sussex. Si presenta con un campanile quadrangolare che termina con una caratteristica guglia appuntita rivestita di scandole.

La parte inferiore della torre appartiene al periodo sassone, mentre il piano superiore venne aggiunto nel XV secolo. L’interno è invece la casa di un arco del presbiterio di origine anglosassone, una navata del XIII secolo e successive trasformazioni medievali. Particolarmente interessanti sono le finestre a lancetta della parete orientale, disposte in un gruppo di 5 aperture.

La sua fama è però legata soprattutto al 1064, anno in cui Harold Godwinson, futuro re Aroldo II d’Inghilterra, partì da Bosham diretto in Normandia: prima della traversata avrebbe pregato proprio in questo edificio. L’episodio compare nell’Arazzo di Bayeux, il lungo ricamo medievale che racconta gli avvenimenti culminati nella battaglia di Hastings del 1066.

Bosham Quay, il porticciolo che cambia volto con le maree

Pochi passi separano la chiesa da Bosham Quay, il tratto del lungomare più fotografato del villaggio. Da queste parti piccole abitazioni dalle facciate bianche e color mattone si affacciano direttamente sull’insenatura. Davanti alle finestre, le barche seguono il ritmo delle maree, mentre i riflessi dell’acqua modificano continuamente i contorni del paesaggio.

Con la bassa marea emergono ampie distese fangose, fondamentali per la fauna locale. Con il ritorno del mare, invece, le imbarcazioni riprendono a galleggiare e parte della strada costiera viene raggiunta dall’acqua. Il fenomeno interessa soprattutto Shore Road, diventata famosa anche per gli automobilisti sorpresi dall’alta marea. Vi basti pensare che questa perculiare situazione ha ispirato il soprannome ironico Bosham Carwash, il lavaggio auto di Bosham.

Strade allagate a Bosham, Inghilterra
Getty Images
Passeggiando tra le strade allagate di Bosham

Bosham Walk, le botteghe artigiane del villaggio

A non molto distanza dal lungomare si trova Bosham Walk Art & Craft Centre, un piccolo centro dedicato all’artigianato e alle attività commerciali indipendenti. Le botteghe propongono oggetti decorativi, creazioni artistiche, accessori e regali realizzati anche da artigiani locali.

L’ambiente richiama la tradizione dei piccoli mercati del Sussex, con spazi raccolti e vetrine ricche di particolari.

Chichester Harbour, il paesaggio naturale intorno al borgo

Bosham appartiene al sistema di insenature di Chichester Harbour, un vasto porto naturale riconosciuto per il suo valore paesaggistico e ambientale, caratterizzato da acque poco profonde, prati salmastri e fondali fangosi che costituiscono habitat preziosi per numerose specie di uccelli.

Durante i mesi più freddi arrivano oche colombaccio, fischioni, volpoche e differenti specie di trampolieri, attratti dalle abbondanti risorse alimentari presenti nell’estuario. La costa, tra le altre cose, alterna piccole spiagge, canali, argini erbosi e approdi.

Cosa fare a Bosham

La vita di questo curioso villaggio del Regno Unito segue ancora le abitudini legate al porto, per questo motivo le attività spaziano dagli sport acquatici alle escursioni naturalistiche, con numerose possibilità anche nei dintorni.

  • Provare un’esperienza in barca a vela: Bosham possiede una vivace comunità nautica e il Bosham Sailing Club rappresenta uno dei riferimenti per gli appassionati.
  • Percorrere i sentieri costieri: dalle estremità del villaggio partono itinerari che seguono le insenature e attraversano ambienti naturali molto differenti. Attenzione però, perché alcuni tratti si percorrono esclusivamente durante la bassa marea.
  • Fotografare Bosham al tramonto: può sembrare una banalità, ma luce della sera valorizza le facciate delle abitazioni, i tetti rossastri e la sagoma della chiesa.
  • Osservare gli uccelli migratori: le distese intertidali sono frequentate da numerose specie, soprattutto durante l’autunno e l’inverno.
  • Assaggiare la cucina locale: ci sono alcuni indirizzi storici sul lungomare ideali per un pranzo in un tradizionale pub britannico, ma anche sale da tè e gelaterie che permettono di gustare dolci e bevande calde.
  • Raggiungere Itchenor in traghetto: tramite un piccolo servizio passeggeri si arriva presso questo villaggio sull’altra sponda del porto. Da tale località partono escursioni nautiche dedicate al paesaggio e alla fauna di Chichester Harbour (dove si possono avvistare persino le foche).
  • Visitare il Fishbourne Roman Palace: a pochi chilometri da Bosham si trovano i resti di una delle più grandi residenze romane rinvenute in Gran Bretagna. Il sito conserva notevoli pavimenti a mosaico e giardini ricostruiti secondo il modello romano.

Dove si trova e come arrivare

Bosham si trova nel West Sussex, nell’Inghilterra meridionale, lungo la costa del Canale della Manica e a circa 6 chilometri a ovest di Chichester. Per raggiungerlo dall’Italia si può volare verso Londra oppure Southampton, proseguendo successivamente in treno o con un’auto a noleggio.

Il villaggio possiede anche una propria stazione ferroviaria, situata nella parte settentrionale dell’abitato. Da Chichester il tragitto in treno dura generalmente pochi minuti, mentre dalla Capitale occorre considerare circa 2 ore, variabili in base al collegamento e agli eventuali cambi.

Chi preferisce guidare può utilizzare la rete stradale che collega Chichester alle principali città dell’Inghilterra meridionale. È consigliabile lasciare l’auto nelle aree di parcheggio segnalate, evitando Shore Road durante le ore vicine all’alta marea. Prima della visita, tuttavia, è molto importante consultare le tabelle delle maree: qui rappresentano molto più di una semplice informazione nautica, perché determinano l’accessibilità di alcuni percorsi e trasformano radicalmente l’aspetto del porticciolo.

L’Apocalisse dipinta nel cuore della Carinzia: Fuchskapelle è una sorta di Cappella Sistina psichedelica

Klagenfurt è un’elegante città austriaca della Carinzia che, di primo impatto, sembra custodire soprattutto la solennità della tradizione barocca. Eppure, dietro una porte della chiesa di Sant’Egidio, si apre un universo pittorico che ha ben poco a che fare con l’immagine classica di un edificio religioso.

Il visitatore si ritrova infatti al cospetto di pareti e soffitto che si accendono di turchese, rosso, viola, oro e verde, mentre figure angeliche, creature mostruose e riferimenti alla modernità si intrecciano in una narrazione travolgente. È la Fuchskapelle, conosciuta anche con il nome di Cappella dell’Apocalisse, uno dei tesori artistici più insoliti del Paese.

Non mancano paragoni con la ben più nota Cappella Sistina, ma la differenza più sostanziale è quei le tonalità sono pop e psichedeliche. Il motivo di questo confronto è da ritrovare nella ricchezza delle pitture che rivestono pareti e soffitto. Ma c’è un particolare ancora più interessante: Ernst Fuchs, colui che ha dato vita a questa meraviglia, richiamava la Cappella Sistina quando qualcuno manifestava impazienza per la durata dei lavori.

Breve storia della Fuchskapelle, il capolavoro di Ernst Fuchs

L’anno di riferimento è il 1989, momento in cui Ernst Fuchs iniziò a lavorare alla decorazione della cappella meridionale di Sant’Egidio. Nato a Vienna nel 1930, il pittore era già una figura di riferimento della Scuola Viennese del Realismo Fantastico, movimento artistico caratterizzato da immagini visionarie, dettagli minuziosi e richiami al mito, alla religione e all’inconscio.

La sua produzione aveva conquistato anche l’ammirazione di Salvador Dalí, uno dei maggiori esponenti del Surrealismo. Fuchs condivideva con il celebre artista spagnolo il gusto per le rappresentazioni enigmatiche, sebbene il suo universo figurativo fosse profondamente legato alla simbologia cristiana e alle tecniche dei grandi maestri del passato.

L’impresa intrapresa a Klagenfurt si rivelò particolarmente impegnativa. Durante i lunghi anni di realizzazione, infatti, il pittore trascorse mediamente 2 o 3 mesi all’anno nella città carinziana, dedicandosi a un progetto che richiedeva studio, precisione e continue riflessioni. Non vi sorprenderà sapere, dunque, che per approfondire il significato delle immagini ebbe addirittura numerosi confronti con teologi e studiosi delle religioni.

Il progetto fu concluso dopo oltre 20 anni e il 30 settembre 2010, con una solenne celebrazione presieduta dal vescovo diocesano Alois Schwarz. Quel giorno vi fu perciò il completamento dell’opera e la benedizione del rinnovato spazio di preghiera. Durante l’omelia, il vescovo interpretò il ciclo pittorico quale testimonianza di speranza, sottolineando che l’Apocalisse biblica parla anche del giudizio divino e del compimento della storia umana.

Cosa vedere nella Fuchskapelle e modalità di visita

La prima impressione che si ha entrando in questo tesoro d‘Austria è quello di abbondanza visiva. Le superfici sembrano perdere i propri confini per essere trasformate in un racconto unitario che coinvolge l’intero ambiente. Lo sguardo passa dalle figure monumentali alle creature fantastiche, fino a soffermarsi su particolari minuscoli.

Gran parte di questo effetto deriva dalla tecnica della pittura a velature, utilizzata dall’artista per sovrapporre strati sottili e trasparenti di colore: è un procedimento che conferisce profondità alle immagini e produce delicate variazioni luminose. Sulla parete orientale compare uno degli episodi principali dell’Apocalisse, tratto dal capitolo 12 del libro di Giovanni. Si tratta di una donna che sta per dare alla luce un bambino, minacciato da un drago con 7 teste. La scena prosegue poi attraverso l’intervento dell’arcangelo Michele.

Emergono pure i quattro cavalieri dell’Apocalisse, il libro chiuso con 7 sigilli, la caduta del drago infernale e la Gerusalemme celeste, immagine della città divina descritta nelle pagine conclusive della Bibbia. Sulle superfici dipinte fanno la loro comparsa persino astronauti, satelliti e aerei militari, elementi che trasformano il racconto biblico in una riflessione sulla civiltà contemporanea.

Tra le raffigurazioni c’è addirittura un qualcosa che conosciamo (quasi) tutti benissimo: l’affondamento del Titanic, inserito in una scena di catastrofe. Il celebre transatlantico, naufragato nel 1912, diventa parte di un universo figurativo popolato da simboli di distruzione e fragilità umana.

Altrettanto provocatoria è la rappresentazione della prostituta di Babilonia, figura apocalittica tradizionalmente associata alla corruzione. Fuchs la collega anche alla cultura consumistica e all’immaginario delle pin-up, proponendo una lettura che coinvolge le contraddizioni della società moderna.

Sulla parete occidentale trova spazio un episodio dell’Antico Testamento, il sacrificio di Isacco. Abramo, chiamato a sacrificare il figlio, viene fermato dall’intervento divino. Secondo la spiegazione fornita dall’artista, la scena allude al passaggio dal sacrificio umano a quello animale, ampliando ulteriormente i temi spirituali affrontati nella cappella.

Cappella dell'Apocalisse, Austria
Visitklagenfurt@Thomas Sattler Photography
Cicli pittorici della Cappella dell’Apocalisse

Il soffitto presenta invece un confronto tra il cielo della tradizione biblica e quello terrestre, trasformato dalle attività dell’uomo. L’insieme crea un intreccio affascinante di epoche e significati, accentuato dalla ricchezza cromatica delle composizioni. La Fuchskapelle è visitabile esclusivamente attraverso una visita guidata, della durata di circa 1 ora. L’accompagnamento permette di riconoscere le scene bibliche, approfondire la tecnica dell’artista e individuare dettagli che richiedono uno sguardo particolarmente attento.

Dove si trova e come arrivare

La cappella si trova nel centro storico di Klagenfurt am Wörthersee, capoluogo della Carinzia, regione dell’Austria meridionale situata a ridosso del confine con Italia e Slovenia. Siamo quindi nei pressi del Wörthersee, uno dei laghi più celebri del Paese, circondato da rilievi alpini e rinomato per le sue acque dalle sfumature turchesi.

L’indirizzo della chiesa di Sant’Egidio è Pfarrhofgasse 4, 9020 Klagenfurt am Wörthersee, a pochi passi dalle principali piazze cittadine. Dall’Italia, Klagenfurt è raggiungibile in automobile attraverso il valico di Tarvisio e l’autostrada austriaca A2. In alternativa, sono disponibili collegamenti ferroviari, con itinerari e coincidenze variabili in base alla città di partenza.

Una volta raggiunto il centro, Sant’Egidio costituisce una tappa ideale da abbinare alla visita delle piazze storiche e degli edifici rinascimentali che caratterizzano il capoluogo. Ma la verità più nuda e cruda è che, fra le architetture cittadine, la piccola cappella dipinta da Ernst Fuchs conserva un’identità del tutto particolare.

Nel regno delle pietre antiche: viaggio nei castelli più affascinanti della Turingia

Il paesaggio si presenta così: boschi fittissimi, colline attraversate da fiumi e piccoli centri medievali. E poi, quando nessuno se lo aspetta più, ecco spuntare delle grandi torri dalla vegetazione. Quel che sembra un luogo da fiaba è in realtà la Turingia, nella Germania centrale, zona che custodisce alcuni dei castelli più affascinanti del Paese.

L’ambiente sembra quasi costruito attorno a queste antiche residenze, alcune nascoste tra le montagne, altre sistemate su speroni rocciosi che dominano vallate verdissime. Ma del resto questo territorio è stato suddiviso tra diversi principati per secoli e ognuna di queste dinastie desiderava dimostrare la propria ricchezza tramite edifici grandiosi, collezioni d’arte, biblioteche e giardini progettati dai migliori architetti dell’epoca.

In sostanza i castelli della Turingia sfoggiano caratteristiche piuttosto differenti dalle severe fortificazioni romaniche, ma anche dai raffinati palazzi rinascimentali, fino alle eleganti dimore che ricordano la campagna inglese. Quel che è certo è che sono mura dove hanno vissuto personaggi di un certo calibro, tra cui Santa Elisabetta d’Ungheria, Martin Lutero e Johann Wolfgang von Goethe.

Castello di Wartburg, che ha cambiato la storia della Germania

Iniziamo questo favoloso viaggio dal Castello di Wartburg, che si presenta con una poderosa cinta muraria, tetti spioventi, torri merlate e un panorama che abbraccia le montagne della Selva di Turingia. Arroccato sopra la città di Eisenach, possiede quell’aspetto solenne che ci si aspetterebbe da una fortezza protagonista di racconti cavallereschi.

Oggi è uno dei monumenti storici più importanti della Germania, tanto da essere stato riconosciuto Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1999. Il suo nucleo medievale comprende il Palas, uno straordinario esempio di architettura residenziale romanica, caratterizzato da arcate, sale monumentali e ambienti che proteggono la memoria della corte dei langravi di Turingia.

Tra le figure più importanti a lui legate c’è la già citata Santa Elisabetta d’Ungheria, giunta giovanissima nel 1211. La principessa rinunciò progressivamente agli sfarzi aristocratici per dedicarsi ai poveri e ai malati. La tradizione le attribuisce il celebre miracolo delle rose, secondo il quale il cibo destinato ai bisognosi si sarebbe trasformato in fiori durante un incontro con il marito. Wartburg è inoltre connesso a Martin Lutero, che vi trovò rifugio tra il 1521 e il 1522 e tradusse il Nuovo Testamento in tedesco.

Castelli di Dornburg, affacciati sulla valle del Saale

Sopra una spettacolare parete di roccia calcarea, nei pressi di Jena, si allunga un complesso architettonico soprannominato il Balcone della Turingia. Sono i Castelli di Dornburg, ben tre edifici appartenenti a epoche differenti, ma collegati tra loro da terrazze fiorite, pergolati e giardini che si specchiano sulla valle del Saale.

Il più antico si chiama Altes Schloss ed è la casa di testimonianze medievali, tra cui una torre risalente al XII secolo. Poco distante, lo Schloss rinascimentale presenta facciate eleganti, finestre regolari e caratteristici abbaini. Nel 1828 vi fece visita Johann Wolfgang von Goethe, che vi trascorse alcune settimane dopo la morte del granduca Carl August (suo amico e protettore).

Al centro dell’insieme si trova lo Schloss rococò, costruito intorno al 1740. Le sue sale decorate con stucchi colorati, gli arredi raffinati e le collezioni di porcellane raccontano i gusti dell’aristocrazia settecentesca.

Castello di Altenstein, residenza inglese tra i boschi

A circa 2 chilometri da Bad Liebenstein, antica località termale della Turingia (sì, avete capito bene: questa zona della Germania offre pure le terme), c’è una costruzione che potrebbe appartenere alla campagna britannica. È il Castello di Altenstein, residenza estiva dei duchi di Sassonia-Meiningen.

Mostra facciate che sono impreziosite da frontoni curvilinei, finestre ad arco, bovindi semicircolari, numerosi comignoli e decorazioni verticali. L’aspetto attuale risale alle trasformazioni ottocentesche, mentre gli interni hanno subito importanti restauri a seguito del grave incendio del 1982. Il complesso è particolarmente interessante anche per il legame con Johannes Brahms: al compositore è dedicata una sezione museale che custodisce documenti e testimonianze della sua attività.

Attorno alla dimora si estende un parco paesaggistico di circa 160 ettari, attraversato da sentieri per una lunghezza complessiva di quasi 20 chilometri. Tra alberi secolari e affioramenti rocciosi compaiono un padiglione cinese, una cappella neogotica e la Teufelsbrücke, il Ponte del Diavolo, che collega due emozionanti pareti rocciose.

Castello di Kapellendorf, circondato dall’acqua

Nel territorio rurale del Weimarer Land, il Castello di Kapellendorf esibisce un aspetto decisamente diverso dalle sontuose residenze principesche. Il termine tedesco Wasserburg indica infatti un castello fortificato circondato dall’acqua, elemento fondamentale per la sua difesa.

La struttura possiede imponenti mura del XIV secolo, torri difensive, un ampio fossato e un cortile interno che restituisce l’immagine di una roccaforte medievale. La sua architettura racconta un’epoca nella quale la protezione militare rappresentava la priorità, ben prima della ricerca di eleganza delle successive dimore aristocratiche.

Il maniero fu protagonista anche di una vicenda decisiva della storia europea: nel 1806, durante la campagna napoleonica, venne utilizzato quale quartier generale da una parte delle truppe prussiane e sassoni impegnate contro l’esercito francese nelle battaglie di Jena e Auerstedt. Oggi il complesso ospita un museo ed eventi culturali, tra mercati storici, spettacoli e iniziative musicali.

Castello di Creuzburg, la dimora di Santa Elisabetta

Poco distante da Eisenach, il Creuzburg domina l’omonima cittadina. Dalle origini medievali, vanta robuste strutture difensive che ricordano il ruolo strategico esercitato dai langravi turingi. Un fatto particolarmente interessante avvenne nel 1222, quando Santa Elisabetta diede alla luce il figlio Hermann proprio tra queste mura. Il complesso apparteneva infatti al sistema di dimore frequentate dalla corte della Turingia, che si spostava tra diverse sedi per amministrare i territori e mantenere il controllo dei possedimenti.

Castello di Creuzburg, Germania
iStock
Il particolare Castello di Creuzburg

Creuzburg conserva l’impronta della tradizione romanica, sebbene sia stato interessato da successive trasformazioni e restauri. Al suo interno, la Elisabethkemenate ricorda la presenza della santa e il suo rapporto con questa parte della Germania.

Castello rupestre di Buchfart, scavato nella montagna

Tra le architetture più insolite della Turingia merita un posto speciale la fortezza rupestre di Buchfart, nei pressi di Weimar: è un’antica (ma interessantissima) struttura che sfrutta direttamente una parete di roccia calcarea che domina la valle del fiume Ilm. Non a caso è considerata l’unico castello rupestre della Turingia e le sue cavità sarebbero state scavate a partire dal X secolo, probabilmente con funzioni di rifugio e protezione.

Anche Goethe la conosceva, poiché la visitò durante i suoi spostamenti tra Weimar e Großkochberg, località legata a Charlotte von Stein. Il poeta ne rimase affascinato, tanto da citarla nella propria corrispondenza. Attorno a Buchfart circolano inoltre racconti popolari legati a Trutina, misteriosa figura femminile associata alla montagna e ai suoi presunti poteri soprannaturali.

Il borgo delle capanne con i tetti che sfiorano il terreno: viaggio a Velika Planina, il cuore più autentico della Slovenia

A Velika Planina, in particolare durante l’estate (ma non solo), il silenzio delle montagne viene spesso accompagnato dal suono dei campanacci delle mucche, dal vento che attraversa i prati e dalle voci dei pastori intenti alle loro attività quotidiane. Il paesaggio è di quelli che non possono essere altro che definiti fiabeschi, perché pieno di colline erbose, piccole costruzioni in legno dai tetti curiosamente arrotondati e sentieri che attraversano distese verdi fino a raggiungere le cime delle Alpi slovene.

Sì, Velika Planina è decisamente uno degli altopiani pastorali più affascinanti della Slovenia, situato tra i 1.500 e i 1.650 metri di altitudine. Ma a renderlo assolutamente riconoscibile è il villaggio composto da quasi 140 capanne tradizionali, considerato tra i più grandi insediamenti pastorali d’alta montagna conservati in Europa.

C’è un rifugio di pietra scolpito nel silenzio della roccia dalmata: lo straordinario Eremo di Blaca

Sul versante meridionale di Brač, grande isola dalmata affacciata sull’Adriatico davanti alla costa di Spalato, una gola rocciosa scende dalle pendici di Vidova gora verso il mare. Il calcare chiaro affiora tra pini, lecci, olivi e macchia mediterranea, mentre le pareti della valle sembrano restringersi attorno a un gruppo di edifici dello stesso colore della montagna. Proprio lì compare l’Eremo di Blaca, e sembra quasi nato dalla roccia.

Il suo nome croato, Pustinja Blaca, richiama soprattutto un posto appartato destinato alla vita eremitica. L’immagine rende bene il carattere di questo complesso fondato nel XVI secolo, lontano dai centri abitati e raggiungibile ancora oggi soltanto affrontando un tratto a piedi. Dietro quella facciata di pietra, però, si nasconde molto più di un monastero: Blaca fu azienda agricola, scuola, biblioteca, centro economico, tipografia e persino osservatorio astronomico.

Proprio questa combinazione lo rende uno dei luoghi più singolari di Brač. La sua storia parte da una grotta scelta quale rifugio e termina, oltre 400 anni più tardi, davanti a un telescopio puntato verso il cielo.

Breve storia tra monaci, incendi e stelle

Le origini risalgono al 1551, periodo in cui l’espansione ottomana nei Balcani spingeva religiosi e popolazioni della costa dalmata a cercare riparo sulle isole dell’Adriatico. Due sacerdoti glagoliti provenienti dalla vicina regione di Poljica raggiunsero Brač e trovarono protezione nella grotta di Ljubitovica, incassata sul fianco della valle.

I glagoliti appartenevano a una particolare tradizione religiosa croata legata all’uso liturgico della lingua slava e dell’alfabeto glagolitico, uno dei più antichi sistemi di scrittura del mondo slavo. Da quel primo rifugio prese forma una comunità destinata a durare per secoli.

L’originaria cavità naturale divenne il nucleo dell’insediamento, mentre attorno sorsero progressivamente edifici residenziali, ambienti destinati al lavoro, cantine, depositi e spazi religiosi. Tra XVIII e XIX secolo Blaca raggiunse una notevole prosperità: i religiosi ampliarono le proprietà, dissodarono terreni, piantarono vigneti e oliveti e organizzarono una produzione agricola sorprendente considerando l’asprezza del territorio.

Alla fine del XIX secolo arrivò una nuova fase di trasformazione. Il complesso venne ingrandito con edifici in pietra a più piani, cantine e ambienti destinati alla comunità. Una poderosa cinta muraria contribuì a conferirgli l’aspetto di una piccola cittadella raccolta ai piedi della falesia.

L’ultimo capitolo appartiene a don Niko Miličević, sacerdote residente e figura forse più sorprendente della storia di Blaca. Astronomo appassionato, trasformò parte dell’eremo in osservatorio e acquistò strumenti scientifici di livello considerevole per l’epoca. I suoi studi vennero pubblicati anche su riviste europee e il grande telescopio conservato nel complesso racconta ancora quella inattesa stagione dedicata all’osservazione del cielo.

La visita tra stanze, libri e strumenti astronomici

Chi vi arriva scova tetti, muri e facciate che sembrano seguire l’andamento irregolare del terreno invece di contrastarlo. Blaca crebbe infatti per aggiunte successive, adattando gli edifici alla gola e collegando ambienti religiosi, abitazioni, depositi e locali produttivi. L’effetto cambia entrando negli interni: dopo l’austerità della valle compaiono mobili eleganti, quadri, libri, pendole, utensili e oggetti personali.

Le stanze conservano gran parte dell’arredo presente alla morte dell’ultimo sacerdote e trasmettono la sensazione di una casa lasciata improvvisamente. Uno dei nuclei più preziosi è la biblioteca, formata da circa 11.000 volumi. Qui una parte consistente risale a prima del 1800 ed è piena di libri religiosi, opere scientifiche e testi di varia natura.

Sorprende anche la raccolta di orologi, legata all’attenzione per la misurazione precisa del tempo. Accanto figurano strumenti scientifici e astronomici, fino al celebre telescopio utilizzato da Niko Miličević. Il passaggio dalle antiche celle alla strumentazione per lo studio degli astri sintetizza forse meglio di qualunque racconto l’identità dell’eremo.

Tra gli oggetti custoditi ci sono inoltre armi storiche, dipinti, arredi d’epoca e un pianoforte dal peso di circa 400 chilogrammi. Pensare al trasporto di un simile strumento attraverso un territorio privo di una normale strada moderna aiuta a comprendere la capacità organizzativa raggiunta dalla comunità.

La visita permette anche di leggere la struttura economica dell’eremo: cantine, spazi agricoli e costruzioni di servizio mostrano che i sacerdoti vivevano del lavoro dei terreni circostanti. Vigneti e oliveti occupavano le terrazze della valle, mentre i prodotti raggiungevano altri porti per via delle imbarcazioni legate alle proprietà monastiche.

Blaca compare dal 2007 nella Tentative List croata per una futura candidatura al Patrimonio Mondiale UNESCO. Il valore riconosciuto riguarda proprio l’eccezionale fusione tra paesaggio carsico, architettura, agricoltura, spiritualità e attività scientifica.

Una visita richiede scarpe adatte a un fondo irregolare e una buona scorta d’acqua, soprattutto durante i mesi caldi. L’accesso finale avviene a piedi e il percorso rappresenta parte integrante dell’esperienza. Conviene controllare in anticipo giorni e orari di apertura del museo, poiché possono variare nel corso della stagione.

Chi sceglie l’itinerario dal mare può abbinare l’escursione a una sosta nella baia di Blaca. Dopo il tratto tra pietra e vegetazione mediterranea, l’acqua trasparente della costa meridionale di Brač offre un incantevole cambio di scenario.

Dove si trova e come arrivare

L’Eremo di Blaca occupa una valle carsica sul versante meridionale di Brač, sotto Vidova gora, la cima più alta delle isole dell’Adriatico con i suoi 780 metri. L’area si trova nel settore interno compreso grossomodo tra Bol e Milna, lontana dalle località balneari più frequentate e dalle principali strade dell’isola.

Due sono gli accessi tradizionalmente utilizzati: dal lato interno si raggiunge la zona di Dragovoda passando attraverso il territorio di Nerežišća. Il veicolo va lasciato prima del tratto conclusivo e da Vrh Blaca si prosegue lungo il sentiero che scende nella gola. Il percorso richiede indicativamente 40 minuti, con variazioni legate al punto preciso di partenza e al ritmo personale.

La seconda possibilità è l’arrivo via mare nella baia di Blaca. Dalla costa parte un sentiero in salita di circa 2 chilometri che conduce al monastero attraversando il paesaggio pietroso della valle. In questo caso è prudente prevedere circa 1 ora.

Pustinja Blaca, Croazia
iStock
L’impressionante Pustinja Blaca

Proprio l’assenza di un accesso automobilistico diretto ha contribuito a preservarne l’atmosfera: per secoli persone, merci, strumenti, libri e materiali da costruzione hanno dovuto affrontare lo stesso isolamento geografico. E, ancora oggi, l’eremo compare soltanto dopo aver percorso un tratto tra rocce e vegetazione, quasi nascosto fino agli ultimi minuti.

Il treno a vapore che attraversa la selvaggia Valle del Vaser: Mocănița di Vișeu de Sus

Il fischio della locomotiva arriva prima del movimento. Subito dopo il convoglio prende velocità lentamente, lasciandosi alle spalle la stazione CFF di Vișeu de Sus tra sbuffi di vapore, rumore metallico delle ruote e quell’odore ferroso tipico delle vecchie ferrovie. Pochi minuti più tardi il paesaggio urbano si dirada e ai lati dei binari iniziano ad apparire pendii ricoperti di alberi, corsi d’acqua, pareti rocciose e piccole strutture legate alla lunga storia forestale del Maramureș.

La Mocănița della Valle del Vaser è certamente un treno turistico d’epoca, ma anche una ferrovia forestale ancora legata al trasporto del legname. L’esperienza conserva perciò una ruvidità autentica, fatta di materiale rotabile storico, binari stretti, fermate essenziali e ritmi dettati anche dalle esigenze operative della linea.

Il percorso turistico segue per 21,6 km la Valle del Vaser, all’interno del Parco Naturale dei Monti Maramureșului, in Romania. Il fiume Vaser accompagna gran parte del viaggio con acque veloci, anse e piccoli affluenti, mentre i rilievi si stringono progressivamente attorno ai binari. In molti lo chaimanao anche Trenul Amintirilor, il “Treno dei Ricordi“, espressione particolarmente adatta a un mezzo che continua a portare con sé locomotive, officine, stazioni e abitudini nate attorno all’economia del legno.

Breve storia della Mocănița di Vișeu de Sus

La ferrovia forestale di Vișeu de Sus prese forma più o meno nel 1930, periodo nel quale il legname dei Monti Maramureșului rappresentava una risorsa economica fondamentale. Portare i tronchi fuori dalle vallate montane richiedeva infrastrutture adatte a territori stretti, ricchi di corsi d’acqua e difficili da raggiungere tramite normali strade.

La stazione CFF nacque all’interno dell’area della segheria Valea Râului, entrata in funzione nel 1930. Gli edifici ferroviari ospitavano gli uffici del personale impegnato nella gestione della rete forestale e nel controllo del trasporto del legname. Nel 1931 entrò inoltre in servizio un primo tratto destinato a collegare la segheria alla stazione CFR di Vișeu de Sus.

Da quel nucleo si sviluppò un sistema ferroviario profondamente intrecciato alla vita produttiva della valle. Le locomotive trasportavano carri carichi di tronchi dalle zone montane verso Vișeu de Sus, seguendo un corridoio naturale segnato dal corso del Vaser, tanto che ancora oggi binari, punti di servizio, materiale rotabile e vecchie fermate raccontano una ferrovia costruita anzitutto per il lavoro.

Anche il parco locomotive conserva pezzi di epoche e provenienze differenti, come locomotive prodotte a Reșița negli anni 1950, tra cui Bavaria del 1954, Ioana del 1955 ed Elveția del 1954. Compare inoltre Măriuța, costruita dalla tedesca O&K nel 1910. Alcune macchine sono operative, altre fanno parte del patrimonio storico custodito a Vișeu de Sus.

Il viaggio permette così di osservare un piccolo campionario di archeologia industriale ancora inserito nel proprio ambiente originario. L’aspetto più interessante riguarda proprio questa continuità: la CFF mantiene una funzione legata alla foresta e, allo stesso tempo, permette ai passeggeri di leggere direttamente una parte della storia economica di quest’area della Romania.

La visita, il viaggio e le tappe più belle

La partenza avviene dalla Gara CFF Vișeu de Sus, distinta dalla normale stazione ferroviaria CFR della cittadina. Conviene tenere presente questa differenza durante la pianificazione, poiché i due impianti hanno funzioni separate. Il viaggio turistico richiede circa 6 ore tra andata, soste e ritorno con capolinea è Paltin, a 21,6 km dalla stazione iniziale.

Mocănița di Vișeu de Sus, Romania
iStock
Tutti a bordo della Mocănița di Vișeu de Sus

Dopo la partenza il convoglio incontra Fabrica Trei al km 5,2 e Valea Scradei al km 6,8. Quest’ultima presenta l’aspetto di un piccolo insediamento montano attraversato da acque rapide e ospita anche il monastero dedicato alla Nascita della Madre di Dio, legato alle celebrazioni religiose locali.

Al km 12,4 si raggiunge Novăț, punto storicamente connesso alla lavorazione del legname. Il torrente confluisce nel Vaser formando una sorta di piccolo delta fluviale e la presenza del vecchio nodo ferroviario ricorda il ruolo logistico assunto dalla zona nel corso del ‘900. Da questa parte del percorso il paesaggio diventa progressivamente più chiuso e montano.

Segue Glimboaca, al km 16, fermata che rappresenta anche uno dei momenti previsti per chi acquista determinati pacchetti con servizi gastronomici. Presso la stazione è stata infatti predisposta un’area coperta nella quale viene servito un prodotto di pasticceria accompagnato da una bevanda calda. Poco oltre c’è Piatra Șoimului, uno degli elementi naturali più riconoscibili di questo tratto della valle.

Il treno prosegue verso Cozia, al km 18,5, quindi Novicior, al km 20,6. La vicinanza del fiume, il bosco che in alcuni passaggi sembra premere verso le rotaie e il movimento lento del convoglio rendono questa parte particolarmente scenografica. Paltin, al km 21,6, segna il termine della corsa turistica regolare. La sosta dura indicativamente 1 ora e 30 minuti in un’area che dispone di strutture destinate al pranzo, spazi per il riposo e un piccolo museo dedicato alla storia della Valle del Vaser.

Per il 2026 il programma ufficiale indica partenze alle 9.00 oppure alle 10.00, con possibili adattamenti legati alla stagione. Un dettaglio però va tenuto presente: durante periodi di forte utilizzo (oppure in circostanze operative particolari) la locomotiva a vapore può essere sostituita da un mezzo storico diesel.

Dove si trova e come arrivare

Vișeu de Sus si trova nel nord della Romania, nel distretto di Maramureș, all’interno di una regione storica celebre per villaggi in legno, tradizioni rurali, foreste estese e rilievi vicini al confine ucraino. La cittadina rappresenta la porta d’accesso alla Valle del Vaser e il principale punto di riferimento per il viaggio sulla Mocănița.

La stazione di partenza è la Gara CFF Vișeu de Sus, in Strada Cerbului 5. Si tratta della stazione della ferrovia forestale e va distinta dalla stazione CFR utilizzata dalla rete ferroviaria nazionale. Chi viaggia in auto può raggiungere Vișeu de Sus attraverso la rete stradale del Maramureș e usare il parcheggio incluso nei servizi indicati dall’operatore. Conviene presentarsi con anticipo rispetto all’orario riportato sul biglietto, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza.

Una volta lasciata la stazione, l’itinerario segue il Vaser e penetra progressivamente nei Monti Maramureșului. In poche decine di chilometri cambia completamente la percezione dello spazio: case, strade e traffico cedono il posto al rumore cadenzato delle ruote, alle curve della valle e alle masse verdi che chiudono l’orizzonte.

È la Piccola Islanda d’Italia: viaggio alla scoperta della Caldara di Manziana, un posto surreale

Mentre ci si avvicina alla Caldara di Manziana, un Monumento Naturale di circa 90 ettari inserito nel territorio del Parco Naturale Regionale di Bracciano-Martignano, ci si rende conto che il terreno diventa più umido, l’aria acquista un odore minerale profondo e, oltre gli alberi, compare una radura chiara, segnata da acque lattiginose e piccole polle in movimento

Non vi sorprenderà dunque sapere che il nome popolare è “callara“, ovvero un grande recipiente per l’acqua bollente. E, del resto, basta osservare il suolo per intuire l’associazione: bolle, emissioni gassose, fanghi sulfurei e ruscelli mineralizzati trasformano la depressione in un paesaggio inatteso per il Lazio. Al verde dei querceti seguono chiazze biancastre, terreni grigi, pozze opache e ciuffi d’erba tenace.

A rendere il quadro ancora più singolare ci pensa un piccolo bosco di betulle bianche, alberi legati soprattutto ai climi freddi dell’Europa settentrionale e dell’arco alpino. Tanto che, molto spesso, non mancano i paragoni con l’Islanda. Va detto però che a Manziana queste piante appaiono accanto a un ambiente sulfureo mediterraneo.

Tronchi chiari, prati bagnati, vapori bassi e odore di zolfo costruiscono una scena quasi straniante. Proprio questa convivenza di elementi lontanissimi fra loro rende la Caldara uno dei biotopi più particolari dell’Italia centrale.

Origine, formazione e leggende della Caldara di Manziana

Il distretto vulcanico Sabatino, in tempi ormai remotissimi, interessava una vasta porzione del Lazio settentrionale e, nel corso dei secoli, ha lasciato tracce profonde nel territorio: Lago di Bracciano, rilievi vulcanici, depositi di tufo, antichi crateri e aree segnate da emissioni gassose.

In questo contesto, la depressione di Manziana rappresenta una delle testimonianze più evidenti della fase tarda di quel vulcanismo. La forma appare quasi circolare e nel settore centrale emergono polle alimentate da acque mineralizzate e gas provenienti dal sottosuolo. Tra questi figurano anidride carbonica e idrogeno solforato, responsabile dell’inconfondibile odore di uova marce percepibile già a distanza.

Fanghi chiari e sedimenti scarsamente permeabili trattengono l’acqua e favoriscono la presenza di acquitrini. In pochi ettari si passa così dalla prateria umida ai ristagni, dai querceti agli ontani, fino alle felci e alle betulle. Tra le rarità botaniche c’è Agrostis canina subsp. monteluccii, una graminacea italiana legata agli ambienti umidi. Piccoli organismi acquatici attirano anche numerosi uccelli, fra i quali l’airone cenerino.

Le betulle meritano un’attenzione speciale: in manzianese vengono chiamate “albanelle” e la loro presenza a queste latitudini ha alimentato a lungo l’ipotesi di un relitto glaciale, una popolazione rimasta isolata dopo periodi climatici molto più freddi. Oggi l’origine del boschetto viene considerata con maggiore prudenza e lo stesso Ente Parco la definisce dubbia.

Tronchi betulle a Manziana
iStock
I tronchi betulle presso la Caldara di Manziana

Il fascino, però, resta intatto perché i fusti bianchi in mezzo alla vegetazione mediterranea sono una delle immagini più riconoscibili della Caldara. Poi entra in scena la leggenda: la tradizione collega questo territorio alla divinità infernale etrusca Manth, divenuta Mantus in ambiente latino.

Dal suo nome sarebbe nata la denominazione Silva Mantiana, riferita alla vasta foresta che occupava le colline a occidente del Lago di Bracciano e dalla quale deriverebbe anche Manziana. C’è poi un’altra tradizione che racconta persino di soldati romani che avrebbero utilizzato queste sorgenti al rientro dalle campagne militari.

La visita tra polle sulfuree, betulle e sentieri nel bosco

Visitare la Caldara richiede lentezza. Dal parcheggio si entra nell’area protetta e si raggiunge la depressione vulcanica attraverso un percorso semplice. Il passaggio dal bosco alla radura rappresenta già una parte dell’esperienza, con gli alberi che si diradano e il terreno che cambia consistenza, mentre davanti agli occhi compaiono zone impregnate d’acqua, fanghi pallidi e piccole pozze agitate dalle risalite gassose.

Le polle rappresentano il punto più spettacolare, soprattutto nei momenti in cui le bolle rendono evidente l’attività sotterranea. Acque apparentemente tranquille possono incresparsi all’improvviso, senza mai lasciare da parte l’odore sulfureo che, anzi, accompagna buona parte della visita.

Poco oltre si incontrano le betulle con le loro corteccia bianca, rami sottili e chiome leggere che vanno a creare un forte contrasto con il verde più scuro della vegetazione circostante. Nelle giornate grigie questo angolo acquista forse il suo carattere più intenso: la luce morbida accentua i fusti pallidi, il terreno umido diventa quasi nero e la radura sembra appartenere a un paesaggio del Nord Europa.

Primavera e autunno regalano due volti diversi. Tra aprile e maggio le ginestre accendono di giallo alcuni settori e il prato acquista maggiore vigore. Con l‘autunno arrivano tonalità più scure, foglie bagnate e un’atmosfera ruvida che valorizza il carattere vulcanico del sito. Dopo periodi piovosi, in ogni caso, servono scarpe adatte al fango.

Chi vuole prolungare l’escursione può unire la Caldara alla Macchia Grande di Manziana. Il Parco segnala il sentiero CAI 262B, collegamento tra il grande bosco e il Monumento Naturale. Si tratta di un itinerario che permette di attraversare uno dei frammenti forestali legati all’antica copertura vegetale estesa tra i Monti Sabatini e i rilievi della Tolfa.

Vale anche la pena prestare attenzione ai dettagli piccoli, tra cui felci, ontani, insetti acquatici, tracce lasciate dagli uccelli e variazioni cromatiche del terreno: sono tutti elementi che spiegano molto più della sola polla centrale.

Dove si trova e come arrivare

La Caldara ricade nel territorio comunale di Manziana, nella Città metropolitana di Roma Capitale, sul margine sud-occidentale del distretto vulcanico Sabatino. Il Lago di Bracciano prende vita poco più a est, mentre verso occidente iniziano i paesaggi collinari che conducono ai Monti della Tolfa.

In auto il riferimento principale è il centro di Manziana. Da lì si prosegue verso Via Lazio e Via della Caldara, fino alla zona di sosta utilizzata anche per le attività organizzate dall’Ente Parco.

Per una giornata più ampia si può abbinare la visita alla Macchia Grande, al borgo di Manziana oppure alla vicina area di Canale Monterano. Eppure è facile che, alla fine, il ricordo più nitido resti quello della Caldara: acqua che ribolle piano, odore pungente di zolfo, tronchi bianchi e fango chiarissimo raccontano un Lazio molto diverso dall’immagine consueta.

Quasi 100 metri di tuono bianco: la Cascata della Froda è uno dei gioielli più autentici della Svizzera

Il borghetto di Sonogno si fa amare all’istante per le sue strade acciottolate, le abitazioni in sasso, i piccoli giardini stretti fra muri antichi e i tetti robusti che lo compongono. È l’ultimo nucleo abitato della Val Verzasca, nel Canton Ticino, a ben 918 metri di quota. Qui la strada termina poco oltre il paese e questa geografia da capolinea si percepisce subito, anche perché arriva un forte suono.

Prima un brontolio distante, coperto a tratti dal vento e dagli alberi, poi un rumore pieno, continuo e profondo. Quello è il “benvenuto” della Cascata della Froda (o Cascata La Froda) che appare bianca contro una parete scura, con un salto di circa 100 metri che in molti definiscono il più spettacolare della valle.

Il punto inferiore si trova attorno ai 990 metri di quota e l’acqua piomba in una conca rocciosa verde, sollevando una nube finissima nelle giornate di maggiore portata. La sua forza cambia parecchio durante l’anno: primavera e inizio estate regalano in genere la scena più vigorosa, grazie alla fusione della neve accumulata alle quote superiori; in inverno la stessa parete assume un carattere severo, con neve e ghiaccio lungo i versanti; tra fine estate e periodi asciutti la portata può invece ridursi. Ma in fondo è proprio questa variabilità a renderla interessante.

Origine e formazione della Cascata della Froda

Il paesaggio della Val Verzasca porta i segni delle grandi masse glaciali che durante le fasi fredde del Quaternario occuparono le Alpi e contribuirono a scavare valli, levigare rocce e accentuare bruschi dislivelli. Ritirandosi, i ghiacciai lasciarono una morfologia fatta di conche, soglie e pareti ripide. I corsi d’acqua presero possesso di quei gradini naturali e, nei punti di maggiore differenza altimetrica, nacquero salti spettacolari.

La Froda appartiene a questa geografia: l’acqua arriva dal sistema idrico della Val Redorta, laterale rispetto all’asse principale della Verzasca, e perde quota in maniera repentina presso Sonogno. La parete obbliga il flusso a precipitare quasi verticalmente prima di raccogliersi nel bacino inferiore. Durante le giornate luminose, le gocce nebulizzate possono creare piccoli archi iridescenti sopra la conca.

Il granito e gli gneiss tipici del territorio ticinese contribuiscono all’aspetto severo del luogo. Superfici grigie, fenditure, blocchi coperti di muschio e vegetazione fitta formano un anfiteatro naturale che amplifica il rumore. A pochi metri dal flusso  la temperatura percepita scende e l’umidità aumenta; sulle pietre vicine resta spesso una patina bagnata, elemento da considerare quando ci si avvicina al bacino.

La visita tra Sonogno, il torrente e la conca ai piedi del salto

Non serve molto tempo per visitare la roboante Cascata della Froda e nemmeno tanto impegno fisico, quantomeno lungo l’itinerario più diretto: dal paese si seguono le indicazioni verso il salto e la Val Redorta. Il percorso procede su strada asfaltata oppure lungo un sentiero pianeggiante e porta al cospetto di questa meraviglia della Svizzera in circa 25 minuti.

Superate le ultime case, il selciato lascia spazio alla vegetazione, il torrente accompagna il tragitto e la parete di Froda entra progressivamente nel campo visivo. Ponticelli in legno e tratti fra rocce e alberi aggiungono varietà a un percorso breve, mentre nella parte finale alcuni passaggi possono risultare umidi e scivolosi. Per questo motivo, scarpe con buona aderenza sono una scelta sensata, soprattutto dopo la pioggia o nei periodi di maggiore portata.

Giunti nei pressi del ponte, il salto si vede frontalmente. Da lì si può proseguire verso la conca inferiore e avvicinarsi al punto in cui l’acqua esplode sulle rocce. Questo è il momento in cui il rumore copre quasi le voci, l’aria diventa fredda e minuscole gocce raggiungono viso e vestiti. Più che l’altezza letta su una guida, impressiona la scala tra la parete e le persone ferme alla base.

Cascata La Froda, Svizzera
iStock
I colori della Cascata La Froda

Chi desidera allungare l’escursione può inserirla nell’anello Sonogno–Corte–Sonogno. Il tracciato ufficiale misura 5,7 km, richiede circa 1 ora e 40 minuti e presenta 194 metri di salita complessiva. Dopo Froda si prosegue lungo la Val Redorta fino a Corte, quindi si rientra su una strada secondaria. Il percorso è classificato T2 e consente di osservare una porzione più ampia del paesaggio alpino attorno al paese.

Rientrati nel nucleo storico di Sonogno, meritano tempo il Museo della Val Verzasca e la Casa della Lana. Il primo conserva testimonianze legate alla vita quotidiana e alle tradizioni della valle; la seconda mantiene vivo il rapporto fra il borgo e una lavorazione tessile radicata nella cultura locale. Per le famiglie c’è inoltre il BoBosco, percorso ludico con piste in legno per biglie che si sviluppa nella valle e comprende alcune stazioni nei pressi dell’area giochi del paese.

Dove si trova e come arrivare

Sonogno occupa l’estremità settentrionale della Val Verzasca, nel Canton Ticino, poco sopra i 900 metri di altitudine. Da Locarno si risale la valle superando Tenero, Vogorno, Lavertezzo, Brione e Frasco fino al termine della strada carrozzabile. Il viaggio vale già parte della giornata, perché segue un territorio stretto fra versanti ripidi, nuclei in pietra e il corso turchese della Verzasca.

In auto si arriva fino all’ingresso di Sonogno, ma bisogna tenere a mente che il centro storico è chiuso al traffico ordinario. Ci sono però aree di sosta esterne, quindi l’ultimo tratto va percorso a piedi. Nei mesi estivi i parcheggi possono riempirsi presto e il trasporto pubblico rappresenta spesso la soluzione più pratica.

Da Locarno parte il PostBus 321 diretto verso Sonogno, con collegamenti che attraversano l’intera Val Verzasca. Una volta scesi al capolinea, bastano il passaggio nel borgo e circa 25 minuti lungo la Val Redorta per raggiungere Froda.

Conviene mettere in conto più tempo rispetto alla sola visita della cascata: Sonogno ha una misura minuta, eppure invita a restare. Una facciata di pietra scurita dagli anni, un balcone carico di gerani, il torrente che corre dietro le case, poi quel rombo che torna appena ci si avvicina alla valle laterale.

Tra i tetti in ardesia di Torla, il borgo dei camini delle streghe e dei giganti di roccia spagnoli

A 1.032 metri di altitudine, nella provincia di Huesca, si trova Torla, un borgo stretto tra le cime dell’Alto Aragona e la valle glaciale scavata dal fiume Ara. Si adagia alla grande parete del massiccio del Mondarruego, la montagna dal caratteristico colore rossastro che al tramonto assume tonalità ancora più intense.

Il paese porta oggi il nome di Torla-Ordesa, adottato nel 2014, e rappresenta l’ultima località abitata prima della frontiera, pur senza una strada diretta verso la Francia. Parliamo quindi di un villaggio dalla dimensione raccolta, fatta di vicoli ripidi, pietra scura, ardesia e facciate che raccontano una società montana rimasta a lungo separata dai grandi centri urbani.

Eppure, basta semplicemente alzare gli occhi per scoprire dettagli curiosi sulle case, mentre oltre i tetti il paesaggio cambia completamente e lascia spazio alle grandi pareti del Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido.

Cosa vedere a Torla

Il centro storico di questo borgo di Spagna colpisce più per i particolari delle abitazioni e delle strade che per i grandi monumenti. Tutto, in ogni caso, vale la pena di essere scoperto.

Chiesa di San Salvador

La torre della chiesa di San Salvador compare da quasi qualsiasi punto panoramico del paese e diventa un riferimento visivo insieme alla parete del Mondarruego. L’edificio risale al XVI secolo e presenta caratteristiche del tardo gotico aragonese.

All’interno si trova una preziosa croce in argento dorato del XVI secolo. Ma ciò che colpisce di più è la posizione: prende vita su uno sperone roccioso e accanto conserva i resti di un antico complesso difensivo.

Museo Etnologico e cripta di San Jorge

Gli spazi dell’antica fortificazione ospitano oggi il Museo Etnologico di Torla, con una raccolta legata alla vita quotidiana delle comunità montane. Attrezzi, oggetti domestici, testimonianze dell’allevamento e materiali legati allo sfruttamento del legname raccontano una società costruita intorno alle risorse delle alte valli pirenaiche.

Nelle cantine dell’antica casa parrocchiale si conservano inoltre pitture murali del XVI secolo. Ancora più particolare è la Cripta di San Jorge, dove sono stati recuperati preziosi dipinti medievali dedicati al santo.

Plaza Mayor e le case tradizionali

Il centro storico raggiunge il suo punto più rappresentativo nella Plaza Mayor, piccolo spazio dominato dal municipio e legato alla vita pubblica del paese almeno dal XIII secolo. Le strade che conducono alla piazza mostrano l’architettura tipica dell’Alto Aragona, con abitazioni in pietra e ardesia, finestre geminate, piccole aperture e portali ornati da elementi scolpiti.

Un dettaglio particolarmente curioso riguarda le tizoneras, strutture in pietra inserite nelle facciate per nascondere la posizione del focolare. Sui tetti compaiono invece le caratteristiche chamineras, camini coronati da pietre disposte in forma conica. Secondo la tradizione popolare, questi elementi avevano anche una funzione apotropaica e servivano a tenere lontane le streghe.

Camini di Torla, Spagna
iStock
I camini delle streghe di Torla

Le grandi dimore signorili conservano poi gli infanzones, stemmi in pietra concessi dal re alle famiglie nobili. Tra le abitazioni storiche vale la pena menzionare Casa Viu, una delle più importanti del borgo. Poi c’è anche Casa Rubla, l’unica grande dimora storica aperta al pubblico.

Ponte della Glera

Sul fiume Ara si incontra il Ponte della Glera, struttura di origine medievale oggi profondamente rinnovata. Il corso d’acqua accompagna la storia geografica di Torla e attraversa una valle glaciale nata dall’incontro delle valli di Bujaruelo e Ordesa.

L’Ara conserva inoltre una particolarità rara nel panorama spagnolo: per circa 70 chilometri, fino alla confluenza con il Cinca presso Aínsa, il suo corso è rimasto privo di sbarramenti artificiali.

Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido

Torla è soprattutto la porta d’accesso al Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido, area protetta di circa 15.000 ettari, Riserva della Biosfera dal 1988 e Patrimonio Mondiale UNESCO dal 1997.

Il paesaggio comprende profonde gole, boschi, cascate e grandi cime pirenaiche, con Monte Perdido che raggiunge 3.355 metri.

Cosa fare a Torla

La montagna detta il ritmo della giornata, ma il paese offre anche esperienze legate alla cultura locale, alla gastronomia e alle tradizioni.

  • Raggiungere Ordesa: conduce nel paesaggio glaciale del parco attraverso itinerari adatti a diversi livelli di preparazione, dalla passeggiata nella Pradera fino agli itinerari d’alta montagna verso Monte Perdido.
  • Scegliere San Nicolás de Bujaruelo: per scoprire una delle alternative più accessibili per una giornata nella natura, con percorsi adatti anche alle famiglie.
  • Seguire il sentiero verso Broto: offre una prospettiva diversa sulla valle dell’Ara e collega Torla a un altro borgo storico dei Pirenei aragonesi.
  • Assaggiare la cucina dell’Alto Aragona: si incontrano i sapori di montagna, con la carne bovina certificata della Valle di Broto fra le specialità più rappresentative.
  • Scoprire il folklore locale: permette di entrare in una tradizione ancora viva, dalle danze palotiau, jota e repatán del 12 ottobre fino al particolare Carnevale di Torla, il Carnabal, con il caratteristico processo al personaggio che rappresenta i difetti della comunità.
  • Seguire le antiche romerías: porta verso gli eremi legati alla devozione popolare, con celebrazioni conservate in diverse date dell’anno, fra San Antón, San Miguel, Santa Elena e Santa Lucía.

Dove si trova e come arrivare

Torla si trova nella provincia di Huesca, nell’Aragona settentrionale, all’interno della valle glaciale dell’Ara e a breve distanza dall’ingresso del Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido. In automobile l’accesso principale passa dalla N-260, che collega il paese con Broto oppure con Biescas attraverso il passo di Cotefablo, situato a 1.423 metri. La A-135 attraversa Torla e prosegue verso la valle di Ordesa.

Durante il periodo estivo l’accesso alla Pradera de Ordesa con le automobili private viene limitato. Dal grande parcheggio situato presso il paese partono quindi i bus organizzati dal parco, soluzione abituale per raggiungere l’area naturale. Il collegamento ferroviario più vicino si trova a Sabiñánigo, mentre le connessioni in autobus comprendono servizi verso Torla da altri centri dei Pirenei aragonesi.

Prima di affrontare la montagna, vale la pena fermarsi al Centro Visitatori di Torla, con un’esposizione che prepara lo sguardo al paesaggio che attende oltre il paese. A Torla, del resto, la montagna arriva fin dentro le strade.

Dove il tempo profuma di cannella e miele: Radovljica, la dolce città medievale della Slovenia

Non sono molti i chilometri che la separano da Bled, meta super frequentata dai turisti, ma nonostante questo Radovljica possiede l’abilità di avere scelto la discrezione come suo tratto distintivo. Sorge su un terrazzamento naturale sopra la valle della Sava, con il profilo delle Alpi Giulie a fare da sfondo alle case del centro antico.

Dimore borghesi del XVI e XVII secolo, edifici più recenti, palazzi barocchi e decorazioni pittoriche raccontano epoche differenti senza cancellarsi a vicenda. Radovljica appare così quasi come una piccola capsula del tempo, racchiusa tra le tracce della fortificazione medievale e il paesaggio alpino.

A questa identità storica si aggiunge una vocazione gastronomica particolare:  è conosciuta oggi con il soprannome di Dolce Radol’ca, legato alla tradizione dell’apicoltura e del miele, affiancata negli ultimi anni dalla cultura del cioccolato.

Cosa vedere a Radovljica

Dietro le facciate eleganti di questa cittadina della Slovenia si incontrano musei, botteghe, testimonianze artistiche e angoli legati a personaggi che hanno lasciato un’impronta profonda nella cultura del Paese.

Linhartov trg, la piazza della città vecchia

Il primo incontro con Radovljica passa dalla grande piazza rettangolare intitolata ad Anton Tomaž Linhart. Le facciate che la circondano appartengono soprattutto all’architettura borghese tra XVI e XIX secolo e conservano affreschi, decorazioni e strutture originarie.

Linhart fu drammaturgo e storico del XVIII secolo, considerato il primo autore di commedie in lingua slovena e la sua casa natale sorge proprio lungo la piazza. Una fontana dedicata a Josipina Hočevar aggiunge un altro elemento alla scenografia urbana, mentre le antiche abitazioni degli artigiani regalano a questo spazio il carattere commerciale delle epoche passate.

Šivčeva hiša

Tra le abitazioni storiche si fa notare la Šivčeva hiša, una casa tardo-gotica del XVI secolo considerata uno degli esempi più interessanti dell’architettura antica di Radovljica. Facciata e interni conservano elementi della struttura originaria e oggi l’edificio ospita una galleria.

Palazzo di Radovljica e Museo dell’apicoltura

La Radovljiška graščina domina Linhartov trg con la sua architettura barocca. Gli ambienti del primo piano sono stati rinnovati nel 2021 e ospitano il Museo dell’apicoltura e il Museo cittadino.

Il primo racconta una delle tradizioni più radicate della Slovenia attraverso la storia dell’allevamento delle api, la produzione del miele e la particolare arte decorativa delle panjske končnice, le tavolette dipinte applicate alle arnie tradizionali slovene.  Il palazzo conserva inoltre una Sala Barocca utilizzata per concerti, ricevimenti e altri eventi.

Casa Lectar e il museo vivente del pan di zenzero

Poco distante dal palazzo si incontra la Casa Lectar, legata alla tradizione dei lectarji, i caratteristici cuori di pan di zenzero. Nel laboratorio è ancora attiva la produzione artigianale, grazie a cui poter vedere da vicino una consuetudine dolciaria antica.

Chiesa di San Pietro

In fondo alla piazza emerge la chiesa parrocchiale di San Pietro, uno dei principali monumenti gotici della città. La costruzione presenta tre navate e, accanto al presbiterio, sfoggia un portico del XVI secolo.

Chiesa parrocchiale di San Pietro, Radovljica
iStock
La Chiesa parrocchiale di San Pietro a Radovljica

Particolarmente curiosa è la cosiddetta taverna gotica, un ambiente che in passato serviva alla vendita del vino da parte dei sacerdoti. Oggi la tradizione del luogo sopravvive in una forma artistica originale, con opere realizzate da Branko Čušin utilizzando proprio il vino rosso come materiale pittorico.

Le mura medievali e il fossato

Dietro la chiesa affiorano le tracce della fortificazione che un tempo proteggeva Radovljica. Il sistema difensivo comprende il fossato medievale meglio conservato tra quelli cittadini sloveni.

Dalle facciate della piazza, quindi, si passa a un ambiente più raccolto e legato alla funzione militare dell’antica città. Un tunnel ristrutturato permette inoltre di conoscere parte delle strutture sotterranee associate alle fortificazioni.

Le architetture di Ivan Vurnik

Radovljica mantiene anche una forte impronta dell’architettura slovena del XX secolo. Ivan Vurnik, nato proprio in città, è una delle figure più importanti del panorama architettonico nazionale.

La sua presenza si ritrova in diversi punti, tra abitazioni, ville e interventi urbani. Villa Savnik e il Grajski dvor appartengono a questo patrimonio, mentre la casa natale dell’architetto sorge nei pressi del fossato.

Ma non è finita, perché lungo Gorenjska cesta si incontrano ville legate all’ambiente della Secessione e dell’Art Nouveau, tra cui Šmajdova e Šarčeva, progettate da Danilo Fürst, allievo di Jože Plečnik.

Cosa fare a Radovljica

L’identità della città emerge soprattutto attraverso le tradizioni ancora riconoscibili nella gastronomia, nell’artigianato e nel paesaggio circostante.

  • Seguire la storia delle api: entrando nel Museo dell’apicoltura per poi raggiungere il laboratorio Lectar.
  • Esplorare i dintorni in bicicletta: offre un modo piacevole per raggiungere i paesaggi rurali, le valli e i punti panoramici della regione.
  • Raggiungere Kropa: un antico centro legato alla lavorazione del ferro. La tradizione della forgiatura sopravvive nel patrimonio urbano, nel museo e nelle decorazioni realizzate dai fabbri locali.
  • Salire verso i panorami della Gorenjska: da lì si può osservare il paesaggio alpino da prospettive diverse, tra boschi, corsi d’acqua e rilievi. Il monte Begunjščica domina il territorio presso Begunje, mentre il Jamnik regala uno dei panorami più caratteristici della zona.
  • Visitare Brezje: è un importante capitolo della cultura religiosa slovena. La Basilica di Maria Ausiliatrice è il santuario nazionale del Paese e accanto alla chiesa si trova anche un museo dedicato ai presepi.
  • Scoprire Begunje: per seguire una doppia traccia, quella medievale del castello di Kamen e quella musicale legata a Slavko Avsenik, figura centrale della musica popolare slovena.

Dove si trova e come arrivare

Radovljica si trova nella Gorenjska, nel nord-ovest della Slovenia, tra le Alpi Giulie e le Caravanche e a breve distanza dalla valle della Sava. La posizione la rende particolarmente interessante per chi desidera associare una visita culturale a escursioni nell’ambiente alpino. Da Trieste il percorso autostradale passa dal valico di Fernetti, prosegue verso Lubiana e poi in direzione di Kranj e Villach, fino all’uscita di Radovljica.

Da Gorizia si segue l’autostrada H4 verso Nanos, quindi la A1 in direzione di Lubiana e successivamente la direttrice verso Kranj e Villach. Da Udine si può raggiungere Tarvisio, proseguire verso Kranjska Gora e rientrare sulla rete autostradale slovena nei pressi di Jesenice, prima dell’uscita di Radovljica. Per la percorrenza delle autostrade slovene indicate serve la vignetta autostradale, il contrassegno digitale previsto per i veicoli soggetti al pagamento del pedaggio.

C’è un borgo medievale su una scogliera, dove una strada misura appena 40 centimetri: Vrbnik

Sulla costa nordorientale di Krk, una delle maggiori isole dell’Adriatico croato, Vrbnik è un borgo che si riconosce dalla distanza grazie al campanile della chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, mentre le abitazioni sembrano stringersi l’una all’altra sulla sommità di una rupe calcarea alta circa 49 metri.

Oltre alle case che si addossano tra loro, a colpire sono le strade che si piegano improvvisamente, con archi e passaggi che collegano abitazioni costruite su livelli differenti. Il centro storico, quindi, ha una forma quasi conica, nel quale l’architettura sembra seguire il terreno anziché imporsi su di esso.

Poi c’è la žlahtina, il vino che racconta il territorio forse meglio di qualsiasi altra cosa. Il vitigno a bacca bianca è autoctono dell’area di Vrbnik e il suo nome deriva da un antico aggettivo slavo associato all’idea di nobiltà.

Cosa vedere a Vrbnik

La vera sorpresa di Vrbnik (Verbenico in italiano) è che il suo prezioso centro storico va letto a distanza ravvicinata, seguendo le tracce lasciate dalla vita quotidiana.

Klančić, la strada larga appena 40 centimetri

Nel labirinto del nucleo antico si trova Klančić, una delle vie più strette del mondo: nel suo punto minimo misura appena 40 centimetri. Più che una semplice curiosità, questa strettoia restituisce la dimensione fisica dell’antica Vrbnik.

Le pareti degli edifici si avvicinano fino quasi a sfiorarsi e il passaggio tra i blocchi di pietra diventa un piccolo esercizio di orientamento. La tradizione locale ha persino collegato Klančić alle leggende sugli gnomi che, secondo i racconti popolari, abitavano qui e nei dintorni.

Piazza della chiesa e campanile

Il cuore monumentale del paese ruota attorno alla piazza della chiesa, dominata dalla chiesa parrocchiale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e dal suo campanile. Attorno allo spazio pubblico sorgono anche la loggia e il castello dei Frankopan, formando uno dei punti più rappresentativi dell’antico abitato.

Castello dei Frankopan e Baćin dvor

La presenza dei Frankopan attraversa la storia di questo angolo dell’Isola di Krk. Il castello apparteneva al sistema difensivo e amministrativo legato alla potente famiglia nobiliare, mentre Baćin dvor viene indicata dalla tradizione come antica dimora dei Frankopan.

Le fortificazioni seguivano il margine naturale della rupe e proteggevano un abitato raccolto entro le mura. Di quella struttura restano alcune porzioni e i resti di una torre di guardia.

Biblioteca della famiglia Vitezić

In piazza Vrbnički statut si trova la Biblioteca della famiglia Vitezić, custode di una preziosa raccolta appartenuta al vescovo Ivan Vitezić e al fratello Dinko Vitezić.

Il patrimonio supera i 10.000 titoli e tra i pezzi più preziosi figura un Atlante del Mondo di Johann David Kochler, stampato a Norimberga nel 1718.

Le case medievali e i camini scolpiti

La parte più affascinante del villaggio forse si trova proprio nelle abitazioni: le case, costruite una accanto all’altra, presentano facciate generalmente semplici, scale esterne e balconi, mentre i tetti dalle forme mediterranee seguono la conformazione irregolare del terreno.

Case di Vrbnik, Croazia
iStock
Case storiche in pietra nel centro di Vrbnik

La scarsità di spazio lasciava poca libertà ai costruttori. I camini divennero così uno degli elementi sui quali esprimere maggiore fantasia, con terminali scolpiti e soluzioni decorative differenti.

Piazza del Popolo e le antiche porte

Nella parte meridionale del centro storico si trova la Piazza del Popolo, legata alla vita civile dell’antica comunità. Vi sorgono la loggia popolare e la Podesteria, edificio destinato alle principali funzioni amministrative e alle cerimonie pubbliche.

L’accesso alla città medievale avveniva attraverso due porte, Dvera e Dverca, quest’ultima conosciuta anche come porta piccola. Presso l’ingresso principale prende vita pure la chiesa di San Giovanni Battista, un altro tassello della trama religiosa e urbana di Vrbnik.

Cosa fare a Vrbnik

La visita acquista un sapore particolare quando si alternano patrimonio storico, paesaggio e tradizioni locali.

  • Assaggiare la Vrbnička žlahtina: per conoscere il vitigno simbolo del territorio direttamente legato ai vigneti che circondano il paese.
  • Visitare una cantina: porta dal paesaggio agricolo alla cultura del vino, con produzioni locali legate alla tradizione vitivinicola di Vrbnik.
  • Cercare gli scorci sul mare: regala una prospettiva diversa sulla posizione del borgo, costruito sulla rupe e rivolto verso lo stretto del Velebit.
  • Raggiungere la spiaggia cittadina: in questo modo si può osservare dal basso la parete rocciosa sulla quale si sviluppa il centro storico.
  • Assaggiare la cucina locale: aggiunge alla visita prodotti e ricette legati alla tradizione dell’isola, con ristoranti e locali distribuiti tra borgo e dintorni.
  • Scoprire la tradizione glagolitica: aiuta a comprendere un aspetto meno immediato della storia del posto, legato alla lingua, alla religione e alla produzione culturale.
  • Osservare Vrbnik dal mare: restituisce la forma dell’abitato con particolare chiarezza. Dalla barca, le case sembrano raccolte attorno al campanile sulla sommità della scogliera.

Dove si trova e come arrivare

Vrbnik si trova sulla costa nordorientale dell’isola di Krk, affacciato sullo stretto del Velebit e sulla piccola baia di San Marco. Dista circa 28 km dal ponte che collega Krk alla terraferma. In automobile si attraversa il ponte di Krk e si prosegue verso la città di Krk, mantenendo poi la direzione per Punat e Baška. Dopo Kornic, la strada verso Vrbnik passa una zona fatta di boschi, vigneti e oliveti prima di raggiungere il paese.

L’isola dispone anche dell’aeroporto di Rijeka, situato presso Omišalj, nella parte settentrionale di Krk. Da alcune località della Riviera di Crikvenica è possibile arrivare a Vrbnik via mare con taxi-boat o motoscafo.

Una volta entrati nel paese, la strada lascia progressivamente spazio alla struttura medievale. Il percorso si restringe, la roccia compare sotto gli edifici e il mare si fa spazio tra una casa e l’altra: a quel punto Vrbnik smette di essere soltanto un punto sulla costa di Krk e diventa quello che la sua posizione aveva già lasciato intuire da lontano, un piccolo borgo costruito centimetro dopo centimetro sopra l’Adriatico.

Tra le vie medievali e i canali segreti di Erfurt, bellissima città soprannominata “Roma della Germania”

Affacciata sul piccolo fiume Gera, Erfurt ha il genere di centro storico che costringe a rallentare lo sguardo. La capitale della Turingia, infatti, riunisce piazze ampie, vicoli stretti, case a graticcio, torri religiose e antichi edifici borghesi, creando un paesaggio urbano rimasto fortemente legato al Medioevo

Ci troviamo al centro della Germania, lungo antiche direttrici commerciali che collegavano importanti territori europei, tanto da divenire nel corso dei secoli un rilevante centro religioso e commerciale. La presenza di oltre 20 chiese parrocchiali, cappelle e antichi complessi monastici, tra le altre cose, le ha procurato il soprannome di “Roma della Turingia“.

A settembre 2023 un altro capitolo della storia di Erfurt ha raggiunto una dimensione internazionale: il patrimonio ebraico medievale della città, formato dall’Antica Sinagoga, dal Mikveh medievale e dalla cosiddetta Stone House, è entrato nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Cosa vedere a Erfurt

Il centro storico racconta Erfurt attraverso una successione di luoghi molto diversi tra loro. La parte più interessante emerge proprio nei passaggi tra una piazza e l’altra, quando la grande architettura religiosa lascia posare lo sguardo su botteghe, cortili, facciate colorate e piccole strade medievali.

Domplatz e il complesso del Duomo

La Domplatz è il grande spazio scenografico di questa località della Germania. Sul lato occidentale si innalza il complesso formato dal Duomo di Santa Maria e dalla Chiesa di San Severo, una presenza monumentale che domina tutto dall’alto della collina.

L’edificio attuale riunisce elementi di epoche diverse, con una torre romanica e un coro tardogotico di grande slancio verticale. All’interno attirano l’attenzione le vetrate del XIV secolo, le opere medievali, le sculture bronzee e l’altare rococò.

Krämerbrücke, il ponte abitato

Il Krämerbrücke, il Ponte dei Mercanti, rappresenta l’immagine più singolare di Erfurt: è in pietra, attraversa il Gera e sostiene una vera str ada fiancheggiata da edifici a graticcio su entrambi i lati.

Krämerbrücke, Erfurt
iStock
Il Krämerbrücke di Erfurt

Le abitazioni formano una sequenza continua di edifici destinati alla vita quotidiana e alle attività commerciali, trasformando il passaggio sul fiume in una piccola strada urbana. Botteghe artigiane, gioiellerie, ceramiche e cioccolaterie occupano gli edifici del ponte.

Fischmarkt e il Rathaus

La Fischmarkt introduce a una dimensione più monumentale, con antiche facciate borghesi e locande che circondano la piazza, mentre al centro si trova la statua di San Giorgio, conosciuta anche attraverso la tradizione della figura di Orlando.

Il Rathaus, costruito tra il 1870 e il 1875, presenta forme neogotiche e conserva importanti dipinti murali con scene che raffigurano episodi della storia cittadina, insieme a riferimenti a Martin Lutero e alle leggende di Tannhäuser e Faust.

Augustinerkloster

C’è poi il monastero agostiniano che risale al XIII secolo e comprende la chiesa, il chiostro e gli ambienti conventuali.  Tra le sale sono conservati documenti e manoscritti di grande valore storico, mentre il chiostro restituisce una sensazione più raccolta.

Anger e Angermuseum

Non è di certo da meno l’Anger che segue un’antica direttrice commerciale trasformata nel tempo in elegante strada cittadina. Le facciate testimoniano la prosperità raggiunta da Erfurt tra Medioevo ed età moderna, mentre alcuni edifici ricordano la presenza di importanti figure della cultura tedesca.

Al numero 37/38 si trova uno dei portali rinascimentali più interessanti della città: l’edificio fu frequentato da Goethe, Schiller e dai fratelli Humboldt durante il periodo legato a Karl Theodor von Dalberg.

L’Angermuseum, ospitato in un edificio barocco dei primi anni del XVIII secolo, è la casa di opere d’arte medievale, dipinti dal XVII secolo al XX secolo e ceramiche della Turingia.

Petersberg e la grande fortezza barocca

La collina di Petersberg domina Erfurt dall’alto ed è la culla di una delle fortificazioni più importanti. La Petersberg Citadel fu costruita sul sito di un antico monastero benedettino ed è una delle fortezze urbane barocche meglio conservate dell’Europa centrale.

Il sistema difensivo comprende bastioni, cortili, edifici militari e una rete di cunicoli sotterranei. Le visite guidate consentono di conoscere anche questa parte nascosta della struttura, attraverso percorsi dedicati alle fortificazioni e alla storia militare.

Patrimonio ebraico medievale

Erfurt conserva una testimonianza straordinaria della presenza ebraica medievale. L’Antica Sinagoga, il Mikveh del XII secolo e la Stone House, edificio civile risalente al XII e XIII secolo, costituiscono il complesso inserito nel Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2023.

Il Mikveh è particolarmente interessante per la sua funzione rituale. La struttura sotterranea legata all’acqua permette di comprendere la vita religiosa della comunità ebraica medievale, mentre la Stone House documenta la dimensione civile di quella stessa presenza.

Egapark

A ovest del centro storico cambia completamente lo scenario con l’Egapark, sviluppato nell’area della storica Cyriaksburg, che occupa circa 90 ettari e racconta la vocazione di Erfurt quale città dei fiori e dell’orticoltura. Il parco ospita anche mostre, iniziative legate al giardinaggio e manifestazioni stagionali.

Cosa fare a Erfurt

La sua identità emerge nei dettagli quotidiani, nei locali del centro e nelle occasioni culturali che accompagnano il calendario cittadino.

  • Assaggiare le specialità della Turingia: per entrare nella tradizione gastronomica locale attraverso i Thüringer Klöße, gli gnocchi di patate, la celebre Thüringer Rostbratwurst e le birre della città.
  • Seguire le tracce di Lutero: serve a ricostruire una parte fondamentale della sua formazione tra università, monastero agostiniano e chiese cittadine.
  • Assistere agli eventi culturali: offre opportunità legate alla musica, al teatro e alle tradizioni locali. Tra gli appuntamenti più importanti figurano le Giornate Bach, il DomStufen-Festspiele, la Jazzmeile e il New Orleans Music Festival.

Dove si trova e come arrivare

Erfurt si trova nella Germania centrale ed è la capitale della Turingia. La posizione geografica ha favorito per secoli i collegamenti commerciali e oggi la rende facilmente raggiungibile dalle principali aree urbane tedesche. Il treno rappresenta una soluzione particolarmente pratica per chi arriva da altre città della Germania. La stazione centrale è connessa alla rete ferroviaria ad alta velocità e consente di raggiungere il centro storico con un breve tragitto urbano.

In automobile, Erfurt è collegata alle autostrade A4, A9 e A71, che attraversano e collegano la Turingia con altre regioni tedesche. L’aeroporto di Erfurt-Weimar si trova a breve distanza dal centro e completa la rete dei collegamenti.

Il visitatore che vi arriva si trova davanti una località in grado di mostrare molti secoli della propria storia senza trasformarli in semplice scenografia: il ponte abitato, le torri, il monastero di Lutero, le fortificazioni e le testimonianze della comunità ebraica appartengono a epoche diverse, eppure compongono un unico paesaggio urbano.

Il borgo minuscolo che regala emozioni intense a chi cerca silenzio totale: La Roque-Alric, in Francia

Tra le montagne del Vaucluse, in Provenza, La Roque-Alric è un borgo che conquista all’istante. Il merito è delle sue case che seguono il profilo di uno sperone roccioso e, contemporaneamente, sembrano stringersi attorno alla pietra che ha dato il nome al paese. Qui vivonono solo una cinquantina di abitanti, i quali custodiscono un luogo appartato, fatto di silenzio, vicoli stretti e scorci aperti sulla valle.

Tale conformazione singolare dona all’abitato un aspetto teatrale, magnificamente incorniciato dalle celebri Dentelles de Montmirail, una possente catena montuosa contraddistinta da picchi frastagliati risalenti a 200 milioni di anni fa. Queste formazioni geologiche, nate dai movimenti tettonici dell’era mesozoica, dominano l’orizzonte con le loro creste taglienti, simili a merletti di pietra lavorati da un gigante.

Cosa vedere a La Roque-Alric

La visita a questo grazioso villaggio di Francia richiede poco tempo sul piano delle distanze, ma il paese merita uno sguardo lento. La sua particolarità sta soprattutto nel rapporto tra architettura e roccia, mentre alcuni edifici raccontano episodi molto diversi della storia locale.

La chiesa di Saint-Pierre-ès-Liens

In cima all’abitato, sopra uno sperone roccioso, sorge la chiesa di Saint-Pierre-ès-Liens. Si tratta di un edificio che occupa il punto più alto del paese e che nasce come antico priorato.

Per raggiungerla occorre seguire le stradine in forte pendenza che attraversano il piccolo nucleo abitato. La salita accentua la sensazione di trovarsi dentro un insediamento costruito seguendo la conformazione della montagna, anziché imponendo alla roccia una geometria prestabilita.

Dal punto panoramico accanto alla chiesa lo sguardo si apre sulle Dentelles de Montmirail e sulla valle. Le montagne assumono un profilo frastagliato e riconoscibile, mentre i vigneti occupano parte del paesaggio sottostante.

Le rovine della cappella di Saint-Michel

Nel cimitero si trovano le rovine della cappella di Saint-Michel, edificio risalente all’XI secolo attualmente interessato da lavori di restauro.

La presenza di una costruzione così antica aggiunge un altro livello alla visita: la cappella appartiene infatti alla fase medievale del paese e conserva il legame con una storia religiosa sviluppatasi molto prima dell’attuale assetto del villaggio.

L’oratorio di Saint-Jean

Tra le testimonianze religiose locali vale la pena menzionare anche l‘oratorio di Saint-Jean, altra piccola presenza architettonica inserita nel tessuto del borgo.

Più che singoli monumenti monumentali, La Roque-Alric conserva una successione di tracce minute. Chiesa, cappella e oratorio accompagnano la lettura di un paese nato attorno alla roccia e cresciuto secondo le esigenze di una piccola comunità agricola.

Il quartiere Rouviol

Rouviol rappresenta il settore più popolato dell’abitato, rimanendo un quartiere che conserva ancora una dimensione artigianale legata alla tradizione locale.

Un ceramista lavora nella zona e presenta le proprie creazioni anche in un laboratorio situato nella vicina Beaumes-de-Venise. La presenza dell’artigianato aggiunge una nota contemporanea a un luogo rimasto fortemente legato alla propria storia rurale.

Le abitazioni trogloditiche e le facciate antiche

Alcune dimore storiche sfruttano intelligentemente le cavità naturali della montagna per integrare la rupe viva direttamente all’interno delle stanze da letto o delle cantine. Questa tecnica costruttiva primordiale, nota fin dalla preistoria, garantisce un isolamento termico eccezionale, in grado di mantenere gli ambienti interni meravigliosamente freschi in estate e tiepidi durante l’inverno rigido.

Osservare da vicino le porte spesse in legno massiccio, frequentemente dipinte con colori pastello ormai sbiaditi dal sole implacabile, svela l’abilità straordinaria degli artigiani locali.

Cosa fare a La Roque-Alric

Il carattere appartato di questo angolo di Provenza che pare incantato invita soprattutto a vivere il meraviglioso paesaggio. La Roque-Alric, infatti, può diventare una piccola base per attività all’aperto, con le montagne e i vigneti a fare da sfondo.

  • Seguire i sentieri delle Dentelles de Montmirail: permette di lasciare rapidamente il nucleo abitato e raggiungere un ambiente dominato da rocce calcaree, vigne e rilievi.
  • Pedalare lungo la strada ai piedi del borgo: regala una prospettiva particolare sullo sperone roccioso. Il tracciato è stretto e tortuoso, con aperture sul paesaggio circostante.
  • Esplorare i vigneti: per entrare in uno dei paesaggi agricoli più caratteristici del territorio, legato alle denominazioni Beaumes-de-Venise e Ventoux.
  • Scoprire la gastronomia del Vaucluse: in modo da conoscere una tradizione regionale strettamente legata alle produzioni agricole locali. I mercati dei paesi vicini, per esempio, sono un’occasione per incontrare produttori e assaggiare specialità del territorio.
  • Praticare attività outdoor nei dintorni: amplia le possibilità della visita, con itinerari dedicati anche a equitazione, parapendio e percorsi avventura tra gli alberi.

Dove si trova e come arrivare

La Roque-Alric si trova nel dipartimento del Vaucluse, nella Francia sud-orientale, a circa 16 km a nord di Carpentras. Il paese appartiene all’area storica del Comtat Venaissin, antico territorio legato per secoli allo Stato Pontificio e caratterizzato da paesaggi agricoli, vigneti e numerosi borghi storici.

La posizione tra le Dentelles de Montmirail e il Mont Ventoux rende il villaggio particolarmente interessante per chi viaggia attraverso l’entroterra provenzale alla ricerca di piccoli centri lontani dai percorsi più affollati.

In auto si raggiunge seguendo la viabilità locale verso lo sperone roccioso sul quale è costruito il borgo. L’ultimo tratto assume già il carattere della destinazione, con una strada stretta e sinuosa che passa ai piedi dell’abitato e lascia spazio a viste aperte sulla campagna.

Per chi arriva in bicicletta, proprio questo tratto rappresenta una delle caratteristiche più suggestive della zona. La strada segue il profilo della montagna e accompagna il passaggio sotto il paese, offrendo una vista insolita sulle case raccolte sulla rupe.

Villaggio di La Roque-Alric, Provenza
iStock
Il bel villaggio di La Roque-Alric

Il borgo di Roque-Alric conserva così una dimensione difficile da trovare nei centri più conosciuti della Provenza. La sua forza sta nella scala ridotta, nella posizione ardita e nel paesaggio che prende forma appena oltre le case. La roccia, in fondo, ha davvero preso il posto della piazza centrale. E forse è proprio questa la sua firma più originale.

Lo straordinario canyon che divide due regioni: Gole di Bicaz, un capolavoro rumeno

Tra le montagne della Romania orientale, la strada può trasformarsi in un’esperienza paesaggistica vera e propria, di quelle in grado di emozionare. Succede lungo le Gole di Bicaz, una spettacolare incisione nella roccia attraversata dalla DN12C, la strada nazionale che collega la Transilvania alla Moldavia. Il fiume Bicaz scorre sul fondo della gola, mentre ai lati le pareti calcaree si alzano verticali per centinaia di metri, restringendo progressivamente il passaggio fino a lasciare appena lo spazio per la carreggiata, l’acqua e qualche spicchio di cielo.

Siamo nei Carpazi Orientali, all’interno del Parco Nazionale delle Gole di Bicaz-Hășmaș, dove curve, gallerie ricavate nella montagna, pareti strapiombanti, sorgenti e cascate accompagnano il percorso per diversi chilometri. In alcuni tratti la carrozzabile passa sotto sporgenze calcaree, mentre il Bicaz corre a pochi metri di distanza. Più avanti la valle si stringe ancora e compare il tratto più celebre, chiamato Gola dell’Inferno, oppure Gola del Diavolo, dal romeno Gâtul Iadului.

Poco più in là (e quasi incredibilmente) il paesaggio muta per l’ennesima volta: la montagna cede il passo al Lago Rosso, nato da una grande frana, mentre sentieri e punti panoramici permettono di guardare le gole dall’alto.

Origine e formazione delle Gole di Bicaz

Le pareti di questo gioiello della Romania sono formate da calcari giurassici, modellati per milioni di anni dall’azione erosiva del fiume Bicaz e dei suoi affluenti. L’acqua ha scavato progressivamente la montagna, incidendo un passaggio sempre più profondo nella massa calcarea dei Monti Hășmaș.

Oggi quel che il visitatore si trova ad attraversare è un canyon dalle dimensioni imponenti, con pareti rocciose che raggiungono oltre 300 metri di altezza in alcuni settori e assumono forme diverse lungo il percorso. Tra i rilievi più riconoscibili c’è Piatra Altarului, chiamata anche Altar Stone, una grande formazione rocciosa che raggiunge quasi 1120 metri.

Anche l’acqua racconta la lunga trasformazione del territorio: il Bicaz nasce dal Lago Rosso e attraversa l’intero sistema delle gole, ricevendo numerosi corsi secondari. Il Cupaș forma le Gole di Cupaș, il Lapoș quelle di Lapoș, il Bicăjel attraversa le Gole di Bicăjel e lo Șugău alimenta le Gole di Șugău. In alcuni tratti ci sono cascate e rapide, mentre sorgenti carsiche sgorgano direttamente dalla parete.

Canyon di Bicaz, Romania
iStock
Dentro il Canyon di Bicaz

Nel settore più stretto, presso la Gola dell’Inferno, l’acqua accelera e forma vortici e rapide. La forza erosiva del fiume appare anche nelle cavità scavate nella roccia dal continuo movimento dell’acqua. Una storia geologica altrettanto interessante riguarda il vicino Lago Rosso, situato presso l’estremità occidentale delle gole: una grande frana sbarrò la valle nel 1837 e l’acqua rimase così raccolta formando il lago, sulla cui superficie spuntano ancora tronchi degli alberi rimasti sommersi.

La visita alle Gole di Bicaz tra strada, rocce e sentieri

Il modo più immediato per conoscere le gole consiste nel percorrere la DN12C, interamente asfaltata e aperta al traffico. La strada attraversa il canyon con curve strette, tornanti e brevi gallerie, mantenendo spesso la roccia da un lato e il corso del Bicaz dall’altro.

Il viaggio cambia ritmo a seconda dell’ampiezza della valle: nei tratti più larghi si trovano spazi per fermarsi e osservare le pareti, mentre nei passaggi più angusti la sensazione è quella di entrare dentro la montagna. La Gola dell’Inferno rappresenta il punto più spettacolare del tragitto, con le pareti verticali che arrivano a poche decine di metri l’una dall’altra e, in alcuni settori, fanno emergere solo pochi metri di spazio.

Le rocce attirano anche gli appassionati di arrampicata. Le pareti, infatti, ospitano diversi itinerari attrezzati e durante la stagione favorevole è possibile incontrare arrampicatori impegnati sui versanti calcarei. Per osservare il canyon da una prospettiva diversa si può seguire il sentiero verso Suhardul Mic, un percorso accessibile e lungo circa 3 km, con un punto panoramico rivolto verso le gole e le montagne circostanti.

Altri itinerari attraversano le Gole di Bicăjelului e raggiungono zone più appartate del parco, mentre il percorso verso Piatra Altarului presenta caratteristiche più tecniche. Il territorio custodisce inoltre una fauna particolarmente legata agli ambienti montani e rocciosi. Tra gli animali segnalati figurano orso bruno, lince, cervo e lupo.

Non mancano specie di uccelli tipiche degli ambienti rupestri, tra cui il picchio muraiolo e il rondone maggiore. Tra gli avvistamenti possibili ci sono persino aquila reale, sordone, gallo cedrone, picchio tridattilo, picchio nero, nocciolaia e merlo acquaiolo. La zona ospita inoltre la rara farfalla Apollo.

Una sosta al Lago Rosso completa bene la visita: il bacino si trova a pochi chilometri dalle gole e conserva ancora i tronchi degli alberi rimasti intrappolati dopo la frana che ne provocò la formazione. Attorno partono alcuni sentieri e sono disponibili attività in acqua, creando un contrasto netto con l’ambiente roccioso del canyon.

Lungo la strada si incontrano pure bancarelle di artigiani locali, in particolare di ceramiche lavorate a mano, oggetti in legno, tessuti ricamati, formaggi di pecora e conserve di frutti selvatici. La presenza di queste piccole attività, manco a dirlo, aggiunge una dimensione umana a un paesaggio dominato dalla pietra.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole di Bicaz si trovano nella Romania nord-orientale, tra le contee di Neamț e Harghita, nei Carpazi Orientali. Il tratto attraversato dalla DN12C collega l’area di Gheorgheni, in Transilvania, con Bicaz, nella regione storica della Moldavia rumena. La strada costituisce proprio uno degli elementi più interessanti della visita. Da Gheorgheni si percorre la DN12C in direzione di Piatra Neamț, passando dal Lago Rosso prima di entrare nel settore delle gole. Da Piatra Neamț si raggiunge Bicaz attraverso la DN15, poi si prosegue sulla DN12C verso Gheorgheni.

L’automobile è inevitabilmente la soluzione più pratica per esplorare il territorio, soprattutto per combinare canyon, Lago Rosso e sentieri del parco. Il percorso presenta 12 tornanti e diversi tratti molto stretti, con traffico più intenso durante l’alta stagione. Per questo la strada va affrontata con particolare attenzione, soprattutto nei periodi affollati.

Le Gole di Bicaz funzionano anche come passaggio naturale tra due grandi aree storiche della Romania: da una parte la Transilvania, dall’altra la Moldavia. La strada, difatti, attraversa il confine geografico tra questi territori seguendo una valle che per milioni di anni è stata scavata dall’acqua.

Questa città è così bella che viene paragonata a una rosa: Klagenfurt am Wörthersee, l’Austria con anima italiana

Una città austriaca con un’anima italiana, affacciata su uno dei laghi più celebri della Carinzia e circondata da boschi, prati e montagne. Klagenfurt am Wörthersee si presenta così, con un centro storico raccolto e ordinato che conserva l’impronta dei maestri costruttori italiani arrivati durante la grande stagione rinascimentale.

Rinomata turisticamente come la “Rosa del Wörthersee“, sfoggia un carattere elegante, ma appena ci si allontana dalle strade centrali il paesaggio cambia: il verde prende spazio e il lago compare poco più in là con le sue acque limpide e dai colori intensi. Da queste parti si trova inoltre la più antica zona pedonale del Paese, inaugurata nel 1961, tra Kramergasse e Wienergasse.

In sostanza è un centro raccolto, piacevole da attraversare lentamente, con negozi, locali e indirizzi gastronomici inseriti all’interno dell’architettura storica.

Una fiaba neogotica che sembra arrivata dall’Inghilterra: il Castello di Hluboká nad Vltavou, in Boemia

Bianco, slanciato, fitto di guglie, merlature e finestre decorate: il Castello di Hluboká nad Vltavou appare su una collina con l’aria di una residenza principesca costruita per una fiaba, anche perché intorno si distendono il parco paesaggistico e il territorio attraversato dalla Moldava, il fiume Vltava per i cechi. Chi lo vede per la prima volta pensa: “ma sono in Repubblica Ceca o in Inghilterra?”, e la risposta esatta non arriva poi così facilmente.

L’aspetto attuale del castello nasce infatti dalla grande ricostruzione neogotica voluta dagli Schwarzenberg tra il 1841 e il 1871, ispirata al Castello di Windsor. Un’antica fortezza boema, quindi, è stata trasformata in una residenza romantica dall’aspetto sorprendentemente inglese, tanto da far definire Hluboká un piccolo frammento dell’Inghilterra windsoriana nel cuore della Boemia meridionale.

Il parco attorno amplia ulteriormente questa sensazione: gli Schwarzenberg lo concepirono secondo il gusto paesaggistico dell’800, accompagnando la trasformazione architettonica con un ridisegno dell’ambiente circostante.

Breve storia del Castello di Hluboká

La storia di Hluboká comincia nella metà del XIII secolo, quando i re boemi fecero costruire sulla roccia un castello destinato alla funzione di presidio. La posizione aveva quindi un carattere strategico ben diverso dall’immagine elegante che il complesso presenta oggi.

Per lungo tempo la proprietà passò attraverso diverse famiglie aristocratiche. Tra i protagonisti della sua storia compaiono i Pernštejn, ai quali si deve anche la fondazione del vicino stagno di Bezdrev nel 1490, il secondo più grande della Boemia. Nel 1561 la tenuta passò ai signori di Hradec, che 2 anni più tardi lo resereo una vere  residenza rinascimentale.

Alla fine del XVI secolo arrivarono i Malovec di Malovice. La loro appartenenza protestante portò alla perdita della tenuta nel 1619, nel pieno delle tensioni religiose e politiche che attraversavano le terre boeme. Nel 1623 Hluboká fu assegnata al generale spagnolo Don Balthazar de Marradas come compensazione per i debiti di guerra dell’imperatore Ferdinando II.

Poi, nel 1661, Jan Adolf I Schwarzenberg acquistò la tenuta dal nipote e iniziò una lunga fase legata alla famiglia che avrebbe dato al castello la sua fisionomia più celebre. Il progetto ottocentesco nacque anche dall’esperienza diretta del principe Jan Adolf II Schwarzenberg e della moglie Eleonore, principessa nata Liechtenstein, durante i loro viaggi in Inghilterra.

Il Castello di Windsor divenne il principale modello per la trasformazione di Hluboká. I lavori partirono secondo i progetti dell’architetto viennese Franz Beer e proseguirono, dopo la sua morte, sotto la direzione dell’architetto degli Schwarzenberg Damasius Deworetzky. La famiglia rimase proprietaria fino alla fine del 1939. L’ultimo proprietario, il dottor Adolf Schwarzenberg, lasciò il Paese e si trasferì oltreoceano per sfuggire ai nazisti. Nel 1947 una legge speciale, conosciuta con il nome di Lex Schwarzenberg, portò infine alla perdita della proprietà.

La visita tra sale aristocratiche, torri e cucine storiche

A disposizione dei visitatori che scelgono di scoprire questo gioiello della Repubblica Ceca c’è una visita guidata che permette di conoscere gli ambienti privati della famiglia e i grandi saloni destinati alla rappresentanza, con un percorso che restituisce il gusto raffinato degli Schwarzenberg.

Le sale colpiscono soprattutto per la quantità di dettagli: le pareti presentano pannelli e decorazioni in legno intagliato a mano, mentre i soffitti a cassettoni contribuiscono alla ricchezza degli ambienti. Lampadari di cristallo, mobili eleganti, dipinti, argenterie, porcellane e arazzi completano una scenografia studiata per impressionare gli ospiti.

Tra gli ambienti più interessanti compare la biblioteca, caratterizzata da pannelli rinascimentali, insieme all’armeria e agli appartamenti privati della principessa Eleonore. Gli appartamenti di rappresentanza costituiscono il percorso principale della visita e consentono di entrare nella parte più sontuosa della residenza, tra sale di ricevimento, ambienti destinati ai pranzi e spazi privati della principessa.

Una prospettiva diversa arriva dalla torre panoramica: dall’alto la lettura del complesso cambia e il rapporto tra l’edificio, il parco e il territorio della Boemia meridionale diventa più evidente. Meritano attenzione anche le cucine storiche, poiché le attrezzature risalgono soprattutto al periodo compreso tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, raccontando un aspetto molto più concreto della vita aristocratica.

Dopo aver attraversato sale ricche di cristalli, legni intagliati e opere d’arte, ritrovarsi davanti a fornelli, utensili e strumenti destinati alla preparazione dei pasti restituisce una dimensione quotidiana alla grande residenza. Il complesso comprende inoltre il maneggio, sede di un’esposizione dedicata al gotico della Boemia meridionale e ai maestri olandesi appartenenti alle collezioni della Galleria Aleš della Boemia del Sud.

Il castello propone inoltre attività durante tutto l’anno, compreso un percorso invernale in ambienti riscaldati. La disponibilità dei percorsi varia secondo il periodo, quindi conviene verificare prima della partenza le modalità della stagione in corso. Fuori dalle sale, il parco merita tempo: la sua estensione permette di osservare Hluboká da angolazioni diverse, cogliendo meglio l’effetto scenografico pensato dagli Schwarzenberg durante la grande trasformazione ottocentesca. La facciata candida cambia carattere secondo la distanza, passando dalla ricchezza quasi ricamata dei particolari alla silhouette delle torri contro il paesaggio.

Giardini del Castello di Hluboká nad Vltavou, Boemia
iStock
Passeggiando tra i giardini del Castello di Hluboká nad Vltavou

Dove si trova e come arrivare a Hluboká nad Vltavou

Il Castello di Hluboká si trova a Hluboká nad Vltavou, nella Boemia meridionale, circa 12 km a nord di České Budějovice. La città si sviluppa sulle due rive della Vltava e rappresenta un punto di riferimento utile per raggiungere questa meraviglia. In auto da Praga la distanza è di circa 145 km, con un viaggio di quasi 2 ore. Il percorso più rapido passa dalla D1, prosegue verso Mirošovice e poi lungo la E55 in direzione di Tábor e Veselí nad Lužnicí. Nei pressi di Bork si imbocca la strada 146 verso Hluboká nad Vltavou.

Da České Budějovice il tragitto è molto più breve, più o meno 15 minuti in auto. La zona è servita anche dagli autobus regionali e la fermata più vicina al castello è Hluboká nad Vltavou pod kostelem, a circa 800 metri dall’ingresso. Pure il treno rappresenta un’opzione interessante: Hluboká nad Vltavou dispone di due stazioni, Hluboká nad Vltavou – U Sudárny, sulla direttrice České Budějovice – Plzeň, e Hluboká nad Vltavou – Zámostí, sulla direttrice České Budějovice – Praga. Chi parte da Praga deve effettuare un cambio a České Budějovice.

Per chi preferisce la bicicletta, la località è collegata alla rete ciclabile della Boemia meridionale. Particolarmente frequentato è il percorso lungo la riva sinistra della Vltava tra České Budějovice e Hluboká nad Vltavou, con prosecuzione verso Purkarec.

C’è infine un modo decisamente più scenografico per raggiungere il castello. Dal 2011 la Vltava è navigabile anche nel tratto tra České Budějovice e Hluboká nad Vltavou, con collegamenti in battello che proseguono fino a Purkarec.

La fortezza del gigante e della spada leggendaria: Castello di Arundel, il colosso che domina il Sussex

Affacciato sul paesaggio del West Sussex, il Castello di Arundel sfoggia una posizione rialzata che lo rende difficile da ignorare, con le torri e le mura che emergono sopra la cittadina e lo sguardo che si apre verso colline verdi. Si presenta ai visitatori con la grandiosità tipica dei grandi manieri medievali, una meraviglia che fonde sapientemente l’imponenza di una fortezza difensiva con l’eleganza raffinata di una dimora nobiliare.

Chi ci arriva, quindi, deve mettersi nell’ottica che in questo luogo si può fare quasi un viaggio attraverso diversi secoli, ma tutti concentrati nello stesso punto: pietra, merlature e strette scale ricordano la fortezza originaria, mentre legni lavorati, sale monumentali e decorazioni ottocentesche raccontano l’epoca della grande casa aristocratica vittoriana.

Breve storia e leggende del Castello di Arundel

La storia di Arundel comincia con una scelta politica e militare. Dopo la conquista normanna del 1066, Guglielmo il Conquistatore affidò a Roger de Montgomery una parte consistente del Sussex, chiedendogli di costruire una fortificazione nei pressi della foce dell’Arun. Il primo nucleo del castello nacque quindi con una funzione legata alla difesa e al controllo del territorio.

Nei secoli successivi la proprietà passò attraverso diverse mani e fu legata anche alla Corona. Tra i sovrani associati alla storia di questo castello del Regno Unito compaiono Enrico I, Enrico II e Riccardo I. La dinastia dei Duchi di Norfolk avrebbe poi lasciato un’impronta profondissima sul complesso e sulla sua lunga vicenda familiare.

La parte medievale subì gravi danni durante la guerra civile inglese del XVII secolo. Nel 1643-1644 fu invece coinvolto nel conflitto e la Fitzalan Chapel riportò pesanti danneggiamenti. La cappella, fondata nel 1380 dal IV conte di Arundel, attraversò poi un lungo periodo di trascuratezza prima del restauro ottocentesco.

Il grande cambiamento arrivò tra XVIII e XIX secolo, quando la fortezza difensiva venne trasformata progressivamente in una sontuosa residenza. La ricostruzione compiuta tra il 1870 e il 1890 diede alla dimora gran parte dell’aspetto attuale, con un’architettura Gothic Revival molto elaborata e considerata una delle grandi opere dell’Inghilterra vittoriana.

Una figura particolarmente affascinante della storia familiare è Thomas Howard, XIV conte di Arundel, vissuto tra il 1585 e il 1646 e conosciuto con il soprannome di “The Collector”. Celebre collezionista d’arte e antichità, è ricordato ancora oggi attraverso il Collector Earl’s Garden, uno degli spazi più scenografici del complesso.

Il giardino è stato concepito come una rilettura immaginativa di un giardino formale jacobiano ispirato alla residenza londinese di Howard. Pergolati, fontane, padiglioni, un canale centrale e una struttura rocciosa evocano il gusto teatrale dell’epoca. Il punto più curioso è però Oberon’s Palace, realizzato in quercia verde e ispirato a un progetto di Inigo Jones per uno spettacolo del 1611.

Dentro il Castello di Arundel, Sussex
iStock@coldsnowstorm
Entrando nel Castello di Arundel

Poi ci sono le leggende, come quella di Bevis of Hampton, gigantesco guerriero incaricato di sorvegliare le porte di Arundel e che abitava nella torre che ancora oggi porta il suo nome. La sua arma era Morglay, una spada enorme che la tradizione vuole lunga quasi 1,75 metri e che ancora adesso viene mostrata nell’armeria.

Alla fine della sua vita, racconta la leggenda, Bevis la scagliò dalla torre e chiese di essere sepolto nel punto in cui sarebbe caduta. Il luogo indicato è un antico tumulo del parco, conosciuto con il nome di Bevis’s Grave.

La visita tra sale storiche, mura medievali e giardini

La visita permette di alternare ambienti completamente diversi, seguendo un percorso che porta dalla fortezza normanna alla grande residenza aristocratica. Salendo verso il Keep si ha l’opportunità di entrare nella parte più antica e militare del complesso: ci sono delle scale in pietra che conducono verso l’alto, così come dei passaggi stretti che restituiscono una percezione molto concreta della struttura difensiva.

All’interno, invece, l’atmosfera cambia completamente. La Regency Library è caratterizzata da raffinati pannelli in mogano e da una volta particolarmente elaborata, mentre la Barons’ Hall mostra una dimensione più solenne. Nella Drawing Room compaiono decorazioni, arredi e opere d’arte che narrano il gusto della famiglia attraverso epoche differenti.

La collezione comprende dipinti attribuiti ad artisti celebri, tra cui Van Dyck, Gainsborough e Canaletto. Tappezzerie, mobili e sculture completano gli ambienti, creando un contrasto evidente con la severità delle mura medievali. Anche le camere meritano attenzione: le stanze da letto vittoriane ed edoardiane sono arredate individualmente e permettono di osservare un aspetto più quotidiano della vita aristocratica. Accanto agli ambienti di rappresentanza compaiono infatti bagni appartenenti alle diverse fasi della storia della casa.

La Private Chapel rappresenta uno degli esempi più raffinati del revival cattolico inglese del XIX secolo. Poco distante, nei giardini, la Fitzalan Chapel conserva la memoria funeraria della famiglia. La cappella trecentesca è il luogo di sepoltura dei Duchi di Norfolk e dei loro antenati, oltre a essere una delle sorprese più suggestive dell’area verde.

I giardini occupano circa 15 ettari e sorprendono per la varietà che cambia continuamente atmosfera: il Collector Earl’s Garden introduce geometrie formali, pergolati, giochi d’acqua e vegetazione esotica; il Rose Garden punta invece sulle rose David Austin, sui profumi e sugli elementi gotici che dialogano con l’architettura del castello.

Poi c’è il White Garden, accanto alla Fitzalan Chapel, dove prevalgono tonalità chiare. Il Kitchen Garden, dal canto suo, segue un’impostazione più produttiva, con ortaggi, frutta e quattro aiuole centrali organizzate secondo una rotazione delle colture. Le restaurate Glasshouses comprendono la Vine House, con viti e peschi, oltre alla collezione di pelargoni del castello.

Particolarmente curioso è lo Stumpery, un giardino costruito attorno a vecchi tronchi e felci, mentre i Water Gardens comprendono gli Stew Ponds, con oltre 1.500 piante acquatiche, una rotonda e una rimessa per barche collegate da sentieri e ponti. Nel 2025 è stato aggiunto anche un Dipping Pond dedicato alla biodiversità degli ambienti acquatici.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Arundel si trova nell’omonima cittadina, nel West Sussex, nel sud dell’Inghilterra. Da Londra il treno rappresenta una soluzione pratica, poiché la stazione di Arundel è servita da collegamenti regolari e dista circa 10 minuti a piedi dall’ingresso. I treni partono anche da London Victoria; la tratta richiede indicativamente 90 minuti. Un’altra possibilità è disponibile da London Bridge, con un viaggio di quasi 1 ora e 15 minuti.

Chi arriva in automobile può utilizzare il parcheggio a pagamento Mill Road Car Park, situato proprio di fronte all’ingresso principale. Il codice postale utile per il navigatore è BN18 9PA. Va tenuto a mente, infine, che la visita richiede qualche ora per essere apprezzata davvero.

Viaggio a piedi e nel tempo sulle rive del Lago Gosau, specchio d’acqua che sembra l’Occhio di Dio

Tra le pieghe del Salzkammergut, una regione alpina incastonata nella parte centro-settentrionale dell’Austria, c’è una distesa d’acqua limpida incorniciata dal Gosaukamm e dalle grandi montagne del Dachstein. Quello è il Lago Gosau, una delle immagini più riconoscibili di questa vasta regione fatta di laghi, foreste e rilievi alpini.

La scena possiede però una storia molto più articolata rispetto alla sua fama da cartolina: il lago è stato innalzato artificialmente di circa 12 metri attraverso uno sbarramento, destinato a migliorare la disponibilità d’acqua e la produzione di energia, che ancora oggi viene utilizzata con una quantità sufficiente a rifornire circa 2.200 abitazioni all’anno.

Fu proprio davanti a questo scenario che il naturalista e viaggiatore Alexander von Humboldt rimase colpito dalla particolare bellezza del paesaggio. A lui viene attribuito il soprannome “Occhio di Dio“, legato alla forma e alla posizione del lago ai piedi delle montagne del Dachstein.

Origine, formazione e leggende del Lago Gosau

Il Gosausee (questo il nome in lingua locale) appartiene a un sistema formato da 3 laghi alpini: il Vorderer Gosausee è quello raggiungibile in automobile e rappresenta il primo grande specchio d’acqua della valle: più avanti, accessibili soltanto a piedi, compaiono il Gosaulacke e l’Hinterer Gosausee, rispettivamente il lago intermedio e quello posteriore.

L’Hinterer Gosausee alimenta normalmente il Gosaubach attraverso sorgenti sotterranee. Solo durante lo scioglimento della neve oppure dopo precipitazioni abbondanti l’acqua supera il livello del lago superiore, raggiunge il Gosaulacke e da lì prosegue verso il Vorderer Gosausee.

Il Gosaulacke rappresenta quindi un fenomeno stagionale. In alcuni periodi può apparire quasi vuoto, mentre dopo piogge intense o durante il disgelo si riempie e diventa il collegamento visibile fra i due laghi principali. Il paesaggio cambia così anche nel corso dell’anno, seguendo il ritmo delle precipitazioni e della neve sulle montagne.

L’ambiente possiede inoltre caratteristiche particolarmente favorevoli alla fauna acquatica. Le acque del Vorderer Gosausee sono cristalline e di qualità potabile. Tra i pesci presenti figurano trote locali, trote iridee, persici, lucci, salmerini e anguille. Una specie autoctona, il cosiddetto black rider, si è invece estinta circa 50 anni fa in seguito all’introduzione della trota.

Attorno al lago la geologia alpina diventa parte integrante del panorama. Il Dachstein domina lo scenario con le sue rocce e i ghiacciai, mentre il Gosaukamm forma una successione di pareti e cime sul lato opposto. La sensazione è quella di trovarsi dentro una grande conca naturale, con l’acqua al centro e la montagna a chiudere progressivamente l’orizzonte.

Cosa vedere e cosa fare al Lago Gosau

Il primo appuntamento è naturalmente il Vorderer Gosausee. Un sentiero ad anello lungo circa 4,5 km permette di seguire le rive e osservare il paesaggio da prospettive diverse. Il percorso è abbastanza facile e adatto anche alle famiglie, pure se il terreno presenta comunque alcuni tratti in salita.

Al mattino la luce risulta particolarmente favorevole per ammirare il riflesso del Dachstein: all’alba le prime tonalità raggiungono lentamente le pareti del Gosaukamm e trasformano la superficie dell’acqua: in autunno il contrasto fra il bosco colorato, le rocce e le cime innevate rende il panorama ancora più marcato.

Per chi vuole proseguire, il sentiero verso l’Hinterer Gosausee segue una strada forestale. Dal primo lago si passa accanto al Gosaulacke e poi si affronta un’altra salita di circa 20 minuti prima di raggiungere il bosco di aceri e infine il lago posteriore. Il tragitto fino alla Holzmeister Alm, situata presso la parte meridionale dell’Hinterer Gosausee, richiede circa 1 ora e 30 minuti. L’andata e ritorno misura quasi 12,6 km, con un dislivello complessivo di più o meno 261 metri.

Il secondo lago appare più raccolto e appartato. La presenza del Dachstein sullo sfondo cambia ancora una volta la prospettiva, mentre il bosco attenua i rumori provenienti dalla valle. In autunno, il Gosaulacke rappresenta uno dei passaggi più interessanti proprio per la sua natura intermittente.

Il Gosaukamm permette invece di alzare parecchio il livello dell’esperienza alpina. Dalla zona del lago parte la cabinovia Gosaukammbahn, situata accanto al Vorderer Gosausee, con arrivo nell’area della Zwieselalm. In estate l’impianto consente di raggiungere rapidamente sentieri e pascoli alpini, mentre il comprensorio Dachstein West è legato agli sport invernali.

Gli appassionati di vie ferrate hanno a disposizione il Laserer Alpin Klettersteig, un percorso di circa 1 ora classificato con difficoltà C, realizzato sopra il lago. Un’altra possibilità è l’Intersport Klettersteig Donnerkogel, classificata C/D.

L’acqua stessa diventa parte dell’esperienza durante la stagione più calda: il Gosausee permette balneazione, immersioni, stand-up paddle ed escursioni in pedalò o imbarcazioni elettriche. La trasparenza dell’acqua consente ai subacquei di osservare anche il paesaggio sommerso del lago.

Chi preferisce salire verso l’alpe può invece raggiungere la Zwieselalm, con rifugi e sentieri tra prati e boschi. La cabinovia riduce l’ascesa iniziale, mentre gli escursionisti più allenati possono affrontare il percorso a piedi.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Gosau si trova nell’omonimo comune, nell’Alta Austria, nella regione del Salzkammergut, a circa 25 minuti in automobile da Hallstatt. L’indirizzo preciso è Vorderer Gosausee, 4824 Gosau, Austria. L’automobile rappresenta la soluzione più semplice per raggiungerlo. Presso la strada Gosauseestrasse e nell’area Parkplatz Vorderer Gosausee sono disponibili parcheggi a pagamento. La fermata dell’autobus più vicina è Hintertal b.Gosau Vorderer Gosausee, indicata anche con il riferimento Gosaukammbahn.

Chi arriva con i mezzi pubblici può utilizzare il collegamento diretto fra Bad Ischl e Gosausee tramite la linea 541. Da Salisburgo il percorso prevede invece il bus 150 fino a Bad Ischl Bahnhof e il successivo cambio sulla linea 541. Dal paese di Gosau si può raggiungere il lago anche attraverso percorsi escursionistici collegati alla rete del Dachstein Rundwanderweg.

Il contesto invita a fermarsi più a lungo rispetto alla classica escursione fotografica. Il Gosausee può infatti rappresentare soltanto l’inizio della visita, con il Gosaulacke, l’Hinterer Gosausee, la Zwieselalm e gli itinerari del Gosaukamm a costruire una giornata molto più ampia.

Gosausee, Austria
iStock
Il Gosausee visto dall’alto

Va però considerata la stagionalità dei percorsi: il sentiero attorno al Vorderer Gosausee viene chiuso durante l’inverno per il rischio di caduta massi e valanghe. Il periodo per la visita va indicativamente da maggio-giugno fino a ottobre, mentre la situazione effettiva dei sentieri dipende dalle condizioni meteorologiche.

❌