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Tra le vie medievali e i canali segreti di Erfurt, bellissima città soprannominata “Roma della Germania”

4 octobre 2026 à 15:00

Affacciata sul piccolo fiume Gera, Erfurt ha il genere di centro storico che costringe a rallentare lo sguardo. La capitale della Turingia, infatti, riunisce piazze ampie, vicoli stretti, case a graticcio, torri religiose e antichi edifici borghesi, creando un paesaggio urbano rimasto fortemente legato al Medioevo

Ci troviamo al centro della Germania, lungo antiche direttrici commerciali che collegavano importanti territori europei, tanto da divenire nel corso dei secoli un rilevante centro religioso e commerciale. La presenza di oltre 20 chiese parrocchiali, cappelle e antichi complessi monastici, tra le altre cose, le ha procurato il soprannome di “Roma della Turingia“.

A settembre 2023 un altro capitolo della storia di Erfurt ha raggiunto una dimensione internazionale: il patrimonio ebraico medievale della città, formato dall’Antica Sinagoga, dal Mikveh medievale e dalla cosiddetta Stone House, è entrato nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO.

Cosa vedere a Erfurt

Il centro storico racconta Erfurt attraverso una successione di luoghi molto diversi tra loro. La parte più interessante emerge proprio nei passaggi tra una piazza e l’altra, quando la grande architettura religiosa lascia posare lo sguardo su botteghe, cortili, facciate colorate e piccole strade medievali.

Domplatz e il complesso del Duomo

La Domplatz è il grande spazio scenografico di questa località della Germania. Sul lato occidentale si innalza il complesso formato dal Duomo di Santa Maria e dalla Chiesa di San Severo, una presenza monumentale che domina tutto dall’alto della collina.

L’edificio attuale riunisce elementi di epoche diverse, con una torre romanica e un coro tardogotico di grande slancio verticale. All’interno attirano l’attenzione le vetrate del XIV secolo, le opere medievali, le sculture bronzee e l’altare rococò.

Krämerbrücke, il ponte abitato

Il Krämerbrücke, il Ponte dei Mercanti, rappresenta l’immagine più singolare di Erfurt: è in pietra, attraversa il Gera e sostiene una vera str ada fiancheggiata da edifici a graticcio su entrambi i lati.

Krämerbrücke, Erfurt
iStock
Il Krämerbrücke di Erfurt

Le abitazioni formano una sequenza continua di edifici destinati alla vita quotidiana e alle attività commerciali, trasformando il passaggio sul fiume in una piccola strada urbana. Botteghe artigiane, gioiellerie, ceramiche e cioccolaterie occupano gli edifici del ponte.

Fischmarkt e il Rathaus

La Fischmarkt introduce a una dimensione più monumentale, con antiche facciate borghesi e locande che circondano la piazza, mentre al centro si trova la statua di San Giorgio, conosciuta anche attraverso la tradizione della figura di Orlando.

Il Rathaus, costruito tra il 1870 e il 1875, presenta forme neogotiche e conserva importanti dipinti murali con scene che raffigurano episodi della storia cittadina, insieme a riferimenti a Martin Lutero e alle leggende di Tannhäuser e Faust.

Augustinerkloster

C’è poi il monastero agostiniano che risale al XIII secolo e comprende la chiesa, il chiostro e gli ambienti conventuali.  Tra le sale sono conservati documenti e manoscritti di grande valore storico, mentre il chiostro restituisce una sensazione più raccolta.

Anger e Angermuseum

Non è di certo da meno l’Anger che segue un’antica direttrice commerciale trasformata nel tempo in elegante strada cittadina. Le facciate testimoniano la prosperità raggiunta da Erfurt tra Medioevo ed età moderna, mentre alcuni edifici ricordano la presenza di importanti figure della cultura tedesca.

Al numero 37/38 si trova uno dei portali rinascimentali più interessanti della città: l’edificio fu frequentato da Goethe, Schiller e dai fratelli Humboldt durante il periodo legato a Karl Theodor von Dalberg.

L’Angermuseum, ospitato in un edificio barocco dei primi anni del XVIII secolo, è la casa di opere d’arte medievale, dipinti dal XVII secolo al XX secolo e ceramiche della Turingia.

Petersberg e la grande fortezza barocca

La collina di Petersberg domina Erfurt dall’alto ed è la culla di una delle fortificazioni più importanti. La Petersberg Citadel fu costruita sul sito di un antico monastero benedettino ed è una delle fortezze urbane barocche meglio conservate dell’Europa centrale.

Il sistema difensivo comprende bastioni, cortili, edifici militari e una rete di cunicoli sotterranei. Le visite guidate consentono di conoscere anche questa parte nascosta della struttura, attraverso percorsi dedicati alle fortificazioni e alla storia militare.

Patrimonio ebraico medievale

Erfurt conserva una testimonianza straordinaria della presenza ebraica medievale. L’Antica Sinagoga, il Mikveh del XII secolo e la Stone House, edificio civile risalente al XII e XIII secolo, costituiscono il complesso inserito nel Patrimonio Mondiale UNESCO nel 2023.

Il Mikveh è particolarmente interessante per la sua funzione rituale. La struttura sotterranea legata all’acqua permette di comprendere la vita religiosa della comunità ebraica medievale, mentre la Stone House documenta la dimensione civile di quella stessa presenza.

Egapark

A ovest del centro storico cambia completamente lo scenario con l’Egapark, sviluppato nell’area della storica Cyriaksburg, che occupa circa 90 ettari e racconta la vocazione di Erfurt quale città dei fiori e dell’orticoltura. Il parco ospita anche mostre, iniziative legate al giardinaggio e manifestazioni stagionali.

Cosa fare a Erfurt

La sua identità emerge nei dettagli quotidiani, nei locali del centro e nelle occasioni culturali che accompagnano il calendario cittadino.

  • Assaggiare le specialità della Turingia: per entrare nella tradizione gastronomica locale attraverso i Thüringer Klöße, gli gnocchi di patate, la celebre Thüringer Rostbratwurst e le birre della città.
  • Seguire le tracce di Lutero: serve a ricostruire una parte fondamentale della sua formazione tra università, monastero agostiniano e chiese cittadine.
  • Assistere agli eventi culturali: offre opportunità legate alla musica, al teatro e alle tradizioni locali. Tra gli appuntamenti più importanti figurano le Giornate Bach, il DomStufen-Festspiele, la Jazzmeile e il New Orleans Music Festival.

Dove si trova e come arrivare

Erfurt si trova nella Germania centrale ed è la capitale della Turingia. La posizione geografica ha favorito per secoli i collegamenti commerciali e oggi la rende facilmente raggiungibile dalle principali aree urbane tedesche. Il treno rappresenta una soluzione particolarmente pratica per chi arriva da altre città della Germania. La stazione centrale è connessa alla rete ferroviaria ad alta velocità e consente di raggiungere il centro storico con un breve tragitto urbano.

In automobile, Erfurt è collegata alle autostrade A4, A9 e A71, che attraversano e collegano la Turingia con altre regioni tedesche. L’aeroporto di Erfurt-Weimar si trova a breve distanza dal centro e completa la rete dei collegamenti.

Il visitatore che vi arriva si trova davanti una località in grado di mostrare molti secoli della propria storia senza trasformarli in semplice scenografia: il ponte abitato, le torri, il monastero di Lutero, le fortificazioni e le testimonianze della comunità ebraica appartengono a epoche diverse, eppure compongono un unico paesaggio urbano.

Il mio nome è Carlo, le location del tv movie su Carlo Acutis tutte realmente frequentate dal Santo

27 septembre 2026 à 16:00

È a tutti gli effetti un film sulla vita di un Santo, ma di un classico film sulla vita di un Santo non ha né l’intento agiografico e né le ambientazioni ufficiali e in pompa magna. Nel tv movie sulla vita di Carlo Acutis, “il primo Santo Millennial” come la stessa Chiesa lo ha definito spesso durante il processo di canonizzazione, la vera protagonista sembra essere l’influenza che la spiritualità di Carlo ha sempre avuto su chi gli stava accanto.

Anche le location di Il mio nome è Carlo sono, più che chiese e pulpiti, i luoghi che il giovane milanese appassionato di informatica frequentava ogni giorno. Scopriamo insieme dov’è stato girato il film Tv in onda in esclusiva su Canale 5 domenica 27 settembre in prima serata e in streaming su Mediaset Infinity.

Di cosa parla

Il mio nome è Carlo racconta di quando a sei anni Carlo Acutis (in queste scene interpretato da Nicolò Caruz Jaramillo) mostrava una spiritualità precoce per la sua età e capace, soprattutto, di contagiare tutti. Più tardi, a undici anni (a interpretarlo c’è ora Edoardo Vitalone), Carlo scopre una passione per il computer che lo accompagnerà per tutta la vita e che di fatto lo farà Santo: dalla sua cameretta intuisce, infatti, che la Rete può essere usata per raccontare la fede e avvicinare i più giovani a Cristo. Quando a quindici anni (col volto di Samuele Carrino, che i più ricorderanno per il ruolo da protagonista ne Il ragazzo dai pantaloni rosa) lo colpisce una forma acuta di leucemia Carlo non perde la speranza e continua soprattutto a regalarla a chi gli sta intorno: i genitori (interpretati nel film Mediaset da Lucia Mascino e Flavio Parenti), il domestico arrivato dalle Mauritius, i tanti medici degli ospedali milanesi in cui viene ricoverato.

Arriva in prima Tv su Canale 5 il film sulla vita di Carlo Acutis: "Il mio nome è Carlo"
Ufficio stampa CEI
Una scena di “Il mio nome è Carlo”

Dov’è stato girato il film

Milano

La maggior parte delle location di Il mio nome è Carlo si trovano come accennato a Milano in un «quadrilatero», come lo ha definito al Corriere della Sera il produttore del film, in cui di fatto si è svolta l’intera esistenza del Santo.

Piazza Tommaseo e l’Istituto Marcelline

In una delle prime scene un Carlo bambino è appena uscito dallo storico Istituto delle Marcelline e attraversa una piazza Tommaseo colorata di rosa dall’iconica fioritura delle magnolie: una scena, quella di un bimbo che esce da scuola nella primavera meneghina, così comune da far apparire ancora più straordinaria la vicenda canonica di Acutis.

Piazza Vetra e le Colonne di San Lorenzo

Qualche inquadratura più tardi ritroviamo il ragazzo, ormai adolescente fatto, impegnato a distribuire coperte ai senzatetto di piazza Vetra: di passaggio tra le Colonne di San Lorenzo e il Parco delle Basiliche è molto frequentata ogni giorno da milanesi e non, cosa che non la mette a riparo oggi come in passato dal situazioni di disagio e precarietà.

C'è Piazza Vetra tra le location di "Il mio nome è Carlo" a Milano
iStock
La storica piazza Vetra a Milano

La Chiesa di Santa Maria Segreta

Uno dei principali luoghi dov’è stato girato Il mio nome è Carlo è la parrocchia abitualmente frequentata dalla famiglia Acutis: la Chiesa di Santa Maria Segreta, chiamata così perché dove oggi c’è la costruzione in stile neobarocco un tempo sorgeva un tempio pagano dedicato alla dea Demetra. Nell’oratorio della parrocchia sono girate le numerose scene in cui Carlo fa catechismo ai suoi coetanei con risultati decisamente più apprezzabili di quelli del prete.

Il liceo Leone XIII

Altra location del tv movie sulla vita di San Carlo Acutis è il Leone XIII: il liceo gesuita realmente frequentato dal ragazzo che compare sullo schermo in numerose scene in cui hanno fatto da comparse i suoi veri studenti.

Altre location

Le abitazioni private, sia quella della famiglia Acutis e sia quella dove Carlo partecipa con i compagni a una festa durante la quale ha modo di pronunciare una delle sue frasi più famose (“Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie e io non voglio”), non sono invece quelle originali: si tratta di appartamenti scelti comunque nel centro di Milano, tra le vie adiacenti alla Scala e Parco Sempione.

Milano del resto è una co-protagonista silenziosa ma affidabile della santità di Acutis e del film di Giacomo Campiotti che la racconta su Canale 5 a poco più di un anno dalla canonizzazione (avvenuta il 7 settembre 2025 a opera di Papa Leone XIV). Lo skyline e diversi panorami della città punteggiano le inquadrature: ancora secondo quanto riportato da Corriere della Sera, per rendere possibili delle riprese della città dall’alto, la Fabbrica avrebbe aperto in via eccezionale le terrazze del Duomo di Milano.

C'è anche il Duomo di Milano tra i luoghi in cui è stato girato il tv movie sulla vita di Carlo Acutis
iStock
Le magnifiche terrazze del Duomo di Milano

Tra le location di Il mio nome è Carlo segnalate dalla Regione Lombardia, che ha sostenuto la produzione del film, ci sono anche l’Acquario civico e il Museo di Storia Naturale di Milano.

L’ospedale in cui nel film Carlo trascorre le ultime ore di vita è l’Ospedale San Gerardo di Monza.

Un’intera isola greca è in vendita: ha spiagge private, ville e persino una chiesa

21 septembre 2026 à 12:30

Nel Mar Egeo settentrionale esiste un’isola privata che sembra uscita da una favola: si chiama Argyronisos, conosciuta anche come Isola d’Argento, e oggi è in vendita. Si trova nel Golfo di Pteleos, al largo della punta settentrionale dell’isola di Eubea, e si estende per circa 24 ettari. La proprietà comprende spiagge e calette private, un antico uliveto, diverse abitazioni in pietra e persino una storica cappella.

L’isola, uno dei rifugi più incredibili lungo la costa europea, è passata all’attuale famiglia proprietaria nel 1961 e, per oltre sessant’anni, è stata preservata come residenza privata e azienda olivicola biologica. Oggi, per la prima volta dopo decenni, viene proposta sul mercato attraverso Engel & Völkers, con prezzo disponibile su richiesta.

Argyronisos, l’isola privata in vendita

Il nome Argyronisos significa “Isola d’Argento” e richiama il colore delle foglie degli ulivi quando vengono mosse dal vento. È proprio la vegetazione uno degli elementi che caratterizzano il paesaggio, insieme alle colline, alle calette appartate e alle acque del Golfo di Pteleos.

La proprietà dispone complessivamente di circa 937 metri quadrati di superficie edificata, distribuiti tra undici strutture in pietra ben conservate. Tra queste ci sono la residenza principale, una villa su due piani, diverse case indipendenti (foresterie), la residenza del custode e una cappella. Le costruzioni sono immerse nel paesaggio e mantengono un’architettura discreta, pensata per integrarsi con la natura.

Tra gli elementi più particolari spicca la cappella di Agioi Anargyroi, una piccola chiesa greco-ortodossa, situata nel cuore della tenuta. La tenuta conserva inoltre un uliveto biologico con alberi secolari, che da decenni produce olio destinato principalmente al consumo della famiglia proprietaria, un eliporto e un pontile per yacht.

Un’altra caratteristica particolare di Argyronisos è la sua autonomia energetica. L’isola, gestita seguendo i principi della sostenibilità, utilizza un impianto indipendente a energia solare, affiancato da un generatore di riserva per i periodi di maltempo, mentre l’acqua viene raccolta e conservata in appositi serbatoi. Un sistema pensato per permettere alla proprietà di funzionare senza dipendere dalle reti pubbliche.

Argyronisos comprende anche spiagge naturali dotate di privacy assoluta, mentre l’accesso alle acque profonde permette di raggiungere l’isola anche con imbarcazioni di grandi dimensioni. La posizione, inoltre, la colloca vicino alle Sporadi, con Skiathos, Skopelos e Alonissos raggiungibili via mare.

Isola greca in vendita
Louisa Nikolaidou
Argyronisos, l’isola privata in vendita

Come si raggiunge l’isola greca in vendita

Nonostante il carattere appartato, Argyronisos non è completamente isolata. Il collegamento con la terraferma avviene attraverso imbarcazioni private dai porti e dai moli turistici della zona. Dalla città di Atene il viaggio complessivo via terra e mare richiede circa tre ore e mezza.

Per chi preferisce un trasferimento più rapido, è possibile arrivare in elicottero privato dall’aeroporto internazionale di Atene, con un volo di circa 50 minuti. L’isola della Grecia dispone infatti di un’apposita area di atterraggio. I trasferimenti possono essere ancora più brevi partendo dalle vicine isole dotate di eliporto.

L’isola privata è attualmente proposta in vendita esclusiva da Engel & Völkers. Il prezzo non è stato reso pubblico ed è disponibile su richiesta, insieme alla documentazione completa della proprietà.

L'isola privata di Argyronisos è disponibile sul mercato
Louisa Nikolaidou
Una delle calette private di Argyronisos

Viaggio nel cuore spirituale della Transilvania: Monastero di Brâncoveanu, un gioiello ortodosso

31 août 2026 à 13:30

Alle pendici dei Monti Făgăraș, la catena montuosa più alta della Romania, il verde degli alberi accompagna la strada, e piano piano compaiono i primi edifici di un complesso monastico che pare silenziare qualsiasi rumore. È il Monastero di Brâncoveanu, conosciuto anche con il nome di Monastero di Sâmbăta de Sus, uno dei luoghi più importanti dell’identità ortodossa romena.

Accanto alla vita monastica, però, qui vi fu una scuola, una tipografia e persino un laboratorio destinato alla pittura delle icone. Il fatto più sorprendente è che ancora oggi conserva questa vocazione: pochi monaci vivono all’interno del monastero, mentre la chiesa resta il cuore spirituale dell’insieme.

Contemporaneamente, il silenzio, la vicinanza della montagna e la cura quasi minuziosa dei giardini creano un’atmosfera particolare, più facile da percepire sul posto che da raccontare a parole.

Breve storia del Monastero di Brâncoveanu

La vicenda del monastero è segnata da una delle pagine più dure della storia religiosa della regione. Dopo la decapitazione di Constantin Brâncoveanu nel 1714, avvenuta a seguito del rifiuto di convertirsi all’Islam, arrivarono provvedimenti contro gli ordini monastici.

Nel 1785 la Corte di Vienna ordinò al generale Preiss di distruggere il complesso. Gli alloggi dei monaci furono demoliti e la chiesa venne lasciata in rovina. Per circa 140 anni questo posto rimase abbandonato, mentre le sue strutture attraversavano una lunga fase di decadenza.

La rinascita arrivò nel XX secolo. I lavori iniziarono nel 1926 e proseguirono tra il 1929 e il 1936. L’intervento gli restituì vita, preservando l’architettura e le pitture interne della chiesa. In questa fase furono restaurati anche il campanile e altri elementi architettonici, mentre vennero aggiunti i caratteristici colonnati in pietra.

Una particolare attenzione merita la sorgente di acqua corrente: la sua origine risale al XVI secolo e la fonte è stata restaurata nel corso del tempo. La tradizione religiosa le attribuisce proprietà miracolose e ancora oggi i visitatori possono raccogliere l’acqua santa dagli appositi recipienti.

La memoria di Brâncoveanu resta invece legata alla figura del principe fondatore, raffigurato in un affresco sulla parete occidentale del pronao. La sua immagine accompagna così la visita insieme alla memoria di un sovrano che sostenne la Chiesa ortodossa, l’istruzione e le arti.

Il 15 agosto, giorno della Dormizione della Madre di Dio, il monastero celebra la propria festa patronale. Per l’occasione arrivano pellegrini da diverse parti della Romania, dando vita a un’atmosfera molto diversa dal silenzio abituale del complesso.

La visita al monastero tra arte, fede e natura

La visita parte dalla chiesa, riconoscibile per l’architettura legata alla tradizione brâncovenescă. Il termine indica lo stile artistico sviluppatosi durante il periodo di Constantin Brâncoveanu, caratterizzato da una particolare fusione di elementi locali, influenze bizantine e suggestioni ottomane, arricchita da una decorazione ornamentale molto elaborata.

Chiesa del Monastero di Brâncoveanu, Romania
iStock
Interno della chiesa del Monastero di Brâncoveanu

Colpiscono le colonne scolpite e il campanile, mentre all’interno attirano lo sguardo le pitture murali. La decorazione comprende anche scene di carattere apocalittico, particolarmente suggestive per il contrasto tra la ricchezza cromatica degli affreschi e la sobrietà degli spazi sacri.

Il campanile, dal canto suo, possiede una caratteristica architettonica curiosa: la struttura appare ottagonale all’esterno, mentre dentro assume una forma cilindrica. È uno di quei particolari che rischiano di passare inosservati durante una visita veloce, ma che aiutano a comprendere la complessità dell’edificio.

Il museo delle icone

Una tappa importante conduce al museo del complesso. La raccolta conserva icone realizzate su legno e vetro risalenti soprattutto ai secoli XVIII e XIX, insieme a libri antichi e oggetti utilizzati nella liturgia ortodossa.

La pittura su vetro rappresenta uno degli aspetti più caratteristici della tradizione artistica locale. Le immagini sacre, delicate e luminose, appartengono a una tecnica particolarmente legata alla cultura romena e costituiscono una delle testimonianze più interessanti custodite dal monastero.

Il laboratorio di pittura delle icone ha una lunga tradizione. La scuola artistica attiva a Sâmbăta de Sus produsse opere di pittura murale e su vetro ancora oggi apprezzate. L’attività è stata ripresa in epoca moderna e il laboratorio viene considerato tra i più importanti del Paese.

I giardini e la sorgente

Fuori dalla chiesa, sentieri e aree verdi attraversano giardini ricchi di fiori, frutteti e alberi. Rose, calendule e garofani dei poeti aggiungono colore agli spazi e contribuiscono alla sensazione di ordine che caratterizza l’intera area.

La sorgente del XVI secolo rappresenta un’altra tappa significativa. L’acqua scorre ancora oggi e viene considerata santa: per molti visitatori il gesto più naturale consiste nel riempire una bottiglia e portare con sé una piccola parte di questa tradizione.

Il rapporto con la natura raggiunge la sua espressione più particolare negli spazi destinati alle celebrazioni all’aperto. Il monastero viene infatti descritto anche quale una sorta di altare nel bosco, con funzioni religiose svolte in mezzo alla vegetazione.

All’interno ha sede inoltre la cosiddetta “Academy from Sambata“, centro dedicato alla spiritualità cristiana, all’arte, alla scienza e alla cultura. Conferenze, congressi e simposi di carattere teologico ampliano così la funzione del monastero oltre la dimensione strettamente religiosa.

Dove si trova e come arrivare

Il Monastero di Brâncoveanu si trova a Sâmbăta de Sus, in Romania, ai piedi dei Monti Făgăraș, nell’area storica legata alla Transilvania. La posizione regala al complesso uno sfondo naturale particolarmente scenografico, con le montagne che si alzano alle sue spalle e una distesa di verde attorno agli edifici.

Sâmbăta de Sus è collegata all’area di Brașov e al resto della regione attraverso la rete stradale locale. La visita può quindi diventare una tappa di un itinerario più ampio nella zona dei Monti Făgăraș, soprattutto per chi desidera alternare borghi, testimonianze storiche e paesaggi montani.

Nei dintorni si trova anche il Castello di Brâncoveanu, legato alla stessa famiglia principesca. Le vicende dei due complessi hanno seguito percorsi differenti, ma insieme aiutano a ricostruire la presenza della dinastia Brâncoveanu nella regione.

Il monastero resta però il luogo più intenso da vivere con calma: tra il profilo della montagna, la pietra scolpita, le pitture della chiesa, le icone sul vetro, il profumo dei fiori e l’acqua della sorgente, la storia appare meno distante.

Un viaggio nelle Fiandre sulle tracce di Van Dyck tra musei, chiese e capolavori

22 mars 2026 à 15:00

Seguire le tracce di Anton Van Dyck significa immergersi in uno dei capitoli più affascinanti della pittura barocca europea. Allievo di Rubens e protagonista delle corti del Seicento, il pittore fiammingo ha saputo costruire uno stile inconfondibile, fatto di eleganza, intensità emotiva e grande attenzione ai dettagli. La sua arte, capace di attraversare confini geografici e culturali, trova però nelle Fiandre il suo punto di partenza e il suo cuore più autentico.

Un itinerario ispirato alla sua figura diventa così un viaggio culturale tra città d’arte, chiese e musei, dove le opere dialogano ancora con i luoghi per cui furono pensate. Non si tratta soltanto di osservare dipinti, ma di entrare in un racconto che attraversa il tempo, tra atmosfere barocche, architetture monumentali e scorci urbani affascinanti.

Anversa, alle origini del talento

Il viaggio nelle Fiandre non può che iniziare da Anversa, città natale di Van Dyck. Qui, nella Città dei Diamanti, si entra in contatto con gli anni della formazione del pittore e con l’ambiente culturale che ne ha plasmato il talento.

Passeggiando tra le strade del centro storico si percepisce ancora oggi il fermento di un’epoca in cui arte, commercio e relazioni internazionali si intrecciavano. Una delle tappe fondamentali è la Chiesa di San Paolo nel centro storico di Anversa, dove si conserva il celebre “Cristo che porta la croce”. L’opera colpisce per la sua intensità drammatica e per la capacità di rendere il movimento e la sofferenza in modo estremamente coinvolgente.

Un’altra tappa da inserire nell’itinerario sulle orme del pittore fiammingo è il Museo Reale di Belle Arti, il KMSKA – tempio dell’arte sulla Museumplein. Qui è possibile osservare un importante nucleo di 17 opere che documentano l’evoluzione dello stile di Van Dyck. I ritratti, in particolare, mostrano già quella raffinatezza che lo renderà celebre nelle corti europee: figure eleganti, tessuti ricchi e una cura minuziosa dei dettagli che conferisce profondità e realismo alle scene.
Anversa è anche il luogo ideale per comprendere il legame con Peter Paul Rubens, Maestro e punto di riferimento per Van Dyck.

Per chi desidera prepararsi a questo percorso nelle Fiandre, una tappa ideale è la mostra “Van Dyck l’Europeo” al Palazzo Ducale di Genova (aperta fino al 19 luglio 2026). Qui è esposta anche l’opera l’Autoritratto (1616-1617) – proveniente dalla Rubenshuis, casa museo dedicata a Peter Paul Rubens, di Anversa. Entrambi i maestri ebbero un legame molto forte con la città di Genova.

Mechelen, spiritualità e introspezione

A pochi chilometri da Anversa, Mechelen, con le sue belle facciate barocche sparse sulle rive della Dyle, offre una dimensione più raccolta e intima, perfetta per approfondire l’aspetto spirituale della produzione di Van Dyck. La città custodisce nella Cattedrale di San Rombaldo un intenso “Cristo sulla Croce” che rappresenta uno degli esempi più significativi della sua arte sacra.

Qui il viaggio sulle orme di Van Dyck assume un ritmo più lento, permettendo di soffermarsi sui dettagli e di cogliere sfumature che spesso sfuggono in contesti più affollati. Questa tappa è ideale per chi desidera comprendere come l’artista sia riuscito a reinterpretare il tema della sofferenza con uno stile personale, capace di unire tradizione e innovazione.

Tappe da fare nelle Fiandre per ammirare le opere di Van Dyck
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La Piazza del Mercato di Mechelen

Dendermonde, la forza della narrazione

Proseguendo l’itinerario, Dendermonde, con il suo Ros Beiaard (il cavallo Baiardo) simbolo della città e il Belfort (la torre civica) – Patrimonio Mondiale UNESCO, rappresenta una tappa meno conosciuta ma di grande interesse. Nella Chiesa di Nostra Signora, esempio di architettura gotica, si trova l’“Adorazione dei Pastori”, un’opera che mette in luce la straordinaria capacità narrativa di Van Dyck.

Il dipinto è costruito attraverso un sapiente gioco di luci e ombre che guida lo sguardo dello spettatore, creando una composizione dinamica e coinvolgente. I personaggi sembrano muoversi all’interno dello spazio, dando vita a una scena che appare quasi teatrale.

Ciò che colpisce è l’equilibrio tra intimità e grandiosità: da un lato la semplicità del momento rappresentato, dall’altro la ricchezza dei dettagli e la complessità della costruzione visiva. Van Dyck riesce a rendere la scena accessibile, ma allo stesso tempo carica di significato.

Gent, contrasti e capolavori

Gent, la città più medievale del Belgio, è una delle tappe più affascinanti delle Fiandre e rappresenta una fermata fondamentale per comprendere l’evoluzione del linguaggio artistico di Van Dyck. Nella gotica Chiesa di San Michele si conserva un altro “Cristo sulla Croce”, caratterizzato da una composizione essenziale ma estremamente potente.

L’opera si distingue per l’uso dei contrasti cromatici: il cielo scuro, il pallore della figura di Cristo e i colori più intensi degli altri elementi creano una tensione visiva che amplifica il significato spirituale della scena. La semplicità della composizione non riduce l’impatto emotivo, ma anzi lo rende ancora più diretto.

Gent è anche un luogo chiave per comprendere il contesto artistico delle Fiandre. La città ospita infatti alcuni dei capolavori più importanti della pittura europea, offrendo un panorama che va ben oltre il Barocco e comprende il Rinascimento fiammingo e la pittura primitiva.

Passeggiare tra i suoi canali e le sue piazze significa immergersi in una storia stratificata, dove ogni epoca ha lasciato il proprio segno. Una tappa da non perdere qui è il MSK-Museo di Belle Arti che ospita opere del pittore fiammingo che permettono di comprendere più a fondo la personalità artistica del grande Maestro.

Dove andare nelle Fiandre per scoprire il maestro Van Dyck
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Il ponte su un canale a Gent

Bruges e Bruxelles, tra musei e collezioni

Il viaggio si conclude idealmente tra Bruges e Bruxelles, due città che permettono di approfondire ulteriormente la conoscenza di Van Dyck attraverso importanti collezioni museali.

A Bruges – detta anche la Venezia del Nord – il Museo Groeninge offre un percorso che attraversa secoli di pittura fiamminga, mettendo in relazione Van Dyck con altri grandi maestri. Qui emerge chiaramente il legame tra tradizione e innovazione, tra attenzione al dettaglio e ricerca di nuove forme espressive. In questo museo emerge la capacità dell’artista di unire dramma, eleganza e sensibilità per lo spazio e la luce.

La città stessa Patrimonio UNESCO, con i suoi romantici canali e le sue architetture medievali, contribuisce a creare un’atmosfera suggestiva che rende la visita ancora più coinvolgente. Bruges è il luogo in cui il viaggio assume una dimensione quasi sospesa nel tempo, perfetta per riflettere sull’evoluzione dell’arte fiamminga.

Bruxelles, invece, rappresenta il punto di arrivo ideale per chi desidera avere una visione completa della produzione di Van Dyck. I Musei Reali di Belle Arti custodiscono opere che mostrano la varietà del suo stile, dai ritratti alle composizioni religiose.

Qui, nella Capitale d’Europa, si percepisce chiaramente la dimensione internazionale dell’artista, capace di adattarsi a contesti diversi e di influenzare profondamente la pittura europea del suo tempo.

Le città da non perdere nelle Fiandre per ammirare l'arte fiamminga
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Skyline di Bruges al crepuscolo

Cripta di San Zaccaria, viaggio nel ventre allagato della Venezia ducale

20 janvier 2026 à 17:00

Venezia somiglia spesso a un miracolo d’ingegneria che galleggia sulle acque della laguna, una città che tende a mostrarsi attraverso superfici luminose, riflessi sui canali e marmi levigati dal sale e dalla storia. A pochi passi da San Marco esiste però un ambiente che ribalta questa percezione e conduce verso una dimensione più profonda e intima, quasi totalmente inaspettata. Parliamo della Cripta di San Zaccaria, sito che si trova all’interno dell’omonima chiesa e dove, tra il X e XI secolo, si concentravano reliquie, sepolture dogali e pratiche legate al culto e al potere civile.

Una visione che coglie di sorpresa, poiché l’edificio che la ospita si presenta monumentale, maestoso, rivestito di marmi bianchi e rosati pronti a riverberare la luce solare. Eppure, proprio tra le viscere della struttura, risiede questa cavità ipogea che custodisce le testimonianze più remote della Venezia altomedievale: uno spazio sotterraneo che vive in simbiosi con il battito delle maree, al punto da apparire sommerso perché si riempie di acqua lagunare limpida che il fondo scuro trasforma in uno specchio liquido.

Breve storia della Cripta di San Zaccaria

La fondazione della Cripta di San Zaccaria risale al periodo in cui il Doge Giustiniano Partecipazio decise di erigere un tempio degno di ospitare le spoglie del padre di Giovanni Battista (donate dall’imperatore Leone V l’Armeno).

Quella era un’epoca in cui Venezia stava ancora definendo la propria identità politica e religiosa, cercando di affrancarsi dall’influenza bizantina pur mantenendone i fasti estetici.

La chiesa divenne rapidamente il monastero benedettino femminile più prestigioso del territorio, destinato ad accogliere le figlie della nobiltà veneziana. Le badesse di San Zaccaria godevano di un potere immenso, trattando alla pari con i massimi magistrati della Repubblica.

Il legame con il potere ducale risultava così stretto che il Doge stesso si recava qui in processione ufficiale nel giorno di Pasqua, un rito simbolico che sanciva l’unione indissolubile tra la sovranità della Serenissima e il monastero. La storia del luogo è segnata anche da eventi tragici, incendi devastanti e ricostruzioni ambiziose che hanno sovrapposto stili diversi, dal bizantino al gotico, fino al trionfo rinascimentale visibile oggi.

La cripta (che come già detto venne realizzata tra X e XI secolo) venne pensata come spazio sepolcrale e custodiale per reliquie di particolare importanza. Le fonti raccontano infatti della presenza di otto corpi di santi e di diverse tombe dogali, segno di una funzione che superava la semplice devozione.

Come visitare la cripta sommersa di Venezia

L’accesso avviene attraverso un museo e conduce sotto la Cappella di San Tarasio, area che conserva l’impianto della chiesa più antica. Il visitatore entra così in una stratificazione fisica di secoli, con il corpo che percepisce umidità, penombra e silenzio, mentre lo sguardo incontra una Venezia primigenia.

Per raggiungere il livello inferiore, infatti, occorre scendere una piccola scala accessibile attraverso il percorso museale. Immediatamente la temperatura cala e la luce naturale scompare, sostituita da un bagliore artificiale che danza sulle pareti. La cripta si presenta divisa in tre piccole navate da agili colonnine sormontate da capitelli essenziali, quasi grezzi nella loro antichità.

San Zaccaria, cripta sommersa
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All’interno della Cripta di San Zaccaria

Il pavimento risulta coperto da uno strato d’acqua lagunare variabile a seconda delle fasi lunari e delle correnti marine. Questo fenomeno è il segno tangibile di una caratteristica strutturale che lega l’edificio al destino del suolo circostante. Guardando verso il basso si osservano le basi delle colonne che scompaiono nel liquido trasparente, creando un effetto di sdoppiamento visivo che raddoppia l’altezza percepita delle arcate.

Le tombe dei primi Dogi, tra cui (secondo alcune fonti) Pietro Tradonico e Orso I Partecipazio, riposano in questo ambiente umido, protette dal silenzio dei secoli. Le ombre proiettate dal soffitto a crociera si fondono con le increspature superficiali, regalando una visione di una città che affonda le radici direttamente nel limo originale.

C’è però da tenere presente che durante le fasi di acqua alta lo spazio resta osservabile soltanto dagli ultimi gradini delle scalinate, mentre nei periodi di marea più contenuta c’è un passaggio rialzato a consentire l’accesso interno.

Le meraviglie della Chiesa di San Zaccaria

Risalendo verso la luce, la Chiesa di San Zaccaria rivela una ricchezza decorativa che lascia esterrefatti per varietà e qualità. Risalente alla seconda metà del Quattrocento, presenta una facciata che è un capolavoro di Antonio Gambello e Mauro Codussi e che mescola con sapienza elementi classici e innovazioni rinascimentali.

Tra le sue preziose mura sono conservate opere di vero pregio, come la “Sacra Conversazione” di Giovanni Bellini, pala d’altare del 1505 considerata una delle vette assolute della pittura tonale veneziana. I colori brillanti e la profondità prospettica della tela dialogano con le cappelle laterali, come quella di San Tarasio che è la culla dei resti della vecchia struttura gotica e di preziosi polittici di ispirazione nordica.

Le pareti, inoltre, sono interamente ricoperte da tele monumentali di artisti del calibro di Tintoretto, Tiepolo e Palma il Giovane, rendendo l’aula una pinacoteca di valore inestimabile. Particolare attenzione merita il pavimento marmoreo, un intreccio di geometrie policrome che guida lo sguardo verso l’abside in cui le ampie finestre lasciano filtrare una luminosità dorata che esalta i dettagli delle cornici intagliate.

Come arrivare e info utili

Trovare questo angolo di pace è semplice, anche perché basta partire dalla celebre (e straordinaria) Piazza San Marco. Bisogna procedere verso est, superare il Ponte della Paglia e infilarsi nelle calli interne seguendo le indicazioni per il Campo San Zaccaria. Il sito rimane aperto tutti i giorni, solitamente dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 18:00, con variazioni durante le celebrazioni liturgiche domenicali.

L’ingresso alla chiesa principale è gratuito, mentre l’accesso al complesso della cripta e della Cappella di San Tarasio richiede il pagamento di un biglietto di circa 3 euro, cifra modesta che contribuisce alla manutenzione di un patrimonio fragilissimo. Si consiglia di indossare scarpe comode e prestare attenzione ai gradini che possono risultare scivolosi a causa della costante evaporazione.

Occorre ricordare, infine, che l’accesso alla cripta dipende dalle condizioni della marea, fattore che rende ogni visita diversa e irripetibile.

Dalla ferita alla rinascita: Santa Maria del Carmelo torna a vivere

14 décembre 2025 à 07:30

A Pennisi, piccola frazione dell’area etnea segnata nel profondo dal terremoto di Santo Stefano del 2018, la riapertura della Chiesa di Santa Maria del Carmelo è un gesto collettivo, un momento di riconciliazione con una ferita ancora viva nella memoria degli abitanti. Lunedì 15 dicembre, alle 16.30, tornerà finalmente ad accogliere i fedeli dopo un lungo e complesso intervento di ristrutturazione, consolidamento e restauro.

Per anni, la chiesa ferita ha raccontato il trauma del sisma: le impalcature, le transenne, la torre campanaria crollata erano il segno tangibile di una perdita. Oggi, invece, Santa Maria del Carmelo si mostra con un volto rinnovato.

Il sisma del 2018

Il terremoto del 26 dicembre 2018 colpì con violenza la struttura, mettendone a rischio la stessa sopravvivenza: il crollo della torre campanaria, lo sfondamento di parte della copertura, lesioni diffuse sulle murature, danni al salone parrocchiale e alle volte decorate.

Da quel momento ha preso avvio un percorso lungo e complesso, fatto di scelte tecniche, confronto istituzionale e ascolto della comunità, con un obiettivo chiaro: non limitarsi a riparare i danni, ma restituire sicurezza, dignità e senso a un luogo radicato nella vita del territorio.

Interni della Chiesa Santa Maria del Carmelo
Ufficio Stampa
Interni della Chiesa Santa Maria del Carmelo

Il cantiere simbolo della ricostruzione

Avviato nel febbraio 2024 e concluso a fine novembre 2025, il cantiere di Santa Maria del Carmelo è stato uno degli interventi più significativi della ricostruzione post-sisma nell’area etnea. Un investimento di 2,38 milioni di euro, finanziato dal Commissario Straordinario per la Ricostruzione Area Etnea, che ha visto la Curia Diocesana di Acireale nel ruolo di committente, Sicef S.r.l. come capofila della progettazione e Sincol srl come impresa esecutrice, specializzata nel restauro e consolidamento dei beni del patrimonio culturale.

La navata unica della Chiesa di Pennisi (Acireale) dopo il restauro
Ufficio Stampa
La splendida navata della Chiesa di Pennisi dopo il restauro

Il progetto esecutivo nasce da un concorso di progettazione a due fasi e porta la firma di un gruppo di giovani professionisti, con la direzione dei lavori affidata all’architetto Gioele Farruggia e la responsabilità unica del procedimento all’ingegnere Rosario Arcidiacono. Una squadra tecnica che ha lavorato per circa 21 mesi con l’obiettivo di unire sicurezza strutturale, tutela del patrimonio artistico e rispetto della storia dell’edificio.

Sicurezza e tutela della bellezza

L’intervento ha affrontato le criticità lasciate dal sisma con una strategia integrata, che ha guardato alla chiesa come a un organismo unitario, da ripensare alla luce delle più avanzate normative tecniche per il patrimonio culturale. Dal punto di vista strutturale, il lavoro ha puntato a migliorare la risposta sismica dell’edificio, per ridurre le vulnerabilità storiche e garantire maggiore sicurezza per i fedeli.

In parallelo, grande attenzione è stata riservata alla salvaguardia degli elementi artistici e decorativi che caratterizzano l’unica navata della chiesa. Le volte in canne e gesso, gli apparati plastici e pittorici, gli stucchi e gli interni sono stati messi in sicurezza e restaurati con interventi mirati, capaci di preservarne l’identità senza cancellarne le tracce del tempo. Anche la facciata in stile romanico, con gli archi a tutto sesto, il pronao e il rosone centrale, è stata oggetto di un attento restauro, volto a restituire leggibilità e armonia all’insieme.

Dettagli della navata unica della Chiesa di Pennisi, Acireale, dopo il restauro
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Dettagli della navata della Chiesa di Pennisi dopo il restauro

Uno degli aspetti più significativi dell’intervento è la scelta progettuale di non limitarsi a un semplice “com’era e dov’era”. Come sottolinea l’ingegnere Salvatore Sinatra, CEO di Sincol, la ricostruzione ha voluto reinterpretare in chiave contemporanea le parti crollate, rendendo leggibile la memoria del sisma e del processo di rinascita.

La reintegrazione volumetrica della torre campanaria e della sacrestia diventa così un gesto di cura verso la memoria collettiva. Accanto ai materiali tradizionali, sono stati introdotti acciaio e lamiera microforata, in un linguaggio architettonico che distingue chiaramente il nuovo dall’antico, senza però spezzarne il dialogo: il risultato è una chiesa che non nasconde la propria storia, ma la racconta tramite le sue forme e diviene un vero e proprio manifesto della ricostruzione nell’area etnea.

Una storia lunga 125 anni

Santa Maria del Carmelo nasce nel 1897 dalla volontà della famiglia D’Agata e dalla richiesta degli abitanti di Pennisi di avere un luogo di culto nella borgata. Fin dall’inizio, la chiesa è stata “di tutti”: uno spazio di preghiera, ma anche di incontro, aggregazione e identità condivisa.

Nel corso del Novecento ha affrontato prove difficili, dai terremoti degli Anni Ottanta agli interventi di messa in sicurezza degli Anni Novanta, fino al sisma del 2018 che ne ha messo in discussione l’esistenza.

La cerimonia di riapertura

La giornata del 15 dicembre sarà scandita da momenti di forte valore simbolico e istituzionale. Alle 16.30 l’accoglienza dei presenti sarà affidata al parroco, Sac. Samson Socorro Fernandes. Alle 17, la benedizione e l’apertura della porta della chiesa da parte di S.E. Mons. Antonino Raspanti, vescovo della Diocesi di Acireale, segneranno ufficialmente il ritorno di Santa Maria del Carmelo alla vita liturgica.

Seguiranno gli interventi delle autorità civili e religiose, a partire dal sindaco di Acireale Roberto Barbagallo e dal prefetto di Catania Pietro Signoriello, fino al Commissario straordinario per la Ricostruzione Area Etnea Salvatore Scalia, alla soprintendente ai Beni Culturali e Ambientali Ida Buttitta e al direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto Don Angelo Rosario Milone. Il quadro tecnico dell’opera sarà illustrato dai protagonisti del progetto, mentre le conclusioni saranno affidate al ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare Nello Musumeci. A moderare l’incontro sarà la giornalista Giada Giaquinta.

Alle 18.30, la Messa solenne presieduta da Mons. Raspanti chiuderà una giornata che celebra il ritorno di un luogo dell’anima al centro della vita di Pennisi.

Veduta esterna della Chiesa di Pennisi (Acireale) dopo il restauro
Ufficio Stampa
Tutta la bellezza della Chiesa di Pennisi post restauro

Tra le chiese più mozzafiato secondo The Guardian ci sono due “italiane” (ma una è in Scozia)

7 décembre 2025 à 07:30

Una meraviglia italiana lascia senza fiato e, secondo la stampa estera, meriterebbe già un posto tra le chiese più belle del pianeta. È una delle “cattedrali più mozzafiato del mondo” eletta da The Guardian tra le chiese europee più belle, ed è un gioiello di incredibile valore che ancora pochi conoscono, situato nel centro storico della città di Brescia, in Lombardia.

Ciò che sorprende ancora di più è che a contendersi l’attenzione internazionale non c’è solo questo capolavoro: a migliaia di chilometri di distanza, sferzata dal vento del Nord, si erge un’altra chiesa incredibile che racconta un pezzo di storia tutta italiana.

Il Duomo Vecchio di Brescia

Brescia, la Leonessa d’Italia patria delle Mille Miglia, custodisce un importante capolavoro architettonico romanico elogiato da The Guardian: il Duomo Vecchio. Una splendida struttura a pianta circolare risalente al XII secolo, con cripta sotterranea, che ospita opere d’arte di eccezionale valore, tra cui spicca l’Assunzione della Vergine del Moretto, considerato un capolavoro giovanile e un modello per la pittura bresciana, insieme a tele del Romanino e il famoso organo di Giangiacomo Antegnati.

Il Duomo Vecchio si affaccia nella meravigliosa piazza Duomo, nel cuore pulsante della città, ma non è il solo gioiello qui presente: accanto a lui si erge imponente il Duomo Nuovo, risalente al XVII secolo. “Un perfetto esempio di chiesa italiana, con marmi magnifici e cupole imponenti“, viene così descritto dalla stampa estera, che aggiunge: “Le cattedrali di Brescia sono un microcosmo dell’evoluzione architettonica italiana”.

Un evento molto sentito, che riguarda entrambe le chiese, è l’esposizione del tesoro della Santa Croce: solo due volte all’anno (l’ultimo venerdì di Quaresima e il 14 settembre), un gruppo di beni di altissimo valore storico, artistico e religioso normalmente chiuso in una cassaforte del Duomo Vecchio, nella cappella delle Sante Croci, viene esposto al pubblico. In queste rare occasioni, i fedeli assistono al rito guidato dal Vescovo, per poi attraversare delle scale nascoste (chiuse solitamente al pubblico) che conducono direttamente all’interno del Duomo Nuovo, dove le croci vengono esposte per poter essere ammirate da tutti, ma solo per un breve periodo prima di essere rimesse in sicurezza.

La Cappella Italiana (ma in Scozia)

No, non si trova geograficamente in Italia, ma questa chiesa ha una storia che la lega indissolubilmente al Belpaese, tanto da darle questo nome: la Cappella Italiana (in inglese Italian Chapel).

Si tratta di una chiesetta bianca che spicca nel verde infinito delle isole Orcadi (Orkney), un affascinante arcipelago al largo della punta settentrionale della Scozia che conserva tante testimonianze neolitiche come Skara Brae, uno dei villaggi meglio conservati d’Europa, più antico di Stonehenge e delle Piramidi di Giza.

La Cappella Italiana elogiata da The Guardian è conosciuta anche come il Miracolo del campo 60 (Miracle Of Camp 60), un appellativo legato alla sua storia: questo piccolo edificio di culto sull’isoletta di Lamb Holm, è stato costruito dai prigionieri di guerra italiani catturati in Nordafrica durante la Seconda Guerra mondiale e deportati su questo lembo di terra tra il 1943 e il 1945.

La chiesetta venne poi restaurata tra gli Anni ’60 e ’90 e rappresenta oggi un capolavoro architettonico che dimostra come anche con pochi materiali e tanto ingegno si possa costruire qualcosa di magnifico e indistruttibile nel tempo: venne realizzata infatti con materiali di fortuna e unendo due baracche Nissen trasformate grazie a cartongesso, cemento e tanta creatività. La sua struttura, infatti, è insolita rispetto alle classiche chiese.

L’anima artistica fu Domenico Chiocchetti, trentino, che decorò l’interno e dipinse la splendida Madonna col Bambino dell’abside. Attorno, altri prigionieri realizzarono dettagli incredibili: la cancellata in ferro battuto, lampade nate da barattoli di carne e persino un fonte battesimale ricavato da una vecchia automobile. Un capolavoro di ingegno e devozione accarezzato dal vento del Nord.

La Cappella Italiana dalla storia che conduce al Belpaese
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La Cappella Italiana dalla storia che conduce al Belpaese

La Sagrada Familia ora è la chiesa più alta del mondo: quando un sogno diventa record

Par : losiangelica
3 novembre 2025 à 12:30

Tra i simboli di Barcellona e i monumenti più visitati c’è lei: la Sagrada Familia. Imponente, affascinante e ricca di storia, non è ancora ultimata dopo 140 anni di lavori. Ma a quanto pare oggi si è giunti a un nuovo capitolo: la basilica progettata da Antoni Gaudì è ufficialmente la chiesa più alta del mondo svettando con 162,91 metri.

Il primato è legato al simbolismo e non solo ai numeri: ogni metro di questa meraviglia mette in comunicazione la terra con il cielo, la materia e lo spirito raccontando pienamente l’anima eccentrica e geniale del grande artista.

Il momento storico è arrivato con l’installazione del primo elemento della croce che incoronerà la torre di Gesù Cristo, la più alta tra le 18 previste nel progetto originale di Gaudí. Una scena mozzafiato: un braccio di sette metri, bianco e luminoso, che svetta sopra Barcellona come un faro di pietra e vetro.

Sagrada Familia, la chiesa più alta al mondo

La Sagrada Familia ha superato di un soffio, ma con un impatto monumentale, la Cattedrale di Ulm in Germania, che fino ad oggi deteneva il record di altezza con i suoi 161,53 metri. Ora la basilica catalana domina la classifica con 1,38 metri in più, un margine minimo che però racchiude più di un secolo di ambizione e di fede nella bellezza.

L’impresa è avvenuta grazie al posizionamento della parte inferiore della croce che completerà la torre centrale dedicata a Gesù Cristo. Alta 7,25 metri e pesante 24 tonnellate, questa sezione è stata assemblata a 54 metri d’altezza prima di essere issata con una precisione millimetrica. Il rivestimento in ceramica smaltata bianca e vetro riflette la luce del sole catalano, creando un effetto scintillante che rende la basilica quasi eterea nelle ore del tramonto.

E non è finita qui: la croce, una volta completata, raggiungerà i 17 metri di altezza e avrà una larghezza di 13,5 metri, l’equivalente di un edificio di cinque piani. Quando tutti i pezzi saranno al loro posto, la torre arriverà ai 172 metri previsti da Gaudí…un’altezza mai toccata da nessuna chiesa nella storia.

Sagrada Familia
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La Sagrada Familia di Barcellona

Quando sarà ultimata la Sagrada Familia

Molte persone si chiedono quando sarà ufficialmente ultimata la Sagrada Familia. A pochi mesi dall’atteso centenario della morte di Gaudì nel 2026, Barcellona rende omaggio all’artista e lo fa con il completamento della torre. Nonostante il cantiere sembri infinito, questa tappa segna l’inizio della fine: la Sagrada Familia è più vicina che mai a vedere realizzato il sogno del suo creatore.

La costruzione della basilica, iniziata nel 1882, continua a essere finanziata principalmente dai biglietti dei visitatori: quasi 5 milioni di turisti nel 2024 che ogni anno si fermano a contemplare le sue guglie, le sue facciate scolpite e le sue luci che sembrano filtrare direttamente dal paradiso.

La Sagrada Familia detiene quindi il titolo di chiesa più alta del mondo ed è pronta, finalmente, a brillare in tutto il suo splendore dopo anni di cantieri e attività, per concluderla seguendo il progetto originario di Gaudì. Chi sta pensando di organizzare una vacanza a Barcellona, dovrebbe puntare proprio sul 2026 grazie all’anniversario speciale, che vedrà la città in festa per ricordare Gaudì.

San Bernardino alle Ossa, la chiesa segreta (e più inquietante) di Milano

30 octobre 2025 à 17:00

San Bernardino alle Ossa a Milano, di primo impatto, potrebbe sembrare una chiesa qualunque. Varcando la sua sontuosa soglia, però, ci si rende subito conto che non è affatto così. La sua fama nasce infatti da ciò che si trova oltre la navata principale: una cappella interamente decorata con ossa umane, organizzate in motivi geometrici e figure complesse, un ossario unico in città.

L’ambiente resta silenzioso e raccolto, e la precisione con cui le ossa sono disposte colpisce più di qualsiasi decorazione tradizionale. È un luogo segreto nel centro della metropoli, sorprendente per chi lo scopre e capace di lasciare una sensazione di quasi inquietudine che persiste ben oltre l’uscita.

La storia di San Bernardino alle Ossa

Tutto iniziò a metà del XIII secolo, quando i religiosi dell’ospedale del Brolo si trovarono a corto di spazio nel piccolo cimitero dello stesso istituto. Serviva un posto nuovo in cui raccogliere i resti dei defunti senza disperdere nulla e continuare a celebrare messe per chi lavorava o era malato. Fu così che venne costruita una chiesa dalla struttura semplice, con una sola navata, travi di legno e muri di mattoni, proprio come si faceva allora. Accanto ad essa, si decise di erigere anche un particolare ossario.

Secoli dopo, nel 1679, venne effettuato un restauro significativo della struttura. La ricostruzione rafforzò muri e travi, portando anche un totale rinnovamento e ampliamento della cappella dell’ossario. Le ossa del cimitero furono quindi sistemate sulle pareti in schemi geometrici, così tanto precisi da sembrare studiati come decorazioni. Da quel momento in poi, il luogo prese il nome di San Bernardino alle Ossa, cominciando a diventare quello che è ancora oggi: un edificio religioso raccolto, ordinato, e con un segreto che lascia senza parole quando lo si scopre.

La navata e gli interni principali del santuario

La navata principale del Santuario di San Bernardino alle Ossa è raccolta ma incredibilmente ricca di dettagli. Stucchi barocchi del Settecento corrono lungo le pareti, incorniciando piccoli dipinti votivi. Nelle nicchie si trovano statue di santi, tra cui San Francesco di Paola e Sant’Antonio da Padova, entrambe del XVIII secolo. Sopra l’altare maggiore, un affresco attribuito a Francesco Monti ritrae scene della vita di San Bernardino, con colori sbiaditi dal tempo ma ancora intensi nei panneggi e nei volti.

Il pavimento in marmo chiaro riflette la luce che entra dalle finestre alte, creando fasci netti che illuminano i dettagli dei capitelli e dei candelabri in ferro battuto del XVII secolo, segnati dalla ruggine e dal contatto con le mani di chi ha attraversato la chiesa nei secoli. L’aria ha odore di cera, legno e pietra antica, e il silenzio è interrotto solo dai passi dei fedeli. I rilievi vegetali delle colonne, le cornici dei quadri e i piccoli intarsi mostrano crepe, tracce del tempo e di manutenzione, e il contrasto tra la luce e le zone d’ombra mette in scena un senso di profondità e mistero, come se il posto trattenesse i segreti dei secoli passati.

La cappella dell’ossario di San Bernardino alle Ossa

Una porta laterale si apre su uno spazio raccolto e straniante. Il visitatore alza lo sguardo e nota enormi pareti interamente ricoperte di ossa, teschi e tibie, tutte sistemate con una precisione quasi ossessiva. Il ritmo delle ossa, infatti, non è casuale: qualsiasi elemento sembra scelto e posizionato per un motivo preciso, e insieme formano un disegno che somiglia più a un’architettura che a un ossario.

Nessun’altra chiesa di Milano ha qualcosa di simile, al punto che la stanza pare quasi respirare con una calma propria, indipendente dal resto della città. La luce che entra da una finestra alta taglia fasci stretti sulle pareti, illuminando alcuni teschi mentre altri restano in penombra, creando contrasti che disturbano lo sguardo e invitano a fermarsi.

Il pavimento scricchiola sotto i passi, i muri sembrano vibrare leggermente se ci si muove vicino, e le ossa emanano una fredda concretezza anche se non si possono toccare. Lo spazio è stretto, e quando si cammina tra le pareti aumenta la sensazione di essere circondati: le forme perfette dei teschi, le simmetrie delle tibie, la profondità delle ombre, tutto concorre a creare un senso di tensione silenziosa.

Cappella dell’ossario, San Bernardino alle Ossa
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Un angolo della cappella dell’ossario

Curiosità e aneddoti

Nei registri del Settecento i confratelli annotavano ogni spostamento dei resti e i piccoli lavori di manutenzione. Sfogliandoli, infatti, si percepisce ancora oggi quanto la vita intorno alla chiesa fosse fatta di gesti ripetuti e attenzione ai dettagli. Artisti e architetti passavano spesso da qui per osservare le geometrie delle ossa, segnando appunti su motivi e schemi, e tra le pagine dei documenti compaiono nomi di nobili milanesi che si fermavano a pregare o a curiosare tra le navate.

Durante le epidemie, la cappella dell’ossario serviva per conservare temporaneamente i resti, e si racconta che qualcuno, restando da solo nella navata, abbia percepito passi silenziosi o rumori leggeri che si diffondevano tra le pareti.

C’è poi una curiosa leggenda che narra che ogni 2 novembre, giorno dei Morti, una bambina le cui ossa riposano vicino all’altare torna in vita e trascina gli altri scheletri in una danza macabra. Non è chiaro chi abbia inventato questa storia, ma la domanda resta: chi avrebbe il coraggio di entrare qui proprio quel giorno?

Tutto ciò ha contribuito a costruire la singolarità di San Bernardino alle Ossa: un luogo che resta quasi nascosto tra le vie della città, ma che porta con sé centinaia di anni di storie, gesti e curiosità.

Come visitarla oggi

San Bernardino alle Ossa si trova in Piazza Santo Stefano, a pochi passi dal Duomo di Milano, nascosta tra le vie del centro. L’accesso è semplice: dalla metropolitana si scende alla fermata Duomo (linee M1 e M3), oppure si può arrivare con i tram 12, 15, 23 e 27, camminando qualche minuto tra le strade storiche del capoluogo lombardo.

Gli orari di apertura vanno, generalmente, dal lunedì al venerdì dalle 8:00 alle 18:00, il sabato dalle 9:30 alle 18:00 e la domenica dalle 9:30 alle 12:00. L’ossario è visitabile negli stessi momenti, tranne la domenica perché resta chiuso. L’ingresso è gratuito, ma essendo un luogo di culto ogni movimento va fatto con rispetto: la quiete e l’ordine consentono di osservare meglio le pareti, le opere e gli affreschi senza distrazioni.

Per chi vuole scoprire la storia più nel dettaglio, esistono tour guidati che durano circa 90 minuti. Chi sceglie questa opzione, però, deve assolutamente ricordarsi di effettuare una prenotazione.

Roma, cosa vedere vicino alla Stazione Termini in un’ora

18 septembre 2025 à 08:00

La Stazione Termini di Roma è ormai un luogo simbolo della Capitale: crocevia di incontri e di strade che – come si suol dire – portano tutte alla città, è spesso sia punto di partenza che meta di arrivo. È, difatti, la stazione ferroviaria più grande e importante d’Italia (vanta ben 32 binari) ed è la quinta in Europa, con un volume di traffico pari a circa 150 milioni di passeggeri all’anno. Se vi trovate a Roma quasi sicuramente vi capiterà di sostare per un po’ di tempo nelle sue aree: che siate diretti agli aeroporti della Capitale o nel suo centro storico, tutto passa dall’interno e dall’esterno – la maestosa e da poco rinnovata Piazza dei Cinquecento – della storica Stazione Termini.

E se è facile perdersi tra binari e negozi, è pur vero che talvolta la Stazione rappresenta più croce che delizia: le attese possono essere lunghe e stressanti così come la mancanza di intrattenimento. Lo sanno bene i pellegrini che – per il Giubileo 2025 – hanno riempito Roma e i suoi luoghi di passaggio. Abbiamo dunque pensato di consigliarvi delle alternative, nel caso in cui vi troviate a dover passare qualche ora nella Stazione. Cosa vedere in poco tempo a pochi passi da Termini? Eccovi cinque proposte.

Stazione Roma Termini
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La Stazione di Roma Termini

Le Terme di Diocleziano

A pochi passi dalla Stazione Termini si trova uno dei complessi museali più affascinanti e incredibili relativi all’Antica Roma: le Terme di Diocleziano. Quando parliamo di pochi passi, intendiamo realmente che – in appena 4 minuti dalla stazione – potete ammirare questo Museo, ed è il primo consiglio che vi diamo sulle attività da fare intorno ai binari della ferrovia. Tenete presente che le Terme sono visitabili dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 19 con ultimo ingresso nella biglietteria alle 18.

Questo complesso termale fu costruito a partire dal 298 dall’Imperatore Massimiliano e inaugurato ufficialmente nel 306. Altro dato interessante è che, nel 1889, il Regno d’Italia scelse le Terme come prima sede del Museo Nazionale Romano che comprende altre tre sedi espositive (Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e Crypta Balbi).

Tornando alle Thermae Diocletianae, esse si estendono per 13 ettari tanto che – ai tempi dell’antica Roma – erano in grado di contenere circa 3000 persone contemporaneamente. Il frigidarium è ancora riconoscibile nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, mentre l’Aula Ottagona ospita oggi il Museo dell’Arte Salvata. Un Museo che val bene una visita (compresa nel biglietto d’ingresso): istituito nel 2022, questo spazio accoglie infatti ed espone opere d’arte sopravvissute a calamità naturali o a guerre e furti. Le mostre sono temporanee e a rotazione.

La Basilica di Santa Maria Maggiore

Appena 5 minuti di passeggiata separano la Stazione Termini da una delle quattro Basiliche Papali e dalla sua Porta Santa: la Basilica di Santa Maria Maggiore si trova infatti a una manciata di metri dal polo ferroviario (circa 350).

È la sola basilica di Roma ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana e – non a caso – è considerata la Betlemme dell’Occidente. Costruita tra il 352 e il 366 sotto il pontificato di Liberio, fu poi ristrutturata da Papa Sisto tra il 432 e il 440. Una vera e propria testimonianza storica oltre che religiosa: al suo interno, tra le altre meraviglie, potrete ammirare la Salus Populi Romani, la più importante icona mariana (che viene attribuita a San Luca, evangelista e patrono dei pittori). È ormai noto che fosse la Basilica favorita di Papa Francesco, che si recava spesso a pregare nella Chiesa e che ha scelto di essere sepolto proprio tra le sue mura, contravvenendo – come sua abitudine – alle convenzioni ecclesiastiche.

C’è anche una leggenda legata a questa Basilica, dedicata da Papa Sisto III alla Madonna. Si narra infatti che la Vergine Maria apparve in sogno a Papa Liberio dicendogli che gli avrebbe indicato il luogo esatto in cui erigere una basilica. Il 5 agosto seguente – sorprendentemente – sull’Esquilino cadde un’incredibile nevicata: per Liberio segno incontrovertibile che la Madonna gli segnalasse in questo modo il posto dove costruire. Per questo motivo ogni anno, il 5 agosto, nella Basilica viene rievocato il miracolo della nevicata. Più materialmente e poeticamente, cadono petali bianchi sulle teste dei credenti.

Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma
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Interno della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma

Una passeggiata fino alla Fontana delle Naiadi

Se non avete voglia di chiudervi in qualche Museo o struttura, ma il tempo lo permette e volete godervi piuttosto l’aria della Capitale, da Termini potete dirigervi verso Piazza della Repubblica. In appena pochi metri di strada potrete così ammirare una serie di monumenti, fontane, resti del passato. Su Piazza dei Cinquecento, fermatevi innanzi tutto a guardare il monumento a Giovanni Paolo II, scultura realizzata da Oliviero Rainaldi e inaugurata nel 2011.

Poco dopo – sempre dirigendovi verso Piazza della Repubblica – passerete invece accanto al Monumento ai Caduti di Dogali, dedicato ai caduti della battaglia di Dogali, in viale Luigi Einaudi. Risale al 1887 ed è opera dell’architetto Francesco Azzurri. Superato il Monumento siete ormai a Piazza della Repubblica, al centro della quale campeggia la Fontana delle Naiadi, costruita tra il 1870 e il 1914 da Mario Rutelli e Alessandro Guerrieri.

Potete anche cogliere l’occasione per visitare la sopra citata Basilica di Santa Maria degli Angeli. Tante meraviglie vi aspettano dentro la Basilica, ma vi basti sapere che nel 1562 fu Michelangelo Buonarroti a sistemare il frigidarium delle Terme di Diocleziano, per volere di papa Pio IV. Risalgono invece al XVIII secolo i lavori di Luigi Vanvitelli, che di fatto ridecorò gli interni cancellando il lavoro di Michelangelo.

La Fontana delle Naiadi a Roma
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Restaurata la Fontana delle Naiadi a Roma: tornata all’antico splendore dopo quasi un anno di lavoro

Il Mercato Centrale

Un’altra alternativa, se avete del tempo da impiegare dentro la Stazione, è quella di godersi semplicemente Termini. Da poco restaurata sia internamente che esternamente, la struttura ospita infatti un vero centro commerciale su diversi piani. E – in una delle sue aree – si aprono le porte del Mercato Centrale Roma.

Il Mercato occupa gli spazi dell’ex dopolavoro ferroviario ed è stato inaugurato nel 2016: stand gastronomici, tavoli, caffetterie qui si rincorrono uno dopo l’altro permettendovi di passeggiare assaggiando sushi, pasta e soprattutto tantissimi prodotti locali. Dai trapizzini ai primi piatti tipici della tradizione romana (carbonara, cacio e pepe e così via), qui troverete tutto ciò che rende la cucina italiana ciò che è oggi: cultura, convivialità e comunità. Se non avete la pretesa di ammirare le bellezze storiche di Roma, un giro per la stazione Termini – tra cibo e shopping – non vi annoierà. Al contrario, troverete gusto e specialità.

L’Acquario romano e la Porta Magica

Sempre all’aria aperta e con una breve passeggiata potete invece raggiungere l’area appena fuori Termini che corrisponde a Piazza Vittorio Emanuele: anche qui vi aspettano monumenti e curiosità storiche, a pochi metri dalla stazione. In appena due minuti, uscendo da Via Giolitti, raggiungerete infatti innanzi tutto l’Acquario Romano. Si trova in Piazza Manfredo Fanti 47 e l’ingresso è gratuito, quindi val bene una visita. Oggi sede della Casa dell’Architettura, fu edificato alla fine dell’Ottocento come stabilimento di piscicoltura. Le sue trasformazioni nel tempo lo hanno visto poi diventare teatro, cinema, circo, sede del Teatro dell’Opera di Roma. Nel suo giardino – come se non bastasse – restano visibili resti romani che uniscono il passato al presente.

Ora, in appena 5 minuti di cammino, potete arrivare fino alla celebre Porta Magica. Nota anche come Porta Alchemica, Porta Ermetica o Porta dei Cieli, questa struttura (o meglio ciò che ne rimane) è considerata un luogo esoterico, uno dei pochi rimasti in piedi nel mondo. La porta fu costruita tra il 1655 e il 1681 da Massimiliano Savelli Palombara – marchese di Pietraforte – a Villa Palombara, allora sua residenza. Si pensa che il Marchese fece in realtà edificare cinque porte, di cui quella Magica è l’unica sopravvisuta. Tra incisioni e caratteri incomprensibili, potete perdervi ammirando questa testimonianza di un passato ricco di intrighi e di alchimia.

porta alchemica piazza vittorio

La chiesa di Kiruna, in Svezia, parte per un viaggio storico attraverso la città

Par : elenausai10
20 août 2025 à 10:03

Nel cuore del nord estremo della Svezia, dove il cielo artico incontra le miniere di ferro più grandi del mondo, un’intera città si sta reinventando. A Kiruna, 145 chilometri oltre il Circolo Polare Artico, la storia scende a compromessi con le esigenze del presente: qui, una chiesa di legno rosso, considerata una delle più belle del Paese, sta affrontando un viaggio senza precedenti.

Sollevata da giganteschi rimorchi e trasportata lentamente per 5 chilometri, tra il 19 e il 20 agosto 2025, l’edificio simbolo della comunità verrà ricollocato per sfuggire ai cedimenti del terreno causati da oltre un secolo di estrazioni minerarie. Non è solo un trasloco architettonico, ma uno dei momenti più importanti di una migrazione urbana che cambierà il volto di Kiruna. Così memorabile da vedere la partecipazione non solo degli abitanti e della tv, ma anche del re, Carlo XVI Gustavo di Svezia.

Il viaggio della chiesa in Svezia è iniziato all’alba

Il trasferimento della storica chiesa di Kiruna, in Svezia, è cominciato il 19 agosto 2025 all’alba con grande solennità: prima che si mettessero in moto, la vicaria Lena Tjärnberg e il vescovo Åsa Nyström della diocesi di Luleå hanno guidato una breve cerimonia di benedizione. Subito dopo, con un rombo sommesso, i rimorchi motorizzati hanno iniziato a muoversi e la massiccia struttura di legno rosso, sollevata da travi d’acciaio e sostenuta da semoventi modulari, ha cominciato il suo lento cammino.

Attorno, una folla immensa, tenuta a distanza di sicurezza da apposite barriere, si era radunata lungo le strade per assistere all’evento che ha toccato emotivamente la collettività. Non si tratta infatti di un semplice trasloco: invece di smontare l’edificio, gli ingegneri hanno scelto di spostarlo interamente, proteggendo i suoi tesori interni come la pala d’altare realizzata dal principe Eugen e l’organo con le sue mille canne, coperti e stabilizzati per resistere al viaggio.

Come hanno ricordato gli abitanti: “Questa chiesa è stata per generazioni un centro spirituale e un luogo di ritrovo per la comunità. Il suo spostamento riporta alla memoria gioie e dolori ed è come se portassimo con noi quei ricordi verso il futuro”.

Folla raccolta attorno alla chiesa di Kiruna
Ezio Cairoli
La folla raccolta attorno alla chiesa di Kiruna attende per il suo spostamento

Il futuro di Kiruna

Progettata dall’architetto svedese Gustaf Wickman, la chiesa fu votata nel 2001 come il più bel monumento mai costruito prima del 1950, e non è l’unico a essere stato spostato. Se a partire dal 2010, altri edifici di Kiruna furono demoliti e ricostruiti in aree più sicure, altri furono spostati intatti. Tra questi vi sono gli edifici di Hjalmar Lundbohmsgården, come la cosiddetta “fila gialla” di tre vecchie case di legno e l’ex abitazione del direttore minerario Hjalmar Lundbohm, che fu divisa in tre parti. Anche la torre dell’orologio sul tetto del vecchio municipio è stata spostata e posizionata accanto al nuovo municipio.

Trasferimento della chiesa di Kiruna
Ezio Cairoli
Il trasferimento della chiesa di Kiruna con semoventi circolari

Questo perché, in base alla legge svedese, l’attività mineraria non può aver luogo al di sotto degli edifici. Robert Ylitalo, amministratore delegato della società di sviluppo di Kiruna, ha spiegato: “Non c’è il rischio che le persone cadano dentro le crepe. Ma le fessure finirebbero per danneggiare le forniture di acqua, elettricità e fognature. Le persone devono trasferirsi prima che l’infrastruttura ceda”. Se tutto va secondo i piani, la chiesa raggiungerà la sua nuova sede in centro entro mercoledì sera.

Santi Pietro e Paolo, cosa fare a Roma il 29 giugno

Par : paofa1985
27 juin 2025 à 11:54

Il 29 giugno 2025 non è una domenica qualunque nella Capitale, che sta vivendo i mesi più intensi del calendario giubilare. In questo giorno, infatti, la città di Roma si ferma per onorare i suoi patroni, i Santi Pietro e Paolo, figure che hanno segnato la storia cristiana e l’identità della Città Eterna. In questo anno, dunque, la festa assume un sapore ancora più speciale, intrecciando spiritualità, tradizioni secolari e un’agenda ricca di appuntamenti per tutti.

La Basilica di San Pietro e San Paolo fuori le Mura diventano il cuore delle celebrazioni, ma l’intera città si anima di riti e tradizioni che raccontano una storia di fede universale. Tra celebrazioni liturgiche, spettacoli pirotecnici e iniziative culturali, Roma infatti si trasforma in un palcoscenico di fede e bellezza. Ecco una guida completa su cosa fare e come muoversi per vivere al meglio la festa che apre ufficialmente l’estate romana. Ma prima scopriamo l’origine della Festa dei Santi Pietro e Paolo proprio il 29 giugno.

Una festa millenaria: Pietro e Paolo, pilastri di Roma

San Pietro – pescatore di Galilea scelto da Gesù come primo Papa – e San Paolo – apostolo delle genti – sono i patroni di Roma. La loro festa, il 29 giugno, sostituisce antiche celebrazioni pagane, come quelle per Romolo e Remo, e rappresenta un momento di unione per romani e pellegrini.  Ogni 29 giugno, infatti, la capitale celebra i due santi che, diversi per origine, affrontarono lo stesso destino, ovvero il martirio sotto Nerone – Pietro fu crocifisso a testa in giù nel 64 d.C. mentre Paolo venne decapitato alle Tre Fontane nel 67.

Definiti “colonne della Chiesa” da papa Leone Magno nel V secolo,  San Pietro e San Paolo diffusero il Vangelo a Roma, dando vita di fatto a una stagione della sua storia. Da qui, la scelta simbolica della data a sostituire l’antica festa di Quirino per Romolo e Remo, simbolo del passaggio dal paganesimo alla cristianità. Celebrata, a quanto si apprende da testimonianze e documenti conservati, sin dal 258 d.C., la Festa dei Santi Pietro e Paolo unisce ancora oggi riti e tradizioni le cui radici sono lontane nel tempo.

E si parte già la sera del 28, quando la statua di San Pietro in Vaticano viene adornata con piviale rosso, tiara e anello, mentre ai vespri si benedicono i pallii, simbolo di unità ecclesiale. Il 29, invece, si può assistere alla solenne processione delle Catene che, nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, espone la catena di San Paolo, reliquia di 14 anelli. Mentre la cupola di San Pietro s’illumina di fiaccole e Castel Sant’Angelo esplode in fuochi d’artificio.

Gli eventi principali del 29 giugno 2025

Fede, cultura e tradizione sono alla base delle proposte in calendario per la Festa del 29 giugno a Roma. Dalla mattina alla sera, scopriamo cosa ha in serbo la città per i suoi santi patroni.

Messa solenne al Pantheon

Dopo la veglia di preghiera in San Pietro nella serata del 28 giugno, la domenica può cominciare con la Messa solenne delle 10,30 presso la Basilica di Santa Maria ad Martyres (Pantheon),celebrazione accompagnata dai cori della Basilica e Salvo D’Acquisto. Definito da Stendhal “il più bel resto dell’antichità romana”, il Pantheon crea un’atmosfera unica per questa celebrazione, aperta a fedeli e visitatori. Il consiglio è di arrivare presto per assicurarsi un posto e ammirare l’oculus che illumina l’antico tempio.

Oculo del Pantheon
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Il Pantheon ospita la Messa solenne domenica 29 giugno per la Festa dei Santi Pietro e Paolo

Infiorata Storica

Un’esplosione di colori accende Piazza Pio XII e Via della Conciliazione con l’Infiorata Storica, organizzata dalla Pro Loco di Roma Capitale.  Ogni 29 giugno, il cuore di Roma diventa un profumatissimo museo a cielo aperto con un mosaico di petali che omaggiano i patroni Pietro e Paolo grazie a una tradizione nata nel 1625 nella Basilica Vaticana in occasione del Corpus Domini. A ideare l’Infiorata fu un fiorista, Benedetto Drei, al tempo del pontificato di Papa Urbano VIII.

Dopo la sua morte, Gian Lorenzo Bernini ne fece un simbolo delle feste barocche, diffondendola nei Castelli Romani e oltre. Scomparsa per secoli, oggi rivive grazie appunto alla Pro Loco e agli infioratori che con maestria creano complessi mosaici usando solo materiali naturali.  Polveri di marmo o juta, ma anche sabbia, sale, cortecce e polvere vulcanica fanno da base per rose, garofani, margherite. Le composizioni, diverse ogni anno, raffigurano Madonne, scene bibliche o simboli di speranza, in un dialogo tra natura e spiritualità.

Le opere sacre coprono 600 m², celebrando il Papa e i patroni, con lavori iniziano già la sera del 28, offrendo la possibilità di osservare gli artisti all’opera. Una volta completate, queste creazioni sono un vero spettacolo per gli occhi, perfetto per una passeggiata verso San Pietro sotto il cielo estivo della Città Eterna.

Quo Vadis, la camminata del pellegrino

Per chi ama camminare e vivere la città con ritmi più pacati, cogliendo l’occasione per meditare e pregare, c’è  il cammino Quo Vadis, promosso dai Vicariati di Roma e del Vaticano con Roma Capitale. Due le vie proposte, con lunghezza differente: La Via di Pietro (punto di partenza è la Basilica di Santa Pudenziana, dura circa 1 ora e 37 minuti per 7,1 Km di percorso) e La Via di Paolo (parte dalla Basilica di San Sebastiano e l’itinerario compre circa 13,6 Km per un totale di 3 ore e 10 minuti). Entrambi i percorsi toccano luoghi legati ai due apostoli, quali San Sebastiano fuori le Mura, Santa Prisca e il Carcere Mamertino.

In entrambi i casi, l’arrivo è fissato in Piazza San Pietro, di fronte all’ obelisco dove San Pietro fu crocifisso. Qui, ogni partecipante riceverà la ‘pietruzza’ benedetta dal Papa. Come chiarisce il sito ufficiale, la partecipazione è gratuita e libera per tutti, non organizzata con la possibilità di variare gli itinerari urbani. Attenzione, comunque, alle strade suggerite: queste, infatti, sono aperte al traffico e quindi i percorsi non sono protetti.

Girandola di Castel Sant’Angelo

Castel Sant'Angelo e la Girandola
123RF
La Girandola di Castel Sant’Angelo chiude la Festa dei Santi Pietro e Paolo

E la sera del 29 giugno va in scena una delle tradizioni più suggestive. Alle 20:30, il cielo sopra Castel Sant’Angelo si accende con la Girandola, uno spettacolo pirotecnico che risale alla volontà di papa Sisto IV nel 1481, attribuito nientemeno che a Michelangelo. Interrotto nell’Ottocento per danni al castello, dal 2008 l’appuntamento è tornato grazie alla ricostruzione filologica di Giuseppe Passeri e del Gruppo IX Invicta, curata dalla Direzione Musei Statali di Roma.

I fuochi, visibili da Lungotevere Tor di Nona e dai ponti Vittorio Emanuele II, Sant’Angelo e Umberto I, sono un momento di festa per romani e turisti il cui inizio è previsto per le 21:30 (durata circa 20 minuti). Attenzione, dalle 19:30 il Lungotevere sarà chiuso al traffico e chi preferisce evitare la folla, il Gianicolo offre una vista panoramica.

Viabilità e trasporti: come muoversi il 29 giugno

La festa patronale porta modifiche significative alla viabilità e ai trasporti, come riportato da Roma Mobilità e ATAC. Ecco cosa sapere per muoversi senza intoppi.

Chiusure stradali

Via Veneto: possibile chiusura tra largo Fellini e via Boncompagni la mattina presto (fino alle 7) per lo smontaggio di strutture legate a un evento in calendario sabato 28 giugno.

Via Ostiense: Chiusa al traffico dalle 11:00 del 28 giugno con una coda sino a lunedì 30, tra Viale Giustiniano Imperatore e Via Giulio Rocco, per le celebrazioni a San Paolo fuori le Mura.

Castel Sant’Angelo / Lungotevere: divieto di transito dalle 19:30 del 29 giugno, chiuso tra Ponte Vittorio Emanuele II e Ponte Umberto per la Girandola. Il traffico viene deviato lungo la direttrice di corso Vittorio Emanuele II sulla riva sinistra del fiume e lungo la direttrice Porta Castello/Traspontina (fonte: Roma Mobilità). Sono possibili ulteriori chiusure in base alle esigenze del traffico.
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Via dei Fori Imperiali: pedonale il 28 e 29 giugno, come ogni ultimo fine settimana del mese Pedonale

Piazza dei Cinquecento: divieto di transito sulla corsia lato Stazione Termini (da via Gioberti a via Cavour) per i lavori per la riqualificazione urbana.

Circo Massimo: chiusura dell’area al traffico veicolare per il concerto di Achille Lauro in programma. In particolare, dalle 17:00 del 29 giugno divieto di transito in via dei Cerchi tra ⁠Piazza di Porta Capena e Via di S. Teodoro. Dalle 20:00 (eccetto autorizzati) in via del Circo Massimo, Piazzale Ugo La Malfa, Via dell’Ara Massima di Ercole. Dalle 21:00 (eccetto autorizzati) anche in Via della Greca, via delle Terme Deciane e via dell’Ara di Conso. Dalle 21 sospensione della corsia riservata al trasporto pubblico locale in via di Santa Maria in Cosmedin.
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Via delle Baleniere: chiusura al transito per un’iniziativa con deviazione delle linee 04, C4 e C13.

Trasporto pubblico

Il 29 giugno, il trasporto pubblico segue l’orario festivo. Le linee metropolitane A, B, B1 e C sono in servizio fino alle 23:30, con bus notturni sostitutivi dopo la chiusura.  ATAC segnala che per consentire Rievocazione Storica della Girandola di Michelangelo presso Castel Sant’Angelo, dalle ore 19.30 a fine servizio deviamo le linee 23, 30, 34, 40, 46, 62, 64, 98, 115, 280, 870, 881 e 916F. La linea 190F è limitata alla stazione San Pietro e non raggiunge, quindi, piazza Venezia.

Inoltre, per la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali, per tutto il weekend, deviano le linee 51, 75, 85, 87 e 118.

Cammino di Santa Giulia: itinerario e luoghi imperdibili

Par : cdelgiudice
25 juin 2025 à 15:00

Il Cammino di Santa Giulia è un itinerario a cavallo tra spiritualità, storia e natura, che attraversa tre regioni italiane – Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia – toccando chiese, pievi e luoghi sacri legati alla devozione verso Santa Giulia. In alcune tappe, si custodiscono persino le reliquie della Santa, rendendo il percorso ancora più suggestivo.

Ma questo cammino non è riservato soltanto ai pellegrini: è una proposta affascinante anche per chi desidera rallentare, camminare in silenzio tra paesaggi autentici e ritrovare un contatto più profondo con la bellezza del territorio italiano.

La storia del Cammino di Santa Giulia

La nascita del Cammino di Santa Giulia affonda le radici nel lontano 762 d.C., quando i sovrani longobardi Desiderio e Ansa decisero di traslare le spoglie della Santa da Livorno a Brescia. Un gesto simbolico, che trasformò quell’antico tragitto in un percorso devozionale e culturale, ancora oggi capace di legare territori lontani tra loro. Il cammino ricalca proprio questa storica migrazione delle reliquie, seguendo le orme di un pellegrinaggio medievale che attraversa città, valli e monti.

Oltre alla dimensione storica, il percorso è scandito da numerose chiese e pievi dedicate alla Santa, molte delle quali rappresentano autentici gioielli architettonici. A Livorno, dove la venerazione per Giulia è ancora sentita, l’Associazione Il Cammino di S. Giulia – riconosciuta dall’Arciconfraternita del SS. Sacramento e di S. Giulia – mantiene viva la memoria della patrona anche attraverso un piccolo museo. Questo cammino è quindi anche un viaggio nel tempo, che intreccia spiritualità, arte e cultura, offrendo una visione profonda del Medioevo italiano.

Le tappe del cammino

Il Cammino di Santa Giulia si sviluppa lungo circa 470 km, distribuiti su 25 tappe che attraversano tre regioni italiane: Toscana, Emilia-Romagna e Lombardia. È un itinerario che unisce paesaggi naturali e testimonianze storiche, alternando tratti montani e collinari a percorsi più pianeggianti. Di seguito, l’elenco delle tappe principali con indicazioni tecniche e qualche nota utile per chi si mette in cammino:

  • Tappa 1 – da Livorno a Parrana San Martino (23 km, 711 D+, 6h): il cammino prende avvio dalla costa toscana, attraversando dolci colline panoramiche che offrono vedute suggestive sul mare e sull’entroterra.
  • Tappa 2 – da Parrana San Martino a Siberia (23 km, 517 D+, 6h): si attraversa la campagna pisana tra borghi e sentieri collinari, in un paesaggio rurale tranquillo e ben conservato.
  • Tappa 3 – da Siberia Crespina a Caprona (24 km, 119 D+, 5h): tappa prevalentemente campestre, tocca la Pieve di Santa Giulia a Caprona, uno dei luoghi simbolo del cammino.
  • Tappa 4 – da Caprona e Calci a Vicopisano (16 km, 663 D+, 5h): un tratto impegnativo che sale sui Monti Pisani, con splendidi scorci sulla Rocca della Verruca e sulle valli sottostanti.
  • Tappa 5 – variante da Caprona a Vicopisano (11 km, 140 D+, 3h): percorso più semplice e pianeggiante, ideale per chi cerca una deviazione meno faticosa ma comunque panoramica.
  • Tappa 6 – da Vicopisano a Buti (9 km, 357 D+, 3h): breve ma intensa, la tappa sale dalla piana fino al borgo di Buti, attraversando boschi e pendii che richiedono un po’ di allenamento.
  • Tappa 7 – da Buti a Lucca (24,5 km, 823 D+, 7h): una lunga attraversata dei Monti Pisani, con ampie vedute panoramiche e arrivo nella storica città di Lucca, ricca di arte e architettura.
  • Tappa 8 – da Lucca all’Altopiano delle Pizzorne (21 km, 1065 D+, 6h): una delle tappe più impegnative, in salita costante verso l’altopiano, con ambienti montani e boschi fitti.
  • Tappa 9 – dall’Altopiano delle Pizzorne a Bagni Caldi di Lucca (15 km, 480 D+, 5h): discesa panoramica lungo la valle del fiume Lima, con arrivo nella località termale di Bagni Caldi.
  • Tappa 10 – variante dall’Altopiano delle Pizzorne a Corsagna (11 km, 358 D+, 4h): alternativa di collegamento collinare verso Corsagna, adatta a chi preferisce un percorso più tranquillo.
  • Tappa 11 – variante da Fornoli a Pieve Monti di Villa (4 km, 474 D+, 2h): breve ma ripida, collega il fondo valle al cammino principale, utile per chi arriva da percorsi alternativi o da Fornoli.
  • Tappa 12 – da Bagni Caldi a Rifugio La Caserma Casentini (16 km, 1591 D+, 7h): tappa lunga e selvaggia, immersa nella natura montana, con forti dislivelli e panorami spettacolari sull’Appennino.
  • Tappa 13 – variante da Ponte a Gaio al Rifugio Santi (15 km, 1414 D+, 6h): itinerario carrozzabile adatto anche a cavalli e mountain bike, ideale per chi cerca un’alternativa più ampia al sentiero di crinale.
  • Tappa 14 – dal Rifugio La Caserma Casentini a San Pellegrino in Alpe (20 km, 1375 D+, 7h): un classico percorso di crinale appenninico, molto scenografico, tra alture boscose e valli profonde.
  • Tappa 15 – variante dal Rifugio Santi a San Pellegrino in Alpe (14 km, 870 D+, 5h): percorso di mezza costa, adatto a escursionisti e cavalieri, offre un tragitto più protetto rispetto al crinale.
  • Tappa 16 – da San Pellegrino in Alpe a Barga (22,5 km, 620 D+, 6h): discesa progressiva dal crinale verso la valle del Serchio, tra ampi panorami, castagneti e borghi storici della Garfagnana.
  • Tappa 17 – variante da San Pellegrino in Alpe a Castelnuovo di Garfagnana (19 km, 828 D+, 6h): itinerario collinare in discesa attraverso boschi e paesi della media valle del Serchio, verso il cuore della Garfagnana.
  • Tappa 18 – da Barga a Castelnuovo di Garfagnana (15 km, 606 D+, 5h): percorso tra vallate verdeggianti e piccoli centri fortificati, con vista sulle Apuane e atmosfere rurali autentiche.
  • Tappa 19 – da Castelnuovo di Garfagnana a S. Viviano (15,5 km, 1131 D+, 6h): tappa montana impegnativa che risale verso l’eremo di S. Viviano, luogo di silenzio e spiritualità immerso nei boschi.
  • Tappa 20 – da S. Viviano a San Viano (21,5 km, 1126 D+, 7h): lungo crinale che segna il passaggio in Lunigiana, tra pascoli, faggete e panorami aperti sulla valle del Lucido.
  • Tappa 21 – da San Viano a Ugliancaldo (10 km, 616 D+, 4h): breve tratto in quota tra boschi e pascoli, ideale per godere del silenzio dell’Appennino e di una natura poco antropizzata.
  • Tappa 22 – da Ugliancaldo a Equi Terme (10,5 km, 487 D+, 4h): discesa panoramica verso la valle del Lucido, con arrivo alle celebri grotte e terme di Equi, perfette per un momento rigenerante.
  • Tappa 23 – da Equi Terme a Pieve di San Lorenzo (12 km, 472 D+, 4h): percorso tra borghi medievali e castelli della Lunigiana, in un fondovalle verde e ricco di testimonianze storiche.
  • Tappa 24 – da Pieve di San Lorenzo a Berceto (18,5 km, 1366 D+, 7h): tappa impegnativa che risale verso il crinale appenninico, segnando l’ingresso in Emilia tra faggete e sentieri antichi.
  • Tappa 25 – da Berceto a Cassio (16 km, 629 D+, 5h): ultimo tratto montano del cammino, tra le dolci colline parmensi e boschi secolari, verso i confini della pianura padana.

I luoghi da non perdere

Il Cammino di Santa Giulia è molto più di un itinerario escursionistico: è un viaggio nel cuore dell’Italia più autentica, punteggiato da città d’arte, borghi silenziosi e aree naturali di straordinaria bellezza. Tra i luoghi imperdibili spicca Lucca, con le sue mura rinascimentali perfettamente conservate, il Duomo di San Martino e le viuzze medievali che offrono un tuffo nella storia. Un altro gioiello è Castelnuovo di Garfagnana, centro vitale dell’omonima valle, circondato da fortificazioni e custode di tradizioni secolari.

In Toscana, il cammino attraversa anche località più piccole ma dense di fascino, come Buti, con il suo teatro ottocentesco incastonato tra le colline, e Vicopisano, dominato dalla Rocca del Brunelleschi. Salendo verso l’Appennino, si scoprono luoghi carichi di spiritualità come San Pellegrino in Alpe, antico ospizio di pellegrini posto sul crinale tra Toscana ed Emilia, e l’Eremo di San Viviano, immerso nei boschi della Garfagnana.

Sulla via emiliana, meritano una sosta Berceto, borgo di pietra con la sua Cattedrale romanica, e Rubiera, con il ponte medievale e la Pieve di San Faustino. Il cammino si chiude in bellezza a Brescia, dove il Museo di Santa Giulia – allestito nell’antico monastero omonimo – custodisce secoli di arte, archeologia e devozione, offrendo un epilogo degno di un viaggio tanto ricco e articolato.

Indicazioni e consigli per il viaggio

Il Cammino di Santa Giulia, con i suoi 470 km e 25 tappe, attraversa zone molto eterogenee: dalle colline toscane alle montagne dell’Appennino, fino alla pianura padana. Per questo è fondamentale partire ben preparati. Il periodo migliore per mettersi in cammino è la primavera (aprile-giugno) o l’inizio dell’autunno (settembre-ottobre): in estate molte tappe collinari e di pianura possono diventare troppo calde, mentre in inverno i tratti montani sono spesso innevati o fangosi.

Il percorso è lineare e si sviluppa da Livorno a Brescia; non sempre è segnalato in modo uniforme. In alcune aree si trovano i classici segni bianco-rossi del CAI, in altre i cartelli specifici con il logo rosso-blu del cammino, ma ci sono tratti in cui l’orientamento può risultare incerto: si consiglia di scaricare le tracce GPS ufficiali e portare con sé anche una mappa cartacea di emergenza.

Lungo il tragitto si trovano punti acqua in quasi ogni paese – fontanelle pubbliche o piccoli alimentari – ma in alcune tappe di montagna è essenziale partire con una buona scorta idrica. Anche l’alloggio può variare: si va da ospitalità parrocchiali ed ecclesiastiche, soprattutto nei borghi più piccoli, a B&B, agriturismi e ostelli nelle città più grandi. È consigliato prenotare con anticipo, specie nei periodi di alta affluenza.

Infine, è bene avere con sé un equipaggiamento modulabile: scarpe da trekking con buona aderenza, abbigliamento a strati, giacca impermeabile, coprizaino e un piccolo kit di primo soccorso. Nelle zone di pianura in estate, non dimenticare un repellente per zanzare. Il cammino non è adatto a chi cerca percorsi brevi o poco impegnativi: richiede resistenza, spirito di adattamento e voglia di scoperta.

Cosa mangiare lungo il cammino

Camminare per chilometri ogni giorno apre l’appetito, e il Cammino di Santa Giulia sa come deliziare i viandanti con sapori autentici e piatti della tradizione. In Toscana, si parte con la cucina livornese e il profumo intenso del cacciucco, per poi passare ai prodotti delle colline pisane, come l’olio extravergine, il pane sciapo e i formaggi pecorini. Nella Garfagnana, il cammino attraversa terre di castagne, farina dolce e piatti rustici: da provare i necci, farciti con ricotta, e i salumi artigianali come il biroldo.

Sconfinando in Emilia, ci si imbatte in una cucina opulenta e festosa. A Modena, il protagonista è il tortellino, ma non mancano il celebre aceto balsamico tradizionale, lo gnocco fritto e i salumi DOP. Più avanti, nelle terre della bassa reggiana e mantovana, è un tripudio di piatti poveri ma saporiti: tortelli di zucca, capunsei e mostarde di frutta.

Arrivando in Lombardia, il cammino si conclude in bellezza con i sapori bresciani: i casoncelli alla bresciana, la polenta taragna e un calice di Franciacorta sono il modo migliore per celebrare l’arrivo. Mangiare lungo il Cammino di Santa Giulia non è solo nutrirsi, ma anche immergersi nei ritmi delle stagioni, nei prodotti del territorio e nella convivialità delle tradizioni locali.

Credenziale, permessi e assicurazione

Per affrontare il Cammino di Santa Giulia in modo ufficiale e godere di tutti i vantaggi riservati ai pellegrini, è consigliato richiedere la credenziale del cammino, un documento personale che accompagna il viandante lungo tutte le tappe. La si può ritirare a Livorno, presso la sede dell’Associazione Il Cammino di S. Giulia, punto di riferimento per l’organizzazione e la promozione dell’itinerario. Con la credenziale viene rilasciata anche la tessera associativa, che consente l’accesso agevolato alle strutture convenzionate, come ostelli, foresterie, case parrocchiali e B&B.

L’iscrizione all’associazione non è obbligatoria per camminare, ma offre una copertura assicurativa completa, valida per tutto l’anno solare e su tutto il tracciato. Si tratta di una tutela preziosa in caso di infortuni o imprevisti lungo il percorso, soprattutto nei tratti montani o più isolati.

Durante il cammino, la credenziale può essere timbrata nelle chiese, negli alloggi e nei punti di accoglienza: oltre a rappresentare un ricordo simbolico del viaggio, serve anche come testimonianza dell’esperienza vissuta e può essere richiesta per ottenere l’attestato finale all’arrivo a Brescia.

Church of San Giorgio

11 février 2022 à 10:40

The Church of San Giorgio is a religious building situated in Via Farini, in Reggio Emilia’s old town centre.

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The Church of San Giorgio was mentioned in the records as early as 1146, but its current appearance is the result of interventions carried out in the 17th century following the establishment of the Jesuits in Reggio Emilia.
The bell tower designed by Andrea Antonio Pozzo da Trento was annexed to the main church building between 1675 and 1678. Then, between 1701 and 1720, Palazzo San Giorgio was built opposite the church to a design by the architect Giuseppe Torri. The building housed the college, the schools and the living quarters of the members of the Jesuit community, who were active until the suppression of the order in 1773.
In 1859, the palace became a state school and library. Today it houses the city’s most important library, the “Antonio Panizzi” Municipal Library.

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Omaggio a Papa Francesco: dove e quando visitare la salma

Par : elenausai10
23 avril 2025 à 15:32

Papa Francesco è morto il 21 aprile 2025 e oggi, 23 aprile, è avvenuta la traslazione del feretro con una processione da Santa Marta alla Basilica di San Pietro. Questa ha percorso piazza Santa Marta, piazza dei Protomartiri Romani, l’Arco delle Campane, fino ad arrivare a Piazza San Pietro, entrando infine all’interno della basilica dalla porta centrale.

Qui è stata allestita la camera ardente che permetterà ai fedeli di rendere omaggio alle spoglie del Pontefice prima dei funerali. Questi sono in programma sabato 26 aprile dalle 10:00, sempre presso San Pietro, ai quali seguirà la sepoltura nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove Bergoglio ha espresso il desiderio di essere sepolto.

Quando visitare la salma di Papa Francesco

La salma di Papa Francesco potrà essere visitata dai fedeli a partire da oggi 23 aprile 2025 presso la Basilica di San Pietro, dopo la liturgia della Parola fatta dal cardinale camerlengo Kevin Farrell. Il feretro resterà aperto per tre giorni ed è possibile entrare per fargli visita a orari diversi: mercoledì 23 dalle 11:00 alle 24:00, giovedì 24 dalle 7:00 alle 24:00 e venerdì 25 dalle 7:00 alle 19:00.

Prima di arrivare a San Pietro, la salma del Papa si trovava a Santa Marta all’interno di una bara semplice in legno senza decorazioni: il Pontefice porta un rosario tra le mani, indossa la casula rossa, il pallio e la mitra bianca, segni della sua missione pastorale.

A rendergli omaggio sono stati i dipendenti vaticani con le famiglie, sacerdoti, suore, dirigenti di istituzioni legate al Vaticano e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la figlia Laura.

Come visitare la salma del Papa

Per visitare la salma di Papa Francesco a Roma è necessario rispettare alcune regole. Per entrare nella camera ardente, sia gli uomini che le donne devono indossare un abbigliamento decoroso, nel rispetto del luogo sacro in cui ci si trova, seguendo le stesse indicazioni valide per accedere a qualsiasi altro luogo religioso. Spalle e gambe vanno coperte, mentre non vanno indossate gonne corte, infradito, canottiere, top e pantaloncini.

Inoltre, all’ingresso del Colonnato di San Pietro, l’accesso avverrà, per ragioni di sicurezza, attraverso i controlli al metal detector.

Quando sono i funerali di Papa Francesco

I funerali di Papa Francesco si terranno sabato 26 aprile alle ore 10:00: a riferirlo è una nota della sala stampa della Santa Sede, nella quale si sottolinea che si svolgeranno sul sagrato della Basilica di San Pietro e che la cerimonia verrà presieduta da Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio Cardinalizio.

Dopo i funerali, le spoglie del Pontefice saranno portate nella Basilica di Santa Maria Maggiore per la tumulazione, come richiesto dallo stesso Bergoglio all’interno del suo testamento. Dopo ogni viaggio all’estero, si recava alla basilica per pregare davanti al dipinto in stile bizantino che raffigura un’immagine di Maria che tiene in braccio il bambino Gesù.

Nel mentre che i fedeli e leader mondiali piangono la sua morte, i porporati stanno cominciando a pianificare il conclave che, molto probabilmente, si terrà nel mese di maggio.

La Basilica di Santa Maria Maggiore: l’eterna dimora di Papa Francesco

Par : elenausai10
22 avril 2025 à 12:06

Da sedici secoli, la Basilica di Santa Maria Maggiore domina la città di Roma con la sua posizione sulla sommità del colle Esquilino. Una presenza importante per la Capitale non solo per la sua ubicazione, ma anche per la sua storia, per le leggende che l’avvolgono e per il ruolo che ricopre come custode dei corpi di sette Pontefici, tra i quali comparirà anche Papa Francesco, morto il 21 aprile 2025.

È una delle quattro basiliche papali di Roma, la sola ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da aggiunte successive. Inoltre, è il più grande e antico santuario del mondo occidentale dedicato a Maria Santissima e custodisce preziose reliquie mariane, tra cui un pezzo della mangiatoia dove fu deposto Gesù.

Rappresenta una meta di pellegrinaggio importante dato il suo riconoscimento papale, ma anche una tappa imperdibile per gli appassionati di storia, arte e architettura.

Le origini leggendarie della Basilica di Santa Maria Maggiore

La Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma affascina non solo per la sua bellezza, ma anche per le sue origini che uniscono realtà e leggenda. Secondo la tradizione, la basilica fu costruita seguendo le indicazioni della stessa Vergine Maria, apparsa in sogno al patrizio romano Giovanni e a Papa Liberio nel IV secolo. In base alla leggenda, la Madonna indicò che il luogo della costruzione sarebbe stato segnato da una miracolosa nevicata in pieno agosto, un evento che sarebbe stato definito “miracolo della neve”.

Ogni anno, il 5 agosto, viene rievocato con un’apposita celebrazione durante la quale, dalla sommità della basilica, vengono liberati in aria dei petali bianchi che riproducono l’effetto della neve.

La basilica fu eretta su richiesta del Papa, anche se il progetto fu successivamente ampliato e arricchito nel corso dei secoli dai pontefici successivi. Oggi, rappresenta l’esempio perfetto di come fede e architettura si sono fuse per creare un monumento di inestimabile valore storico e artistico, dove l’importanza religiosa come meta di pellegrinaggio si unisce ai preziosi mosaici e affreschi medievali contenuti al suo interno.

Gli interni della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma
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Gli interni della Basilica di Santa Maria Maggiore

Cosa vedere nella Basilica di Santa Maria Maggiore

La basilica colpisce subito dalla sua facciata, realizzata in occasione dell’Anno Santo 1750 dall’architetto fiorentino Ferdinando Fuga. Qui potete ammirare la Loggia delle Benedizioni, caratterizzata da uno slanciato motivo ad arco di trionfo che incornicia i mosaici di Filippo Rusuti, i quali mostrano Cristo in trono affiancato da diversi santi, nonché il miracolo della neve. Da notare il campanile che, con i suoi 75 metri, rappresenta il più alto di Roma.

È un’opera architettonica che attraversa diverse epoche, un aspetto che può essere osservato nei suoi incredibili interni, dove convivono opere medievali, come il mosaico della navata centrale, e paleocristiani, come i mosaici del V secolo situati nell’arco trionfale e nell’abside. Durante il Rinascimento e il Barocco, la basilica fu arricchita con l’aggiunta delle Cappelle (in totale sei), come la Cappella Sistina (da non confondersi con quella del Vaticano) e la Cappella Paolina.

Tra le reliquie più importanti custodite al suo interno ci sono la Sacra Culla, in riferimento alle cinque asticelle in legno di sicomoro parte della mangiatoia in cui è stato adagiato Gesù, l’icona mariana Salus Populi Romani e il presepe in marmo di Arnolfo di Cambio.

Chi è sepolto a Santa Maria Maggiore

Non tutti i Papi sono stati sepolti nelle grotte vaticane sotto la Basilica di San Pietro. All’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore si trovano le spoglie di vari pontefici: Niccolò IV (1227-1292), primo Papa appartenente all’Ordine Francescano e il primo a essere sepolto a Santa Maria Maggiore; ‘il Papa inquisitore’ Pio V (1504-1572), il francescano Sisto V (1521- 1590), Paolo V (1552-1621), Clemente VIII (1536 – 1605), Clemente IX (1600-1669). Inoltre qui è sepolto, nella tomba di famiglia, il massimo artefice dell’età barocca, Gian Lorenzo Bernini.

Dopo i funerali, verrà sepolto qui anche Papa Francesco, che ha espresso nel suo testamento il desiderio di riposare all’interno della basilica, un luogo importante fin dal primo giorno della sua elezione. Come ha scritto lo stesso Bergoglio: “Desidero che il mio ultimo viaggio terreno si concluda proprio in questo antichissimo santuario Mariano dove mi recavo per la preghiera all’inizio e al termine di ogni viaggio apostolico ad affidare fiduciosamente le mie intenzioni alla Madre Immacolata e ringraziarla per la docile e materna cura”.

Come visitare la basilica: prezzi e orari

La basilica è aperta tutti i giorni dalle 7:00 alle 19:00 e si può entrare gratuitamente fino alle 18:30. Se volete visitare il Polo Museale Liberiano, invece, che comprende il Museo Storico Liberiano, la Loggia delle Benedizioni, la Sala dei Papi, la Scala del Bernini e gli Scavi Archeologici, dovrete acquistare un biglietto. Il polo è aperto da lunedì a sabato dalle 9:30 alle 18:00, con ultimo ingresso alle 17:30, e il biglietto costa 7,50 euro quello intero e 4,50 euro quello ridotto.

Dove tutto ebbe inizio: viaggio nei luoghi d’infanzia di Papa Francesco

Par : elenausai10
21 avril 2025 à 14:40

Papa Francesco, il primo Papa latino-americano, è morto all’età di 88 anni. Durante il suo papato durato 12 anni, Francesco è stato un fervente sostenitore dei poveri, degli emarginati e degli svantaggiati del mondo e un critico schietto dell’avidità aziendale e della disuguaglianza sociale ed economica. All’interno del Vaticano ha criticato l’eccesso e il privilegio, esortando i leader della Chiesa a mostrare umiltà.

Non a caso, fu il primo a scegliere il nome di Francesco, ispirandosi a San Francesco d’Assisi, simbolo di povertà, pace e amore, oltre a essere stato il primo Papa appartenente alla Compagnia di Gesù, l’ordine dei gesuiti famoso per la dedizione all’insegnamento, alla missione e all’impegno sociale

Un pensiero, quello di Papa Francesco, che aveva origini lontane e che va ricercato nei luoghi della sua infanzia. Luogo dopo luogo, avrete una visione d’insieme dei primi anni, dell’istruzione e dei momenti chiave ecclesiastici di Papa Francesco, che permette di conoscere il suo viaggio da giovane studente a guida della Chiesa cattolica.

Il quartiere Flores a Buenos Aires

Papa Francesco è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936 da genitori italiani emigrati in Argentina nel 1928 da Portacomaro, in provincia di Asti: Mario Bergoglio, impiegato ferroviario di origini piemontesi, e Regina María Sivori, casalinga di origini liguri. Nel dettaglio, Jorge Maria Bergoglio nasce e cresce nel quartiere Flores, situato nella zona sud est della capitale argentina.

È un quartiere contraddistinto da una forte anima multietnica sviluppatosi nel corso del tempo attraverso le diverse ondate migratorie che hanno portato con sé lingue, culture e religioni diverse. Ed è proprio questo quartiere, che possiamo definire “globale”, che ha offerto a Bergoglio il contesto ideale in cui sviluppare quello che sarebbe stato il suo pensiero inclusivo e il suo sentimento ecumenico.

Papa Francesco ha più volte ricordato come, seppur emigrata, la sua famiglia non abbandonò mai le origini italiane che faceva sue soprattutto durante le grandi riunioni domenicali insieme a tutti i parenti. In particolare, sua nonna Rosa giocò un ruolo significativo nella sua educazione, instillando in lui i valori fondamentali del cristianesimo.

La casa dove nacque Papa Francesco
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La casa dove nacque Papa Francesco nel quartiere Flores

La Cattedrale Metropolitana

Affacciata su Plaza de Mayo, la Cattedrale Metropolitana rappresenta il principale luogo della Chiesa cattolica in Argentina, dove Papa Francesco, in veste di arcivescovo Jorge Bergoglio, celebrava la messa prima di assumere la carica in Vaticano nel 2013. In onore di Bergoglio, la Cattedrale ospita il Museo Papa Francesco, che espone alcuni dei suoi oggetti personali e liturgici.

La storia della Cattedrale è lunga e turbolenta. Dalla prima cappella costruita sullo stesso sito nel 1593 per ordine del fondatore della città Juan de Garay, l’edificio è stato riprogettato e ricostruito sette volte. L’ultima costruzione, quella che vediamo oggi, fu iniziata nel 1752, ma non fu completata fino alla metà del diciannovesimo secolo.

La scuola No. 08 D.E. 11 “Cnel. Ing. Pedro Antonio Cerviño”

In questa scuola invece, un piccolo Jorge Bergoglio completò la sua istruzione primaria. All’età di 13 anni, fu iscritto con suo fratello Oscar, come allievo per un anno, al Collegio Wilfrid Baron dei Santi Angeli, un istituto appartenente all’opera di Don Bosco.

La Basilica de San José de Flores

Un altro luogo importante è la Basilica de San José de Flores, inaugurata nel 1883. Questo era il luogo di culto abituale di Papa Francesco durante la sua infanzia e adolescenza: fu proprio qui, infatti, che all’età di 17 anni decise di dedicare la sua vita a Dio. Non a caso, per omaggiare questo momento, decise di iniziare il suo pontificato il 19 marzo 2013, in concomitanza con la festa di San Giuseppe (San José – il santo patrono di questa chiesa).

La Basilica di San José de Flores è situata nel quartiere di Flores e viene considerata uno straordinario capolavoro architettonico caratterizzato da un design neogotico, con dettagli intricati, guglie svettanti e una facciata imponente che cattura fin da subito lo sguardo dei visitatori. All’interno, la chiesa è ornata da vetrate colorate che illuminano lo spazio con un caleidoscopio di colori, creando un’atmosfera serena per la riflessione e la preghiera.

La Basílica de San José de Flores frequentata da Papa Francesco a Buenos Aires
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La Basílica de San José de Flores frequentata da Papa Francesco

Seminario Metropolitano di Buenos Aires

Qui è dove Bergoglio iniziò il suo cammino verso il sacerdozio: il seminario svolse un ruolo cruciale nella sua educazione e formazione teologica.

Pasaje Roverano

Dopo che fu eletto Papa, a Buenos Aires cominciarono a diffondersi diversi tour alla scoperta dei luoghi della sua infanzia e adolescenza. Tra questi c’è anche Pasaje Roverano, una galleria commerciale dove si trova un salone di parrucchieri frequentato da un giovane Bergoglio ai tempi in cui era arcivescovo di Buenos Aires. Questo passaggio, che porta il nome del suo primo proprietario, fu costruito nel 1878, ma dovette essere ristrutturato quando fu aperta l’Avenida de Mayo. Il passaggio si contraddistingue per le sue vetrate artistiche e per le carpenterie in bronzo dei locali presenti al suo interno.

Çavuşin, dove il tempo si ferma e le leggende prendono vita

13 avril 2025 à 13:00

Nel cuore antico della Cappadocia, là dove le rocce scolpite dal vento si colorano di rosa al tramonto, sorge Çavuşin, un villaggio in cui il presente sfuma nel passato, dove ogni pietra, ogni grotta, ogni sentiero racconta una storia.

Abitazioni incastonate nelle morbide formazioni vulcaniche, chiese millenarie scavate nella roccia, silenzi interrotti soltanto dal fruscio del vento: la natura e l’ingegno umano si intrecciano in un abbraccio senza tempo. Qui, la storia bizantina si respira in ogni angolo e l’anima della Cappadocia si svela lenta, tra il profumo della polvere antica e la luce dorata che avvolge il paesaggio.

Si tratta di una meta amata da chi cerca assoluta meraviglia, una porta aperta sulla magia intatta della Turchia più autentica.

Una storia di fede, arte e resilienza

Il villaggio di Çavuşin è custode di una memoria viva che affonda le radici al tempo dei Bizantini. Già nel V secolo, era un fervente centro religioso, arricchito da chiese, monasteri e comunità che  vi trovavano rifugio e ispirazione.

La straordinaria architettura scavata nella roccia racconta l’ingegno di uomini che, in un ambiente difficile, seppero creare riparo contro il rigore del clima e le incursioni dei nemici. Le abitazioni, modellate nella pietra tenera, sembrano appartenere a una fiaba, un labirinto di anfratti e passaggi che conserva intatto il suo fascino misterioso.

Durante il Medioevo, Çavuşin si ritrovò crocevia di commerci lungo la leggendaria Via della Seta, una posizione che gli portò ricchezza ma anche conflitti e invasioni. Eppure, nonostante le difficoltà, il villaggio ha saputo resistere, e mantenere viva la sua anima fino ai giorni nostri.

Cosa vedere a Çavuşin

Il pittoresco villaggio di Cavusin
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Il villaggio nella roccia di Çavuşin

Visitare Çavuşin è come sfogliare un antico libro di pietra, in cui ogni pagina rivela un capitolo di bellezza e mistero.

La prima tappa irrinunciabile è la Chiesa di San Giovanni Battista, uno dei luoghi più emozionanti: le pareti dipinte, gli intricati bassorilievi e l’eco delle preghiere antiche trasportano in un’altra dimensione. Qui, il tempo sembra rallentare per cogliere tutta la spiritualità di un’epoca lontana.

Proseguendo, la Chiesa di San Nicola affascina con l’architettura particolare, un dialogo in armonia tra arte bizantina e influssi persiani. Gli affreschi, miracolosamente sopravvissuti ai secoli, narrano storie di santi e leggende dimenticate.

Passeggiare tra le vie di Çavuşin è un’esperienza senza eguali: un labirinto di case scavate nella roccia, passaggi segreti e scorci da sogno. Ogni visione offre una prospettiva inedita, un nuovo dettaglio da scoprire, immerso in un silenzio quasi sacro.

Non lontano dal villaggio si apre la Valle Rossa, dalla bellezza struggente: le formazioni rocciose si tingono di sfumature calde al tramonto, e regalano uno degli spettacoli naturali più emozionanti della Cappadocia.

Le esperienze da non perdere

La Cappadocia è celebre per i cieli punteggiati di mongolfiere, e Çavuşin propone uno degli scenari più suggestivi per vivere un’esperienza indimenticabile. Volare sospesi tra le vallate e le rocce scolpite dal tempo, ammirare il sorgere del sole da un punto di vista privilegiato, è qualcosa che rimane nella memoria per sempre.

Dopo un volo o una passeggiata tra le stradine antiche, ci si può concedere una pausa nei ristoranti del villaggio. Qui, tra piatti di spiedini succulenti, dolci baklava e morbide delizie turche, ogni sapore rievoca la storia di una terra generosa e accogliente.

Infine, chi desidera immergersi appieno nello spirito di Çavuşin, ha l’occasione di soggiornare in uno degli hotel rupestri: dormire in una stanza scavata nella roccia, avvolti dal silenzio della natura e dalla suggestione di antiche tradizioni, è un qualcosa da provare una volta nella vita.

Cucina e artigianato: i sapori e i colori di Çavuşin

Negozio di souvenir a Causin, Cappadocia
Fonte: iStock
Negozio di souvenir a Çavuşin 

La cucina di Çavuşin è una sinfonia di sapori genuini, radicati nella tradizione. Tra i piatti da provare c’è il famoso Testi kebabi, un trionfo di carne e verdure cotto lentamente in un’anfora di terracotta che, al momento di servire, viene spezzata con un gesto rituale, e libera aromi intensi e invitanti.

Non mancano poi specialità come i manti, piccoli gnocchi ripieni di carne e spezie, e il gözleme, una sottile focaccia farcita con formaggi, erbe o carne, perfetta per uno spuntino veloce e saporito. E per concludere, la dolcezza irresistibile del baklava invita a fermarsi ancora un po’.

Ma Çavuşin è anche arte e maestria antica. Gli artigiani del villaggio custodiscono saperi millenari nella lavorazione della ceramica e nella tessitura di tappeti: portare a casa una ceramica decorata o un tappeto tessuto a mano diventa un prezioso ricordo di un viaggio che resta nel cuore.

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