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Cinque cascate nascoste nel cuore della Sicilia: il volto inaspettato dell’isola

Non si può dare torto a quei milioni di turisti che ogni anno frequentano le spiagge della Sicilia. L’isola all’estremo meridione d’Italia è un luogo favoloso, con un mare cristallino, una storia millenaria, borghi e cittadine affascinanti. La sua forza, poi, è certo nella sua varietà, tale da farla apparire quasi un continente, invece che un triangolo di terra emersa.

Proprio questa varietà suggerisce che non ci sia spazio soltanto per il turismo dedicato alla scoperta delle città o delle località di mare. L’entroterra siciliano, ad esempio, è un grande scrigno contenente un immenso tesoro naturale, tra colline, boschi e catene montuose. Fra queste si nascondono alcune bellissime cascate: nessuno si aspetterebbe di andare in Sicilia per scoprire dei luoghi d’acqua dolce, e invece non mancano i salti notevoli, peraltro spesso caratterizzati da un panorama naturalistico inconsueto, che li rende vere e proprie meraviglie da non perdere.

Cascate dell’Oxena

Nel 2025 Militello in Val di Catania è stato eletto Borgo dei Borghi. Una bella cittadina barocca, situata a sud della città etnea. Il suo territorio carezza le propaggini dei Monti Iblei, dove scorre il torrente Oxena, che ha saputo scavare il proprio letto, nel corso dei millenni, dentro un canyon di origine lavica.

Proprio non lontano da Militello si trova una splendida cascata (anche se sono conosciute come Cascate dell’Oxena, la cascata vera e propria è soltanto una, in un’area caratterizzata comunque da cascatelle e rapide), alimentata dalle numerose sorgenti che si aprono lungo le sponde del corso d’acqua, anche nei periodi di maggiore siccità.

Il paesaggio che la circonda è particolare. Si alternano zone verdi, dove pascolano mandrie di mucche, a aree brulle, dove emerge una terra rossastra su cui crescono olivastri, carrubi e fichi d’India.

Le Cascate dell’Oxena possono essere raggiunte con un’escursione a piedi o in bici da Militello in Val di Catania, da cui distano circa cinque chilometri. Più breve, invece, l’avvicinamento dall’ultimo luogo raggiungibile in auto: si raggiungono in circa 15 minuti a piedi da Contrada Bognanni, una stretta strada dalla quale si può godere di una prima vista dall’alto della cascata.

Le Cascate dell'Oxena in Sicilia
Lorenzo Calamai
Vista sulla cascata principale dell’Oxena

Due cascatelle anticipano la discesa al cospetto del salto principale, rombando tra la roccia basaltica, che emerge nera dal terreno attorno al torrente. Scendendo al livello inferiore, una bella spiaggetta all’ombra di oleandri e tamerici consente di godersi al massimo la contemplazione della cascata.

Cascata di San Nicola

A circa mezz’ora d’auto da Palermo, nel territorio del piccolo comune di Bolognetta, si nasconde una delle cascate meno conosciute della Sicilia occidentale: la Cascata di San Nicola. È opera del torrente Milicia, che nasce nella zona del Bosco della Ficuzza, nei pressi di Corleone, e sfocia nel Tirreno tra Casteldaccia e Altavilla Milicia.

Il periodo migliore per visitare la cascata va da ottobre a maggio, quando la portata d’acqua è più abbondante, ma in estate la Cascata di San Nicola solitamente si difende bene, e la bella polla smeraldina ai suoi piedi rimane un’oasi rinfrescante.

Il contesto attorno al salto è spettacolare: una ampia gola rocciosa, dove domina il color ocra e la maggior parte del verde è rappresentata dalle onnipresenti piante di fico d’India. Il torrente rappresenta una sorta di linfa vitale in un territorio altrimenti brullo. Il percorso per raggiungerla è lungo circa quindici minuti dalla strada asfaltata e attraversa tratti rocciosi e sentieri non segnalati, benché sia chiaro da dove passare grazie alle tracce ben battute.

Cascata del Vallone del Castello di Pietra

Il Vallone del Castello di Pietra è uno dei luoghi più nascosti e selvaggi della Sicilia. Si tratta di un piccolo canyon scavato da un torrente all’interno del quale si possono ammirare i resti di una fortificazione preistorica (il Castello di Pietra, appunto), un esemplare enorme di roverella secolare e una bella cascata immersa nel verde.

Non è il luogo più facile da raggiungere. Si trova a sud di Partanna, una cittadina non lontana da Castelvetrano, nella parte sud-occidentale dell’isola. Si deve raggiungere l’agriturismo Baglio Vecchio, isolato in mezzo a un’area di campi coltivati e campagna, e qui chiedere le chiavi per aprire il cancello che consente di accedere al Vallone.

Oltrepassato il cancello della riserva, una scalinata immersa nella vegetazione conduce sul fondo della gola. Qui un sentiero percorre tutto il canyon. Risalendolo in una direzione si arriva ad ammirare la cascata, dall’altra si arriva alla roverella secolare e al punto da cui si può individuare il castellare. Il contesto fatto di falesie scolpite dagli agenti atmosferici, combinato con una grande ricchezza di verde che cresce sulle rive del corso d’acqua, lo rende un ambiente più unico che raro per la Sicilia occidentale.

Cascata Angara dei Piristeri

Versante orientale della Sicilia, dove l’Etna domina il panorama: tra i Monti Peloritani e i Nebrodi, nel comune di Roccella Valdemone, un affluente del fiume Alcantara chiamato torrente Roccella dà vita a una delle cascate più alte di tutta la Sicilia, la Cascata Angara dei Piristeri, conosciuta anche come Cascata Palazzolo Angara. Misura circa venti metri il balzo che l’acqua fa a ridosso di una stupenda parete rocciosa, creando un’ampia polla ai suoi piedi circondata da un bosco fittissimo e una vegetazione esuberante.

La cascata è spettacolare, ma lo è altrettanto la bella escursione che serve per raggiungerla. Si parte infatti nei pressi delle pale eoliche di Pizzo Perino, inoltrandosi lungo un sentiero in discesa che offre viste panoramiche splendide, inizialmente sull’Etna, che rimane sullo sfondo, e poi sui contrafforti del vallone nel quale si sta scendendo.

cascata angara dei piristeri in Sicilia
Lorenzo Calamai
La spettacolare veduta scendendo sul sentiero verso la cascata

La discesa è lunga circa un’ora, con un dislivello da non sottovalutare, specie per la risalita al ritorno. Il contesto naturale, però, ripaga di ogni sforzo. Una volta giunti sulla parte pianeggiante in fondo alla gola, si trova intuitivamente la cascata risalendo il corso del torrente fino al maestoso salto.

Cascata del Catafurco

Andare alla Cascata del Catafurco è una vera e propria esperienza montana in Sicilia. Il salto si trova nascosto tra le pieghe, le cime e i fianchi dei Nebrodi, nel territorio del comune di Galati Mamertino. Qui il torrente San Basilio ha modellato nei secoli la roccia in modo tale che oggi affronta un salto di circa trenta metri, estremamente scenografico perché avviene all’interno di una sorta di camino, alla cui base si forma una bassa polla dove potersi godere una sorta di doccia naturale.

Cascata del Catafurco in Sicilia
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Cascata del Catafurco

Bellissimo il sentiero che conduce alla cascata. Quattro chilometri di percorso dalla frazione San Basilio di Galati Mamertino, su una comoda strada sterrata che poi si trasforma in sentiero, con staccionate e gradini, nella parte finale. Si oltrepassano piccoli allevamenti di capre, suini e asinelli della zona e lungo il percorso merita una sosta il borgo di Molisa, un villaggio rurale abbandonato costruito interamente in pietra a secco, con i tipici pagliai un tempo utilizzati come ricoveri dai pastori.

Il percorso, in gran parte esposto al sole, è comunque punteggiato da diverse fontane d’acqua fresca e consente allo sguardo di spaziare continuamente lungo una splendida, stretta vallata.

Le riserve marine italiane migliori per lo snorkeling: il mare qui nasconde un mondo paradisiaco

Maschera, boccaglio, pinne per i più hardcore. Poi un tuffo nel blu e si va alla scoperta del magico mondo subacqueo, tra praterie di posidonia che ospitano banchi di occhiate e saraghi e secche dove nuotano robuste cernie. E, con un po’ di fortuna, si possono anche incontrare animali acquatici diversi dai pesci, come qualche tartaruga caretta caretta di passaggio.

Lo snorkeling è una attività amatissima lungo le spiagge italiane, specie quelle più rocciose e selvagge, dove attorno agli scogli si trova una fauna ittica bellissima da incontrare. Naturalmente, ci sono zone marine protette dove questo tipo di esperienza naturalistica sale di livello, come ad esempio in alcune Aree Marine Protette, ovvero tratti di costa e di fondale sottoposti a tutela e regolamentati con diversi gradi di protezione, dove la pesca è limitata o vietata. Qui ci si può immergere in un vero e proprio universo parallelo alla superficie e scoprire il mondo sotto il pelo dell’acqua, sempre ricordando alcune norme basilari di comportamento per un’esperienza non invasiva: non toccare gli animali, non nutrirli, mantenere la distanza, non alterare il fondale.

Isole Tremiti, Puglia

San Domino, San Nicola, Capraia, Pianosa e il piccolo scoglio del Cretaccio compongono un mosaico di appena 3 chilometri quadrati di terra emersa: sono le Isole Tremiti, in Puglia, circondate da un’area protetta di quasi 1500 ettari e circa 20 chilometri di sviluppo costiero, istituita oltre 35 anni fa.

Le acque delle Tremiti sono tra le più trasparenti dell’Adriatico e custodiscono fondali di grande valore biologico, visto l’ambiente marino sorprendentemente vario per le dimensioni ridotte dell’arcipelago. In più è ideale per i principianti, grazie ad acque limitatamente profonde.

Snorkeling alle Isole Tremiti, tra i più belli in Italia
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Snorkeling alle Isole Tremiti

Alle Tremiti è possibile sia partire da alcune spiagge, come Cala Matano a San Domino, per esplorare le zone limitrofe e godersi la fauna subacquea, sia recarsi in alcuni luoghi speciali via mare, con un’imbarcazione, come allo Scoglio dell’Elefante o alla Grotta del Bue Marino, anch’essi a San Domino. Anche il tratto di mare intorno al Cretaccio, l’isolotto argilloso tra San Domino e San Nicola, è tra i più adatti allo snorkeling, con affascinanti distese di posidonia e rocce popolate da banchi di salpe e occhiate.

Isola di Bergeggi, Liguria

Nel 2007 l’Isola di Bergeggi, una roccia che si eleva per circa 50 metri sopra il livello del mare tra Spotorno e, appunto, Bergeggi, ha visto l’istituzione di un’Area Marina Protetta.

Oggi sull’isola non si può sbarcare, ma rimane comunque una delle mete più amate della Liguria per chi ama immersioni e snorkeling. Nuotando lungo il perimetro dell’isola, nelle zone consentite alla balneazione, si incrocia una grande varietà di fauna ittica, grazie a un fondale sia roccioso che sabbioso, vista la vicinanza con le spiagge del litorale ligure (l’Isola è appena a 260 metri dalla costa, di fronte a Punta del Maiolo).

l'isola di bergeggi è uno dei paradisi dello snorkeling in Italia
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Veduta dell’Isola di Bergeggi

Pesci, alghe dalle svariate forme e colori, crostacei e spugne, stelle marine, molluschi e pure qualche polpo sono i protagonisti dell’esplorazione ai piedi di questo roccioso angolo di Mar Ligure. Sull’Isola di Bergeggi, che ha una lunga storia, con resti antichissimi sulla sua superficie non è possibile mettere piedi, come detto, ma vengono organizzate escursioni guidate che, dal mare, raccontano tutti i segreti dell’affascinante scoglio.

Capo Rizzuto, Calabria

L’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, sulla costa della Calabria bagnata dal Mar Ionio, è la più grande d’Italia, e anche una delle maggiori in Europa. Conta, infatti, circa 15mila ettari di mare lungo un litorale di quaranta chilometri.

Nella zona di riserva parziale è consentita l’attività di snorkeling e qui i fondali custodiscono estese praterie di posidonia e specie rare, come il coloratissimo pesce pappagallo. È una delle poche aree in Italia dove questa specie così particolare, e per la verità quasi buffa, può essere avvistata.

La splendida Fortezza di Le Castella, che si trova proprio nel territorio di Isola di Capo Rizzuto, si staglia imponente su un piccolo isolotto all’estremità orientale del Golfo di Squillace. È collegata alla terra ferma solo da un sottile lembo di terra, e proprio nel tratto vicino si trova la zona più bella per esplorare il mare. Per chi vuole conoscere meglio l’ecosistema prima di tuffarsi, il Centro di Educazione Ambiente Marino di Capo Rizzuto ospita un piccolo acquario con le specie tipiche della riserva.

Riserva dello Zingaro, Sicilia

Meta amata e gettonata delle estati siciliane, la Riserva dello Zingaro sorge tra Scopello e San Vito Lo Capo, sulla costa nord-occidentale della Sicilia. Figlia di una gloriosa storia di battaglia popolare ambientalista capace di bloccare la costruzione di una strada litoranea che avrebbe trasfigurato l’aspetto di un vero e proprio paradiso naturale marittimo, oggi quest’area protetta racchiude quasi 1700 ettari di territorio accessibile solo a piedi, lungo sette chilometri di costa. Tale territorio è percorso da spettacolari sentieri che si affacciano su calette bianche e ciottolose, incastonate tra pareti rocciose a strapiombo e bagnate da un mare cristallino.

Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia
Lorenzo Calamai
Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia

Tra una spiaggia e l’altra la costa è interamente rocciosa, cosa che rende la Riserva dello Zingaro un piccolo paradiso per lo snorkeling. Sia le persone che raggiungono la Tonnarella dell’Uzzo, Cala Capreria, o Cala Marinella, tra le più belle dell’area protetta, sia coloro che ne raggiungono la zona costiera con le imbarcazioni, possono esplorare le insenature, le grotte e gli scogli che sono popolati da pesci di tutte le fogge, forme e dimensioni.

Capo Carbonara, Sardegna

L’Area Marina Protetta di Capo Carbonara si estende su oltre 86 chilometri quadrati di mare, dal promontorio di Capo Boi fino all’Isola di Serpentara, comprendendo anche la celebre Isola dei Cavoli. Istituita nel 1998 a tutela di un ambiente rimasto per lo più selvaggio, è oggi una delle mete più amate della Sardegna da chi pratica snorkeling.

Porto Giunco, Cala Caterina, Cala Pira, Punta Molentis: tutte zone ideali per immergersi con maschera e boccaglio e scoprire un ambiente più unico che raro, con saraghi, orate, cernie e barracuda che nuotano guizzanti tra splendidi fondali rocciosi e ampie distese di posidonia. Gli scenari subacquei sono qui notevoli in particolare per la caratteristica, candida roccia granitica, che si sviluppa anche sotto il pelo dell’acqua in vuoti e pieni come un’architettura naturale, tempestati di flora sottomarina. Da non perdere, in questo senso, la Secca di Cala Caterina.

Non guasta il fatto che, una volta riemersi in superficie e tolta la maschera, l’ambiente circostante sia davvero spettacolare: un mare cristallino bacia il granito bianco, mentre una ostinata vegetazione resiste al vento e alle particolari condizioni del terreno, dando ulteriore contrasto con il suo verde intenso.

Piscine naturali scavate nella roccia sul mare: dal Cilento alla Liguria

Quando si parla di piscine naturali si fa riferimento a polle di acqua dolce o salata che caratterizzano un determinato angolo di territorio: qui la corrente è poca, l’acqua pulita, il contesto circostante regala un bel colpo d’occhio. Sono luoghi ideali per l’estate, dove godere di momenti di infinito relax tra un tuffo e l’altro, quando si cerca refrigerio dal caldo nelle conche trasparenti.

La costa d’Italia bagnata dal Tirreno e dal Mar Ligure nasconde un patrimonio di queste piccole vasche, dove l’acqua marina rimane intrappolata tra gli scogli. Sono il prodotto di un’azione di cesello delle onde che è durata millenni. Sono luoghi che raramente si incontrano per caso: quasi sempre bisogna guadagnarseli con un sentiero, scendendo una scalinata scavata nella roccia o magari affrontando una discesa non sempre agevole, ma che ripagano abbondantemente lo sforzo con la bellezza delle loro acque fresche e cristalline e con meravigliosi panorami.

Piscine di Iscolelli

Nel Parco Nazionale del Cilento, lungo il celebre Sentiero degli Infreschi che si snoda da Marina di Camerota, si incontrano le piscine naturali di Iscolelli. Si tratta di vasche incastonate in una scogliera scura e frastagliata, che bagnano la riva di una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, protetta e collegata al mare aperto solo da uno stretto passaggio che tiene alla larga le imbarcazioni.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Le piscine naturali di Iscolelli

Per arrivarci conviene raggiungere in auto l’Oasi degli Infreschi, una struttura ricettiva da cui prende le mosse un breve sentiero che, nella bassa e profumata macchia mediterranea, conduce verso le piscine, non lontano dai resti dell’antica torre di avvistamento. Il sentiero non è segnalato con precisione, e proprio per questo le piscine di Iscolelli restano frequentate da pochi, ma il percorso di avvicinamento è una delle grandi bellezze del luogo.

Nelle piccole piscinette l’acqua è bassa, ma fresca e cristallina, un vero e proprio sogno di mezz’estate.

Batterie di Punta Rossa

Punta Rossa, capo marittimo all’ombra del Monte Circeo, nel cuore del Parco nazionale omonimo, è un luogo estremamente scenografico sulla costa del Mar Tirreno, nel suo tratto laziale.

Qui, infatti, la scogliera si apre in due calette naturali dalle acque smeraldine, perfette per lo snorkeling tra anfratti popolati da pesci e molluschi: sono le cosiddette Batterie di Punta Rossa, un tratto di costa frastagliata che deve il nome ai resti di un fortino di epoca napoleonica ancora visibile sulla sommità del promontorio.

Per raggiungerle si parcheggia in via del Faro, e si prosegue a piedi superando un cancello sempre aperto che introduce a una strada privata: da qui parte una discesa asfaltata, seguita da un breve sentiero tra la macchia mediterranea che conduce infine al mare. Il percorso complessivo richiede una decina di minuti di cammino, non impegnativo ma da affrontare con calzature adeguate.

Le Batterie sono meta storica dei laziali, che amano tuffarsi dagli scogli più alti della zona, ma offrono spazio anche a chi cerca semplicemente un bagno tranquillo lontano dagli stabilimenti balneari della costa.

Bagni della Regina Giovanna

Dicono che la sovrana angioina Giovanna II, regina di Napoli nella prima metà del Quattrocento, amasse ritirarsi in gran segreto in una determinata zona della costa sorrentina per fare il bagno insieme ai suoi giovani amanti. Oggi quei luoghi sono rimasti noti come Bagni della Regina Giovanna, una piccola laguna naturale, collegata al mare aperto attraverso un suggestivo arco di roccia scavato dall’erosione, che dà origine a una delle piscine naturali più belle e scenografiche della Campania.

Per raggiungere i Bagni della Regina Giovanna si parte da Capo di Sorrento, frazione raggiungibile in autobus o in auto da Sorrento, e si percorre un sentiero lungo poco più di mezzo chilometro, immerso nella vegetazione mediterranea, chiuso da una scalinata piuttosto ripida, che scende infine alla piccola baia.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Lo straordinario mare dei Bagni della Regina Giovanna

Al di là del mito della sovrana, ciò che resta visibile sulla scogliera sono le vestigia di Villa Pollio Felice, residenza marittima romana risalente al I secolo a.C., di cui parlarono già autori antichi come Stazio e Plinio il Giovane.

Piscine naturali di Sant’Andrea

Sul versante occidentale dell’Isola d’Elba, la più grande dell’Arcipelago toscano, si trova il comune di Marciana. Qui, la spiaggia di Sant’Andrea rappresenta il punto di partenza per raggiungere alcune delle piscine naturali più belle di tutto il Mar Tirreno. Superando le cosiddette Cote Piane, enormi lastre di granito levigate dal mare, e attraversando una fenditura nella roccia, si arriva infatti a incontrare le piscine naturali di Sant’Andrea, ideali per chi ama tuffarsi ed esplorare i fondali in maschera e pinne.

Il percorso costiero che collega la spiaggia principale a queste conche fa il giro di Capo Sant’Andrea, portando ad ammirare belle conformazioni rocciose erose da mare e venti. Si snoda in parte su passerelle di legno, in parte su tratti scavati a mano nella roccia.

Poco distante, verso est, si trova anche la spiaggia del Cotoncello, dove la coniugazione di rocce lisce e piccole insenature con l’acqua bassa creano una situazione da piscina naturale.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Le particolari rocce levigate della spiaggia del Cotoncello

Bozi di Punta Pineda

Le pozze, o bozi, come vuole il dialetto spezzino, di Punta Pineda sono vasconi scavati nell’arenaria, protetti da una barriera di scogli che li ripara dal mare aperto e crea un autentico effetto piscina, ma tutto al naturale.

Punta Pineda si trova nelle Cinque Terre, nei pressi di Riomaggiore. Campi è l’abitato più vicino al capo, uno storico villaggio rurale aggrappato alla costa a picco sul mare. Da qui bisogna affrontare una scalinata, ripida ed esposta, che scende verso il mare. È una discesa scoscesa, lunga circa 30 minuti di cammino, ma che permette di raggiungere un tratto di costa selvaggio e praticamente intatto.

Le vasche, un tempo utilizzate dai contadini locali come piccole saline artigianali per ricavare sale dall’acqua marina fatta evaporare al sole, oggi accolgono chi cerca un bagno fuori dal comune, lontano dalla folla estiva che affolla le spiagge più celebri del Parco delle Cinque Terre.

Bandite di Scarlino: tre spiagge uniche in Toscana da raggiungere solo a piedi

Le Bandite di Scarlino sono una ampia riserva naturale che dalle alture dell’entroterra della zona settentrionale della Maremma, in Toscana, scende fino al Tirreno. Il territorio coinvolto, che tocca i comuni di Scarlino, Castiglione della Pescaia, Follonica e Gavorrano, custodisce una delle porzioni di costa più selvagge e integre di tutta la regione, un luogo fantastico per chi ama vivere il mare in modo vero e diretto.

Il nome un po’ curioso della riserva, che potrebbe far pensare a qualcosa di proibito, deriva a dire il vero dai bandi che, nei secoli passati, venivano indetti per la vendita di lotti di bosco. Le tracce della presenza umana in questo angolo di Maremma, in realtà, sono molto più antiche: la zona conserva testimonianze di insediamenti risalenti alla preistoria e all’epoca etrusca, come dimostrano i resti di una necropoli che si trova non lontano dai sentieri oggi percorsi da chi vuole raggiungere le dorate spiagge che adornano la costa. E in effetti proprio l’assenza di strade che conducano direttamente in riva al mare è ciò che ha permesso a questo tratto di litorale di conservare un aspetto autentico e incontaminato.

Le spiagge delle Bandite di Scarlino, infatti, si raggiungono solamente a piedi, in bicicletta o a cavallo, attraversando una fitta rete di sentieri che si snodano tra pinete e profumata macchia mediterranea. Tre sono le calette che meritano una visita, ognuna con un carattere diverso: Cala Violina, Cala Martina e Cala Civette.

Cala Violina

La spiaggia più celebre del trittico delle Bandite di Scarlino è senza dubbio Cala Violina, una piccola baia sabbiosa racchiusa tra due promontori che nel corso degli anni è diventata una delle destinazioni marittime simbolo di questo tratto di costa.

Cala Violina, una delle spiagge raggiungibili solo a piedi delle Bandite di Scarlino
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Veduta di Cala Violina

Il suo pittoresco nome nasce da una particolarità: la sua sabbia bianca e finissima è composta da minuscoli granelli di quarzo e, quando il silenzio sulla spiaggia è massimo, il rumore prodotto dai passi camminandoci sopra a piedi nudi produce un fruscio che ricorda vagamente il dolce vibrare delle corde di un violino.

Piccolo paradiso che abbina litorale chiaro e dorato a acque particolarmente limpide, più volte premiata da Legambiente come una delle undici spiagge più belle d’Italia, e perfetta per chi ama lo snorkeling, Cala Violina è oggi tutelata da un sistema ad accesso limitato per contingentare il numero dei visitatori in estate e preservarne l’ecosistema. Dall’inizio di giugno e fino a metà settembre è necessario prenotare il proprio ingresso, versando un piccolo contributo.

Cala Violina, nelle Bandite di Scarlino
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Panoramica su Cala Violina, la più celebre delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Violina si raggiunge percorrendo un breve sentiero, poco più corto di due chilometri a partire dal parcheggio a pagamento più vicino, a Val Martina. La camminata in questo angolo di Maremma è piacevole: si supera una breve salita per oltrepassare una bassa collina passeggiando all’ombra di una folta pineta, che occlude la vista sul mare anche per tutta la discesa, fino a quando non si sfocia sulla sabbia e la spiaggia non appare come una visione abbagliante, da sogno. Cala Violina è raggiungibile anche in bicicletta, con bici gravelmountain bikes.

Cala Martina

Poco più a nord di Cala Violina si incontra Cala Martina, una spiaggia di sassi rotondi e levigati dal mare, stretta e lunga, racchiusa tra Punta Francese a settentrione e l’omonima Punta Martina a meridione. Le sue acque sono limpide quanto quelle della spiaggia vicina, ma l’atmosfera che si respira qui è ancor più selvaggia e appartata, complice una minore notorietà e la particolare conformazione della caletta. In più l’acqua cristallina e il fondale sassoso la rendono ideale per utilizzare maschera e boccaglio ed esplorarne i dintorni.

Oltre alla sua bellezza naturale, fu proprio su questa spiaggia che, nel 1849, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per fuggire verso Genova, braccato dalle truppe austriache e con il cuore ancora colmo di dolore per la perdita della compagna Anita, morta pochi giorni prima. Dopo aver attraversato l’Appennino e la Toscana, scortato da un gruppo di patrioti che di tappa in tappa lo accompagnarono da Firenze fino a Scarlino, l’eroe dei due mondi trovò proprio nei boschi della Bandita l’ultimo rifugio prima di lasciare la penisola insieme al fedele comandante Leggero. Ancora oggi, poco prima di arrivare alla cala, un piccolo monumento ricorda quell’episodio e i patrioti che aiutarono Garibaldi in quei giorni concitati.

Cala Martina si può raggiungere solo a piedi e in bicicletta. Il modo migliore per farlo è percorrere il sentiero che parte dal porto del Puntone di Scarlino, raggiunge Punta Francese, scende al monumento a Garibaldi e quindi conduce alla bella spiaggia sassosa. L’intero percorso misura circa tre chilometri di continui saliscendi in una zona costiera che alterna tratti immersi nel bosco a magnifici panorami sulla costa e verso occidente, peraltro con la possibilità di scorgere la sagoma dell’isola d’Elba all’orizzonte.

Cala Civette

Più a sud di Cala Violina, invece, sorge Cala Civette. È separata dalla spiaggia vicina dal promontorio di Punta Le Canne e delimitata a sud dalla foce del fiume Alma, poco prima che la costa lasci il posto alla lunga distesa sabbiosa che caratterizza Punta Ala. Su un tornito promontorio sopra la foce del fiume sorge Torre Civette, antico edificio a scopo di avvistamento oggi trasformato in dimora privata, ma che con la sua sagoma bianca domina la spiaggia in maniera scenografica.

Come Cala Martina, anche questa spiaggia è ad accesso libero, raggiungibile a piedi seguendo la rete sentieristica che collega le tre cale delle Costiere di Scarlino, la sotto-area protetta delle Bandite che si cura della conservazione del litorale. Per arrivare a Cala Civette si percorre in auto la strada vicinale di Pian d’Alma, la si lascia in un apposito, piccolo parcheggio a pagamento e si imbocca il sentiero che la raggiunge. Il percorso misura circa due chilometri e mezzo, con una buona dose di salita. La fatica viene ricompensata subito prima del breve, ripido tratto di discesa in spiaggia, quando ci si affaccia dal promontorio settentrionale che chiude la cala e la si può ammirare dall’alto in tutta la sua bellezza.

Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Lorenzo Calamai
Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Civette è probabilmente la meno frequentata delle spiagge delle Bandite di Scarlino: una grande lingua di sabbia dorata alle cui spalle sorge una fitta pineta, chiusa da due promontori rocciosi. Il mare qui è spesso calmo, la risacca coccola con il suo rumore bianco chi vi si avventura, lo sguardo si perde verso l’orizzonte azzurro in cui mare e cielo si fondono in una cosa sola.

Baia Santa Margherita, tante calette nascoste e mare selvaggio a San Vito Lo Capo

In Sicilia, la Riserva dello Zingaro è una delle destinazioni di mare più gettonate sul lato nord-occidentale dell’isola, una zona selvaggia e paradisiaca che unisce splendide spiagge a un’atmosfera selvaggia, con pochi servizi e una minima antropizzazione. Non altrettante persone sanno che dall’altro lato dello stesso promontorio, quello che si estende verso nord e ha per punta la cittadina di San Vito Lo Capo, c’è un’altra area di splendide calette, mare cristallino e selvaggio: è Baia Santa Margherita, che si apre tra il massiccio del Monte Cofano e Macari, a nord di Trapani.

Baia Santa Margherita consiste in un susseguirsi di calette, perlopiù sassose, qualche spiaggetta dorata, insenature e scogli, lungo un’area di un paio di chilometri lungo la costa. È un’alternativa ideale per chi ama il mare stupendo di questa zona della Sicilia e al contempo un contesto selvaggio, senza bisogno di troppi agi. In più, qui si può fare snorkeling vicino alla costa e si ha un ulteriore valore aggiunto: l’esposizione a ovest permette di godere di un tramonto sul mare spettacolare e infuocato. Rimanere fin oltre il calar del sole è praticamente un obbligo.

Dove si trova e come arrivarci

Baia Santa Margherita si trova nel comune di San Vito Lo Capo. Ci si arriva facilmente percorrendo la strada provinciale 16 nel tratto tra la cittadina e Castelluzzo. La strada, peraltro, è ad alto tasso di spettacolo: nei pressi di Baia Santa Margherita è un lungo rettilineo che permette di abbracciare con lo sguardo il mare cristallino, con il Monte Cofano che si erge sullo sfondo. Poi, vicino al paese di Macari, la strada si alza dal livello del mare e si aprono viste panoramiche ancor più belle.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La strada nei pressi di Macari

Una volta arrivati, si può lasciare l’auto in uno dei due grandi parcheggi, quello di Macari e quello di Castelluzzo, che fungono da punto di partenza per l’esplorazione della costa, rigorosamente a piedi o, per chi volesse, con un trenino navetta turistico.

Chi non ha l’auto può contare sulla linea di autobus Trapani-San Vito Lo Capo, con fermata proprio a Macari, e poi affidarsi a una bella passeggiata lungo i sentieri che costeggiano le calette di Baia Santa Margherita. La zona di Baia Santa Margherita è anche molto gettonata dai ciclisti, sfruttando il percorso lungo la costa che collega la Riserva naturale del Monte Cofano a San Vito Lo Capo.

Le calette di Baia Santa Margherita

La zona di Baia Santa Margherita ha un carattere selvaggio e aspro. Qui la natura colpisce per la sua bellezza, ma è una bellezza brutale, quasi violenta. Non ci sono alberi in vista, il poco verde che si può individuare è sulle colline alle spalle del mare, in particolare verso il Monte Cofano. La lingua di pianura dove sorgono la baia e le sue cale, invece, è una terra riarsa, che in estate si tinge di giallo e di ocra, sia per la vegetazione che progressivamente si secca, sia per il colore tipico della roccia degli scogli sulla costa. Il paesaggio è nudo, svestito. Il sole cala a picco e esalta i colori, li satura all’estremo, aiutato dal contrasto fra terra e mare, qui cristallino a tratti e poi blu intenso.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La vista verso il Monte Cofano

Parcheggiando dal lato di Macari, quello più vicino a San Vito Lo Capo, la prima spiaggia che si incontra è quella di Santa Margherita, che dà il nome a questo tratto di costa. È una vera e propria spiaggetta, con sabbia di un giallo intenso e fondali bassi, ideali anche per i più piccoli. In più è l’unica zona dove si trova anche un piccolo lido, con ombrelloni e servizi. Non manca però la possibilità di avventurarsi tra le rocce e trovare il proprio piccolo accesso al mare, ad esempio nei pressi del piccolo bunker, residuato bellico poco a nord della spiaggia, ai cui lati si aprono due splendide calette.

Proseguendo lungo il litorale verso sud, invece, si incontrano altri tratti decisamente rocciosi e selvaggi, dove la sabbia lascia spazio a scogli e piccole insenature quasi private. Le calette hanno nomi evocativi in dialetto siciliano come Scaru Brucia, ‘a Chianca, Scaru Zu Asparu e Cala Calazza, quest’ultima gettonata perché è una piccola lingua di sabbia bagnata da un mare basso e cristallino. Ma al di là di nomi e collocazioni tutto il tratto di Baia Santa Margherita merita di essere esplorato e battuto centimetro per centimetro per trovare il proprio angolo vicino al mare.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Baia Santa Margherita è piena di piccole calette

Chi ama camminare può spingersi oltre: poco a ovest si apre la Riserva Naturale di Monte Cofano, con sentieri che corrono a picco sul mare regalando scorci di bellezza stordente.

Cala Isolidda a Macari

A pochi minuti da Baia Santa Margherita, seguendo la linea della costa sotto il paese di Macari, si aprono altre piccole spiaggette che meritano una visita e che hanno il loro fascino aspro e selvaggio tanto quanto le prime. Tra queste spicca Cala Isolidda, ovvero isoletta in siciliano.

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Lorenzo Calamai
Cala Isolidda e il suo mare cristallino

Il nome deriva dal caratteristico scoglio che emerge dalle acque proprio di fronte alla caletta. La piccola caletta è dominata dall’omonima Torre dell’Isolidda, costruzione cinquecentesca parte dell’antico sistema difensivo costiero contro le incursioni corsare. Una silhouette bianca che aggiunge un fascino ulteriore al paesaggio, così scarno. Un piccolo promontorio centrale separa due calette, entrambe rivolte verso l’isolotto.

La spiaggia è composta da sassi bianchi e piccoli, circondata dagli scogli. I resti di alcune costruzioni di pescatori permangono sulla spiaggia. Vicino si trova anche la cosiddetta Cala del Bue Marino, piccola spiaggia sassosa orientata verso il Monte Cofano, che abbellisce il panorama. Un sentiero accompagna chi ama camminare da Cala Isolidda al Bue Marino, proseguendo poi fino a Baia Santa Margherita. La zona è anche molto amata dai ciclisti, che possono pedalare senza pericoli su e giù lungo questa scenografica linea di costa.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Segnavia CAI nei pressi di Cala Isolidda

In una Sicilia sempre più attrezzata, antropizzata e pervasa di comodità superflue, una zona selvaggia e tutto sommato intatta come quella di Baia Santa Margherita e di Cala Isolidda rappresenta un’isola felice per godere il mare in tutta la propria bellezza naturale. Una bellezza, peraltro, che si tinge di colori unici e panorami rari, come solo quest’angolo della Trinacria riesce a offrire.

Umbria, quattro escursioni alla ricerca di fresche cascate nascoste

Come ogni buon cacciatore di cascate vi saprebbe dire, andare alla ricerca di bei salti d’acqua è un’attività estiva che coniuga due desideri: l’ammirazione della bellezza della natura in una delle sue espressioni più selvagge e deliziarsi del fresco che si gode.

L’Umbria non è una delle regioni italiane più conosciute per i propri corsi d’acqua o per il wild swimming, ma custodisce alcuni preziosi luoghi, particolarmente poco conosciuti e frequentati, che meritano una maggiore attenzione e sanno regalare momenti estivi di grande emozione.

Cascate de Le Ferce

Passata Nocera Umbra in direzione Marche, verso Pioraco, si raggiunge la piccola frazione di Aggi, poche case fra i fitti boschi dell’Appennino umbro-marchigiano.

Qui si trovano le cascate del fiume Topino, più note come Cascate de Le Ferce. Si tratta di una serie di salti nascosti nel bosco, dalle caratteristiche geomorfologiche rare, e per questo ognuno diverso dall’altro, con un percorso di trekking breve che permette di visitarle tutte una dopo l’altra.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Una delle cinque Cascate de Le Ferce

A rendere particolare il paesaggio è il tufo, la gialla roccia friabile che caratterizza questa zona. A corredo, un bosco lussureggiante e verdissimo, così verde da dare l’impressione di essere finiti in una foresta equatoriale.

Le Cascate de Le Ferce sono cinque, ognuna con le sue caratteristiche specifiche: il salto più a valle dimostra immediatamente la purezza cristallina delle acque del Topino nella piccola polla celeste che si forma ai suoi piedi; la seconda cascata è caratterizzata da uno splendido e contorto albero che si sporge a ombreggiarla; risalendo ancora, la terza cascata accoglie i visitatori in cerca di una bella spiaggetta e magari di un bagno, avendo una polla un po’ più ampia alla base; la quarta cascata in ordine di risalita è costituita da un elegante scivolo; l’ultima, quella più a monte, è la più incredibile, un doppio salto dove l’acqua ha scavato letteralmente un buco nella roccia, un tunnel naturale attorno a una formazione geologica stupefacente.

Cascate dell’Altolina

Tra Belfiore e Pale, due piccoli borghi non lontano da Foligno, ci sono pochi chilometri in linea d’aria. Tuttavia, una rupe boscosa li separa, con il primo a valle e il secondo in vetta a un colle. Al riparo delle fronde di lecci e carpini scorre il fiume Menotre, che impetuoso si getta nella valle sottostante e prosegue la sua corsa fino a Scanzano, dove si unisce al Topino.

Qui, il corso d’acqua crea una serie di belle e potenti cascate: le Cascate dell’Altolina. Possono essere ammirate percorrendo il sentiero lungo circa un chilometro e mezzo che parte dalla base della rupe, poco fuori Belfiore, e sale fino a Pale.

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Lorenzo Calamai
Il cosiddetto Velo della Sposa

Il sentiero sale piuttosto verticale, ma è un piacere fermarsi ad ogni occasione per ammirare le diverse cascate che lo punteggiano, a partire dal cosiddetto Velo della Sposa, salto così chiamato per la caratteristica forma intrecciata con cui l’acqua accarezza la roccia nella discesa. Ulteriori elementi di interesse per compiere questa breve escursione nella natura è il fatto che il sentiero corre lungo una parte dell’antica via Plestina, la strada romana che univa Roma alla città umbra di Plestia, posta a 99 miglia da Roma e misteriosamente scomparsa nel X secolo, forse a causa delle invasioni barbariche.

Pale, inoltre, è un bel borgo di stampo medievale da cui si può raggiungere a piedi, con un’altra breve camminata, l’Eremo di Santa Maria Giacobbe, un edificio spettacolarmente incastonato al riparo di una falesia di roccia ocra dal quale si gode di una vista ampissima sulla pianura sottostante.

Cascate del Vertola

Un tempo nei pressi di San Giustino, in provincia di Perugia e al confine con la Toscana, si trovava la Repubblica Libera di Cospaia. Nel 1441 papa Eugenio IV, occupato dalle vicende del Concilio di Basilea, scelse di cedere il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze. Tuttavia, i cartografi incaricati di delimitare i nuovi confini ufficiali commisero un clamoroso errore: lasciarono una piccola striscia di territorio, un totale di 330 ettari, fuori dai documenti papali. E così, Cospaia divenne terra di nessuno. I locali ne approfittarono immediatamente e dichiararono l’indipendenza e solo qualche anno dopo venne formalmente riconosciuta la Repubblica di Cospaia, un microstato incastrato tra due potenze in mezzo all’Italia con una forma di governo pressoché unica: la sovranità risiedeva nei cittadini tutti, non vi erano esercito né carceri, e le decisioni erano prese in assemblea da un Consiglio degli Anziani composto dai capifamiglia locali.

Cospaia rimase libera per quattro secoli, un errore della Storia che divenne un ricettacolo di contrabbandieri, gente che voleva sparire dalla circolazione, e amanti di un certo grado di libertà.

Oggi Cospaia è una piccola frazione di San Giustino che si attraversa per raggiungere la frazione di Corposano, da cui prende le mosse il sentiero 101A del CAI, che risale il corso del torrente Vertola fino ad arrivare alle omonime Cascate, una breve serie di scenografici salti nel cuore della campagna umbra, in una zona poco frequentata adatta agli amanti dei luoghi un po’ sperduti e nascosti nella natura.

Il percorso per raggiungere le cascate è lungo circa tre chilometri e si compie in poco meno di un’ora. La cascata è solo parzialmente visibile dal sentiero, e per godere della sua bellezza selvaggia conviene scendere ai suoi piedi. Per farlo, bisogna portarsi a monte della cascata, abbandonare il sentiero seguendo una traccia sulla sinistra, guadare il torrente e scendere verso il suo letto.

Cascata de Lu Cugnuntu

Casali Belforte conta forse dieci case, non lontano dallo splendido borgo medievale di Cerreto di Spoleto, nel comune di Preci, provincia di Perugia. Una volta superata la frazione in direzione Marche (il confine è molto vicino) si trova una piccola chiesa, San Lazzaro in Valloncello, a cui è accorpato un antico lebbrosario voluto, secondo la tradizione, da San Francesco d’Assisi in persona.

Da qui parte una bella camminata di media difficoltà, data dalla necessità di camminare per parte dell’itinerario nel letto del fosso Acquastrino, il piccolo corso d’acqua che anima la Cascata de Lu Cugnuntu, bella destinazione finale dell’escursione.

Il bel percorso si snoda attraverso pascoli curati e un bosco rado, per poi inoltrarsi in una zona più rocciosa, selvaggia e lussureggiante quando si è costretti a risalire il torrente dentro il suo letto, di sasso in sasso. Qui la frescura, combinata all’umidità, fa ben presto dimenticare il gran caldo dei mesi estivi.

Per arrivare al cospetto della Cascata de Lu Cugnuntu serve circa un’ora di camminata. Il nome in dialetto umbro del salto si traduce in italiano con congiunto, perché è generato dall’unione tra il fosso del Valloncello e quello dell’Acquastrino. Questo binomio ha realizzato una meravigliosa cascata naturale in un antro roccioso spettacolare: gli ultimi passi sono i più emozionanti dell’escursione.

Le migliori mete italiane per ammirare le stelle cadenti ad agosto, lontano dalle luci

Le stelle cadenti sono un fenomeno scientifico, con attorno un’aura di magia. La riassume bene quella citazione di Albert Camus, rispolverata ad ogni notte di San Lorenzo, tratta dal suo racconto Ritorno a Tipasa: “A volte, di notte, dormivo con gli occhi aperti sotto un cielo gocciolante di stelle. Vivevo, allora”. L’immagine del costante brillare di una scia luminosa nella volta celeste agostana è emozionante, ma al tempo stesso perfettamente calzante con la spiegazione astronomica: ogni anno, tra la metà di luglio e la fine di agosto, il pianeta Terra si trova ad attraversare lo sciame meteorico delle Perseidi, generato dai detriti della cometa Swift-Tuttle. Raggiunge il suo picco nella notte tra il 12 e il 13 agosto, quando il numero di meteore visibili può arrivare anche a novanta l’ora, a patto di trovarsi in un luogo privo di inquinamento luminoso.

Perché, alla fine, è proprio questo il punto: la magia delle stelle cadenti è tale soprattutto se la si gode lontano dall’inquinamento luminoso dei territori antropizzati, in quota o in territori che hanno scelto di proteggere il proprio buio come una risorsa. In Italia, per fortuna, non mancano luoghi ideali per approfittare di tali condizioni.

Nus, Valle d’Aosta

A oltre 1600 metri di quota, sopra il comune di Nus, il Vallone di Saint Barthelemy beneficia di una condizione di isolamento luminoso che lo contrappone alla valle centrale valdostana, regalando uno dei cieli più bui e limpidi d’Europa.

Non è un caso che qui sorga, dal 2003, l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, affiancato dal Planetario di Lignan: la struttura è stata la prima in Italia a ottenere la certificazione internazionale Starlight, riconoscimento assegnato dalla Fundacion Starlight, organizzazione spagnola legata all’Istituto di Astrofisica delle Canarie e riconosciuta dall’UNESCO, che premia i territori che tutelano la qualità del proprio cielo notturno.

Splendido luogo naturalistico, gettonato in estate per l’escursionismo e le uscite in mountain bike, il Vallone di Saint Barthelemy è l’ideale per chi va a caccia anche di esperienze notturne a contatto con la natura, ma anche seguendo le numerose iniziative di divulgazione scientifica tra planetario e osservatorio.

Campo Imperatore, Abruzzo

Lo chiamano il piccolo Tibet d’Abruzzo: l’altopiano di Campo Imperatore, il più esteso d’Italia, con uno dei cieli meno inquinati d’Europa.

Alla sua estremità sud-orientale, a circa 1600 metri di altitudine, si trova Fonte Vetica, una delle zone più amate dagli astrofili proprio per la pulizia del cielo e la possibilità di distinguere a occhio nudo stelle non percepibili altrove.

Fonte Vetica è oggi il punto di riferimento ideale per chi vuole osservare le Perseidi tra le cime del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il grande pianoro alle pendici del Monte Camicia è infatti facilmente raggiungibile in auto, e da qui poi si può prendere le mosse per trovare il luogo più congeniale ai propri desideri. Molte associazioni locali, guide escursionistiche e gruppi turistici organizzano escursioni notturne guidate ed eventi di osservazione del cielo nel periodo delle stelle cadenti, ad agosto.

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Cielo d’agosto tra le vette del Gran Sasso

Isnello, Sicilia

Nel pieno delle Madonie, le montagne più alte della Sicilia dopo l’Etna, il piccolo borgo di Isnello ospita dal 2016 il GAL Hassin, Centro Internazionale per le Scienze Astronomiche, il cui nome unisce le prime lettere di galassia alla parola araba da cui deriva, secondo alcuni, il nome della cittadina, hassin, ovvero fiume freddo.

La stazione di osservazione del centro è, a 1865 metri sul livello del mare, la più alta d’Italia. Il centro, inoltre, è entrato a far parte della rete mondiale di osservatori riconosciuti dalla International Astronomical Union e ha ricevuto dal Minor Planet Center un codice identificativo assegnato solo ai centri più affidabili per lo studio dei corpi minori del Sistema Solare.

Attorno a Isnello, il Parco delle Madonie regala di giorno sentieri di trekking tra boschi incontaminati e affascinanti borghi in pietra. Come un supereroe dei fumetti, di notte si trasforma in un luogo ideale per ammirare le Perseidi. Questa caratteristica è valsa a Isnello e al Gal Hassin il riconoscimento di Parco stellare (Stellar park) della Fundacion Starlight.

Allai, Sardegna

Il piccolo abitato di Allai, in provincia di Oristano, è un affascinante borgo di appena trecento abitanti dell’entroterra sardo, che è stato capace di fare della propria marginalità geografica un punto di forza.

A giugno del 2026, infatti, è diventato il primo comune italiano a ricevere la certificazione internazionale di Starlight Village, rilasciata dalla Fundacion Starlight. La certificazione riconosce “le piccole cittadine che cercano di diversificare la propria economia attraverso lo sviluppo dell’astroturismo, con l’obiettivo di favorire una crescita economica sostenibile del territorio e prevenire lo spopolamento.”

Il percorso per ottenere il riconoscimento è durato quattro anni, durante i quali l’amministrazione ha ridisegnato l’illuminazione pubblica per limitare la dispersione della luce verso l’alto, senza rinunciare alla sicurezza. Nel paese, inoltre, sono stati allestiti punti di osservazione dedicati, con panchine e mappe del cielo a disposizione dei visitatori, mentre il CIMA, Civico Museo di Allai, organizza eventi, incontri divulgativi e osservazioni guidate.

Passo del Fargno, Marche

Mille e ottocentoventi metri di altitudine, aria fresca e pura, natura incontaminata. Gli ingredienti di una giornata al Passo del Fargno, tra le vette dei Monti Sibillini, nelle Marche. Una giornata che può concludersi con uno spettacolare cielo stellato pronto a donare emozioni a bizzeffe grazie al suo isolamento luminoso, perfetto per godersi le stelle cadenti d’agosto.

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Uno stellato spettacolare sopra i Monti Sibillini, nella zona di Castelluccio di Norcia

Qui si trova il Rifugio del Fargno che, tra i rifugi gestiti delle Marche, è quello posto più in alto, protetto dall’inquinamento luminoso della costa adriatica grazie alla sua posizione incassata tra le montagne. Presso la struttura vengono spesso organizzate escursioni guidate notturne ed eventi legati all’osservazione del cielo notturno estivo. La si può raggiungere con una bella escursione a piedi tra boschi, pascoli e splendidi panorami sulle cime verdi e brulle dei Sibillini.

Altopiano di Asiago, Veneto

Conosciuto anche come Altopiano dei Sette Comuni, l’Altopiano di Asiago ospita in località Pennar l’Osservatorio Astrofisico, fondato nel 1942 dall’Università di Padova per celebrare il terzo centenario della morte di Galileo Galilei.

Insieme alla sede distaccata di Cima Ekar, dove si trova il telescopio ottico più grande d’Italia, costituisce oggi il principale centro di ricerca astronomica ottica del Paese, scelto all’epoca proprio per la limpidezza del cielo di queste montagne.

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Si vedono più stelle cadenti lontano dalle luci e dall’inquinamento luminoso

Oltre a essere quindi un centro scientifico di primo livello e una destinazione turistica montana assai gettonata, da alcuni anni l’altopiano ha investito anche sull’astroturismo. Vi si possono trovare infatti piazzole attrezzate per l’osservazione del cielo e un Sentiero dei Pianeti, un percorso di otto chilometri che sale dal piazzale del palazzetto del ghiaccio di Asiago fino all’osservatorio di Pennar. Lungo il sentiero, percorribile in un paio d’ore e alla portata di tutti, si trova una fedele riproduzione dell’intero Sistema Solare, in scala 1:1.000.000.000. Ovvero, per riportare praticamente il dato, a ogni metro percorso a piedi equivale un milione di chilometri nello spazio profondo. Si incontrano sul sentiero anche i pianeti, posizionati rispettando la medesima scala.

Le grotte più belle d’Italia dove rifugiarsi dal caldo d’agosto

L’estate italiana si dimostra impegnativa, tra caldo, afa e il ripetersi delle ondate di calore che portano i termometri a non abbassarsi neanche di notte. Ci sono molteplici modi per tentare di sfuggire alla canicola, ma uno dei più interessanti, sottovalutati e affascinanti è rappresentato dalla scoperta del mondo sotterraneo: sotto i nostri piedi, nascosto nella roccia di Appennini e Alpi, esiste infatti un universo alternativo fresco e silenzioso, dove la temperatura non cambia mai, che sia gennaio o il ferragosto più torrido. Una specie di Sottosopra che ricorda Stranger Things, ma senza mostri infernali, strane nubi e inquietanti lampi rossastri.

Anzi, nelle grotte turistiche italiane, cavità ipogee scavate in milioni di anni da acqua e tempo, ci si avventura in un mondo sì bizzarro, ma anche tremendamente attraente. Tra passerelle, illuminazione e guide esperte ci si avventura tra stalattiti, stalagmiti e saloni sotterranei che sembrano edifici progettati da architetti folli. Un’escursione in grotta, insomma, unisce un certo grado di sollievo climatico alla meraviglia geologica e naturale, oltre che, in alcuni casi, storica: molte di queste cavità custodiscono resti preistorici, laghi sotterranei e concrezioni che si sono formate goccia dopo goccia nel corso di ere geologiche.

Grotte di Frasassi

Senza dubbio, le Grotte di Frasassi sono il più famoso complesso presente in Italia. Il motivo è presto detto: sono considerate il più grande complesso ipogeo d’Europa, con oltre venti chilometri di cavità scoperte solo nel 1971. Si trovano nel comune di Genga, nelle Marche, tra i rilievi appenninici e la valle del fiume Sentino.

Ogni anno sono visitate da un gran numero di persone. Il percorso turistico classico, compiuto dalla maggior parte dei visitatori, è lungo circa un chilometro e mezzo e si percorre in poco più di un’ora, seguendo le spiegazioni e il racconto di una guida dedicata. Qui la temperatura è costante: 14 gradi, con un’umidità che sfiora il 100%.

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Lo spettacolo del sottosuolo alle Grotte di Frasassi

La visita si apre con la Sala Abisso Ancona, un ambiente talmente vasto da poter contenere, secondo le stime, il Duomo di Milano: 180 metri di lunghezza, 120 di larghezza e 200 di altezza, dominati dalle imponenti stalagmiti dette i Giganti. Si tratta di uno degli ambienti chiave del percorso, una vera e propria cattedrale sotterranea. Altri luoghi della visita sono la Sala 200, il Grand Canyon (una fossa solcata dalle acque del fiume Sentino), le sottili Canne d’Organo e la Sala delle Candeline, fino alla suggestiva Sala dell’Infinito, detta anche Sala dei Pagliai perché caratterizzata da grandi stalagmiti coniche, che ricordano quasi dei covoni di fieno.

Se si prenota in anticipo, si possono scegliere anche i percorsi più lunghi, chiamati Azzurro e Rosso, lunghi rispettivamente due e tre ore: una visita più impegnativa alle Grotte di Frasassi, ma che porta a una maggiore consapevolezza e a una scoperta più completa di questo sensazionale complesso.

Grotte di Castellana

Castellana, 40 chilometri da Bari, entroterra pugliese: quell’apertura nel terreno che era sempre stata utilizzata come una sorta di discarica naturale sarebbe diventata qualcosa di più a partire dal lontano 23 gennaio 1938. Lo speleologo Franco Anelli si calò nell’inghiottitoio, andando alla scoperta di quello che sarebbe poi divenuto noto come uno dei sistemi carsici più spettacolari d’Europa.

Oggi le Grotte di Castellana sono celebri e frequentate, una delle più gettonate attrazioni alternative al mare della Puglia. La loro grande bellezza ne è ovviamente la ragione, ma il fatto che la temperatura interna sia stabilmente tra i 14 e i 18 gradi, contro una superficie che in estate fa misurare costantemente temperature diurne superiori ai 30 gradi, sicuramente è un ulteriore incentivo.

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Una delle sale delle Grotte di Castellana

La visita del complesso parte sempre dalla Grave, la prima e più ampia caverna, alta una sessantina di metri e unico punto del percorso in cui filtra la luce naturale attraverso un’apertura sulla volta. Era questa la grotta in cui si calò Anelli alla fine degli Anni Trenta. Da qui, i visitatori possono scegliere tra un itinerario breve, lungo un chilometro e della durata di circa 50 minuti, oppure il percorso completo, che si estende per tre chilometri e impegna circa due ore, attraversando caverne dai nomi evocativi come la Civetta, il Precipizio e il Corridoio del Deserto. Il gran finale è la Grotta Bianca, l’ultima e più celebre cavità del sistema, ricoperta da concrezioni di alabastro talmente candide da essere definite tra le più splendenti al mondo.

Grotta Gigante

Nomen omen, dicevano gli antichi. E infatti non c’è nome più didascalico di Grotta Gigante per descrivere la grotta turistica con la sala naturale più grande al mondo. Una cavità enorme, posta al confine tra Italia e Slovenia, nel Carso triestino. Si trova, per l’esattezza, a Sgonico, poco a nord del capoluogo giuliano.

La caverna principale misura infatti 98,5 metri di altezza, 167,6 di lunghezza e 76,3 di larghezza, per un volume di circa 365mila metri cubi: abbastanza, secondo i calcoli, da contenere l’intera Basilica di San Pietro. Già dai primi del Novecento, la Grotta Gigante è stata oggetto di frequentazione turistica, mentre l’esplorazione risale addirittura al 1840.

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Le stalagmiti della Grotta Gigante raggiungono dimensioni enormi

Il percorso turistico odierno si snoda per 850 metri e si scende fino a circa 100 metri di profondità nel sottosuolo, lungo una impegnativa scalinata composta di 500 gradini protetti da ringhiere e superfici antiscivolo, per poi risalire attraverso il sentiero panoramico “Carlo Finocchiaro” fino a un belvedere sospeso a 95 metri di altezza sulla caverna principale. La temperatura interna resta fissa a 11 gradi tutto l’anno.

Eccezionali le formazioni stalagmitiche, che hanno raggiunto grandissime altezze, come nei casi della Colonna Ruggero e della Palma. D’altra parte, le origini del complesso ipogeo si fanno risalire a circa dieci milioni di anni fa. La grotta, oltre che essere meta turistica, è anche un laboratorio scientifico attivo: ospita infatti i pendoli geodetici più lunghi al mondo, utilizzati per monitorare i movimenti della crosta terrestre.

Grotte di Toirano

Quando si diceva, in apertura, che all’interno delle grotte si possono trovare tracce della storia e non solo della bellezza della natura, le Grotte di Toirano erano il riferimento principale dell’allusione. In questo complesso, tra il 1950 e gli anni successivi, sono stati ritrovati numerosi resti dell’orso delle caverne (Ursus spelaeus), che per millenni vi trovava rifugio durante il letargo, testimoniato da ossa, impronte di zampe e graffi sulle pareti. Ma non solo: nella grotta nota come Corridoio delle Impronte sono rimaste impresse nell’argilla le tracce lasciate dall’uomo preistorico circa 12mila anni fa: orme di piedi, mani e ginocchia che permettono di immaginare il passaggio dei nostri antenati in questi stessi cunicoli.

La Grotta delle Basura e il Corridoio delle Impronte sono le due sale più interessanti del percorso, ma l’itinerario turistico permette anche di esplorare il Cimitero degli Orsi, un vasto deposito di ossa risalenti fino a 27mila anni fa, e l’Antro di Cibele, unico al mondo per le sue concrezioni. L’intero percorso visitabile è lungo circa 1300 metri, si affronta in poco più di un’ora con una visita guidata. All’interno delle grotte la temperatura è costantemente a 16 gradi.

Le Grotte di Toirano si trovano nei pressi dell’omonima cittadina, nell’entroterra ligure, in Liguria, sui colli alle spalle di Loano e Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona.

Grotta del Vento

La Grotta del Vento si trova nei pressi di Fornovolasco, piccolo borgo montano della Garfagnana, nel nord della Toscana, all’ombra delle cime delle Alpi Apuane. Si chiama così per via delle forti correnti d’aria che la attraversano, generate dalla differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno: un fenomeno che si può letteralmente sentire non appena varcata la porta d’ingresso, con raffiche che secondo le rilevazioni possono superare i 40 km/h.

All’interno la temperatura è piuttosto fredda, sotto gli 11 gradi (per la precisione, resta stabile sui 10,7 gradi tutto l’anno), ma al tempo stesso con un tasso di umidità che sfiora il 99%.

Comodità fondamentale della Grotta del Vento è la possibilità di scegliere tra tre itinerari guidati di lunghezza e durata crescente, da uno a tre ore, che permettono di calibrare la visita in base al tempo e alla curiosità di ciascuno. Il primo, più breve, attraversa corridoi stretti e laghetti cristallizzati ricchi di stalattiti e stalagmiti ancora in fase di crescita; il secondo scende nel Baratro dei Giganti fino a raggiungere un piccolo fiume sotterraneo e la suggestiva Sala delle Voci, dove l’acustica particolare crea effetti sorprendenti; il terzo, il più completo, si spinge fino ai tratti più profondi del sistema carsico, esplorato a partire dalla fine dell’Ottocento e ancora oggetto di studio da parte degli speleologi. Si visita, infatti, un profondo pozzo di 90 metri, perfettamente verticale, che viene quindi risalito fino a raggiungere un vasto salone caratterizzato da bellissime concrezioni e, immediatamente dopo, un breve canyon sotterraneo.

Toscana, un castello nascosto e una spiaggia segreta: l’escursione sulle rive del fiume Merse

Chiusdino, Monticiano, Sovicille. Nomi che ai più possono dire poco: sono piccoli borghi che punteggiano la Val di Merse, un bell’angolo della provincia di Siena, nel sud della Toscana. Morbide colline, fitti boschi e alcuni corsi d’acqua che scorrono, sinuosi e silenziosi, tra una curva e l’altra del territorio.

Qui, tra le bellezze di Siena, le Colline Metallifere e le prime propaggini della Maremma, il fiume Merse, piccolo affluente dell’Ombrone, è lo scenario di una bella e poco frequentata escursione, un cammino nel verde che porta prima a un antico castello dimenticato, con un nome che è già di per sé un racconto, e poi, sulla via del ritorno, a una spiaggia d’acqua dolce che d’estate diventa una meravigliosa oasi di frescura assolutamente da non perdere.

Grecia, Monte Olimpo: sulla cima della montagna del mito

Sono passati quasi tremila anni, eppure certe cose non passano mai di moda. Sarà per quello che ci insegnano a scuola, sarà perché è la culla della nostra cultura, sarà perché, in fondo, è una saga fantasy pazzesca, ma la mitologia greca ha ancora e avrà sempre una presa fortissima sull’immaginario collettivo italiano e non solo. Una presa che si riflette anche sulle nostre vite, sulle nostre vacanze e sui nostri viaggi, vista anche la viralità raggiunta sui social dai contenuti dedicati al Monte Olimpo, la montagna sacra agli dei omerici.

Col suo costante cappello di nembi bianchi, il grande rilievo ha rappresentato la soglia oltre la quale, per gli antichi, cominciava il regno degli dei. Oggi quel regno è la meta e l’ambizione degli escursionisti che si avventurano nel paradisiaco Parco del Monte Olimpo, che si alza dalla pianura della Macedonia fino a superare i 2900 metri di quota. Non serve essere un semidio per raggiungerne la cima, anzi le cime, visto che sono tre. Bastano, infatti, gambe allenate, scarponi robusti e la voglia di scoprire una natura selvaggia e incontaminata.

Monte Olimpo: lontano dal mito, le caratteristiche geografiche

Al netto delle leggende, il Monte Olimpo è, prima di tutto, un massiccio imponente, che si staglia sullo sfondo del Golfo Termaico, a poca distanza dalla costa sul mar Egeo, nel nord della Grecia contemporanea. Questa vicinanza al mare è parte del suo fascino: in meno di due ore, sui suoi sentieri, si passa dal profumo salmastro dell’Egeo al freddo pungente delle quote più alte, dove la neve può resistere fino a tarda primavera.

Con i suoi 2918 metri, la vetta di Mytikas è il punto più alto non solo della montagna, ma di tutta la Grecia. Non è però un rilievo isolato: l’Olimpo è un massiccio che comprende oltre cinquanta punte sopra i duemila metri, profonde gole e una grande biodiversità. Tra le vette più note, oltre a Mytikas, ci sono Skolio (2911 metri di altitudine), Skala (2882) e Stefani (2909), quest’ultima conosciuta anche come Trono di Zeus per la sua forma particolare, la quale ricorda, in effetti, un seggio naturale scolpito nella roccia.

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La roccia nuda delle vette più alte dell’Olimpo

A tutelare questo contesto più unico che raro, tra punte aguzze, valli, depressioni, fiumi e cascate è il Parco Nazionale del Monte Olimpo: nel 1938 è stato il primo parco nazionale istituito in Grecia, un riconoscimento arrivato per proteggere i boschi di pino nero, le faggete secolari e una fauna che include camosci, volpi, ma anche numerose specie rapaci, tra le quali l’eccezionale aquila reale. Non stupisce che l’UNESCO lo abbia inserito tra le riserve della biosfera già nel 1981, a simboleggiare ancora una volta quanto sia prezioso questo ecosistema tanto ricco quanto fragile, dove la macchia mediterranea delle quote più basse lascia gradualmente spazio a una vegetazione alpina, fino alla roccia nuda delle vette.

Il punto di partenza più utilizzato per esplorare la montagna è Litochoro, un grazioso paese ai piedi del massiccio: da qui si dipartono la maggior parte dei sentieri che risalgono verso le cime.

I sentieri per arrivare sulle tre cime del Monte Olimpo

Chi sogna di mettere piede sulla vetta più alta della Grecia deve mettere in conto un’escursione di almeno due giorni, con pernottamento in uno dei rifugi di montagna. Il percorso più classico, e anche il più frequentato, segue le tracce del sentiero E4, ovvero l’European Long Distance Path 4, il grande cammino che unisce Tarifa, in Spagna, a Cipro, e che qui sale per l’appunto fino alle vette dell’Olimpo.

Lo si può affrontare partendo come detto da Litochoro. È però raccomandabile, per accorciare i tempi, partire dalla località di Prionia, raggiungibile in auto lungo una strada sterrata, guadagnando così già circa 800 metri di elevazione e risparmiando circa 9 chilometri di percorso.

Prionia è l’ultima località raggiungibile in auto ai piedi dell’Olimpo ed è sostanzialmente il campo base da cui partono le escursioni sul monte. Da qui il sentiero si inoltra tra faggi, pini neri e maestosi esemplari di pino bosniaco, alberi capaci di attecchire anche nelle condizioni più estreme di alta quota.

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Le vette più alte dell’Olimpo sono spesso circondate da nubi

L’obiettivo è raggiungere, dopo tre o quattro ore di dura ascesa, il rifugio Spilios Agapitos, a 2100 metri di altitudine. Si tratta del punto d’appoggio più popolare per salire verso le cime della montagna, un’ampia struttura con oltre 100 posti letto che si trova su uno spuntone di roccia tra grandi conifere, soprannominato il Balcone. La prima tappa, nel suo complesso, misura solo quattro chilometri e mezzo, ma si sale un dislivello di circa 1000 metri che la rende tosta.

Il secondo giorno di escursione regala l’esperienza più emozionante, ma altrettanto impegnativa. Dal rifugio, il sentiero risale rapidamente sopra il limite della vegetazione, aprendosi su panorami che spaziano fino all’orizzonte azzurro del mare. In un paio d’ore di salita si raggiunge la prima delle tre cime più celebri, Skala, a 2882 metri di quota. Si prosegue, dunque, lungo una cresta stretta fino a Skolio, la cima a 2911 metri, la seconda vetta più alta del massiccio.

Mytikas, invece, la più alta, si raggiunge deviando dal sentiero E4 lungo un impervio tratto che si imbocca da Skala. È un percorso difficile, con alcuni passaggi di arrampicata semplice ma esposta, che richiede piede fermo e una certa esperienza. Serve circa un’altra ora per raggiungerla.

È questa, in ogni caso, la via della prima, mitica ascesa documentata, nel 1913, compiuta da Christos Kakalos, alpinista di Litochoro, insieme agli svizzeri Frédéric Boissonnas e Daniel Baud-Bovy. Kakalos diventò poi la prima guida alpina ufficiale della montagna, continuando a scalarla fino a novant’anni.

Dalla vetta di Mytikas si può proseguire fino a raggiungere il rifugio Giosos Apostolidis e da qui ridiscendere verso Prionia. Chi invece prosegue lungo il sentiero E4 può trovare un punto d’appoggio al bivacco Christakis, 500 metri più in basso, al cospetto dell’omonima cima (2707 metri).

Altre escursioni sul Monte Olimpo

Non tutti i sentieri dell’Olimpo puntano necessariamente a raggiungere le vette più alte: la montagna degli dei è un tesoro multiforme, come l’ingegno di Odisseo. Pertanto, offre tante altre escursioni nelle quali impegnarsi per scoprire luoghi meno frequentati, ma altrettanto meritevoli.

Un esempio è quello del sentiero che dal bivio di Gortsia, poco fuori Litochoro, conduce al rifugio Petrostrouga, attraverso un sentiero ben segnalato che attraversa splendide faggete e passa accanto ad alcuni tra gli esemplari più imponenti di pino bosniaco dell’intero massiccio. È un percorso ideale per chi vuole assaporare l’atmosfera della montagna e al contempo godersi bei colpi d’occhio sul mar Egeo. Il percorso è lungo circa cinque chilometri, con un dislivello impegnativo (circa 950 metri) e un tempo di percorrenza intorno alle 3 ore.

Se avete tempo e gambe, l’escursione può proseguire fino allo splendido Altopiano delle Muse, un pianoro roccioso con una vista pazzesca sulle cime circostanti. Circondato da pareti rocciose e attraversato da sentieri che si intrecciano tra le diverse cime del massiccio, regala uno dei colpi d’occhio più suggestivi di tutto l’Olimpo, con vista sulla imponente sagoma di Mytikas che domina l’orizzonte. La salita all’altopiano può terminare ai rifugi Christos Kakalos, a quota 2650 metri, o al Giosos Apostolidis, che con i suoi 2700 metri rappresenta la struttura all’altitudine più elevata dell’intera Grecia. Ci si trova sul versante opposto delle vette più alte dell’Olimpo rispetto al sentiero E4, ma anche da questi rifugi è possibile salire fino alla cima di Mytikas. Peraltro lo si fa passando dalla vetta Stefani, il Trono di Zeus.

Una bella escursione, più semplice e alla portata di tutti, è quella che da Prionia porta alla Grotta di San Dionisio. Ci si lascia alle spalle Prionia camminando nella direzione opposta alle vette del Monte Olimpo, percorrendo un sentiero che costeggia il torrente Enipeas. Si incontrano per prime le magnifiche Cascate di Enipeas, con delle belle polle di acqua cristallina che invitano a farsi un tuffo.

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Cascata sul torrente Enipeas

Il sentiero prosegue arrivando all’antico Monastero di San Dionisio, un luogo spirituale eccezionale, pittoresco, dove la pietra dell’Olimpo diventa un elemento architettonico perfetto. Costruito nel Cinquecento, è stato più volte danneggiato, in modo più grave durante la Seconda Guerra Mondiale.

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La Grotta Sacra di San Dionisio

Si arriva infine alla Grotta, il luogo di eremitaggio di San Dionisio, santo della chiesa ortodossa greca, che qui si segregava nel XVI secolo. La grande cavità naturale contiene un piccolo edificio votivo. È un luogo suggestivo dal quale ammirare il lato orientale del Monte Olimpo, con una sorgente vicina. Questo percorso fa parte del sentiero E4, nel tratto che collega Litochoro a Prionia.

I laghi alpini più belli d’Italia da raggiungere a piedi in estate: 5 specchi d’acqua oltre i 2000 metri

Le Alpi italiane, nella loro fascia più alta, custodiscono una costellazione di laghi glaciali, figli delle nevi e dei ghiacci che ancora resistono al cambiamento climatico. Sono piccole meraviglie d’acqua dolce, bacini dai mille colori: il verde, il turchese, lo smeraldo, ma qualche volta anche un blu scuro e misterioso, che non lascia intravedere niente sotto la superficie.

Nessuna strada asfaltata li sfiora: sono un tesoro da scoprire soltanto a piedi, d’estate, spingendosi oltre le quote normali a cui siamo abituati, zaino in spalla e tanta voglia di scoprire la montagna. Mete perfette per coloro che amano il trekking, ma che al tempo stesso vogliono che la loro fatica sia ripagata da qualcosa di meraviglioso, per ammirare panorami che restano impressi nella memoria.

Lago di Antermoia

Val di Fassa, massiccio del Catinaccio. Ai piedi della vetta più alta del gruppo, il Catinaccio d’Antermoia, sorge l’omonimo lago. Altitudine: 2.495 metri sul livello del mare, uno dei laghi più alti delle dolomiti. È alimentato dalle sorgenti sotterranee del Rio Antermoia, e pertanto mantiene l’acqua anche nei mesi più caldi, a differenza di molti altri laghi glaciali che tendono a prosciugarsi in estate.

Legato a un’antica leggenda ladina, secondo la quale sarebbe nato dalle lacrime di una ninfa, lo splendido Lago di Antermoia è raggiungibile esclusivamente a piedi. Ci sono diversi percorsi che permettono di raggiungerlo, partendo da diverse località della Val di Fassa: Pera, Mazzin, Campitello, Fontanazzo. Convergono tutti, dopo tre o quattro ore di salita, nella conca che ospita il lago e il vicino Rifugio Antermoia.

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Arrivo al Lago di Antermoia

Il tragitto più panoramico sale da Pera di Fassa. Da qui ci si avvicina all’attacco del sentiero con due tratti di seggiovia fino a Pian dei Pecei. Attraverso la Val di Vajolet, l’itinerario tocca il Rifugio Passo Principe e supera il Passo Antermoia prima di scendere al lago.  È una escursione splendida, senza difficoltà tecniche ma resa complessa dalla lunghezza, che si avvicina ai 20 chilometri, e dal dislivello in salita di circa 1000 metri.

Una leggenda ladina racconta che il lago sia nato dal pianto di una ninfa, Antermoia appunto, trasformata in acqua dopo che il suo amore la chiamò per nome, infrangendo un incantesimo che lo vietava. Una storia un po’ sinistra come tante di quelle delle terre fredde, ma non si fatica a credere a una qualche forma di magia quando ci si trova davanti allo spettacolo unico di questo lago spettacolare.

Laghi della Val Viola

Tra Bormio e Livigno, in Alta Valtellina, si trova la Val Viola, una vallata montana particolarmente soleggiata, dettaglio che la rende percorribile con soddisfazione anche a inizio e fine stagione, oltre che in piena estate.

Praticamente al confine con la Svizzera sorge il Lago di Val Viola, un bel bacino dai colori intensi nel bel mezzo di una conca verde circondata da cime pietrose. Vi giunge una escursione semplice che parte da Altumeira, poco oltre i duemila metri di altitudine, località il cui accesso è regolamentato con un pedaggio durante la stagione estiva. Da qui si raggiunge in circa tre chilometri di percorso il lago di origine glaciale, a 2267 metri.

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Panorama sul Lago di Val Viola

Poco più avanti, attorno al Rifugio Viola, ci sono altri due laghetti, nelle cui acque si specchiano le cime circostanti, come il Corno Dosdè, con i suoi 3232 metri di altitudine. Dal rifugio si può raggiungere il Passo di Val Viola, a 2460 metri, che segna il confine con la vicina Svizzera.

Laghi del Nivolet

Il Colle del Nivolet è uno dei valichi alpini più celebri d’Italia: un passo posto oltre i 2600 metri nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta.

Salendo da Ceresole Reale lungo la strada che, nei weekend estivi, viene chiusa al traffico privato a favore di una navetta, si incontrano per primi il Lago Serrù e il Lago Agnel, due bacini di origine glaciale ampliati poi dall’uomo. Si tratta di due scenografici specchi d’acqua dalle tinte azzurre intense.

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Vista sui laghi del Pian del Nivolet

Per chi non si accontenta di arrivarci in auto, un bel sentiero è quello che parte dalla fermata dell’autobus di Chiapili di Sopra, attraversa il torrente Orco e si impenna per quattro chilometri di intensa salita fino al Lago Serrù.

Inoltre, dal Colle del Nivolet, un sentiero in salita di circa tre chilometri porta gli escursionisti a inoltrarsi tra altri piccoli laghetti dell’altopiano, come il Lago Rosset, riconoscibile per il suo isolotto a forma di cappello, e il vicino Lago Leità. I più intrepidi possono proseguire fino a raggiungere il vicino Col Rosset, percorrendo altri due chilometri. Da qui la vista sui piccoli bacini sottostanti è impagabile.

Giro dei Cinque Laghi

Nei pressi di Madonna di Campiglio, in Trentino, si trova un celebre percorso escursionistico, il Giro dei Cinque Laghi. È un percorso impegnativo, lungo quasi 15 chilometri per circa sei ore totali di percorrenza tra le cime del Gruppo della Presanella.

Si parte dai 2064 metri di Baita Natalia, destinazione di un impianto di risalita che parte da Madonna di Campiglio. Si imbocca quindi il sentiero 232 del CAI e ci si avventura alla scoperta di cinque specchi d’acqua alpini: il Lago Ritorto, il Lago Lambin, il Lago Serodoli, il Lago Gelato e il Lago Nero. Tutti si trovano oltre i duemila metri di altitudine.

Il Lago Serodoli è forse il più scenografico del quintetto. Sul versante meridionale del lago sorge un piccolo bivacco in muratura, punto d’appoggio per chi vuole spingersi oltre, fino, magari, alla cima Serodoli, a 2708 metri, che domina l’intera conca. Vicino, con un costone di roccia in mezzo, si apre il Lago Gelato, in uno scenario d’altura con creste rocciose e una splendida vista su tutte le vette vicine.

Dopo aver visitato questi due bacini l’escursione torna sui propri passi, ma si procede a scendere da un altro versante per raggiungere il piccolo Lago Nero.

Lago di Crespeina

Adagiato a 2374 metri, in una conca di roccia dall’aspetto brullo e selvaggio, sorge il Lago di Crespeina, spettacolare specchio smeraldino nel Parco Naturale Puez-Odle.

Il sentiero per raggiungere questo luogo parte dal Passo Gardena, poco oltre la soglia dei 2100 metri. È contrassegnato dal numero 2, lungo l’Alta Via delle Dolomiti. Si parte salendo per trecento metri di dislivello in salita fino a raggiungere il Passo Crespeina, una forcella dal panorama spettacolare dopo una salita altrettanto suggestiva tra guglie e capitelli. Da qui la discesa al Lago, lungo un sentiero con numerosi saliscendi, è breve.

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Il piccolo e meraviglioso Lago di Crespeina

Si devia quindi dal sentiero quando si vede lo specchio d’acqua cristallino poche decine di metri più in basso: distesi sui prati lungo le sue sponde si ammira un panorama di cime dolomitiche davvero sensazionale, in particolare sul vicino Col Turond.

Cala di Forno, il trekking marittimo nel Parco della Maremma verso una spiaggia spettacolare

Una spiaggia speciale: non ci arriva nessuna strada, non c’è un solo ombrellone, non esiste un bar dove fermarsi per un caffè. Per raggiungerla bisogna rimboccarsi le maniche e sudare, camminando lungo uno splendido quanto impegnativo sentiero che si dipana tra pinete, macchia mediterranea e panorami sul mar Tirreno e l’Arcipelago toscano.

La spiaggia in questione si chiama Cala di Forno, forse la spiaggia più selvaggia e unica della Toscana. Si trova nel cuore del Parco della Maremma, tra i Monti dell’Uccellina, protagonista di uno dei trekking marittimi più suggestivi della regione, se non di tutta Italia.

Parco della Maremma, dove si trova e come arrivare

Il Parco Regionale della Maremma, conosciuto anche come Parco dell’Uccellina dalla catena montuosa che lo caratterizza e che fa da contrafforte al mare, si estende lungo la costa meridionale della Toscana, in provincia di Grosseto. È uno dei parchi costieri più antichi e importanti d’Italia, istituito nel 1975 per proteggere un tratto di litorale rimasto praticamente intatto, selvaggio: dune, pinete, paludi, macchia mediterranea e un affascinante promontorio panoramico, quello dei Monti dell’Uccellina, appunto.

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Vista panoramica del Parco della Maremma, con la Torre di Collelungo che svetta sul mare

Il punto di riferimento per chi vuole visitare il parco è il Centro Visite di Alberese, un piccolo paese non lontano dal mare. È qui che si acquistano i biglietti d’ingresso e si ricevono tutte le informazioni aggiornate su sentieri aperti, orari e modalità di accesso.

In auto, il mezzo più comodo per raggiungere il Parco, si raggiunge Alberese percorrendo la via Aurelia, strada statale 1, e seguendo le indicazioni per il parco poco dopo Grosseto: la strada attraversa la campagna maremmana, tra i grandi prati dove pascolano le vacche maremmane e i boschi che coprono i dolci rilievi.

Il Parco della Maremma offre anche diversi itinerari per biciclette e mountain bikes.

Cala di Forno, la spiaggia unica del Parco della Maremma

È una piccola mezzaluna dorata, Cala di Forno, che si apre ai margini di un promontorio boscoso. Non è raggiungibile in auto, non ha stabilimenti balneari, non ha punti ristoro: è, semplicemente, una spiaggia rimasta come dev’essere stata da sempre, protetta da un accesso regolamentato che ne preserva l’integrità e raggiungibile solo a piedi, attraverso un itinerario dedicato.

La testimonianza del passaggio dell’uomo, però, è presente. Sulla piccola baia, infatti, si affaccia ancora oggi l’edificio dell’antica dogana, settecentesco. Cala di Forno è stata prima, nel Medioevo, il porto dell’abbazia di San Rabano, i cui resti sono ancora visitabili tramite un altro itinerario nel Parco della Maremma, ed è poi rimasta un approdo importante fino ai primi anni dell’Ottocento, poiché si trovava sul confine tra il Granducato di Toscana e il misconosciuto Stato dei Presidi spagnoli, un piccolo governatorato nel sud dell’attuale regione. Come tale era quindi un punto di passaggio controllato e tassato.

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L’antica dogana si intravede dietro Cala di Forno

Nei secoli precedenti, invece, le incursioni dei pirati saraceni avevano reso necessaria la costruzione delle torri di avvistamento che ancora oggi punteggiano la costa, tra le quali una delle meglio conservate si trova poco sopra Cala di Forno.

Oggi è un luogo molto meno movimentato, o quantomeno destinato soprattutto al passaggio di animali non umani: a popolare la zona ci sono daini e volpi che passeggiano sulla sabbia, ma anche qualche cinghiale.

Il fascino di Cala di Forno sta proprio in questo contrasto: da un lato la difficoltà di raggiungere un luogo remoto, dall’altro la magia di un luogo unico, selvaggio, custodito ormai da tempo soltanto dalla natura. E ad aumentarne il valore paesaggistico un mare cristallino, tra i più belli dell’intera costa toscana.

Trekking a Cala di Forno, tutti i dettagli sull’escursione

Chi decide di affrontare il cammino verso Cala di Forno deve mettere in conto un’escursione impegnativa, ma capace di ripagare ogni sforzo. Per arrivare a destinazione si deve seguire il sentiero A4, che prende le mosse dalla pineta granducale, a Marina di Alberese.

Dalla cosiddetta Casetta Pinottolai il sentiero si addentra nel maestoso e ordinato filare di pini marittimi, per poi salire tra ginestre, cisti, rosmarini e ginepri, fino a raggiungere l’antica Torre di Collelungo e addentrarsi nell’omonimo oliveto, dove alberi secolari somigliano a sentinelle senza tempo. Da qui la strada sale fino a raggiungere i 70 metri di altitudine sul livello del mare, offrendo colpi d’occhio panoramici sulla costa in direzione settentrionale, dove si trova la lunga, dorata distesa di sabbia della Spiaggia di Collelungo, e meridionale, caratterizzata invece da falesie e scogliere.

Dopo circa 8 chilometri di scarpinata, si arriva all’ultima discesa verso Cala di Forno, attraversando un bosco di ginepri. La spiaggia appare, lì in basso, come una vera e propria visione, con la risacca cristallina che pigra si ritira e poi torna sul bagnasciuga. È il momento di godersi il risultato della propria fatica, godendosi questo spazio paradisiaco, nella speranza anche di qualche incontro con la fauna selvatica del Parco.

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Arrivo a Cala di Forno

Cala di Forno è un luogo unico, da preservare e conservare il più possibile. È pertanto doveroso minimizzare l’impatto della propria presenza, rispettando l’ambiente e gli eventuali animali con cui si entra in contatto.

Quando sarà giunta l’ora di fare dietrofront, si fa ritorno al punto di partenza per il medesimo percorso. L’intero tragitto di andata e ritorno misura 17 chilometri e mezzo. Il dislivello positivo è limitato, appena 200 metri, ma la lunghezza del percorso e la lunga esposizione al sole battente durante l’estate lo rendono una sfida da non sottovalutare. Il tempo di percorrenza è da valutare tra le 5 ore e le 5 ore e mezza, rendendo necessaria una adeguata pianificazione dell’escursione. Non ci sono fonti di acqua dolce lungo il tracciato, pertanto bisogna partire con tutto quanto serva per alimentarsi e idratarsi adeguatamente sul percorso.

Prima di partire è necessario acquistare il biglietto d’ingresso al Centro Visite di Alberese. L’accesso al sentiero è regolamentato e, soprattutto nei mesi estivi, può essere soggetto a chiusure per rischio incendi o motivi di conservazione ambientale: in alcuni periodi è obbligatorio partecipare a una escursione guidata con prenotazione.

Le cascate più belle d’Italia da raggiungere a piedi in estate

Definizione di cascata: il precipitare di una massa d’acqua, di fiumi o torrenti, per un dislivello di varia altezza. Suona quasi terrificante, questa successione di parole, ma tutti e tutte sappiamo quanto, invece di incutere timore, le cascate siano una visione paradisiaca e invitante nei mesi più caldi dell’estate, alla stregua della stereotipica oasi per chi si è perduto nel deserto. Uno spettacolo naturale, quello dei grandi salti d’acqua, capace di unire il fascino della camminata nella natura al fresco e al fragore dell’acqua che precipita tra le rocce, in un contrasto che d’estate diventa ancora più suggestivo.

L‘Italia, dalle Alpi all’Appennino e non solo, custodisce cascate fantastiche. Le più belle sono quelle da raggiungere solo a piedi, percorrendo sentieri nella natura che portano al cospetto di queste meraviglie naturali, come forzieri da rintracciare seguendo la mappa del tesoro.

Cascate dei Capelli di Venere

A pochi minuti dalla cittadina di Casaletto Spartano, milleduecento abitanti in provincia di Salerno, in Campania, sorge l’Oasi dei Capelli di Venere, una delle principali attrazioni naturali del territorio. Il nome richiama una suggestiva leggenda secondo cui la dea Venere avrebbe lasciato qui una ciocca dei suoi capelli, ma deriva anche dalla delicata felce Capelvenere che cresce rigogliosa sulle rocce umide, creando l’effetto di una chioma verde attraversata dall’acqua.

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Lo scenario unico nell’Oasi Capelli di Venere

L’area dove sorge la cascata prende questo nome dalla delicata felce capelvenere, pianta che ricopre le rocce bagnate dal salto d’acqua e che così crea l’effetto di una grande chioma verdeggiante, rendendo il colpo d’occhio raro e inconsueto. Le acque del Rio Bussentino, gelide anche in piena estate, formano piccole piscine naturali dai riflessi turchesi, incorniciate da un antico mulino e dai resti di un ponte di origine normanna.

Attorno al torrente, un anello di circa tre chilometri percorribile in poco più di un’ora si snoda tra passerelle di legno e ponticelli. Un sentiero adatto a tutti, indicato per famiglie con bambini, in un ambiente ombroso e fresco che regala sollievo anche nelle giornate più torride.

Cascate di Lillaz

Nel cuore della Valle d’Aosta, a pochi passi dall’abitato di Cogne e all’interno del Parco Nazionale del Gran Paradiso, sorgono le Cascate di Lillaz.

Le acque del torrente Urtier compiono qui tre salti spumeggianti, per un’altezza complessiva di circa 150 metri, in un contesto di prati alpini e boschi di larici che rendono la passeggiata piacevole in ogni suo tratto. Ai piedi delle cascate si forma una bellissima polla di acqua cristallina.

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Ai piedi delle Cascate di Lillaz

Il punto di partenza dell’escursione fino alle cascate è il parcheggio all’ingresso della frazione di Lillaz, da cui in circa dieci minuti di cammino, lungo un sentiero quasi pianeggiante che costeggia il torrente, si raggiunge la base del primo e più celebre salto. Chi vuole ammirare anche gli altri due può proseguire lungo un percorso un po’ più ripido, con scalini e passaggi più esposti, che in totale richiede poco più di un’ora tra andata e ritorno.

Cascata del Varone

La Cascata del Varone è una vera e propria bizzarria della natura, di quelle che vanno viste almeno una volta nella vita. Si trova vicino a Riva del Garda, nel comune di Tenno: qui le acque del torrente Magnone si gettano per quasi 100 metri in una forra di roccia calcarea scavata da circa 20mila anni di erosione, creando un canyon spettacolare che si può ammirare attraverso un parco naturale privato, che permette la visita da oltre un secolo. Le prime infrastrutture per permette di visitare il luogo risalgono infatti al 1874.

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L’affascinante Cascata del Varone, nelle viscere della terra

Dall’ingresso, ospitato in un edificio storico progettato dall’architetto Giancarlo Maroni (lo stesso del Vittoriale degli Italiani), si percorre un sentiero che raggiunge la cosiddetta grotta inferiore, dove si osserva la parte finale della cascata. Poi, attraverso un centinaio di gradini, si passa alla grotta superiore. È qui che si coglie in pieno l’imponenza del salto, tra il fragore dell’acqua e la nebbiolina che rinfresca l’aria anche nelle giornate più calde.

La Cascata del Varone è stata visitata da personaggi illustri come Thomas Mann (si dice che un passo de La montagna incantata possa essere frutto dell’ispirazione donatagli dal salto), Gabriele d’Annunzio, Franz Kafka, l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo.

Cascata del Toce

Val Formazza, estremo confine settentrionale del Piemonte. Qui la Cascata del Toce, con i suoi 143 metri di salto, rappresenta una delle cascate più spettacolari delle Alpi.

Oggi la sua portata dipende dal rilascio controllato delle acque del lago artificiale di Morasco: per questo si mostra in tutta la sua forza solo in determinate fasce orarie tra giugno e settembre, con orari da verificare prima della visita. Tuttavia il bel percorso per raggiungerla rimane in ogni caso un piacevole itinerario.

Sebbene infatti la Cascata del Toce sia facilmente raggiungibile con un brevissimo percorso di appena 10 minuti dalla più vicina strada carrabile, merita percorrere il bel sentiero che ricalca l’antico tracciato della Via Francisca, antico collegamento fra Lombardia, Svizzera e Francia. Lungo gli undici chilometri in cui si dipana l’itinerario si attraversano i paesini Walser (minoranza alpina di origine germanica con peculiari tradizioni) di Ponte, Brendo, Grovella, Canza, Sotto Frua e infine Frua, il più vicino alla cascata, tanto che a volte vi si fa riferimento come Cascata di Frua.

In quest’ultima frazione si trova ancora oggi l’Albergo Cascata, che fu caratterizzato da un forte afflusso turistico nel primo novecento, brillando durante la belle epoque. Lo spettacolo del salto della Cascata del Toce è veramente maestoso e roboante, con la grande massa d’acqua che si spande in mille rivoli lungo la vertiginosa parete rocciosa della montagna.

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L’antico albergo domina la Cascata del Toce

Cascata dell’Acquacheta

Si parte da San Benedetto in Alpe, al confine tre Toscana ed Emilia Romagna, nel cuore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, e si percorre un bel sentiero lungo il torrente Acquacheta, tra splendidi boschi di quercia, castagno e faggio e scorci appenninici. Infine, dopo quasi due ore di cammino, si affronta un ultimo strappo in salita che porta a un balcone naturale privilegiato su di lei: la Cascata dell’Acquacheta, un mirabile salto di 70 metri tra rocce oblique capace di ispirare a Dante Alighieri un paragone con il Flegetonte, il roboante fiume del XVI canto dell’Inferno.

Nei pressi, lungo il sentiero, poco più avanti del balcone panoramico, sorge anche un’altra bella e potente cascata, la Cascata del Lavane, con una bella e profonda polla di acqua fresca, ideale per un tuffo rigenerante in una pausa dell’escursione, prima di affrontare il percorso di ritorno.

Cascate del Dardagna

Il Parco Regionale del Corno alle Scale è un’area protetta tra le cime dell’Appennino tosco-emiliano. Qui, il torrente Dardagna scorre vorticoso, formando sette salti consecutivi, ognuno con un proprio punto di osservazione lungo il bel sentiero che le esplora.

Il più alto dei salti supera i 30 metri, gli altri si aggirano sui 15, in una sequenza di spruzzi e vapori che rende il trekking particolarmente scenografico soprattutto nelle giornate estive più calde.

Il punto di partenza più comodo è la cosiddetta Madonna dell’Acero, da cui parte il sentiero CAI 331, il quale conduce in circa un’ora al primo e più imponente salto. Per completare la visita agli altri sei si imbocca quindi il sentiero CAI 333, che si arrampica nel bosco di faggi con qualche tratto più ripido, aiutato da gradini e corrimano, fino a chiudere l’anello passando per il laghetto del Cavone.

Le Cascate del Dardagna sono un vero e proprio concerto di salti d’acqua che interrompono il silenzio di un bosco maestoso, dove anche la giornata più soffocante si trasforma in una piacevole esplorazione della natura.

Cascate del Rio Verde

Le Cascate del Rio Verde sono le più alte dell’Appennino italiano. Si trovano in Abruzzo, tra le montagne della Val di Sangro, protette da una dedicata Riserva Naturale. Le acque del torrente Verde precipitano complessivamente per oltre 200 metri, suddivisi in tre balzi da 40, 90 e 30 metri, prima di confluire nel fiume Sangro.

Dal centro visite della Riserva Naturale Cascate del Verde, nel piccolo borgo di Borrello, si imbocca un sentiero nella natura che in una manciata di minuti conduce a un primo punto panoramico, da cui si domina l’intera vallata. Per raggiungere il vero cuore dello spettacolo, però, occorre affrontare una più ardimentosa scalinata di circa 250 gradini, che scende fino a un affaccio ravvicinato sulla cascata. La vegetazione del bosco è ricchissima, e lo spettacolo di questo filo d’acqua che scende gettandosi nel vuoto da una parete di roccia verticale è davvero monumentale e stupefacente.

L’intera escursione richiede poco più di un’ora, l’accesso alla riserva prevede un piccolo contributo d’ingresso.

Cascata del Marmarico

La Cascata del Marmarico è la più alta della Calabria e dell’intero Appennino meridionale, con un salto complessivo di 114 metri lungo l’alto corso della fiumara Stilaro. Il nome, di origine dialettale, significa “lento” o “pesante”, proprio a indicare l’illusione ottica per cui l’acqua, pur cadendo senza sosta, sembra quasi immobile agli occhi di chi la osserva.

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Cascate del Marmarico

Si trova nel Parco Regionale delle Serre, nel territorio di Bivongi, in provincia di Reggio Calabria, e dalla cittadina parte proprio il percorso più praticato per raggiungere questo potente e spettacolare tesoro d’acqua dolce.

Si parte dai Bagni di Guida, nei pressi di una vecchia centrale idroelettrica. Si risale lungo una strada sterrata ma carrabile per il primo chilometro, quindi si imbocca una strada forestale che di quando in quando regala spettacolari scorci sulla natura circostante (la strada viene percorsa in fuoristrada da visite guidate alla cascata), dove si alternano cime boscosi e valloni. Dopo circa cinque chilometri di cammino si raggiunge il Vallone Folea, procedendo sull’ultimo tratto in leggera salita lungo uno stretto sentiero. Si arriva a destinazione nel giro di altri 15 minuti di cammino circa, e al cospetto della cascata è possibile tuffarsi nella bella polla ai piedi del salto.

Trekking nei parchi nazionali dell’Appennino in estate: 5 itinerari lontani dalla folla

C’è chi va in montagna per sentire i suoni della natura, per trovare un contatto diverso col mondo, per percepire prima di tutto il suono del proprio passo. Niente contro chi preferisce i luoghi più frequentati, ama circondarsi di persone e prende energia dal brulicante caos della folla. Semplicemente, c’è un posto per tutti. Per chi ama il trekking e preferisce gli itinerari lontani dalla folla, poco frequentati e meno conosciuti, l’Appennino è una delle destinazioni inevitabilmente preferite dell’estate.

La spina dorsale d’Italia corre da nord a sud del Paese, permettendo di immergersi in faggete centenarie, percorrere crinali estremamente panoramici, scoprire eremi sperduti e giungere al cospetto di cascate che Dante si è preso la briga di immortalare nei versi della Divina Commedia.

Dal Lago Paduli al Rifugio Città di Sarzana

Il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano si estende per più di 26mila ettari tra l’Emilia e la Toscana. All’intersezione delle province di Reggio Emilia, Parma e Massa-Carrara si trova il Passo del Lagastrello, una conca che ospita il Lago Paduli, a 1180 metri di quota: un invaso artificiale che in primavera e in estate, quando è al suo livello massimo, regala scenari di notevole suggestione.

Attorno al lago si conservano ancora residui di pascoli antichi, lungo l’antico confine tra il Ducato di Parma e il Granducato di Toscana, che passava proprio da qui. Dal piazzale della diga che crea l’invaso, si imbocca il sentiero CAI 659, che si inerpica nel bosco e sale con decisione il fianco del Monte Acuto.

La salita è impegnativa, ma non lunghissima. Dopo meno di quattro chilometri si giunge in prossimità del Rifugio Città di Sarzana, a 1580 metri sul livello del mare. La bella struttura in legno sorge nei pressi del Lago di Monte Acuto, incassato tra le fronde del bosco: un luogo di riposo, pace e ristoro nel cuore dell’Appennino.

Per completare un anello, l’escursione può proseguire seguendo il sentiero 657 fino alla Sella di Monte Acuto, oltre la soglia dei 1700 metri di altitudine. Da qui si percorre il sentiero di crinale tosco-emiliano (il CAI 00) fino all’incrocio con il sentiero 109, che plana di nuovo verso lo specchio d’acqua del Lago Paduli al Passo del Lagastrello.

È una bella escursione, impegnativa ma alla portata di chi ha un minimo di abitudine al trekking. Nel complesso è lunga circa otto chilometri, con un dislivello in salita di 500 metri complessivi. Si prevede un tempo di percorrenza, pause escluse, intorno alle quattro ore.

Il Sentiero delle Prigioni

È solo un Parco Regionale, quello del Monte Cucco in Umbria, ma non ha niente da invidiare alle aree protette di maggior scala lungo la dorsale appenninica. Il nome evoca qualcosa di austero, di chiuso, di un po’ minaccioso. E in effetti la Valle delle Prigioni, scenario di questo itinerario, non è un posto accomodante: è scavata da un torrente tra pareti calcaree a strapiombo, all’ombra del Monte Cucco. Una bellezza naturale ruvida e selvaggia, come se ne trovano poche.

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Il massiccio del Monte Cucco

Il percorso ad anello parte dal piccolo borgo di Coldipeccio, vicino a Pascelupo, in provincia di Perugia. Qui si lascia l’auto alla fine della strada prima di imboccare il sentiero CAI 232. Il tracciato si dipana a mezza costa sopra la valle scavata dal Rio delle Prigioni. Il nome deriva dal fatto che, nel corso dei secoli, numerosi eremiti hanno abitato la gola, una prigione del corpo dove cercare l’innalzamento dell’animo.

Dopo una parte iniziale di ascesa, si raggiungono le praterie del cosiddetto Giardino, una zona disboscata coltivata dai valligiani fino a qualche decennio fa e oggi teatro di splendide fioriture in primavera.

Deviando verso il sentiero CAI 279 e poi sul 231, ci si immerge nella vera e propria Valle delle Prigioni, costeggiando il torrente in destra orografica e attraversando la parte più acquatica e più scenografica dell’itinerario. Il punto saliente è il passaggio sotto la Scarpa del Diavolo, un masso di calcare gigantesco che incombe su chi passa. Poco dopo l’enorme pietra, si deve oltrepassare un tunnel di circa 30 metri costruito per l’acquedotto, un tratto angusto e buio che si può aggirare con una piccola deviazione.

L’anello si chiude prendendo il sentiero 296, risalendo attraverso il borgo di Pascelupo e tornando a Coldipeccio per la strada asfaltata. Il percorso totale misura 9 chilometri e mezzo, per un dislivello di circa 400 metri e un tempo di percorrenza intorno alle sei ore.

Il Sentiero dello Spirito

Il Sentiero dello Spirito è uno dei grandi trekking del Parco Nazionale della Maiella, in Abruzzo. Si tratta di un cammino in quattro tappe che tocca tutti i luoghi di culto eremitici della zona, ripercorrendo i passi di Pietro del Morrone, futuro Papa Celestino V, colui che fece per viltade il gran rifiuto, come scrive Dante Alighieri.

Il cammino prende le mosse dalla Badia di Sulmona e arriva a Serramonacesca, la prima in provincia de L’Aquila, la seconda di Pescara. Il cammino, in totale, è lungo 70 chilometri, ed è affascinante percorrerlo tutto, ma anche scegliere una delle quattro tappe da affrontare singolarmente. Tutte si addentrano in una natura particolare, tra acqua, roccia e boschi. La più indicata è probabilmente l’ultima, da Roccamorice all’Abbazia di San Liberatore a Majella, a Serramonacesca, come detto.

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L’Abbazia di San Liberatore a Majella

Il sentiero parte dalla località Macchie di Coco, affronta una prima salita e una pari discesa per scendere nel Vallone di Sant’Angelo e giungere a un primo luogo di culto, la Grotta Sant’Angelo, con la vicina Fonte del Garzillo, sorgente il cui sgorgare è attribuito a un intervento del santo.

Dal vallone si risale fino a toccare la strada provinciale che congiunge Lettomanoppello a Passo Lanciano, si incontra l’area attrezzata in corrispondenza della Fonte Pirella, quindi si prosegue in salita fino a un crocevia con le indicazioni per l’Eremo di Sant’Onofrio. Qui si concludono le ascese di giornata: fino alla conclusione non ci sarà che una lunga discesa per raggiungere l’Abbazia di San Liberatore a Majella.

Faggete, boschi, rivoli, fonti e strette vallate sono gli ingredienti di questo trekking, ideale per il periodo estivo e per entrare in contatto con la particolare natura appenninica abruzzese. La lunghezza della tappa in oggetto è di 14 chilometri.

Cascata dell’Acquacheta, un itinerario alternativo

La Cascata dell’Acquacheta è una assai nota destinazione di una facile escursione nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, sul confine tosco-romagnolo. Cantata da Dante nel XVI canto dell’Inferno, il poeta ne descrive il rombo poderoso per rendere l’idea del fragore del Flegetonte, il fiume di fuoco che separa il settimo dall’ottavo cerchio.

Il percorso classico, con partenza da San Benedetto in Alpe, è molto frequentato nel periodo estivo. Chi cerca un approccio più solitario e panoramico può scegliere però di partire dal Passo della Peschiera, un valico sulla strada tra San Benedetto in Alpe (FC) e Marradi (FI).

Dal valico si imbocca una strada sterrata seguendo il segnavia CAI 555, si imbocca poco dopo il sentiero CAI 429 e si raggiunge il Poggio dell’Inferno, poco oltre i mille metri di altitudine. Si percorre un lungo crinale con panorami naturali che si affacciano su entrambe le vallate. La discesa verso Pian Baruzzoli è abbastanza ripida e porta fino al punto panoramico sulla Cascata dell’Acquacheta: da qui il salto è visibile in tutta la sua altezza, oltre 70 metri, incassato tra i boschi, accompagnato dal rumore incessante dell’acqua che si frantuma sulle rocce sottostanti.

Superata la cascata, la Piana dei Romiti offre una delle aree di sosta più belle del percorso, con il torrente Acquacheta che la attraversa dolcemente. La risalita verso il Monte Lavane completa la seconda parte dell’anello, attraversando le cosiddette Balze di Cornacchiaia e riportando al sentiero 555 per ricongiungersi al punto di partenza.

Si tratta di un percorso senza sostanziali difficoltà, ma lungo e impegnativo: oltre 1000 metri di dislivello in salita e circa 7 ore di percorrenza.

Pizzo di Sevo

Rispetto al più quotato e gettonato Gran Sasso, i Monti della Laga vengono trascurati dalla maggior parte degli escursionisti, ma offrono altrettanto spettacolo all’interno del Parco Nazionale che comprende entrambi i massicci, tra Marche, Lazio e Abruzzo.

Il Pizzo di Sevo a 2419 metri di quota è una cima dalla sagoma triangolare, ben riconoscibile da Amatrice: una forma elegante del gruppo della Laga, con un panorama dalla vetta che abbraccia il Gran Sasso, i Sibillini, il Terminillo, il Lago di Campotosto e, nelle giornate più limpide, la costa adriatica.

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La sagoma del Pizzo di Sevo

La base di partenza è il pianoro di Macchie Piane, 900 metri più in basso. Si tratta di un vero e proprio balcone naturale sulla conca di Amatrice, con in estate un ovile attivo e le vacche al pascolo che guardano i passanti con placida indifferenza.

L’ascesa è verticale: in circa 5 chilometri si compie tutto il dislivello tra il pianoro e la vetta, in un ambiente prativo senza alcun albero che permette di godere di una vista sensazionale su tutto il circondario. Il ritorno è per lo stesso tragitto dell’andata.

I canyon e le gole più incantevoli d’Italia da visitare in estate: la guida completa

Dicono che i fiumi italiani, geologicamente parlando, siano tra i più giovani d’Europa. Il Tevere, per dirne uno dei più conosciuti ed importanti, ha un’età stimata in appena un paio di milioni di anni. In ognuno di questi 730 milioni di giorni le sue acque hanno attraversato l’Italia scolpendone il volto ora dopo ora, minuto dopo minuto, fino a darle l’aspetto che ci piace imparare a conoscere oggi, esplorandone ogni nicchia.

Tra le Alpi e gli Appennini, lungo i corsi di fiumi e torrenti che si sono fatti strada nella roccia calcarea, l’Italia custodisce un patrimonio di canyon, forre, gole e altre particolarità del territorio figlie dello scorrere senza tempo dell’acqua. Questi angoli di natura così spettacolari e ruvidi, chiusi da pareti che si stringono fino a sfiorarsi, lasciando passare solo un filo di cielo sopra le teste, e che nascondono corsi d’acqua trasparente incastonati nella roccia, sono una meta fantastica per le avventure di un’estate.

Gole del Raganello, Calabria

Nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, al confine tra Calabria e Basilicata, sorge un piccolo borgo affascinante. È Civita, insediamento di origine albanese (arbëreshë), i cui lembi del territorio sono toccati dal torrente Raganello.  Il corso d’acqua, nel corso del tempo, ha inciso un solco lungo diversi chilometri tra le ruvide pareti calcaree, creando uno scenario di rara potenza.

Le Gole del Raganello, divise in due tratti, possono essere esplorate con una escursione di canyoning guidata, lunga e impegnativa ma anche spettacolare e adrenalinica. Attraversa l’intero canyon partendo dal cosiddetto Ponte del Diavolo nei pressi di Civita, fino a raggiungere il Ponte di Barile, più a monte.

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Esplorando le Gole del Raganello

Le Gole sono comunque un ambiente splendido e scenografico anche per chi si limita a un rinfrescante bagno tra i bassi meandri del torrente nei pressi del borgo, ma anche per chi esplora i sentieri escursionistici sulla sommità delle pareti del canyon, per ammirare la bellezza selvaggia delle Gole, tra pozze smeraldine e pareti a strapiombo che hanno reso questo luogo uno dei simboli del Parco del Pollino.

Stretti di Giaredo, Toscana

Nell’entroterra della Lunigiana, lingua stretta tra Toscana, Emilia e Liguria, il torrente Gordana ha scavato nel corso dei millenni una delle forre più scenografiche dell’Appennino settentrionale: gli Stretti di Giaredo.

Si tratta di un canyon naturale dalle pareti altissime e ravvicinate, dove la luce filtra appena e l’acqua scorre limpida tra massi levigati e piccole cascate. Gli Stretti si visitano in proprio o tramite visite guidate in piccoli gruppi: per addentrarsi nel canyon occorrono scarpe, un caschetto per evitare rischi di sassi in caduta e, volendo, una muta come quelle che si utilizzano per il surf e altri sport acquatici, visto che l’acqua del torrente è fredda e all’interno del canyon non arriva la luce diretta del sole.

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Lorenzo Calamai
L’ingresso degli Stretti di Giaredo

Lo spettacolo all’interno della gola è splendido: si procede nell’alveo del torrente, tra zone dove l’acqua arriva alla caviglia e altre dove è necessario nuotare per brevi tratti. La roccia delle pareti è ora nera come il petrolio, ora rossa come se provenisse dal cuore stesso della terra. In alto, il blu del cielo e il verde di qualche albero in cima alle ciclopiche pareti rocciose domina la scena.

L’ingresso degli Stretti è poco lontano da Pontremoli, bella cittadina della Lunigiana, lungo la strada che porta verso la valle di Zeri.

Gola di Frasassi, Marche

Nelle Marche, tra le colline dell’entroterra anconetano, il fiume Sentino ha scavato la Gola di Frasassi, una spettacolare incisione nella roccia che da secoli rappresenta una delle attrazioni naturalistiche più note della regione. La gola, stretta e profonda, è celebre soprattutto per ospitare il complesso delle Grotte di Frasassi, uno dei sistemi carsici più grandi d’Europa, ricco di stalattiti, stalagmiti e ambienti sotterranei spettacolari, che attirano tanti turisti ogni anno.

Anche la superficie, tuttavia, merita attenzione: il lavoro millenario del Sentino ha portato a un ambiente naturale unico, con pareti altissime, scenografiche, con tanta vegetazione, una ricca fauna (in particolare avicola) e tante piccole spiaggette lungo il corso del torrente, dove fermarsi a fare il bagno. C’è spazio anche per l’esplorazione culturale: l’eremo di Santa Maria Infra Saxa, incastonato nella roccia, e il piccolo Tempio del Valadier, costruito proprio all’imboccatura di una grotta per volontà di Papa Pio VII sono due attrazioni facilmente raggiungibili attraverso sentieri affascinanti.

Gole dell’Alcantara, Sicilia

Le Gole dell’Alcantara sono apparse al cinema, sono un’attrazione molto fotografata e decisamente molto visitata. La ragione è presto detta: sono un luogo davvero straordinario.

Si trovano in Sicilia, alle pendici dell’Etna, dove il fiume Alcantara ha creato un canyon profondo e vertiginoso. Le pareti, alte fino a cinquanta metri, sono costituite da basalto colonnare, una formazione geologica che nasce dal rapido raffreddamento della lava a contatto con l’acqua. Ciò ha dato origine a delle figure geometriche sulle pareti, strutture prismatiche che ricordano le canne di un organo, dall’aspetto quasi scultoreo. Un vero e proprio spettacolo di pietra.

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Risalendo le Gole dell’Alcantara: le rocce basaltiche assumono forme imprevedibili

Il sito principale è attrezzato per l’accesso turistico, con un ascensore che conduce al livello del fiume e percorsi pedonali che permettono di ammirare le formazioni rocciose senza necessariamente entrare in acqua. I più avventurosi, però, possono addentrarsi direttamente nel canyon, risalendo il corso del fiume sfidando la non banale corrente e, soprattutto, l’acqua gelida che scende dalle pendici del vulcano, anche in piena estate. Le Gole dell’Alcantara fanno parte di un Parco Fluviale che si estende per diversi chilometri lungo il corso del fiume, offrendo numerosi punti di accesso e percorsi di diversa difficoltà.

Orrido di Bellano, Lombardia

L’Orrido di Bellano è una destinazione ideale per coloro che cercano una escursione breve, senza difficoltà, eppure immersa in una natura dal volto diverso: un’occasione ideale per far conoscere le meraviglie geologiche di un canyon anche ai più giovani.

L’Orrido sorge sulle sponde del Lago di Como. Qui il torrente Pioverna, dopo un percorso impetuoso tra le montagne della Valsassina, si getta nel lago attraversando una forra stretta e profonda, scavata nella roccia nel corso di millenni.

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All’interno dell’Orrido di Bellano scorre un torrente cristallino

Per permettere la visita di questo angolo di ardita architettura naturale è stato approntato un bel percorso attrezzato, in parte costituito da passerelle sospese sull’acqua e ponti panoramici. Permette di osservare da vicino la potenza del torrente, le cascate e le marmitte dei giganti scavate nella roccia, in un contesto di grande fascino. Da non perdere la visita alla Ca’ del Diavol, una misteriosa torretta a strapiombo sul torrente Pioverna, situata all’imbocco dell’Orrido: un edificio ottocentesco caratterizzato da diavoli dipinti sulla facciata dell’ultimo piano, oggi trasformata in un percorso museale dedicato al luogo in cui si trova.

Gole del Sagittario, Abruzzo

Il fiume Sagittario, che nasce dal Lago di Scanno, tra i Monti Marsicani, e scorre fino a gettarsi nel fiume Aterno, ha inciso una delle gole più spettacolari dell’Appennino centrale, a cui peraltro dona anche il nome.

Le Gole del Sagittario, infatti, si estendono per circa sei chilometri nel territorio comunale di Anversa degli Abruzzi, Cocullo e Villalago, in un susseguirsi scenografico di pareti a strapiombo, boschi rigogliosi e scorci che si aprono improvvisamente sul fiume.

Oltre a una spettacolare strada che costeggia le Gole, regalando bellissimi scorci panoramici quando la si percorre, l’area è attraversata anche da numerosi sentieri che consentono di addentrarsi nel canyon fino ad arrivare in riva al Sagittario, al riparo di un bosco fitto, fra Anversa degli Abruzzi e la frazione di Castrovalva, peraltro antico borgo medievale che merita una visita. Un luogo ideale da visitare nei giorni più caldi dell’estate, al riparo dalla calura e dal sole, al fianco di un corso d’acqua fresco e pieno di vita.

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Castrovalva domina le Gole del Sagittario

Brent de l’Art, Veneto

A Belluno, nei pressi della località montana di Sant’Antonio Tortal, non lontano dal Passo San Boldo, il torrente Ardo sembra un innocente corso d’acqua montano dal breve corso. Invece, attraverso i millenni, ha saputo scavare la roccia dolomitica per creare una serie di forre strette e profonde, note come Brent de l’Art.

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Lo spettacolo geologico dei Brent de l’Art

L’itinerario che porta ad ammirare da vicino i Brent è caratterizzato da un comodo sentiero che, malgrado un po’ di pendenza, per scendere e risalire nel vallone, è alla portata di tutti. Una serie di percorsi si snodano lungo i diversi rami del canyon, costeggiando il corso d’acqua e permettendo di osservare da vicino le pareti levigate dall’erosione, le piccole cascate e le pozze color smeraldo che si formano lungo il tragitto.

Nei mesi estivi, la frescura garantita dall’ombra delle pareti e dalla vicinanza dell’acqua rende la visita particolarmente piacevole anche nelle giornate più calde, e non manca la possibilità di calarsi fin sul letto del torrente, in alcuni tratti, per poter mettere i piedi a bagno.

Il Parco dell’Etna in estate, trekking suggestivo sul vulcano attivo più alto d’Europa

Nei suoi quasi ottant’anni di vita, Dominique Vivant Denon è stato un uomo abituato alla bellezza e alla grandiosità. Diplomatico, scrittore, incisore, fu il primo direttore del Museo del Louvre. Eppure anche lui, davanti all’Etna, aveva dovuto arrendersi all’evidenza: “Tutto ciò che la natura ha di grande, – ha scritto nel suo Voyage en Sicilie, nel 1785 – tutto ciò che ha di piacevole, tutto ciò che ha di terribile, si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla”.

Ed eccolo qua l’Etna, un gigante in perenne movimento, un vulcano capace di trasformare in pochi giorni il paesaggio attorno a sé, con una portata minacciosa sempre presente e al tempo stesso una rara bellezza. Il simbolo della Sicilia orientale è percorso da sentieri che attraversano foreste di pino laricio, distese di lava solidificata, grotte sotterranee e crateri ormai spenti. Ogni stagione ha la sua magia, ma l’estate è tra queste un momento assai particolare, dove il vulcano è capace di risplendere contro l’azzurro potente del cielo terso della Trinacria.

Il Parco dell’Etna: come arrivare

Il Parco dell’Etna, istituito nel 1987 per volontà della Regione Siciliana, si estende sulla costa orientale dell’isola, nel territorio della città metropolitana di Catania. Con una superficie di circa 58mila ettari complessivi e un perimetro di base di circa 135 chilometri è uno dei parchi regionali più grandi d’Italia.

Il vulcano, che ne costituisce il cuore, raggiunge oggi i 3.329 metri di altitudine. La notazione cronologica è data dal fatto che la quota varia nel tempo, poiché le eruzioni possono modificare l’altezza del cono sommitale. Sono venti i comuni che ricadono all’interno dell’area protetta, da Randazzo a Zafferana Etnea, da Bronte a Linguaglossa, con una popolazione residente di circa 250mila abitanti che vive fino a una quota massima di 950 metri.

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Panorama dell’Etna

La città di Catania è nella maggior parte dei casi la base da cui si parte per esplorare il Parco dell’Etna. Qui si trova infatti l’aeroporto più vicino, Catania Fontanarossa. Da Catania si raggiunge il Rifugio Sapienza, sul versante sud del vulcano, base di tante escursioni, in circa un’ora e mezza di auto, percorrendo la strada che sale da Nicolosi. Il versante nord, invece, con base a Piano Provenzana, si raggiunge da Linguaglossa, in circa due ore da Catania. Per chi non dispone di un’auto privata, dal capoluogo etneo parte un servizio di autobus dell’AST fino al Rifugio Sapienza, operativo anche d’estate.

L’Etna patrimonio dell’umanità

Il 21 giugno 2013, durante la XXXVII sessione del Comitato UNESCO riunita a Phnom Penh, in Cambogia, l’Etna è stato inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Il sito riconosciuto comprende oltre 19 mila ettari della zona A del Parco, corrispondente alla porzione più elevata del vulcano, quella priva di insediamenti permanenti. Il criterio adottato dall’UNESCO per inserire l’Etna nella lista è stato quello riservato ai luoghi che rappresentano straordinari esempi di processi geologici e formazioni naturali di eccezionale valore. L’Etna, si legge nella motivazione, è uno dei vulcani più iconici e attivi del mondo, con una documentazione continua dell’attività eruttiva che risale ad almeno 2700 anni fa.

Alcune statistiche aiutano a capire perché l’Etna sia così importante e unico: è il vulcano attivo più alto d’Europa e il più grande vulcano basaltico composito presente sulla placca euroasiatica. La sua struttura attuale è il risultato di una storia eruttiva complessa, che affonda le radici in oltre 500mila anni di storia, con un’alternanza di eruzioni effusive ed esplosive che hanno modellato il paesaggio e creato ambienti geologici unici.

Tra questi spicca la Valle del Bove, una gigantesca depressione che si trova sul versante est, con pareti che si alzano fino a 1.000 metri: si tratta di quanto rimane del vulcano primordiale Trifoglietto, crollato su se stesso decine di migliaia di anni fa.

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L’atmosfera misteriosa della Valle del Bove

Oltre a ciò, il Parco dell’Etna custodisce una biodiversità sorprendente. Nelle aree boschive, che si estendono fino a circa 2mila metri di altitudine, vivono querceti, castagneti e boschi di betulla dell’Etna (Betula aetnensis), una specie endemica che cresce solo sulle pendici di questo vulcano. Salendo di quota la vegetazione si fa più rada, quasi assente ad eccezione di rare specie particolare che si sono adattate ai suoli lavici e quasi lunari della zona più alta. Dal punto di vista della fauna si trovano nel Parco il gatto selvatico, la martora, l’istrice e la volpe, il falco pellegrino e l’aquila reale.

Trekking: le escursioni più belle nel Parco dell’Etna

L’offerta escursionistica del Parco dell’Etna è straordinariamente varia, adatta a tutti i livelli di preparazione e a tutte le aspirazioni di esplorazione.

Esiste, però, una regola fondamentale da conoscere: oltre i 2.750 metri di quota l’accesso è consentito esclusivamente in compagnia di una guida autorizzata. Una norma di sicurezza necessaria, non una limitazione: il vulcano è attivo e le condizioni possono cambiare rapidamente.

Una passeggiata molto semplice, adatta alle famiglie con bambini piccoli è quella ai Crateri Silvestri. Situati sul versante sud, a breve distanza dal Rifugio Sapienza, questi due coni vulcanici si sono formati durante l’eruzione del 1892, durata sei mesi. Il sentiero che li percorre è breve, circa un chilometro e mezzo, con un dislivello minimo e un fondo agevole. Dal percorso, nelle giornate limpide, lo sguardo spazia fino al golfo di Catania e al Mar Ionio.

Per un livello leggermente più impegnativo ma comunque alla portata dei più, il percorso consigliato è il sentiero panoramico chiamato Schiena dell’Asino, uno dei più belli del versante sud. Si segue il sentiero 737 a partire dal bordo della Valle del Bove. A questo punto, si risale ammirando il paesaggio brullo e lavico, caratterizzato da una sabbia grigio-nera. Il sentiero sale in maniera piuttosto decisa fino alla cima de La Montagnola a 2.648 metri sul livello del mare: si tratta di un enorme cratere creatosi nel 1763, dal quale è possibile godere di una meravigliosa vista. La lunghezza dell’itinerario 737 è di 2 chilometri e mezzo sola andata per un dislivello di quasi 600 metri, ma si potrebbe dover aggiungere un percorso di avvicinamento.

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Il panorama sulla Valle del Bove

Per i più audaci c’è il trekking ai Crateri sommitali del vulcano, un’escursione da affrontare con uno dei numerosi servizi di guida dedicati. Solitamente, si cammina solo a partire dai 2.900 metri di quota, raggiunti con una combinazione di funivia e fuoristrada. Da qui si raggiungono effettivamente i crateri, che si trovano circa 400 metri più in alto.

Il percorso a piedi, sempre in compagnia della guida, dura tra le cinque e le sei ore e offre panorami che nelle giornate più limpide abbracciano contemporaneamente il Mar Ionio a est e il Mar Tirreno a ovest, la Calabria, le Isole Eolie e tutta la costa della Sicilia orientale.

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Un cratere sull’Etna

Per gli escursionisti più allenati e con esperienza, la sfida definitiva è la cosiddetta Traversata dell’Etna, dal versante sud a quello nord. È considerata l’escursione più completa e spettacolare dell’intero vulcano, con una lunghezza di circa 14 chilometri, quasi tutti in altitudine e per questo doppiamente impegnativi. Anche in questo caso è necessario l’accompagnamento di una guida. In ogni caso, è un’avventura che attraversa entrambe le anime dell’Etna, da nord a sud, passando per il tetto dell’Europa meridionale, per ricordare ancora le parole di Vivant Denon: tutto si può paragonare all’Etna e l’Etna non si può paragonare a nulla.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso in estate: escursioni tra ghiacciai e fauna alpina

Era una riserva di caccia della famiglia reale, oggi è diventato uno dei luoghi più straordinari dell’intero arco alpino per chi ama la montagna, la fauna selvatica e le grandi escursioni: è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Italia, istituito il 3 dicembre 1922. Un angolo d’Italia unico, dai panorami immensi su alcune delle vette più scenografiche dell’arco alpino, con un cielo il cui blu non teme paragoni e con una rete di sentieri fitta e variegata, adatta a ogni escursionista.

L’estate è la stagione in assoluto più generosa per chi sceglie di visitare il Gran Paradiso, visto il verde che copre i pascoli d’alta quota, punteggiati di fiori. I sentieri sono percorribili in tutta la loro estensione, senza particolari impedimenti naturali. Non serve necessariamente essere alpinisti esperti: il Parco è pronto a ospitare chiunque voglia immergersi nel suo contesto naturale unico, e magari essere così fortunato da avvistare qualcuno degli splendidi animali caratteristici della fauna alpina: stambecchi, marmotte, camosci.

Dove si trova il Parco Nazionale del Gran Paradiso

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso si trova a cavallo tra due regioni: la Valle d’Aosta (che ne comprende poco più della metà) e il Piemonte. Con una superficie di oltre 70mila ettari distribuiti su tredici diversi comuni, è uno dei parchi alpini più grandi e meglio conservati d’Europa.

Sul versante francese confina con il Parco Nazionale della Vanoise, con cui forma un’area protetta transfrontaliera di circa 120mila ettari: uno dei santuari naturali più importanti del continente.

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Prati in fiore nel Parco del Gran Paradiso

Il territorio si sviluppa intorno al massiccio del Gran Paradiso, nelle Alpi Graie, articolandosi in cinque valli principali: sul versante valdostano si trovano la Val di Cogne, la Valsavarenche e la Val di Rhêmes; su quello piemontese la Valle dell’Orco e la Val Soana. Le quote variano dagli 800 metri dei fondovalle fino ai 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso, l’unica tra le cime alpine oltre i 4.000 metri ad essere interamente in territorio italiano.

A dominare il paesaggio di alta quota sono i ben 59 ghiacciai che caratterizzano il Parco, più estesi sul versante valdostano. Il limite delle nevi perenni si attesta intorno ai 3mila metri, mentre a quote inferiori la montagna si ammanta di boschi di larici, abeti rossi e pini cembri. La flora dei prati alpini è punteggiata di genziane, stelle alpine e rododendri.

Cosa fare in estate nel Parco Nazionale del Gran Paradiso

L’estate è il momento migliore per visitare il Gran Paradiso. Con il bel tempo e i sentieri liberi dalla neve, la fitta rete sentieristica del Parco si trasforma nell’attrazione principale per tutti gli amanti del trekking alpino.

Camminando sui numerosi percorsi disponibili, non è raro imbattersi nella tipica fauna presente nel Parco, dato che, peraltro, esso ospita una delle popolazioni di stambecchi alpini più consistenti d’Europa: si stima una presenza tra i 2500 e i 3500 esemplari. Camosci e marmotte sono altrettanto numerosi: difficile percorrere qualsiasi sentiero senza imbattersi nel loro fischio caratteristico o scorgerle ritte sulle rocce di guardia alla tana.

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Una marmotta dalla tana pittoresca

Oltre alle escursioni a piedi, il parco offre numerose possibilità per il cicloturismo su percorsi sia asfaltati che sterrati, adatti a livelli diversi di allenamento.

Una tappa imperdibile per chi visita il Parco con la famiglia, poi, è il Giardino Botanico Alpino Paradisia, situato a Valnontey, nella Valle di Cogne, a 1.700 metri di quota. Fondato nel 1955, ospita oltre 1500 specie di piante locali e importate; il periodo di maggior fioritura cade tra giugno e luglio, quando il giardino diventa uno spettacolo di colori e profumi.

Tre escursioni da non perdere nel Parco Nazionale del Gran Paradiso

Come detto, l’attività principale nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è il trekking. Soprattutto sul versante valdostano, l’area protetta rappresenta una sorta di università dell’escursionismo alpino: sebbene esistano percorsi adatti a tutti i livelli di allenamento, molti itinerari prevedono salite impegnative che portano a quote importanti, dove l’aria si fa più rarefatta, il cielo più azzurro e i panorami di cui si gode durante la salita e all’arrivo sempre più preziosi.

Da Valnontey al Rifugio Sella

Uno dei classici del Parco del Gran Paradiso. Si parte da Valnontey, nella Valle di Cogne, a circa 1.700 metri di quota, e si risale il vallone fino al Rifugio Vittorio Sella (2.584 metri), percorrendo un sentiero ben tracciato che attraversa prima i boschi di larici e poi si apre sulle ampie, spettacolari praterie d’alta quota.

La lunghezza complessiva è di circa 8 chilometri per un dislivello positivo di circa 900 metri, con un tempo di percorrenza di circa tre ore in salita. È un’escursione tosta, ma non impossibile: basta un minimo di preparazione per poterla affrontare.

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Il Lago del Lauson

Ciò che rende questa escursione speciale è prima di tutto il paesaggio, con lo sguardo sui ghiacciai in testa alla valle. Le probabilità di imbattersi in stambecchi, marmotte e camosci sono piuttosto alte, specie nelle vicinanze del Lago del Lauson, un piccolo ma affascinante specchio d’acqua non lontano dal rifugio, incastonato in uno scenario incredibile, con diversi ghiacciai visibili tutto attorno e, solitamente, una incipiente fioritura di genziane, viole e primule sulle sue sponde.

Dal Piano del Nivolet al Lago Rosset

Raggiungibile sia a piedi che con le navette gratuite del Parco, il Piano del Nivolet rappresenta uno degli altopiani più affascinanti di questo angolo dell’arco alpino. Si sviluppa per oltre sei chilometri, a circa 2.500 metri di altitudine, nel cuore del versante piemontese del parco, lungo la Valle dell’Orco.

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Un angolo del Piano del Nivolet

L’ambiente è quello tipico delle zone in quota: vi si trovano laghi alpini alimentati da nevaietti e ghiacciai, il piccolo e impetuoso torrente chiamato Dora del Nivolet, prati umidi dove proliferano specie di piante adattate agli ambienti estremi. Una traversata panoramica consente di percorrere l’intero altopiano con una balconata continua sulla Valle Orco: un itinerario adatto anche a escursionisti senza esperienza, con dislivelli contenuti e scorci di rara bellezza.

Per chi invece non si accontenta della passeggiata lungo il piano, si può affrontare la breve salita al Lago Rosset, circa 500 metri più in alto, percorrendo un sentiero impegnativo in salita lungo poco più di due chilometri. Si arriva così in un luogo speciale, più appartato, un ulteriore balcone con una vista privilegiata sulle cime tutt’attorno, con al centro un piccolo e affascinante specchio d’acqua.

I più allenati possono anche proseguire per ulteriori tre chilometri fino a raggiungere il Col Rosset, dove passa il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, a 3.023 metri di altitudine.

Le Cascate di Lillaz

Per chi cerca un’escursione accessibile, adatta anche ai bambini, il percorso ad anello delle Cascate di Lillaz, in Val di Cogne, è l’itinerario ideale.

Si parte dal piccolo villaggio di Lillaz, a pochi chilometri da Cogne, e ci si incammina lungo un sentiero che risale il corso del torrente Urtier, accompagnati dal fragore dell’acqua che scende a balzi spettacolari, per oltre 150 metri complessivi di salti.

Il percorso è breve, circa 4 chilometri lungo un anello, ed è alla portata di tutti. Dal parcheggio ci vogliono appena una decina di minuti per raggiungere la cascata inferiore, poi da qui inizia la salita che porta in breve tempo a visitare gli altri due bei salti del corso d’acqua. L’ambiente naturale è veramente unico e le acque fredde del torrente contribuiscono ad abbassare la temperatura nelle circostanze, regalando una piacevole frescura, ideale nei momenti più caldi dell’estate.

Dove fare il bagno in Lombardia: le più belle piscine naturali d’acqua dolce

Arriva, puntuale, il grande caldo estivo. Già alle prime avvisaglie, l’esperto abitante delle aree urbane sa che deve fare armi e bagagli e, non appena possibile, fuggire verso la natura alla ricerca dei luoghi più refrigeranti del proprio territorio. È il momento in cui ci si ricorda delle spiagge d’acqua dolce, un turismo di prossimità che ci rammenta che a meno di due ore di macchina esistono posti dove l’acqua scorre fredda tra le rocce, gli alberi fanno ombra senza bisogno di ombrelloni e il silenzio non è interrotto da nessun altoparlante. La Lombardia non ha il mare, è vero, ma d’estate risveglia un’altra forza: una rete di torrenti, valli e piscine naturali che fa concorrenza a qualsiasi altra area d’Italia.

La regione è, non a caso, quella con la maggiore estensione fluviale del Paese: una fitta trama di corsi d’acqua che scende dalle Alpi e dalle Prealpi attraverso valli spesso poco frequentate, scavando polle cristalline, generando fragorose cascate, mentre piccole spiagge di sassolini bianchi si formano a corredo di queste meraviglie acquatiche.

Il Parco del Pollino in estate: cosa fare sul tetto dell’Italia meridionale, tra pini loricati e canyon

Pinus heldreichii, ovvero pino di Heldreich: uno dei nomi con cui è conosciuto il pino loricato, il simbolo del Parco Nazionale del Pollino. Un albero unico, spettacolare, con un fusto magro, serio, da cui partono rami sghembi, fitti di aghi verde scuro. Il termine loricato, con cui lo si identifica comunemente, deriva proprio dall’aspetto della corteccia adulta, che forma placche grigie simili alla lorica, la corazza dei legionari romani. È una pianta estremamente resistente, una delle poche che riesce a vivere sui fianchi delle montagne di questo angolo dell’Italia meridionale aspro e bellissimo. Nel 2018 una indagine al radiocarbonio ha individuato in un pino loricato del Parco del Pollino l’albero più antico d’Europa, dandogli un’età di 1230 anni.

Esplorare queste montagne, tra gole, praterie e la rada ombra dei pini loricati è un vero e proprio regalo da concedersi in estate. Il Parco ha un territorio vasto, aspro, con angoli coperti da faggi centenari ed è percorso da tortuosi torrenti. Ci sono vette sopra i duemila metri, lunghi sentieri e grandi panorami. Un vero e proprio paradiso per chi ha scelto il trekking tra montagne poco frequentate come obiettivo della propria estate.

Il Parco del Pollino: storia, dove si trova e come arrivare

Grazie ai suoi 192.565 ettari di estensione, il Parco Nazionale del Pollino è il parco nazionale più grande d’Italia. Si estende a cavallo tra due regioni, la Basilicata e la Calabria, abbracciando le province di Potenza, Matera e Cosenza e includendo ben 56 comuni all’interno del suo perimetro. Il territorio si organizza attorno a diversi sistemi montuosi, parte dell’Appennino meridionale: il Massiccio del Pollino, che dà il nome all’area protetta, i Monti di Orsomarso in Calabria e il Monte Alpi in Basilicata. Le vette più alte si trovano sul Pollino, dove Serra Dolcedorme rappresenta la cima alla quota più elevata, a 2267 metri di altitudine.

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Panorama del Parco del Pollino al tramonto

La sede dell’Ente Parco si trova a Rotonda, in Basilicata. La storia del parco è relativamente recente: fu istituito come Parco Nazionale nel 1988, sebbene gli organi di gestione abbiano iniziato a operare concretamente solo tra il 1993 e il 1994. Nel 2015 il riconoscimento internazionale è arrivato con l’inserimento nella lista globale dei Geoparchi UNESCO, un titolo che sottolinea il valore eccezionale della sua geologia: inghiottitoi, doline, grandi sorgenti e canyon di origine carsica disegnano un paesaggio sotterraneo tanto affascinante quanto quello in superficie.

Nel 2017 la Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero è entrata nella lista del Patrimonio dell’Umanità UNESCO, riconoscimento esteso nel 2021 alla Faggeta del Pollinello, nel sito diffuso Antiche faggete primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa.

Raggiungere il Parco del Pollino richiede un po’ di pianificazione, soprattutto perché il territorio è vasto e le zone di maggiore interesse non sono necessariamente adiacenti. L’auto è la soluzione più comoda per arrivare: dall’autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria si esce a Laino Borgo per il versante calabrese, oppure a Morano Calabro; per il versante lucano il riferimento è l’uscita di Lauria. Il paese di Civita, punto di accesso privilegiato alle Gole del Raganello, si raggiunge da Castrovillari in circa mezz’ora. In treno, le stazioni più vicine sono quelle di Castrovillari e di Lagonegro, da cui è necessario proseguire in auto o con il trasporto pubblico locale.

Cosa fare in estate nel Parco del Pollino

L’estate è la stagione in cui il Parco del Pollino offre il ventaglio più ampio di attività da intraprendere nel suo territorio. Il trekking è senza dubbio un modo privilegiato di scoprire questo territorio, grazie a una rete sentieristica fitta che offre itinerari adatti a ogni livello e a ogni obiettivo. I Piani di Ruggio e il Colle dell’Impiso, nel comune di Viggianello, sono i punti di partenza classici per le escursioni in alta quota, ben segnalati e raggiungibili in auto.

Per chi ama l’acqua dolce, inoltre, il Pollino non delude. Il canyon del Raganello, scavato dal torrente omonimo tra pareti calcaree che in alcuni punti superano i 400 metri di altezza, è uno dei luoghi più spettacolari del parco ed è percorribile sia con escursioni a piedi, che si svolgono lungo il bordo della gola, sia con attività di canyoning direttamente nel letto del corso d’acqua, sempre accompagnati da guide esperte. Anche il Fiume Lao è un protagonista dell’estate al Pollino, con i suoi tratti navigabili in kayak e le possibilità di rafting nelle rapide. Le acque di entrambi i fiumi sono cristalline e fresche, un sollievo insostituibile nelle giornate più calde.

Oltre alle attività outdoor legate alla grande offerta naturale, il Parco offre anche una grande ricchezza culturale e antropologica, troppo spesso sottovalutata. Al suo interno, ad esempio, vivono ancora alcune delle più importanti comunità arbëreshë d’Italia, ovvero le comunità di origine albanese che si insediarono in queste terre tra il Quattrocento e il Settecento per sfuggire all’avanzata ottomana.

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Il borgo di Civita

In paesi come Civita, San Paolo Albanese, San Costantino Albanese e altri si conservano ancora oggi la lingua arbëreshë, il rito greco-cattolico, i costumi tradizionali e una cucina propria.

Da non perdere, infine, il Ponte Tibetano di Castelsaraceno, che con i suoi 586 metri di lunghezza è il più lungo del mondo e collega il Parco del Pollino con il Parco dell’Appennino Lucano.

Escursioni da non perdere nel Parco del Pollino

La più bella escursione a piedi da effettuare nel Parco del Pollino è considerata dai più l’ascesa a Serra di Crispo. Si parte dal Colle dell’Impiso, a 1573 metri nel comune di Viggianello, raggiungibile in auto. Si segue quindi il sentiero IPV4 che scende verso i Piani Vacquarro costeggiando il torrente Frido. Il percorso sale poi verso la Serra di Crispo, a 2054 metri di quota, un crinale dove crescono alcuni degli esemplari di pino loricato più antichi, contorti e spettacolari dell’intero parco. Questo luogo è soprannominato il Giardino degli Dei: i tronchi giganteschi dalla corteccia bianca brillano alla luce del sole tra le rocce nude, in un paesaggio che ha qualcosa di primordiale e commovente. Il dislivello è impegnativo ma il percorso è ben segnalato. In piena estate è consigliata la partenza nelle prime ore del mattino, per non essere sorpresi dal solleone mentre si cammina.

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Serra di Crispo, il Giardino degli Dei

Lo stupendo borgo di Civita, il cui nome in arbëreshë significa “nido d’aquila”, racconta solo con questo fatto la sua posizione: è sospeso, difatti, sull’orlo di una gola vertiginosa, con una vista sulle Gole del Raganello che lascia letteralmente senza fiato. Da qui parte uno dei percorsi più scenografici del parco: si attraversa il paese, si raggiunge il belvedere dal quale si domina l’intera gola, poi si scende lungo il sentiero verso il cosiddetto Ponte del Diavolo, un antico ponte in pietra che si trova circa 50 metri sopra il greto del torrente Raganello. La discesa è ripida ma breve. Il ritorno al paese, con la gola alle spalle e i profili del massiccio davanti agli occhi, è un vero spettacolo. Il giro attorno al piccolo borgo e ai suoi sorprendenti dintorni naturali non è particolarmente impegnativo: è una camminata di quasi 7 chilometri con meno di 400 metri di dislivello in salita.

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Le Gole del Raganello

Se Civita e Serra di Crispo rappresentano due ambienti naturali aspri e scarsamente popolati di vegetazione, per sfuggire alla canicola ci si può rifugiare in una escursione alla scoperta della Faggeta Vetusta di Cozzo Ferriero, come detto uno dei siti inseriti dall’UNESCO nella lista del Patrimonio dell’Umanità nel 2017.

Si tratta di una foresta primaria di faggi, con esemplari che superano i 400 anni di vita: dei veri e propri giganti del bosco. È attraversata da un sentiero che porta al Cozzo Ferriero da cui prende il nome, una cima a 1790 metri di quota. Per affrontare l’escursione si parte dal Rifugio Fasanelli e si sale al Cozzo in circa cinque chilometri, con un’ascesa graduale ma sempre in salita. Camminare tra gli alberi risulta sempre piacevole, ma non sono da sottovalutare i numerosi panorami splendidi sui versanti lucano e calabrese del Parco di cui si gode nei luoghi in cui il bosco si interrompe, lasciando spaziare la vista.

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