Un paio di scarpe comode e qualche ora libera: per partecipare alla Giornata Nazionale del Camminare non serve altro. Il 10 e l’11 ottobre torna l’iniziativa promossa da FederTrek, che da oltre dieci anni invita a riscoprire il gesto più semplice e naturale che ci sia.
Le proposte sono tutte gratuite tra passeggiate in città, escursioni nei parchi e camminate nei borghi dell’Appennino. Il calendario completo è sul sito ufficiale, qui vi proponiamo alcune delle idee più interessanti per il weekend.
Roma, il GRAB a piedi
Domenica 11 ottobre, Roma si scopre a piedi lungo il GRAB, il Grande Raccordo Anulare delle Bici, un anello ciclabile di circa 44 chilometri che collega Colosseo, Trastevere, San Pietro, Galleria Borghese e Auditorium, costeggiando Tevere, Aniene e Almone. Il percorso, per il 70% tra parchi, argini e vie pedonali, si snoda in gran parte in pianura.
Il ritrovo è alle 9:00 all’Arco di Costantino, poi ognuno sceglie quanto camminare, da un solo chilometro all’intero giro. La partecipazione è gratuita, previa prenotazione. L’evento è riservato a chi va a piedi, quindi niente bici!
Da Santo Stefano di Sessanio a Rocca Calascio, Abruzzo
Sempre domenica 11 ottobre, nel cuore dell’Appennino abruzzese, potrete partecipare a un’escursione che vi porterà indietro nel tempo. Si parte dal borgo medievale di Santo Stefano di Sessanio e si cammina lungo gli antichi tratturi della transumanza, le vie percorse per secoli dai pastori con le loro greggi.
La meta è il Castello di Rocca Calascio, una delle fortezze più alte d’Italia e simbolo di queste montagne. Il percorso è di circa 10 chilometri, con 400 metri di dislivello e una durata di 5-6 ore. La difficoltà è escursionistica, quindi l’evento è adatto anche ai camminatori più giovani, purché abituati a qualche ora di sentiero.
Ioanella, storie di pastori e panorami sull’Adriatico, Abruzzo
Andiamo ora sulle colline teramane dove l’11 ottobre a Ioanella, piccola frazione di Torricella Sicura, si va alla scoperta di una zona ancora poco conosciuta anche da chi vive nei dintorni. L’escursione fa parte del Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga e unisce il cammino al racconto del territorio.
Tra storie del passato e testimonianze sull’allevamento in montagna di un tempo, si scopre il borgo, per secoli punto di passaggio per i viandanti, insieme al patrimonio devozionale custodito lungo i sentieri. Poi si sale fino alle Piane di San Pietro, una terrazza naturale con vista sulle colline teramane che arriva fino al mare Adriatico.
Parco dei Castelli Romani, Lazio
Fuori Roma, nel Parco dei Castelli Romani, si cammina sul Sentiero degli Acquedotti, l’antico tracciato che collega Genzano di Roma a Nemi. Il percorso corre a mezza costa sulle pareti del cratere vulcanico, tra boschi di lecci, querce e castagni, e segue le tracce delle opere idrauliche preromane e romane, canali e cunicoli scavati nella roccia.
Tra un albero e l’altro si aprono scorci sul lago di Nemi, fino all’arrivo nei vicoli del borgo, famoso per le fragoline di bosco. L’anello è lungo 9 chilometri, con 400 metri di dislivello e circa 5 ore di cammino.
Monti Prenestini, sulle orme dei pellegrini
Infine, consigliamo un’ultima tappa tra natura e spiritualità. Da Pisoniano si sale lungo il Sentiero Karol Wojtyla, dedicato al Papa che amava molto questi luoghi, attraverso boschi di querce, castagni e lecci, con qualche tratto più ripido. La meta è il Santuario della Mentorella, tra i più antichi santuari mariani d’Italia, arroccato a oltre mille metri su uno sperone di roccia sopra la Valle del Giovenzano. Dopo la sosta al santuario si scende verso Ciciliano lungo il Sentiero dei Pellegrini, l’antica via percorsa per secoli dai fedeli diretti alla Mentorella.
Sono pochi i Paesi in Europa con un maggior numero di vulcani attivi rispetto all’Italia, che ne vanta un’alta concentrazione, in particolare nelle Regioni meridionali. Un privilegio geologico, questo, che si traduce nella possibilità per i viaggiatori di intraprendere alcune delle esperienze di trekking più uniche e sorprendenti che si possano vivere nel continente.
L’escursionismo è una delle principali attività turistiche sulle pendici dell’Etna, il grande vulcano che domina con la sua silhouette la Sicilia orientale, mentre sono meno celebri ma altrettanto scenografici i cammini che si inerpicano lungo i coni perfetti di Vulcano e Stromboli, le due isole delle Eolie che ospitano vulcani attivi, o sulle morbide pendenze del Vesuvio, con la vista che si perde sul Golfo di Napoli.
Trekking sull’Etna
L’Etna è il vulcano attivo più alto d’Europa e uno dei più studiati al mondo. Il suo cono imponente, spesso sormontato da un pennacchio di fumo chiaro, si intravede praticamente da ogni angolo della costa ionica siciliana, quella orientata a est. Questo per via del suo svettare nettamente oltre i tremila metri di quota: anche se a tratti può divenire inquietante e minaccioso, il vulcano siciliano offre un’ampia possibilità di esperienze di trekking adatte a tutti i livelli e accomunate dalla sorprendente scoperta di un ambiente naturalistico unico.
Chi cerca un’escursione semplice può fermarsi ai Crateri Silvestri, poco sotto i 2.000 metri, raggiungibili anche senza guida e comunque estremamente affascinanti per la loro conformazione, per la terra nera che li caratterizza e per il contrasto con la vegetazione che, resistente, ha saputo farsi strada anche in questo ambiente. Un’altra opportunità è salire in funivia da Rifugio Sapienza fino a circa 2.500 metri di quota, da dove partono sentieri panoramici con un dislivello medio-basso, alla portata dei più.
iStockTrekking ai Crateri Silvestri
Chi invece vuole spingersi verso i crateri sommitali, che si trovano tra i 2.900 e i 3.300 metri, deve necessariamente affidarsi a una guida vulcanologica autorizzata. A maggiore fatica corrisponde maggiore premio: attorno alla vetta il paesaggio si fa davvero lunare, si incontrano fumarole attive, campi di lava recente e un panorama che, nelle giornate limpide, abbraccia l’intera Sicilia orientale fino allo Stretto di Messina.
Il versante nord dell’Etna, quello di Piano Provenzana, offre un’alternativa più selvaggia e meno battuta dai flussi turistici: qui i sentieri si snodano tra colate laviche recenti, come quella del 2002, e alcune faggete, in un contrasto continuo tra la vita rigogliosa del bosco e la roccia nera.
Trekking sul Vesuvio
Vero e proprio simbolo della Campania e di Napoli, il Vesuvio è il vulcano che più di ogni altro ha segnato la storia dell’umanità in Italia: fu la sua eruzione del 79 d.C. a seppellire Pompei ed Ercolano sotto una coltre di cenere e lapilli, restituendoci oggi due delle testimonianze archeologiche più straordinarie al mondo.
Oggi è un vulcano quiescente: è attivo, ma la sua ultima eruzione risale al 1944, e il suo imprevedibile futuro è materia di studio costante da parte dei vulcanologi.
Il suo grande fascino lo si può scoprire anche avventurandosi sulle sue pendici a piedi. Il trekking più celebre del Parco Nazionale del Vesuvio, nato nel 1995 per valorizzare e difendere l’ecosistema del vulcano, è quello che porta al Gran Cono, il sentiero che dal piazzale di Ercolano sale fino al bordo del cratere, a 1.281 metri sul livello del mare.
Si tratta di un percorso non lungo né particolarmente impegnativo, eppure capace di regalare una vista spettacolare sul Golfo di Napoli, con la possibilità di vedere anche le sagome di Capri, Ischia e Procida emergere sul piano del mare. Una volta in cima, ci si affaccia su una voragine di circa 700 metri di diametro e oltre 300 di profondità, dove può capitare di osservare fumarole attive, e certamente si potranno individuare minerali colorati e una vegetazione che si è adattata con sorprendente tenacia a un terreno tanto ostile.
Vulcano, trekking alle Eolie
Tra le sette isole che compongono l’arcipelago delle Eolie, Vulcano è la più vicina alla costa siciliana e, come suggerisce il nome, deve la sua fama al Gran Cratere della Fossa, che con i suoi circa 390 metri di altitudine domina l’intera isola.
Secondo la mitologia romana, era proprio qui che si trovavano le fucine del dio del fuoco e della metallurgia, per l’appunto chiamato dai latini Vulcano (Efesto, nel pantheon greco). Una fantasia che ancora oggi si risveglia quando si intravedono le fumarole che testimoniano lo stato di quiescenza del vulcano, mai del tutto spento anche se non si registra un’eruzione dal 1890.
iStockPanorama sulle isole Eolie
Il sentiero che conduce al cratere parte nei pressi del porto e sale fino alla sommità in circa 3 ore di cammino. È un’esperienza intensa: il dislivello è piuttosto concentrato e anche se il percorso è adatto a chiunque abbia un minimo di allenamento, non si affronta senza fatica; si cammina tra piccole rocce e sabbia di origine vulcanica, in un paesaggio arido ma dai colori intensi; si percepisce l’attività vulcanica anche per l’odore di zolfo che si fa penetrante, di quando in quando; infine, si è colpiti da un panorama eccezionale, con la vista che spazia su tutto l’arcipelago delle Eolie.
Una escursione alternativa è quella che attraversa la Valle Roja, una gola incisa nella roccia vulcanica dove l’ambiente selvaggio si apre al contrasto tra pareti laviche caratterizzate da colori decisi e la vegetazione che tenta di attecchire tutt’attorno. Molto bella, breve e alla portata di tutti anche l’escursione a Vulcanello, com’è chiamata la piccola penisola collegata al resto dell’isola solo da un sottile istmo sabbioso, formatasi grazie ad alcune eruzioni relativamente recenti, che consente di ottenere un punto di vista scenografico e diverso su Vulcano, il Gran Cratere e la vicina Lipari.
Trekking a Stromboli
Stromboli si staglia nel bel mezzo del Mar Tirreno, un’isola-vulcano dall’aspetto stereotipico, ergendosi per ben 924 metri dalle acque. È uno dei vulcani più attivi del mondo, con esplosioni brevi e frequenti. Da una parte questo porta a una sorta di spettacolo pirotecnico naturale pressoché ininterrotto, dall’altra ovviamente a una minaccia per la presenza umana sull’isola, che si divide tra i paesi di Stromboli e Ginostra.
La silhouette dell’isola di Stromboli
Per quanto riguarda il turismo, e in particolare l’escursionismo, salire sul vulcano di Stromboli non è possibile in autonomia oltre i 400 metri di quota: superata questa soglia, il percorso verso i crateri sommitali è aperto esclusivamente ai gruppi accompagnati da guide vulcanologiche autorizzate, e nei momenti in cui è consentito dall’attività del vulcano.
In ogni caso, arrivati al punto panoramico di quota 400 metri, lo spettacolo che si apre davanti agli occhi è già tra i più suggestivi che l’Italia vulcanica possa offrire, da ammirare in particolare al calar della sera: il cielo che si tinge di rosso al tramonto, la grande lingua nera della Sciara del Fuoco che precipita verso il mare e, con il calare della notte, i bagliori regolari delle esplosioni che illuminano il buio. Il ritorno avviene poi con le pile frontali, lungo la vecchia mulattiera, in un’atmosfera quasi spirituale.
Scoprire Roma un passo dopo l’altro. E non tanto, o non solo, la Roma dei Fori Imperiali, del Colosseo e delle tante attrazioni già così note, raccontate, viste e fotografate. Piuttosto, una Roma periferica, verde e affascinante, vissuta dai romani in primo luogo e che fa affermare loro di vivere nella città più bella del mondo.
È l’obiettivo centrato da Roma, Guida Errante nella Bellezza Nascosta, il nuovo volume di Carlo Coronati, autore esperto di escursionismo e montagna che si è dedicato a raccontare la Capitale attraverso itinerari di trekking urbano.
Nella sua Guida, Coronati ha selezionato 13 percorsi attraverso i parchi, i quartieri, le scalinate, gli edifici e l’arte di strada della città. Più in periferia, come nel caso dell’itinerario che va da Fidene al Nuovo Salario, o più centrali, come l’affascinante Anello delle Mura Aureliane. Tutti accomunati, in ogni caso, dalla volontà di scoprire un volto diverso della Capitale, come ha raccontato a SiViaggia dalla viva voce dello stesso autore.
Hai deciso di raccontare Roma, la tua città, da un’angolatura diversa. Com’è nata questa idea?
Roma è la mia città, ma ormai io vivo in Valle d’Aosta per una larga parte dell’anno. Però nel 2012, a seguito di una frattura rimediata in montagna, cominciai a scrivere di percorsi romani: erano quelli che facevo a piedi, ovviamente nel corso della riabilitazione, sempre animato dalla curiosità che ho sempre avuto di uscire fuori dal proprio quartiere e scoprire la città. Ne nacque un libro, anche grazie alla spinta di un amico libraio che oggi non c’è più, Bruno Boschin, della Libreria del Viaggiatore di Roma. Questa Guida è il quarto volume di percorsi di trekking urbano, animato come i precedenti da questa grande passione di andare a scoprire angoli di Roma periferici e verdi, percorrere le scalinate della città e creare dei lunghi percorsi, perché si tratta sempre di almeno una quindicina di chilometri, con uno spirito montano: esattamente come vado in montagna e creo i miei percorsi, allo stesso modo li creo così a Roma, cercando di connettere una serie di tematiche che danno corpo e genius loci all’itinerario.
Che Roma hai scoperto attraverso questi percorsi? Una città diversa da quella a cui siamo abituati?
Molto diversa. Non sono itinerari che passano per il centro di Roma. Sono lontani dall’overtourism e dalle rotelle dei trolley. Si viaggia dentro una Roma essenzialmente verde, che rivendica il titolo di città più verde d’Europa attraverso i suoi parchi, che sono estremamente belli, anche se selvaggi. Selvaggi, si intende, nel senso buono del termine: in parchi e aree verdi come il Pineto, la Caffarella o l’Insugherata, o la parte di Villa Ada verso i Parioli, veramente si ha la sensazione di perdersi perché non si ha più nessun riferimento di monumento, di palazzi, di quartieri. Si scopre quindi una Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente.
iStockI pini del Parco di Villa Ada a Roma
C’è un luogo, tra quelli che hai incluso nella tua Guida, che ti ha particolarmente sorpreso?
In un precedente libro avevo inserito un percorso che si chiamava Scale e scalette di Monteverde. Stavolta invece mi sono avventurato in scale e scalette di Monte Sacro, un quartiere affascinante, un po’ isolato. Tutti passano per le grandi arterie stradali che lo circondano, senza scoprirlo, ma è molto bello.
C’è un quartiere di Roma sottovalutato che merita di essere riscoperto attraverso uno dei tuoi itinerari?
C’è un percorso molto bello nella zona Sud-Ovest della città, dove si arriva alla stazione di Villa Bonello con il treno e si risale la collina del Trullo. Il Trullo è una realtà incredibile, ancora molto autentica e identitaria, dove ci sono tantissimi murales e, soprattutto, c’è la Torre Righetti, dove fu girato il film Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini. Un punto panoramico che fa peraltro da copertina alla Guida, con lo sfondo imbiancato del Terminillo. Dal Trullo, attraverso stradine, connessioni e aree condominiali, il percorso passa per il cosiddetto serpentone di Corviale (dove è stato girato il film Scusate se esisto con Paola Cortellesi e Raoul Bova, ndr), un complesso residenziale di 990 metri, un sogno irrealizzato che, dopo anni di grandi difficoltà, si sta riscattando.
Il Trullo, in effetti, è un luogo pieno di murales affascinanti. Nella tua Guida hai dedicato uno spazio specifico proprio alla street art. Perché?
La street art mi affascina per questo suo reinterpretare il paesaggio urbano, spesso con storie che appartengono a quel luogo. È un’arte oppositiva, ribelle e identitaria, ma molto condivisa da chi ci vive, perché gli artisti ascoltano le persone e le storie del quartiere prima di realizzare le opere. Al Trullo, ad esempio, i murales sono nati successivamente all’arte dei Poeti del Trullo, che scrivevano poesie sui muri e sulle facciate dei palazzi. Gli artisti hanno interpretato quelle poesie arricchendone la validità letteraria. L’arte urbana è liquida, scompare e si logora nel tempo, con il sole e la pioggia, ma si rinnova. Sento un forte legame con la street art perché è una rivendicazione e una voglia di abbellire zone che forse sono meno gradevoli all’occhio, come avviene a Tor Marancia, dove c’è una grande isola di murales in un condominio che spinge le persone a scoprire la periferia superando l’idea che sia per forza brutta.
Getty ImagesGigi Proietti e Alberto Sordi ritratti nei murales al Trullo
E uno dei modi per scoprirla è anche camminandoci in mezzo. Uno degli stereotipi principali legati a Roma è quello del grande traffico, mentre tu proponi l’idea di camminare o andare in bicicletta. In che modo questo è uno dei modi migliori per scoprire la città?
Gli itinerari sono pensati per camminare con lo spirito del flâneur, del girovago. A piedi hai tutto il tempo per fermarti, guardare, deviare e, anche e soprattutto, uscire dai percorsi. Ricevo infatti messaggi da lettori che mi dicono: se in quella strada tu fossi andato fino in fondo e deviato a destra avresti visto quell’antica bottega. Così si scoprono cose, ed è un atteggiamento fondamentale per restituire un vero respiro alla città. Inoltre, muoversi a piedi, in bici e con i mezzi pubblici per raggiungere la partenza e l’arrivo evita di essere vincolati all’automobile, permettendo di partire da un posto e arrivare in un altro senza dover rifare l’itinerario al contrario.
iStockTrekking urbano a Roma: un modo per scoprire i grandi parchi della città
Mettiamo che arrivi a Roma un viaggiatore. Visita il Colosseo, San Pietro, la Fontana di Trevi e gli altri luoghi da cartolina. Il giorno dopo dove lo porteresti per fargli scoprire la Roma autentica?
La Garbatella. Girare per i lotti della Garbatella è un sogno a occhi aperti. È un luogo che lascia a bocca aperta: propongo spesso di partire dalla stazione metro B Garbatella per fare un anello in questo quartiere costruito tra il 1920 e il 1930, dove ogni comignolo di ogni casa rappresentava la firma dell’architetto. Anche alla Garbatella ci sono molti murales sparsi, un motivo in più per esplorarla, e magari poi spingersi fino a Tor Marancia per vedere i grandi murales di quella zona.
La superficie scura del Črno jezero emerge tra gli abeti del Pohorje, grande massiccio montuoso della Slovenia nord-orientale, e ricorda una pozza d’inchiostro incastonata nel bosco. Ma la verità è che, sotto quella tonalità quasi nera, l’acqua è cristallina: l’effetto nasce da una particolare combinazione di natura, tempo e storia, con una spessa coltre di materiale organico depositata sul fondo a dare al lago il suo aspetto più enigmatico.
Črno jezero si trova a circa 1.200 metri di altitudine, in un ambiente paludoso dominato da abeti rossi, muschi di torba e vegetazione tipica delle alte torbiere. Il terreno umido, attraversato da passerelle di legno, rende l’escursione diversa dal consueto itinerario alpino. Sotto le suole si avverte infatti la presenza di un ecosistema delicato, mentre lo sguardo passa dall’acqua scura ai tronchi verticali e alle radure silenziose.
Origine e formazione di Črno jezero
Malgrado l’aspetto selvaggio e la posizione in mezzo alla torbiera, Črno jezero è un bacino di origine artificiale. La sua conca venne sbarrata circa 150 anni fa per creare un accumulo d’acqua utile al trasporto del legname verso valle. L’intervento viene attribuito al conte Windischgraetz, proprietario di una parte consistente delle foreste del Pohorje.
All’epoca, l’economia della montagna ruotava in larga misura intorno allo sfruttamento dei boschi: i tronchi dovevano essere trasferiti dalle aree forestali alle vallate e, per facilitare questa operazione, l’acqua veniva impiegata nei sistemi di trasporto del legname. La diga sul torrente Črnava trasformò così una depressione umida in un piccolo invaso destinato a un uso pratico.
Il volto attuale del bacino, però, è il risultato di processi naturali molto più lenti. Sul fondo si sono accumulati per decenni i resti di piante e animali, formando uno strato spesso di limo scuro. È proprio questo deposito a dar vita alla caratteristica colorazione nera percepita dalla riva, anche se l’acqua resta particolarmente limpida (soprattutto nelle giornate luminose).
Il Črno jezero si estende per circa 50 ettari ed è considerato il lago più grande del Pohorje. Attorno si sviluppa una torbiera alta, un ambiente umido alimentato soprattutto dalle precipitazioni e caratterizzato dalla presenza di muschi in grado di trattenere grandi quantità d’acqua. Il paesaggio non è dunque soltanto una distesa forestale con uno specchio d’acqua, ma un mosaico ecologico particolarmente prezioso.
L’intero complesso è infatti protetto come riserva naturale e monumento naturale, con particolare attenzione all’ecosistema della torbiera e alla fauna che vive nelle zone umide.
La visita al lago, il percorso sulle passerelle e cosa vedere
L’itinerario più semplice parte dal Dom na Osankarici, rifugio situato a circa 1.192 metri di altitudine. Da lì, il sentiero segnalato procede verso ovest e raggiunge Črno jezero in circa 25-30 minuti, per una distanza di poco inferiore a 1 km. Il percorso è classificato facile, con un dislivello contenuto, e si presta a un’escursione breve anche per chi desidera trascorrere soltanto qualche ora in questo angolo di Slovenia.
All’inizio il tracciato si snoda nel bosco e supera alcuni tratti attrezzati con gradini di legno. Poi il terreno diventa più umido e il paesaggio assume un carattere quasi fiabesco. Le passerelle sovrastano la zona paludosa, consentendo di raggiungere il lago senza affrontare direttamente il suolo impregnato d’acqua.
La riva è il punto ideale per una sosta: alcune panchine permettono di osservare la superficie scura e i riflessi della vegetazione. In condizioni di bel tempo, il lago restituisce l’immagine delle chiome e del cielo, creando un effetto quasi speculare. L’esperienza può poi proseguire lungo i sentieri segnalati che collegano il lago ad altri punti del Pohorje.
Una possibilità conduce verso Trije kralji, località nota soprattutto per le attività escursionistiche e sciistiche. Il percorso si inerpica nel bosco e passa nei pressi della croce di Urška, prima di raggiungere l’area del comprensorio. Da lì si può arrivare alla chiesa dei Santi Re Magi, costruzione semplice all’esterno ma impreziosita da tre altari interni, dedicati ai Santi Re Magi, a San Francesco Saverio e a Santa Lucia.
Un’altra direzione porta verso la cascata Šumik, una delle attrazioni naturali del Pohorje. In questo caso l’attività diventa più lunga e richiede una pianificazione adeguata, soprattutto in presenza di terreno bagnato o condizioni meteorologiche variabili.
Nei pressi del Dom na Osankarici si trova anche un piccolo museo dedicato ai caduti del Battaglione del Pohorje, formazione partigiana che combatté durante la Seconda Guerra mondiale. A circa 30 minuti dal rifugio, nel bosco, c’è il luogo della battaglia presso i cosiddetti “3 chiodi”, legato allo scontro finale dell’inverno 1943.
Per le famiglie, il tratto tra Osankarica e Črno jezero comprende anche un percorso didattico nel bosco, con pannelli e punti informativi dedicati alla flora, alla fauna e agli ambienti naturali della zona.
Dove si trova e come arrivare
Črno jezero si trova nel Pohorje, massiccio boscoso della Slovenia nord-orientale, tra Osankarica e Veliki vrh, a circa 1.200 metri di altitudine. Il punto di accesso più comodo per la visita breve è il Dom na Osankarici, raggiungibile in auto da più direzioni. Da Maribor si può seguire il percorso verso Hoče e Areh, passando nei pressi della Ruška koča.
Da quel punto la strada prosegue su fondo sterrato e, dopo circa 6 km, si imbocca la deviazione segnalata per Osankarica. Il tragitto complessivo è di quasi 38 km. Un’alternativa da Maribor passa per Selnica ob Dravi, Ruše e Smolnik. In questo caso la strada sale attraverso il paesaggio forestale e raggiunge un bivio vicino al parcheggio per la cascata Šumik. Proseguendo e seguendo le indicazioni, si arriva a Osankarica dopo circa 5 km. La distanza complessiva è di più o meno 37 km.
Da Slovenska Bistrica, invece, il tragitto conduce verso il comprensorio di Trije kralji e poi al Dom na Osankarici, per una distanza di circa 22 km. Un’altra opzione parte direttamente da Trije kralji, con un itinerario a piedi di circa 4 km, della durata indicativa di 1 ora e con un dislivello più significativo rispetto al breve accesso da Osankarica.
Per chi desidera raggiungere il lago da Oplotnica, esiste anche un itinerario escursionistico più lungo, indicato in circa 9,2 km e 3 ore di percorrenza, con un dislivello vicino ai 954 metri. È una soluzione adatta a chi vuole trasformare la visita in una vera escursione nel paesaggio del Pohorje, anziché limitarsi alla passeggiata dalla struttura di Osankarica.
Il borgo di Chulilla si presenta agli occhi del viaggiatore con le sue case bianche che salgono lungo il pendio, il castello che domina dall’alto e poco più in basso il fiume Turia che ha scavato una profonda gola tra pareti calcaree che arrivano a superare gli 80 metri. Del resto ci troviamo nella provincia di Valencia, in un ambiente selvaggio frequentato da escursionisti e appassionati di arrampicata.
Il rapporto tra paese e natura rappresenta la vera particolarità del luogo. Il borgo merita una visita non soltanto per il suo centro storico, ma anche per il territorio circostante che aggiunge una dimensione completamente diversa. Bastano pochi passi dal nucleo abitato per trovarsi davanti a pareti verticali, gole profonde e acque dalle tonalità intense.
Cosa vedere a Chulilla
Prima ancora di scegliere un sentiero, vale la pena osservare Chulilla dall’interno. La sua architettura racconta una storia fatta di pendii, fortificazioni e vita quotidiana, mentre i punti panoramici rivelano la forza con cui il Turia ha modellato la montagna.
Il castello di Chulilla
In cima al paese si trovano i resti del castello, una fortificazione legata alla presenza musulmana nella zona. La posizione elevata aveva una funzione strategica evidente e oggi regala una delle viste più ampie sul territorio.
Dalla fortezza lo sguardo segue la curva del fiume e raggiunge il canyon sottostante. Le pareti rocciose appaiono particolarmente imponenti da lassù e aiutano a comprendere la conformazione geografica del villaggio stesso.
Il centro storico
Scendendo dalla zona del castello, Chulilla rivela il suo volto più raccolto: vicoli stretti, case dalle facciate bianche e strade in salita formano un tessuto urbano tipicamente mediterraneo.
La struttura del paese segue la pendenza del terreno e crea scorci improvvisi sul canyon. Una passeggiata tra le strade permette di cogliere particolari che dall’esterno rischiano di sfuggire, dalle facciate semplici alle piccole piazze che interrompono il percorso.
Chiesa parrocchiale di Nuestra Señora de los Ángeles
Nel centro storico si fa notare la chiesa parrocchiale di Nuestra Señora de los Ángeles, edificio religioso risalente al XVIII secolo.
La sua presenza aggiunge un elemento architettonico di rilievo all’interno del borgo medievale. Dopo il paesaggio dominato dalla fortezza e dalle rocce, la chiesa offre un altro punto di lettura della storia locale, legato alla vita religiosa della comunità.
La Peñeta è uno dei punti panoramici più interessanti del paese. Si tratta di una formazione naturale da cui lo sguardo si apre verso il corso del Turia e le profonde gole che circondano Chulilla.
Il panorama rende immediatamente comprensibile la ragione per cui questa località richiama tanti appassionati di attività all’aria aperta. Le pareti della gola, infatti, sono diventate una palestra naturale per gli arrampicatori.
Cappella di San José o San Josepe
Tra le strade del paese compare anche la cappella di San José, conosciuta pure con il nome di San Josepe. L’edificio risale al XVII secolo e appartiene alla parte più antica del patrimonio religioso locale.
La visita permette di alternare la scoperta degli edifici principali a scorci più discreti del centro, seguendo un percorso che sale e scende tra le case.
La Ermita
La zona conosciuta con il nome di La Ermita regala un altro punto privilegiato per osservare Chulilla dall’esterno. Il paese appare raccolto sul pendio, mentre alle sue spalle si apre il paesaggio roccioso del Turia.
È uno di quei punti utili per fermarsi qualche minuto e osservare la particolare posizione geografica dell’abitato, stretto tra la montagna e la gola.
Charco Azul
Tra le immagini più suggestive di Chulilla c’è quella del Charco Azul, una piscina naturale del Turia racchiusa tra alte pareti rocciose.
L’acqua assume tonalità intense e il contrasto con la pietra rende il luogo particolarmente scenografico. Durante la stagione calda il Charco Azul diventa anche una meta per chi desidera fare il bagno, dopo aver raggiunto la zona attraverso i sentieri del territorio.
iStockL’incredibile Charco Azul
Cosa fare a Chulilla
La dimensione all’aria aperta rappresenta il lato più sorprendente di questa pittoresca località della Spagna. Qui il paesaggio invita a lasciare per qualche ora le strade del centro e seguire il corso del Turia, tra gole profonde e pareti frequentate dagli arrampicatori.
Percorrere la Ruta de los Puentes Colgantes: conosciuta anche con il nome popolare di percorso Pantanero, significa attraversare l’ambiente naturale del canyon del Turia lungo un itinerario di circa 6 km.
Attraversare i ponti tra le gole: regala una prospettiva particolare sulle pareti rocciose e sul corso del fiume, con alcuni passaggi costruiti proprio per superare i tratti più impervi.
Raggiungere il Charco Azul: escursione e pausa nella natura, con la possibilità di fare il bagno durante i mesi più caldi.
Osservare gli arrampicatori sulle pareti del canyon: aggiunge un elemento dinamico al paesaggio. Le pareti alte oltre 80 metri attirano infatti appassionati di questa disciplina.
Chulilla si trova nella provincia di Valencia, all’interno della comarca di Los Serranos, a circa 60 km da Valencia stessa. La località occupa una posizione particolare nell’entroterra valenciano, a ridosso del canyon formato dal Turia.
Per raggiungere l’area dei percorsi naturalistici occorre considerare il punto di partenza scelto. La versione più nota della Ruta de los Puentes Colgantes prende avvio all’esterno della diga di Loriguilla e segue il Cañón del Turia per circa 6 km. Altri itinerari partono invece dal centro di Chulilla, permettendo di collegare la visita al paese con l’esplorazione delle gole.
Chi arriva in auto deve considerare con attenzione il parcheggio nei periodi di maggiore affluenza. Durante l’alta stagione i posti disponibili possono riempirsi rapidamente, soprattutto nelle giornate dedicate alle escursioni.
Chulilla richiede quindi una piccola scelta iniziale: il borgo racconta la storia attraverso il castello, le case bianche e gli edifici religiosi; il territorio circostante offre invece una successione di gole, acqua e roccia. Nel giro di poche ore, quindi, si passa dall’atmosfera raccolta di un paese medievale a un canyon imponente, con il Turia che accompagna il percorso e le pareti della montagna che cambiano continuamente prospettiva.
Ha aperto ufficialmente il 1° settembre 2026 RivierAlp, un nuovo cammino transfrontaliero che mette in collegamento Mentone, Sanremo e Imperia con diverse località della provincia di Cuneo. Il percorso nasce utilizzando itinerari già presenti sul territorio, si sviluppa lungo alcune delle storiche vie di collegamento tra il Mediterraneo e le Alpi Marittime e riporta al centro un sistema di tracciati legato anche alle tradizionali vie del sale.
La rete accompagna i camminatori dalle montagne verso la costa, passando per località come Terme di Valdieri, Trinità di Entracque, Limone Piemonte, Certosa di Pesio, Roccaforte di Mondovì e Ormea. Lungo il cammino, l’itinerario permette di muoversi tra boschi e crinali e di raggiungere borghi, fortificazioni e rifugi godendosi anche escursioni su creste panoramiche.
Una rete di percorsi con un’identità comune
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda la necessità di rendere riconoscibile l’intero itinerario, nonostante RivierAlp utilizzi percorsi già presenti sul territorio. Per questo il consorzio degli operatori turistici della provincia di Cuneo ha installato appositi talloncini segnavia lungo i sentieri intervenendo sulla segnaletica esistente.
A rafforzare l’identità comune sarà anche la cartografia dedicata: è stata infatti completata la stampa della cartina ufficiale del cammino RivierAlp, alla quale si affiancherà nel corso del mese la cartoguida, pensata per fornire informazioni sulle tappe, sui territori attraversati, sui punti di interesse e sui servizi disponibili.
Il passaporto del cammino accompagna il viaggio
Tra gli elementi che caratterizzano l’esperienza di RivierAlp c’è anche il passaporto del cammino, una sorta di diario personale del viaggio, che può essere ritirato gratuitamente presso gli uffici turistici individuati come punti di partenza e porte di accesso all’itinerario.
Sul versante italiano, i passaporti sono disponibili presso gli uffici dell’ATL del Cuneese di Cuneo, Limone Piemonte, Chiusa di Pesio e Ormea, oltre che presso il centro visita Terme Valdieri e l’ufficio turistico di Entracque. Sul versante francese, invece, il passaporto può essere ritirato a Tenda presso il bureau d’information touristique.
Al momento del ritiro viene apposto sul passaporto il timbro identificativo della porta di accesso scelta e, tappa dopo tappa, diventa così una testimonianza concreta del cammino compiuto, dalle montagne fino al Mediterraneo.
Il sistema dei passaporti e dei timbri consentirà inoltre di monitorare i flussi dei camminatori e di comprendere quali siano le diverse porte di ingresso più utilizzate. I dati raccolti potranno fornire informazioni utili per le future attività di sviluppo e promozione di RivierAlp.
iStockRilassante scorcio di Ormea
L’arrivo al Mediterraneo e il cesto del viaggiatore
Il viaggio lungo RivierAlp prevede anche un riconoscimento per chi completa il percorso raggiungendo le località di arrivo indicate a Sanremo, Imperia e Mentone. Ai camminatori che porteranno a termine il viaggio potrà essere consegnato il cesto del viaggiatore, pensato come premio finale e come simbolo dell’esperienza. Il riconoscimento vuole celebrare il raggiungimento del Mediterraneo dopo il percorso attraverso le Alpi Marittime e, allo stesso tempo, raccontare grazie alle eccellenze locali l’identità e la ricchezza dei territori.
Le informazioni sulle tappe, sulle porte di accesso, sul passaporto del cammino e sui servizi disponibili possono essere richieste a Conitours, il consorzio degli operatori turistici della provincia di Cuneo.
A essere pignoli, quando si parla di Balcani ci si dovrebbe riferire a quella catena montuosa che divide Bulgaria e Serbia. Da tempo, però, la parola riguarda estensivamente la penisola che dalla Croazia scende giù fino alla Grecia e che ha per margine orientale la Bulgaria e la Turchia europea. È, quindi, una grande area che supera i 500mila chilometri quadrati, abitata da circa 55 milioni di abitanti e caratterizzata da un territorio ricco di storia, ma anche natura selvaggia, poco antropizzata, particolarmente legata al connubio tra rilievi montani e corsi d’acqua.
Dalla Bosnia all’Albania, passando per Montenegro, Croazia e Serbia, si sprecano i luoghi d’acqua dolce che punteggiano la regione, in particolare grandi gole e canyon rocciosi e spettacolari, scavati nel corso dei millenni da fiumi e torrenti. Molti di questi luoghi restano ancora sconosciuti al turismo di massa, e diventano una destinazione ideale per trekking ed escursioni di fine estate lontano dalla folla.
Canyon di Sutjeska, Bosnia
Il Parco Nazionale di Sutjeska è il più antico della Bosnia ed Erzegovina. Istituito a metà degli Anni Sessanta, conserva oggi la foresta di Perućica, una delle ultime foreste vergini d’Europa, con una miriade di alberi secolari, vecchi anche più di 300 anni. Ospita anche il monte Maglic, la vetta più alta del paese con i suoi 2386 metri. Nel parco, il fiume omonimo ha scavato nei secoli una gola vertiginosa: pareti rocciose si innalzano addirittura oltre mille metri sopra il corso d’acqua.
iStockPanorama del Parco della Sutjeska, solcato dal fiume omonimo
Il parco si raggiunge in circa due ore d’auto da Sarajevo e offre diverse possibilità di trekking, ma il percorso da non perdere per gli amanti delle gole e dell’acqua dolce è la camminata verso il punto panoramico di Ugljesin, da cui lo sguardo abbraccia l’intero canyon del fiume Sutjeska, incorniciato dalle montagne dello Zelengora, la spettacolare, selvaggia e poco frequentata catena montuosa al confine con il Montenegro.
Per chi cerca qualcosa di più adrenalinico, il vicino torrente Hrčavka si presta al canyoning tra pozze turchesi e piccole cascate. Il parco custodisce anche un pezzo di storia recente: qui si combatté nel 1943 una delle battaglie più cruente della Seconda guerra mondiale in territorio jugoslavo, ricordata da un monumento imponente a Tjentište, da dove parte anche un bel percorso escursionistico.
Gola dell’Osum, Albania
Dicono che sia il Grand Canyon d’Albania: la Gola dell’Osum si sviluppa per oltre 26 chilometri nei pressi della cittadina di Çorovodë, nel sud del paese. Qui pareti calcaree, che in alcuni tratti sfiorano gli 80 metri di altezza, racchiudono un fiume dalle acque limpidissime, punteggiato di grotte, marmitte e passaggi sotterranei.
È uno dei canyon più accessibili e insieme più spettacolari dei Balcani: se infatti durante la primavera spettacolari cascate d’acqua scendono dalla sommità delle pareti rocciose, in estate la minore portata rende la Gola un vero e proprio canyon da esplorare. Dai belvedere lungo il bordo si può ammirare l’intero sviluppo della gola, mentre chi preferisce un contatto più diretto può scendere fino al fiume per camminare lungo le rive o risalire una parte del suo letto, oppure anche affrontare un’escursione in gommone su rapide tanto belle quanto clementi, alla portata di chiunque, anche senza particolari esperienze di rafting.
Veduta della Gola dell’Osum in Albania
La piccola cittadina di Çorovodë, con la sua atmosfera di paese di provincia, rappresenta la base ideale da cui muovere verso la Gola dell’Osum e nelle vicinanze, come la vicina Berat, città patrimonio UNESCO nota per le sue case ottomane affacciate sul fiume.
Canyon di Mrtvica, Montenegro
Circa 40 chilometri a nord di Podgorica e a 30 da Kolasin sorge uno degli angoli più selvaggi e spettacolari, eppure meno frequentati, del Montenegro: è il canyon di Mrtvica.
Il fiume che gli dà il nome, affluente della Morača, scorre per circa otto chilometri tra rapide, sorgenti e piccole cascate, in un ambiente di vegetazione fitta e acque cristalline.
Il trekking che attraversa il canyon è un percorso lungo di circa sette chilometri, da percorrere senza fretta per godere della bellezza del fiume, con le sue acque smeraldine e turbinanti, e del contesto naturale circostante. Si oltrepassa il Danilov Most, il ponte di Re Danilo, costruito nell’Ottocento in onore della madre del sovrano montenegrino, e si raggiunge poi la Kapija Želja, la Porta dei Desideri, un arco roccioso naturale legato a leggende popolari.
iStockIl Ponte di Re Danilo nel Canyon di Mrtvica
Oltre la Porta, una serie di cascate spettacolari conclude in bellezza la parte più semplicemente visitabile del canyon, che poi si restringe sempre di più, fino a diventare inaccessibile.
Canyon di Holta, Albania
Meno noto rispetto all’Osum, il canyon di Holta si trova nell’Albania centrale, tra le colline di Gramsh, cittadina che secondo la tradizione sarebbe origine della famiglia di Antonio Gramsci.
Il fiume Holta ha scavato in questo tratto una gola stretta e profonda, lunga circa tre chilometri, dove le pareti si innalzano fino a un centinaio di metri sopra l’acqua. È un luogo ammaliante, affascinante ma al tempo stesso che conferisce un certo timore reverenziale, come quello che si deve avere a volte nei confronti dei luoghi naturali.
Ciò che rende speciale questo canyon è la combinazione tra acque fredde di origine alpina e alcune sorgenti termali che sgorgano lungo il percorso. Percorsi di trekking solcano la cima delle pareti rocciose che fanno da contorno alla gola, ma c’è anche la possibilità di praticare canyoning con una visita guidata che permette di esplorare il canyon camminando nel letto del fiume, tra pozze turchesi, formazioni rocciose e sorgenti termali.
Canyon del Krupa, Croazia
Il Canyon del Krupa è una spettacolare gola carsica che si trova nel nord della Dalmazia, in Croazia. È stata scavata nel corso dei millenni dal fiume Krupa, per l’appunto: un corso d’acqua verde smeraldo, principale affluente del fiume Zrmanja.
Lungo appena una ventina di chilometri, ha comunque generato nel tempo diciannove cascate, alcune delle quali ricordano, in scala ridotta, l’atmosfera del ben più celebre parco dei Laghi di Plitvice.
iStockIl fiume Krupa e le sue cascate
Attorno alla gola si trovano una serie di percorsi escursionistici che permettono sia di ottenere una splendida vista panoramica su questo canyon particolarmente suggestivo, con lo sguardo che permette di abbracciare il corso del fiume e ammirare dall’alto le belle cascate, sia di raggiungere la riva, dove si può incontrare una piccola e divertente via ferrata, con chiodi utili a superare una strettoia del letto del fiume, ma anche lo scenografico ponte medievale di Kudin e le cosiddette Deveterci, una sequenza di piccole cascate paragonata a una collana di perle d’acqua.
Il fiume Krupa confluisce come detto nella Zrmanja, altro corso d’acqua di grande fascino, dando vita a una confluenza spettacolare tra due canyon.
Canyon della Temštica, Serbia
La Stara Planina, ovvero la montagna vecchia, è la più lunga catena montuosa della Serbia, situata nella regione sudorientale del paese, vicino alla Bulgaria. Qui scorre il fiume Temštica, capace di farsi strada nella roccia rossastra di questo territorio e scavare un canyon, diventato noto come Little Colorado.
Il fiume nasce dalla confluenza di tre diverse sorgenti che scendono dalle vette della Stara Planina, nei pressi del villaggio di Topli Do, un piccolo, silenzioso paese della Serbia rurale.
iStockIl canyon della Temstica
Questa zona custodisce inoltre alcune delle cascate più alte della Serbia, come la Pilj, che precipita per oltre 65 metri in una cornice ancora sorprendentemente selvaggia, a quattro chilometri da Topli Do.
È un angolo di Balcani ancora estraneo ai grandi flussi turistici, ideale per chi cerca un trekking di fine estate in totale tranquillità, magari abbinandolo alla visita della vicina Pirot, città nota per la produzione artigianale dei kilim, i tappeti tessuti a mano protetti dall’UNESCO.
Tra le isole Egadi, è la più lontana dalla costa della Sicilia. Si misura in circa 20 miglia nautiche, più o meno 37 chilometri, il braccio di mare che separa Marettimo dalla terraferma. Malgrado un viaggio non così lungo, gli aliscafi e i traghetti che ci arrivano di solito si fermano prima a Levanzo o a Favignana, le altre due isole abitate dell’arcipelago, maggiormente gettonate rispetto a questo spuntone di roccia immerso nelle acque cristalline del Mar Tirreno e slanciato verso la zona più aperta del Mediterraneo.
Marettimo è un sogno per quella nicchia di appassionati della montagna al mare, ma anche per coloro che amano la quiete e un certo distacco dal mondo. Un solo piccolo abitato, un pugno di abitanti, qualche bar e ristorante giusto per soddisfare le esigenze dei turisti, le auto che si contano sulle dita delle mani perché tanto di strade non se ne parla. E poi un mare che alterna tratti cristallini a zone costiere ricche di grotte, e un entroterra montuoso che si arrampica fino a superare i 600 metri sul livello del mare. Una fitta rete di sentieri, quindi, collega il piccolo abitato dove attraccano i traghetti ai punti più affascinanti, panoramici e spettacolari dell’isola: escursioni da non perdere per annegare completamente in tutta la bellezza di Marettimo.
In cima al Monte Falcone
Con i suoi 686 metri, il Monte Falcone è la vetta più alta dell’isola e rappresenta una delle escursioni più impegnative tra quelle disponibili a Marettimo. Come si può immaginare, tuttavia, è anche quella che regala poi la ricompensa più grande, con un panorama spettacolare a 360 gradi sull’intero arcipelago delle Egadi.
Dal paese di Marettimo si imbocca il sentiero che si inerpica in salita verso occidente, lungo un sentiero lastricato, attraversa una pineta ombrosa e infine raggiunge le Case Romane, un piccolo e affascinante complesso di rovine con resti, per l’appunto, di epoca romana, affiancato dai resti di una piccola chiesa bizantina tutta imbiancata, costruita secoli più tardi dai monaci Basiliani. Già da qui si aprono alcuni panorami stupendi sull’isola, con una vista unica del Castello di Punta Troia, a nord, e del paese di Marettimo dall’alto.
Lorenzo CalamaiPanorama dai sentieri di Marettimo: a sinistra Punta Troia, a destra il profilo delle altre isole Egadi
Le Case Romane sono un po’ una sorta di crocevia dei sentieri che attraversano l’isola. Quello che porta in cima al Monte Falcone prosegue verso nord-ovest, sotto Punta Campana e il Pizzo del Capraro, altre due vette minori, fino all’ultimo tratto più ripido che conduce in vetta. Si procede in un sentiero più stretto e impervio, in mezzo alla macchia mediterranea, fino al momento in cui il sentiero non raggiunge una piccola sella dove il panorama è doppio: si ammira il profondo blu del mare sia dal lato orientale che occidentale dell’isola. Da qui si può raggiungere alla bell’e meglio la cima vera e propria del Monte e spingere lo sguardo a 360 gradi, in particolare riuscendo a scorgere ben definito il profilo delle altre isole dell’arcipelago, Favignana e Levanzo.
Il chilometraggio totale dell’escursione è di poco superiore ai quattro chilometri, ma il dislivello è pari all’altitudine raggiunta, quindi superiore ai 600 metri, e concentrato in poco spazio. Itinerario pertanto impegnativo, che richiede di calcolare anche il battere del sole cocente lungo tutto il percorso.
Escursione al Castello di Punta Troia
La camminata dal paese al Castello di Punta Troia è il grande classico di Marettimo. Il forte è senza dubbio uno dei simboli chiave dell’isola, arroccato su un promontorio a strapiombo sul mare che, secondo la tradizione, deve il proprio nome alla forma del profilo roccioso, che ricorderebbe il muso di una scrofa.
Il sentiero collega il paese alla destinazione, attraverso una splendida escursione a mezza costa lungo tutta la linea litorale dell’isola. L’itinerario è più duro di quanto non si possa immaginare, con un paio di toste salite a metà percorso, ma ripaga con continue, splendide vedute della parte settentrionale di Marettimo. Si ammirano inoltre strapiombi vertiginosi sul mare, con scorci anche sullo Scoglio del Cammello, un caratteristico faraglione che il sentiero costeggia da vicino.
Il sentiero scende quindi bruscamente verso il piccolo istmo che si stringe prima dell’inizio del promontorio su cui sorge il Castello. Da un lato si affollano le barche di chi sta facendo snorkeling nelle acque cristalline attorno agli scogli, dall’altro c’è una piccola spiaggia sassosa. Di fronte a chi cammina, una serie di tornanti fiancheggiati da muretti a secco conduce fino all’ingresso del Castello, le cui origini risalgono probabilmente al periodo normanno, e che poi nell’Ottocento fu trasformato in un carcere destinato ai prigionieri politici.
Lorenzo CalamaiGli scogli nei pressi del Castello di Punta Troia
All’esterno del castello, i panorami migliori: il mare che si apre a perdita d’occhio, la costa che si incurva verso sud, e in lontananza il resto dell’isola con le sue montagne brulle. Il percorso richiede circa un’ora e mezza.
Verso Punta Libeccio
L’escursione dal paese di Marettimo a Punta Libeccio rappresenta una affascinante traversata dal lato orientale a quello occidentale dell’isola. Il capo è caratterizzato dal rudere di un vecchio faro e lo si raggiunge con una escursione di cinque chilometri e mezzo, che comprende un dislivello totale in salita poco superiore ai 400 metri.
Lorenzo CalamaiI sentieri di Marettimo offrono sempre vedute splendide
Ci si dirige dalla parte meridionale del paese verso il cimitero, quindi si tiene la destra, salendo verso sud-est al bivio con il sentiero che conduce a Punta Bassana, nella zona con più calette dell’isola. Una volta raggiunto il punto più alto e panoramico dell’escursione, in mezzo al macchia mediterranea, si scende verso il faro, con la possibilità di una piccola deviazione per Cala Cretazzo, una deliziosa spiaggia di sassolini con un mare incontaminato e cristallino, decisamente meritevole di una visita.
Si prosegue quindi verso il faro e, dopo una breve sosta per ammirare il panorama verso il mare aperto, lo si oltrepassa per raggiungere la vera e propria Punta Libeccio, promontorio roccioso che si sporge come un dito da una mano chiusa verso il mare.
Questa escursione è l’ideale per ammirare il tramonto del sole nel mare, sul lato occidentale di Marettimo. Armarsi di luci frontali o torce per il ritorno è necessario, per riuscire a farsi strada sul sentiero accidentato, mentre in cielo incominciano a brillare le prime, luminose stelle.
Dimenticare la sveglia presto al mattino per sfruttare più ore possibili, lasciare a casa gli itinerari pieni di mete e concedersi qualche ora senza guardare l’orologio e lo smartphone. È questa la filosofia della stillcation, una nuova tendenza di viaggio che mette al centro il riposo, il contatto con la natura e la possibilità di rallentare davvero il ritmo, lasciando spazio a un’esperienza di viaggio meno programmata e più contemplativa.
A individuare le destinazioni europee più adatte a questo tipo di vacanza è stata Inghams Walking, che ha analizzato quasi 100 località sulla base di sei parametri: quantità di sentieri escursionistici, qualità dell’aria, ricchezza del canto degli uccelli, possibilità di osservare il cielo stellato, densità della popolazione e copertura forestale. Il risultato dell’analisi è una classifica che premia 15 mete composte da luoghi principalmente poco urbanizzati e dove il silenzio, i paesaggi naturali e le attività all’aria aperta diventano parte integrante dell’esperienza di viaggio. Tra le prime posizioni della graduatoria c’è anche una destinazione italiana apprezzata in tutto il mondo.
Wester Ross è la meta perfetta per rallentare
A conquistare il primo posto della classifica è Wester Ross, regione delle Highlands nord-occidentali della Scozia, dove la natura domina incontrastata. Qui gli scenari sono composti da montagne, laghi marini e coste selvagge: il luogo ideale per chi cerca di allontanarsi dal turismo più frenetico ritrovando finalmente un ritmo più lento.
Qui la densità abitativa è bassissima: solo 1,6 persone per chilometro quadrato. Proprio per questo è facile, in questa parte della Scozia, lasciarsi alle spalle il rumore e la folla delle località più abitate.
Anche il cielo contribuisce a percepire una certa sensazione di isolamento: i bassi livelli di inquinamento luminoso rendono infatti Wester Ross particolarmente interessante per chi ama osservare le stelle, mentre la natura offre numerose occasioni per entrare in contatto con la fauna locale. A rendere l’esperienza ancora più particolare è poi la cultura locale, con la tradizione del crofting, l’agricoltura tipica delle Highlands, e la musica gaelica.
Le Dolomiti tra le mete top per una stillcation
Nella classifica delle migliori 15 destinazioni per una vacanza lenta alla ricerca della pace c’è anche una perla italiana amata in tutto il mondo: le Dolomiti, che si aggiudicano il quinto posto, dimostrando il loro valore per un viaggio lontano dalla frenesia. Qui il paesaggio invita a camminare, fermarsi e osservare, con una rete di sentieri che permette di esplorare vallate, boschi e panorami splendidi senza necessariamente seguire un programma serrato.
La classifica premia proprio questo tipo di esperienza: non una destinazione dove accumulare attrazioni da vedere, ma un luogo in cui la natura diventa l’attività principale della vacanza.
iStockLago di Carezza, nelle Dolomiti in Trentino-Alto Adige
La classifica completa
Dopo Wester Ross, al secondo posto troviamo i Pirenei francesi, parte della grande catena montuosa che si estende per oltre 430 chilometri tra Francia e Spagna. Il loro punto di forza è caratterizzato dai paesaggi sonori naturali, per i quali hanno ottenuto ottimi risultati in graduatoria. Il canto delle sue 319 specie di uccelli (è infatti un’ottima meta per il birdwatching) e i rumori della natura contribuiscono una generale sensazione di quiete che accompagna il viaggio.
Sul terzo gradino del podio sale invece Abisko, un piccolo villaggio della Svezia settentrionale celebre soprattutto per le aurore boreali che offre: da qui si ammirano spettacoli luminosi da settembre ad aprile. È anche un’ottima destinazione per il trekking: ha il punteggio maggiore per la disponibilità di sentieri escursionistici, che permettono di esplorare il territorio in tranquillità senza un programma predefinito da seguire. In fondo, è proprio questa l’anima della stillcation: non avere nulla da spuntare da una lista, ma soltanto un sentiero, un paesaggio e tutto il tempo necessario per goderseli.
Tra le altre destinazioni in classifica troviamo inoltre la Valle dell’Engadina (Svizzera), con i suoi paesaggi alpini e i laghi cristallini, ma anche i Picos de Europa (Spagna), che offrono gole, montagne e percorsi selvaggi. Non mancano le Ebridi Esterne (Scozia), dove a dominare sono coste e spiagge incontaminate, la Corsica (Francia), un mix di montagne e mare lontano dalla folla, Gotland (Svezia), dalle atmosfere tranquille sulla costa e Kitzbühel (Austria) immerso tra natura alpina e villaggi eleganti.
Kranjska Gora (Slovenia), inoltre, è ideale per chi cerca boschi, montagne e aria pura, mentre St Anton (Austria) conquista per i suoi scenari alpini, Scania (Svezia) per le campagne e le coste tranquille, Bled (Slovenia) per il celebre lago circondato dalle montagne. Infine, Neustift im Stubaital (Austria) conquista con bellissimi paesaggi della valle alpina.
Il Westweg è il grande classico dell’escursionismo tedesco, una lunga linea di passi e sentieri tracciata attraverso la Foresta Nera per circa 285 km, da Pforzheim fino a Basilea, in Svizzera. La sua storia parte dal 1900, quando l’Associazione della Foresta Nera lo inaugurò come primo sentiero escursionistico a lunga percorrenza della regione.
Il segno da cercare sugli alberi, sui pali e sulle pietre è un rombo rosso bordato di nero su fondo bianco. In Svizzera cambia colore e diventa giallo. Ma non è tutto, perché il Westweg ha anche un carattere singolare: al Titisee (un magnifico lago) si divide in una variante occidentale e una orientale, entrambe dirette verso Basilea ma con paesaggi e montagne differenti.
Localizzazione, etimologia e identità del Westweg
Westweg significa letteralmente “Via occidentale” e, come è possibile intuire, deriva dalla posizione del sentiero rispetto agli altri grandi itinerari storici della Foresta Nera.
Il cammino attraversa il Baden-Württemberg e raggiunge la Svizzera, seguendo una direttrice nord-sud che mette in relazione Pforzheim, la Foresta Nera settentrionale, la valle del Kinzig, gli altopiani centrali, il Feldberg e il territorio del Markgräflerland.
Dalla Golden Gate del Westweg, presso Kupferhammer, il sentiero prende quota lungo l’Enz e lascia progressivamente alle spalle la città. Una deviazione porta al Castello di Neuenbürg, mentre più avanti arrivano la torre panoramica Schwanner Warte e il Felsenmeer della Großer Volzemer Stein, un ammasso di blocchi rocciosi che interrompe il manto boschivo.
2. Dobel – Forbach (26,3 km, 547 m D+, circa 7h 30min)
A Kaltenbronn compare la Hohlohsee, torbiera d’alta quota impreziosita da una passerella in legno che raggiunge 988 m e offre uno dei primi grandi affacci sulle montagne circostanti. Più avanti, il Latschigfelsen regala un balcone naturale sulla valle. Forbach conserva invece un dettaglio architettonico prezioso: lo storico ponte coperto in legno sul Murg.
3. Forbach –.Unterstmatt (19,6 km, 1.079 m D+, circa 6h)
Dopo una salita che si fa sentire, si raggiunge la cresta principale della Foresta Nera settentrionale e qui la diga di Schwarzenbach introduce un paesaggio quasi alpino, seguito dal glaciale Herrenwieser See, incastonato sotto una parete modellata dall’antico ghiaccio. La Friedrichsturm, sul Badener Höhe a 1.002 m, precede i paesaggi aperti e aspri dei Grinden.
4. Unterstmatt – Alexanderschanze (28,3 km, 761 m D+, circa 8h 30min)
Per lunghi tratti il sentiero resta sopra i 1.000 m e raggiunge la Hornisgrinde, vetta della Foresta Nera settentrionale a 1.163 m. Poi arriva il Mummelsee, lago circondato da leggende sulle ninfe delle acque. Ruhestein ospita il centro del Parco Nazionale della Foresta Nera, mentre il percorso attraversa l’area dello Schliffkopf e il suggestivo Lotharpfad.
iStockIl misterioso Mummelsee
5. Alexanderschanze – Harkhof (17,1 km, 252 m D+, circa 5h)
La cresta conduce attraverso boschi più tranquilli, con il Bauernkopf affacciato sulla valle del Rench. Una deviazione raggiunge il Glaswaldsee, lago glaciale raccolto in un profondo circo boscoso. Il Klagstein regala un altro punto panoramico prima dell’arrivo all’Harkhof, isolato rifugio della Foresta Nera.
6. Harkhof – Hausach (15,5 km, 358 m D+, circa 6h 30min)
La tappa attraversa la cresta tra Wolftal ed Einbachtal e termina con una discesa marcata verso la valle del Kinzig. Il Brandenkopf, con la sua torre a 945 m, rappresenta una deviazione interessante; la Hohenlochenhütte offre invece una pausa più raccolta. Dalle Spitzfelsen lo sguardo raggiunge Hausach, anticipando l’arrivo presso le rovine del Castello di Husen.
7. Hausach – Wilhelmshöhe (21,3 km, 1.214 m D+, circa 7h 30min)
Qui il Westweg tira fuori i denti: la salita verso il Farrenkopf è lunga e continua, con la Hasemann-Hütte come punto di riferimento. Lungo la cresta compaiono le antiche strutture difensive del Prechtaler Schanze.
8. Wilhelmshöhe – Kalte Herberge (22,4 km, 479 m D+, circa 6h 30min)
La tappa segue lo spartiacque tra Reno e Danubio in un paesaggio più disteso. Una passerella attraversa la riserva naturale di Blindensee, mentre alla cappella di San Martino si trova la sorgente del Breg, uno dei principali rami sorgentizi del Danubio.
iStockL’incredibile Blindensee
9. Kalte Herberge – Titisee (26,1 km o 26,7 km, circa 7h 30min)
Arriva il momento della biforcazione. La variante occidentale raggiunge Hinterzarten, quella orientale punta verso Bärental. Entrambe conducono al Titisee, lago di origine glaciale.
10. Hinterzarten – Feldberg – Wiedener Eck, variante occidentale (26,6 km, 765 m D+, circa 8h 30min)
La grande giornata del Feldberg porta alla vetta più alta della Foresta Nera con i suoi 1.493 m. Prima della salita compaiono il piccolo Mathisleweiher e il Feldsee, lago glaciale incastonato sotto la montagna. La cresta prosegue sullo Stübenwasen fino al passo Notschrei.
11. Wiedener Eck – Belchen – Kandern, variante occidentale (32,2 km, 872 m D+, circa 8h)
È la tappa più lunga della variante occidentale e richiede gambe allenate. Il Belchen, alto 1.414 m, dona un panorama alpino a 360 gradi. La discesa attraversa l’Hohe Kelch e conduce verso il Blauen, o Hochblauen. Più in basso emergono le rovine del Castello di Sausenburg.
12. Kandern – Basilea, variante occidentale (26,2 km, 459 m D+, circa 7h 30min)
Le montagne lasciano spazio a vigneti, boschi di faggi e prati fluviali. La Wolfsschlucht sfoggia un passaggio roccioso e selvaggio, mentre i resti del Castello di Rötteln dominano il paesaggio sopra Lörrach. Dalla Tüllinger Höhe la vista si apre sulla Valle del Reno. Il traguardo arriva alla Badischer Bahnhof di Basilea, stazione ferroviaria situata in territorio svizzero ma appartenente alla rete ferroviaria tedesca.
10. Feldberg-Bärental – Weißenbachsattel, variante orientale (24,8 km, 1.029 m D+, circa 7h 30min)
La variante orientale propone una giornata tra quattro cime. Dal punto panoramico dei due laghi si distinguono Titisee e Schluchsee, poi il sentiero sale verso l’Herzogenhorn, seconda montagna più alta della Foresta Nera. Seguono Blössling, il bacino glaciale di Präger e la torre dell’Hochkopf.
11. Weißenbachsattel – Schweigmatt, variante orientale (18,2 km, 393 m D+, circa 5h)
Le grandi quote iniziano a rimanere alle spalle. Il paesaggio scende verso il Dinkelberg, alternando prati montani e boschi. Sulla cima dell’Hohe Möhr una torre permette di osservare per la prima volta con grande chiarezza le Alpi svizzere. Una deviazione conduce alla Erdmannshöhle, grotta carsica di Hasel ricca di concrezioni calcaree.
12. Schweigmatt – Oberminseln, variante orientale (19,9 km, 189 m D+, circa 5h 30min)
La tappa diventa più morbida e attraversa la cresta carsica del Dinkelberg. Le doline carsiche, depressioni formate dal dissolvimento delle rocce calcaree, punteggiano il territorio. Particolarmente curioso è l’Eichener See, lago temporaneo che compare e scompare in base alle condizioni idrologiche.
13. Oberminseln – Basilea, variante orientale (24,2 km, 466 m D+, circa 7h 30min)
L’ultima tappa passa scorre tra gole, boschi e la parte alta della Valle del Reno. La torre Eigenturm anticipa la discesa verso la Ruschbach, valle stretta dal carattere selvatico. Più avanti il sentiero attraversa il Grenzacher Buchswald e raggiunge la formazione rocciosa del Grenzacher Hornfelsen, balcone naturale sul Reno. Anche questa variante termina alla Badischer Bahnhof di Basilea.
Il Westweg presenta quasi 8.000 m di dislivello, tappe lunghe e terreni sassosi che richiedono una buona preparazione fisica. Una traversata completa richiede inoltre una gestione precisa di acqua, alimentazione e pernottamenti. Scarponcini da trekking alla caviglia con buona aderenza sono una scelta sensata, soprattutto dopo la pioggia.
I bastoncini sono utili sulle discese lunghe, mentre giacca impermeabile, strato caldo, protezione solare e kit per le vesciche completano l’equipaggiamento essenziale. Uno zaino da 40-50 litri può bastare, con un peso di base idealmente intorno ai 6-8 kg. Per dormire conviene prenotare in anticipo, soprattutto tra maggio e ottobre.
Infine, il Westweg si presta bene anche a una traversata modulare: Pforzheim è collegata alla rete ferroviaria tedesca e Basilea permette un agevole rientro in treno. Chi desidera assaggiare il percorso senza affrontare subito tutti i suoi 285 km può scegliere singole tappe, sfruttando i collegamenti pubblici.
La montagnaconquista sempre più escursionisti e i rifugi tornano a essere protagonisti di un modo di viaggiare lento, autentico e lontano dalle mete più affollate. A confermarlo sono i dati di Prenota Rifugi, la piattaforma digitale del Club Alpino Italiano, che nel primo semestre del 2026 ha registrato circa 8.000 pernottamenti prenotati online. Un risultato significativo, con le prenotazioni cresciute di circa l’80% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Sempre più escursionisti scelgono i rifugi italiani
Sono 150 le strutture già operative sul portale, tra rifugi CAI, rifugi privati e punti tappa del Sentiero Italia CAI. Le prenotazioni interessano un territorio molto ampio: dalle Dolomiti Friulane e Bellunesi alle Vette Feltrine, dall’area del Monviso alla Val di Susa e alle Valli di Lanzo, passando per Adamello, Val Masino, Appennino centrale e Gran Sasso.
A crescere non è soltanto l’interesse degli italiani. Nel primo semestre 2026 le prenotazioni provenienti dall’estero sono aumentate del 10%, con Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Paesi Bassi tra i principali Paesi di provenienza. Gli utenti italiani rappresentano oggi circa il 70% delle prenotazioni, contro l’80% del 2025: non per una diminuzione della domanda nazionale, ma per la crescita più rapida del pubblico internazionale.
Il fenomeno racconta una nuova attenzione verso la montagna, sempre più legata a trekking di più giorni, itinerari a tappe e territori meno conosciuti. Il rifugio diventa così parte integrante del viaggio e non soltanto un punto di sosta.
La crescita delle prenotazioni racconta anche l’evoluzione del rapporto con la montagna. Non si tratta più soltanto di raggiungere una vetta o trascorrere una giornata immersi nella natura, ma di rallentare, camminare per più giorni e vivere i territori attraversati. I rifugi diventano parte di questa esperienza: luoghi in cui fermarsi, recuperare le energie e incontrare altri escursionisti, mantenendo però intatto il carattere essenziale dell’accoglienza in quota.
La possibilità di organizzare online il soggiorno risponde quindi a un’esigenza sempre più diffusa: avere maggiore autonomia nella pianificazione, senza rinunciare all’autenticità del viaggio. La digitalizzazione, in questo senso, non sostituisce l’esperienza tradizionale del rifugio, ma ne facilita l’accesso e permette di scoprire anche aree meno note delle montagne italiane.
iStockRifugio sul Monte Vettore
Prenotare un trekking diventa più semplice
Lanciata nel maggio 2024, Prenota Rifugi permette di consultare le strutture, verificare la disponibilità in tempo reale e organizzare il pernottamento da computer o dispositivi mobili. Il servizio multilingue consente di cercare i rifugi per nome, località o attraverso una mappa interattiva, rendendo più semplice anche la pianificazione per chi arriva dall’estero.
Uno degli aspetti più apprezzati è la possibilità di combinare le disponibilità di diverse strutture per costruire un itinerario completo. Il calendarioaggiornato aiuta inoltre a distribuire le presenze durante l’anno: quando i periodi più richiesti sono pieni, è possibile orientarsi verso mesi come giugno e settembre, contribuendo alla destagionalizzazione del turismo in quota.
La soddisfazione degli utenti conferma il successo dello strumento: negli ultimi dodici mesi la piattaforma ha ottenuto una valutazione media di 4,5 punti su 5. Tra le richieste più frequenti c’è proprio quella di ampliare ulteriormente il numero di strutture prenotabili lungo uno stesso percorso. Un segnale dell’interesse crescente per i trekking itineranti e per un’esperienza della montagna più consapevole, distribuita e lontana dai circuiti dell’overtourism.
Se avete in programma una gita alle Tre Cime di Lavaredo questa estate, forse è meglio che sappiate a cosa andate incontro. Le foto che stanno facendo il giro di Instagram, Facebook e TikTok mostrano file chilometriche e pullman che si accalcano sui parcheggi oltre a sentieri che sono tutto fuorché il ritratto della pace per un’escursione in alta quota.
Il dibattito sull’overtourism nelle Dolomiti è tornato a scaldarsi, e stavolta la discussione si sta spostando in fretta dalle chat tra escursionisti ai tavoli istituzionali, tanto che spunta l’ipotesi di un ticket a pagamento proprio come a Venezia.
Dolomiti vittime di overtourism
Ad Auronzo, il comune che gestisce l’accesso principale alle Tre Cime, la prenotazione obbligatoria esiste già da un po’. Il sindaco Dario Vecellio Galeno lo rivendica con una certa soddisfazione: racconta che il modello adottato ha attirato l’attenzione persino della Francia, che starebbe studiando come replicarlo.
Secondo il primo cittadino, però, ci sono ancora troppe persone che arrivano senza prenotazione, si accodano sperando che nessuno controlli, o salgono a bordo di pullman che ignorano del tutto il sistema di prenotazioni. Anche a Dobbiaco, poco distante, il sindaco Martin Rienzner descrive una situazione che negli ultimi due o tre anni è letteralmente esplosa. Non parla di chi cammina dalla valle per godersi la montagna con calma, ma di chi arriva in auto solo per il selfie di rito e riparte dopo un’ora.
Dolomiti, scatta l’ipotesi ticket d’ingresso
Non tutti sono d’accordo sulla strada da seguire. Da Belluno, Walter De Cassan, che presiede Federalberghi, è tornato a chiedere un biglietto d’ingresso per l’area UNESCO delle Dolomiti, sul modello già sperimentato a Venezia. Frena invece Cortina, dove il sindaco Lorenzi fa notare che servirà parecchio lavoro tra tecnologie, personale e controlli. Spiega che bisogna agire con calma, trovando una soluzione efficace e ben studiata ma soprattutto non improvvisata.
Un altro punto caldo è quello del lago di Sorapis dove l’amministrazione ha già provveduto a limitare i parcheggi ma i numeri continuano a crescere a causa di un effetto social incontrollabile.
Non tutte le Dolomiti soffrono l’overtourism
C’è anche chi invita a non generalizzare. Marco Staunovo Polacco, presidente della Provincia di Belluno, ricorda che non tutta l’area Unesco delle Dolomiti soffre di questo problema. Ci sono un paio di situazioni davvero fuori scala, dice, ma trattarle come se fossero la norma rischia di dare un’immagine distorta di un territorio che, nella maggior parte dei casi, offre ancora spazio e qualità.
La sua proposta è duplice: da un lato serve una regia comune tra le Province autonome e la Regione Veneto per gestire i valichi più critici, dall’altro bisognerebbe iniziare a raccontare e promuovere le zone meno affollate, quelle che gli influencer di solito si dimenticano di raccontare. Una possibile soluzione è dunque proporre delle alternative alle Tre Cime, al lago di Sorapis e a quello di Braies per puntare ad altre località altrettanto belle ma meno conosciute sui social.
Immaginare di fare colazione in una foresta della Germania, pranzare in una valle dell’Austria e concludere la giornata davanti al mare di Trieste dopo aver ammirato alcuni dei paesaggi più spettacolari d’Europa potrebbe sembrare il racconto di un lungo viaggio in automobile.
Il Wolf Trail, invece, nasce proprio con l’obiettivo di trasformare una simile esperienza in un’avventura a piedi: si tratta, infatti, di un nuovo itinerario escursionistico di lunga percorrenza che si sviluppa per circa 3.494 chilometri e propone un viaggio spettacolare che unisce coste, foreste, città storiche e grandi catene montuose in un unico percorso continuo.
Pensato per gli appassionati del trekking di lunga distanza, è un modo diverso di vivere il territorio europeo, percorrendolo lentamente e facendo tappa in borghi, rifugi e campeggi distribuiti lungo il tragitto.
Quasi 3.500 chilometri con oltre 78.000 metri di dislivello
Le dimensioni del Wolf Trail raccontano già da sole quanto sia impegnativo: l’itinerario si estende infatti per 3.494 chilometri, suddivisi in sette sezioni consecutive che permettono agli escursionisti di affrontare il viaggio in maniera organizzata.
A rendere ancora più sfidante il cammino è il dislivello complessivo. Il percorso supera infatti i 78.400 metri di salita, un valore che equivale a raggiungere la vetta del Monte Everest circa nove volte: ciò evidenzia come il Wolf Trail sia destinato soprattutto a chi possiede una buona preparazione fisica e una certa esperienza nelle escursioni di lunga durata.
Per completare l’intero itinerario è necessario mettere in conto un periodo compreso tra quattro e sei mesi. Il periodo consigliato per la partenza va da aprile a settembre, così da evitare le prime nevicate che interessano le aree alpine e rendono alcuni tratti difficili da affrontare.
Dalle spiagge del Baltico fino alle Alpi e al mare Adriatico
iStockFavoloso skyline di Innsbruck
Il Wolf Trail prende il via dalla costa della Polonia con un primo tratto di 428 chilometri che segue il litorale del Mar Baltico. Il percorso collega Hel a Świnoujście e si sviluppa lungo una fascia costiera caratterizzata da paesaggi pianeggianti, con un inizio accessibile prima delle tappe più impegnative.
Lasciata la costa, il cammino si dirige verso l’interno attraversando la Germania, dove si snoda la parte più lunga dell’intero itinerario: questo tratto misura circa 1.930 chilometri e conduce alla scoperta di città storiche medievali come Rostock, per proseguire poi lungo sentieri sempre più impegnativi fino a raggiungere il confine con l’Austria.
Il successivo tratto alpino si sviluppa per circa 392 chilometri nelle Alpi dell’Allgäu e tocca Innsbruck, con l’opportunità di dedicare una visita del Castello di Ambras e del celebre trampolino olimpico per il salto con gli sci.
L’ultima parte del viaggio è la sezione più impegnativa dell’intero Wolf Trail: il percorso segue, infatti, alcuni tratti della Via Alpina lungo le Dolomiti e il Parco Nazionale del Triglav, per concludersi infine sul lungomare di Trieste, dove il mare Adriatico diviene il simbolico traguardo di un’avventura che dura diversi mesi.
Un cammino pensato anche dal punto di vista logistico
Un itinerario di una simile lunghezza richiede un’attenta organizzazione: per questo motivo, gli escursionisti fanno affidamento su file GPX scaricabili, utilizzabili tramite applicazioni dedicate alla navigazione, che consentono di pianificare ogni tappa, individuare i punti di rifornimento e trovare le aree dove è consentito pernottare.
La sicurezza è stata uno degli aspetti considerati durante la realizzazione del progetto: il percorso è stato verificato dalla backpacker canadese Lauren Roerick, specializzata nelle escursioni di lunga distanza. Nell’aprile 2026 ha dedicato vari mesi al controllo dell’itinerario, valutando sicurezza, infrastrutture e criticità logistiche così da rendere il percorso più affidabile e ridurre il rischio che gli escursionisti possano trovarsi in difficoltà, soprattutto nei tratti alpini.
Far conoscere il “thru-hiking” in Europa
Alla base del Wolf Trail vi è anche un progetto più ampio. L’iniziativa è stata ideata dal marchio di attrezzatura outdoor Jack Wolfskin con l’intenzione di promuovere il cosiddetto thru-hiking, una disciplina che consiste nel percorrere un itinerario molto lungo senza significative interruzioni, trasportando tutto il necessario nello zaino e rifornendosi lungo il cammino nei Paesi visitati.
Si tratta di una filosofia di viaggio già molto diffusa in altre parti del mondo, ma in Europa incontra spesso alcuni ostacoli legati alla normativa sul campeggio. In molti Paesi europei, infatti, il campeggio libero è soggetto a restrizioni o vietato, e rende più complessa l’organizzazione di itinerari di lunga percorrenza.
Proprio tale aspetto ha rappresentato una delle principali sfide nella progettazione del Wolf Trail. Come ha spiegato la fotografa e content creator tedesca Anna Heupel in un’intervista alla rivista AFAR, pur essendo l’escursionismo radicato nella cultura tedesca, la rete dei sentieri non è pensata per chi pratica il backpacking con campeggio libero, dal momento che non è possibile piantare una tenda ovunque. In alcuni casi, infatti, il campeggio non autorizzato può comportare anche pesanti sanzioni.
Per superare le limitazioni senza rinunciare allo spirito d’avventura, il Wolf Trail è stato realizzato collegando circa 3.500 chilometri di percorsi storici già esistenti e l’intero viaggio è stato studiato per transitare in campeggi autorizzati, rifugi di montagna e centri abitati dove gli escursionisti possono trovare ospitalità e servizi.
Sono passati quasi tremila anni, eppure certe cose non passano mai di moda. Sarà per quello che ci insegnano a scuola, sarà perché è la culla della nostra cultura, sarà perché, in fondo, è una saga fantasy pazzesca, ma la mitologia greca ha ancora e avrà sempre una presa fortissima sull’immaginario collettivo italiano e non solo. Una presa che si riflette anche sulle nostre vite, sulle nostre vacanze e sui nostri viaggi, vista anche la viralità raggiunta sui social dai contenuti dedicati al Monte Olimpo, la montagna sacra agli dei omerici.
Col suo costante cappello di nembi bianchi, il grande rilievo ha rappresentato la soglia oltre la quale, per gli antichi, cominciava il regno degli dei. Oggi quel regno è la meta e l’ambizione degli escursionisti che si avventurano nel paradisiaco Parco del Monte Olimpo, che si alza dalla pianura della Macedonia fino a superare i 2900 metri di quota. Non serve essere un semidio per raggiungerne la cima, anzi le cime, visto che sono tre. Bastano, infatti, gambe allenate, scarponi robusti e la voglia di scoprire una natura selvaggia e incontaminata.
Monte Olimpo: lontano dal mito, le caratteristiche geografiche
Al netto delle leggende, il Monte Olimpo è, prima di tutto, un massiccio imponente, che si staglia sullo sfondo del Golfo Termaico, a poca distanza dalla costa sul mar Egeo, nel nord della Grecia contemporanea. Questa vicinanza al mare è parte del suo fascino: in meno di due ore, sui suoi sentieri, si passa dal profumo salmastro dell’Egeo al freddo pungente delle quote più alte, dove la neve può resistere fino a tarda primavera.
Con i suoi 2918 metri, la vetta di Mytikas è il punto più alto non solo della montagna, ma di tutta la Grecia. Non è però un rilievo isolato: l’Olimpo è un massiccio che comprende oltre cinquanta punte sopra i duemila metri, profonde gole e una grande biodiversità. Tra le vette più note, oltre a Mytikas, ci sono Skolio (2911 metri di altitudine), Skala (2882) e Stefani (2909), quest’ultima conosciuta anche come Trono di Zeus per la sua forma particolare, la quale ricorda, in effetti, un seggio naturale scolpito nella roccia.
iStockLa roccia nuda delle vette più alte dell’Olimpo
A tutelare questo contesto più unico che raro, tra punte aguzze, valli, depressioni, fiumi e cascate è il Parco Nazionale del Monte Olimpo: nel 1938 è stato il primo parco nazionale istituito in Grecia, un riconoscimento arrivato per proteggere i boschi di pino nero, le faggete secolari e una fauna che include camosci, volpi, ma anche numerose specie rapaci, tra le quali l’eccezionale aquila reale. Non stupisce che l’UNESCO lo abbia inserito tra le riserve della biosfera già nel 1981, a simboleggiare ancora una volta quanto sia prezioso questo ecosistema tanto ricco quanto fragile, dove la macchia mediterranea delle quote più basse lascia gradualmente spazio a una vegetazione alpina, fino alla roccia nuda delle vette.
Il punto di partenza più utilizzato per esplorare la montagna è Litochoro, un grazioso paese ai piedi del massiccio: da qui si dipartono la maggior parte dei sentieri che risalgono verso le cime.
I sentieri per arrivare sulle tre cime del Monte Olimpo
Chi sogna di mettere piede sulla vetta più alta della Grecia deve mettere in conto un’escursione di almeno due giorni, con pernottamento in uno dei rifugi di montagna. Il percorso più classico, e anche il più frequentato, segue le tracce del sentiero E4, ovvero l’European Long Distance Path 4, il grande cammino che unisce Tarifa, in Spagna, a Cipro, e che qui sale per l’appunto fino alle vette dell’Olimpo.
Lo si può affrontare partendo come detto da Litochoro. È però raccomandabile, per accorciare i tempi, partire dalla località di Prionia, raggiungibile in auto lungo una strada sterrata, guadagnando così già circa 800 metri di elevazione e risparmiando circa 9 chilometri di percorso.
Prionia è l’ultima località raggiungibile in auto ai piedi dell’Olimpo ed è sostanzialmente il campo base da cui partono le escursioni sul monte. Da qui il sentiero si inoltra tra faggi, pini neri e maestosi esemplari di pino bosniaco, alberi capaci di attecchire anche nelle condizioni più estreme di alta quota.
iStockLe vette più alte dell’Olimpo sono spesso circondate da nubi
L’obiettivo è raggiungere, dopo tre o quattro ore di dura ascesa, il rifugio Spilios Agapitos, a 2100 metri di altitudine. Si tratta del punto d’appoggio più popolare per salire verso le cime della montagna, un’ampia struttura con oltre 100 posti letto che si trova su uno spuntone di roccia tra grandi conifere, soprannominato il Balcone. La prima tappa, nel suo complesso, misura solo quattro chilometri e mezzo, ma si sale un dislivello di circa 1000 metri che la rende tosta.
Il secondo giorno di escursione regala l’esperienza più emozionante, ma altrettanto impegnativa. Dal rifugio, il sentiero risale rapidamente sopra il limite della vegetazione, aprendosi su panorami che spaziano fino all’orizzonte azzurro del mare. In un paio d’ore di salita si raggiunge la prima delle tre cime più celebri, Skala, a 2882 metri di quota. Si prosegue, dunque, lungo una cresta stretta fino a Skolio, la cima a 2911 metri, la seconda vetta più alta del massiccio.
Mytikas, invece, la più alta, si raggiunge deviando dal sentiero E4 lungo un impervio tratto che si imbocca da Skala. È un percorso difficile, con alcuni passaggi di arrampicata semplice ma esposta, che richiede piede fermo e una certa esperienza. Serve circa un’altra ora per raggiungerla.
È questa, in ogni caso, la via della prima, mitica ascesa documentata, nel 1913, compiuta da Christos Kakalos, alpinista di Litochoro, insieme agli svizzeri Frédéric Boissonnas e Daniel Baud-Bovy. Kakalos diventò poi la prima guida alpina ufficiale della montagna, continuando a scalarla fino a novant’anni.
Dalla vetta di Mytikas si può proseguire fino a raggiungere il rifugio Giosos Apostolidis e da qui ridiscendere verso Prionia. Chi invece prosegue lungo il sentiero E4 può trovare un punto d’appoggio al bivacco Christakis, 500 metri più in basso, al cospetto dell’omonima cima (2707 metri).
Altre escursioni sul Monte Olimpo
Non tutti i sentieri dell’Olimpo puntano necessariamente a raggiungere le vette più alte: la montagna degli dei è un tesoro multiforme, come l’ingegno di Odisseo. Pertanto, offre tante altre escursioni nelle quali impegnarsi per scoprire luoghi meno frequentati, ma altrettanto meritevoli.
Un esempio è quello del sentiero che dal bivio di Gortsia, poco fuori Litochoro, conduce al rifugio Petrostrouga, attraverso un sentiero ben segnalato che attraversa splendide faggete e passa accanto ad alcuni tra gli esemplari più imponenti di pino bosniaco dell’intero massiccio. È un percorso ideale per chi vuole assaporare l’atmosfera della montagna e al contempo godersi bei colpi d’occhio sul mar Egeo. Il percorso è lungo circa cinque chilometri, con un dislivello impegnativo (circa 950 metri) e un tempo di percorrenza intorno alle 3 ore.
Se avete tempo e gambe, l’escursione può proseguire fino allo splendido Altopiano delle Muse, un pianoro roccioso con una vista pazzesca sulle cime circostanti. Circondato da pareti rocciose e attraversato da sentieri che si intrecciano tra le diverse cime del massiccio, regala uno dei colpi d’occhio più suggestivi di tutto l’Olimpo, con vista sulla imponente sagoma di Mytikas che domina l’orizzonte. La salita all’altopiano può terminare ai rifugi Christos Kakalos, a quota 2650 metri, o al Giosos Apostolidis, che con i suoi 2700 metri rappresenta la struttura all’altitudine più elevata dell’intera Grecia. Ci si trova sul versante opposto delle vette più alte dell’Olimpo rispetto al sentiero E4, ma anche da questi rifugi è possibile salire fino alla cima di Mytikas. Peraltro lo si fa passando dalla vetta Stefani, il Trono di Zeus.
Una bella escursione, più semplice e alla portata di tutti, è quella che da Prionia porta alla Grotta di San Dionisio. Ci si lascia alle spalle Prionia camminando nella direzione opposta alle vette del Monte Olimpo, percorrendo un sentiero che costeggia il torrente Enipeas. Si incontrano per prime le magnifiche Cascate di Enipeas, con delle belle polle di acqua cristallina che invitano a farsi un tuffo.
iStockCascata sul torrente Enipeas
Il sentiero prosegue arrivando all’antico Monastero di San Dionisio, un luogo spirituale eccezionale, pittoresco, dove la pietra dell’Olimpo diventa un elemento architettonico perfetto. Costruito nel Cinquecento, è stato più volte danneggiato, in modo più grave durante la Seconda Guerra Mondiale.
iStockLa Grotta Sacra di San Dionisio
Si arriva infine alla Grotta, il luogo di eremitaggio di San Dionisio, santo della chiesa ortodossa greca, che qui si segregava nel XVI secolo. La grande cavità naturale contiene un piccolo edificio votivo. È un luogo suggestivo dal quale ammirare il lato orientale del Monte Olimpo, con una sorgente vicina. Questo percorso fa parte del sentiero E4, nel tratto che collega Litochoro a Prionia.
Agosto non è soltanto il mese delle spiagge affollate, delle città roventi e dell’asfalto che trattiene il caldo fino a sera: può essere anche il momento perfetto per salire di quota e cercare rifugiodall’afa tra boschi ombrosi, laghi alpini, torrenti, vallate silenziose e panorami che restituiscono respiro in ogni senso.
In Italia e in Europa non mancano mete ideali per scappare dalla calura agostana senza rinunciare a escursioni, sport all’aria aperta, borghi, sapori locali e paesaggi capaci di rigenerare: una selezione da segnare in agenda.
Madonna di Campiglio, l’estate fresca delle Dolomiti di Brenta
Se desiderate rifugiarvi in un luogo dove l’aria cambia davvero potete salire fino a Madonna di Campiglio, elegante località del Trentino a 1.550 metri di altitudine dove agosto ha il ritmo delle escursioni lungo i sentieri che si aprono tra le Dolomiti di Brenta.
Gli oltre 450 chilometri permettono, infatti, di scegliere ogni giorno un’esperienza diversa, dalle passeggiate più semplici agli itinerari panoramici. Tra i percorsi più suggestivi va menzionato il Giro dei 5 Laghi, che conduce tra specchi d’acqua alpini incastonati in un paesaggio di rocce e pascoli.
Non meno affascinante è la passeggiata alle Cascate di Vallesinella, ideale nelle giornate più calde grazie alla frescura del bosco e al suono dell’acqua che scende tra le rocce. Se preferite muovervi su due ruote, non mancano poi percorsi in e-bike, perfetti per raggiungere malghe, punti panoramici e strade di montagna.
Domobianca, sentieri e panorami sopra la Val d’Ossola
In Piemonte, Domobianca 365 sorprende perché unisce la comodità di una località facilmente raggiungibile alla sensazione immediata di essere già in piena montagna. Collegata a Domodossola, oltre che dalla strada asfaltata anche da una rete di sentieri, permette di salire verso l’Alpe Lusentino a piedi: da qui parte il facile percorso della strada bianca che porta fino al laghetto artificiale di Casalavera, toccando diversi alpeggi e donando scorci panoramici sulla piana della Val d’Ossola.
Domobianca è conosciuta come stazione sciistica, ma in estate gli impianti di risalita restano in funzione e permettono di raggiungere comodamente i 1.700 metri di quota grazie a due seggiovie. Dalla stazione di arrivo della seconda seggiovia, una breve passeggiata di media difficoltà conduce alla vetta del Moncucco, uno dei punti panoramici più belli della Val d’Ossola, con lo sguardo che spazia dalle Alpi Svizzere fino al Mottarone e oltre.
Da non perdere anche Lusetrek, il nuovo percorso di trekking ad anello con partenza e ritorno all’Alpe Lusentino, pensato per attraversare gli splendidi boschi di faggio della zona.
Valmalenco, laghi cristallini e avventure tra i rifugi
iStockLago Palù, oasi cristallina in Valmalenco
La Valmalenco, in provincia di Sondrio, è una destinazione estiva ideale se amate la montagna in tutte le sue forme: sentieri, rifugi, laghi alpini, bike park, torrenti, paesaggi glaciali e borghi legati alla vita di valle. Ad agosto offre il vantaggio della quota, ma anche una grande varietà di attività per una vacanza dinamica e rigenerante.
Il territorio conta oltre 100 percorsi escursionistici. Il grande itinerario di riferimento è l’Alta Via della Valmalenco, un anello di circa 110 chilometri diviso in 8 tappe, tra rifugi, pascoli, valichi e scenari di alta quota. Se preferite gite più brevi, mete come il Rifugio Ventina e il Lago Lagazzuolo permettono di vivere il paesaggio alpino senza affrontare lunghi trekking.
Tra i luoghi più amati c’è il Lago Palù, uno specchio d’acqua cristallino abbracciato da boschi e cime, perfetto per godersi una giornata al fresco. L’Alpe Palù, invece, in estate si trasforma nel Palù Bike Park, con percorsi per cross-country, freeride ed enduro accessibili tramite gli impianti di risalita.
A Lanzada, il percorso Gola Up aggiunge un tocco più avventuroso grazie ad attività di canyoning e discese nel torrente, adatte anche ai ragazzi a partire dai 10-12 anni. Sagre enogastronomiche, escursioni guidate agli alpeggi, concerti in quota e rievocazioni storiche nelle contrade completano il volto estivo della valle.
Carnia, borghi e malghe nel Friuli più autentico
La Carnia è una delle risposte più belle se cercate un agosto al fresco restando in Italia, ma lontano dai flussi turistici più intensi. Incastonata tra le Alpi Carniche e le Dolomiti Friulane, è un vasto territorio montano dove la natura conserva un carattere autentico, contraddistinto da boschi, pascoli, malghe, borghi storici e vallate silenziose.
Tra le mete da non perdere spicca Illegio, conosciuto come il “paese dei mulini”, dove il rapporto tra acqua, montagna e memoria locale si respira a ogni passo. Pesariis, invece, è il borgo degli orologi, un piccolo centro dalla forte identità che aggiunge al viaggio una dimensione culturale e originale.
Il Monte Zoncolan è ideale per ammirare panorami straordinari e praticare attività all’aria aperta, mentre l’Oasi Faunistica del Lago di Bordaglia rappresenta una delle immagini più suggestive della Carnia verde e silenziosa. Vi piace camminare? Gli itinerari spaziano dalle escursioni verso le Sorgenti del Piave ai percorsi più semplici adatti alle famiglie, come il Bosco di Avaglio.
Fondamentale anche la sosta in malga, dove assaggiare i cjarsòns, ravioli dolci tipici della tradizione carnica, o il prosciutto affumicato di Sauris. Per completare il viaggio, potete visitare il Presepe di Teno a Sutrio e il Museo delle arti e tradizioni popolari di Tolmezzo.
Highlands scozzesi, la grande fuga tra erica e laghi
iStockMagico paesaggio dell’Isola di Skye in Scozia
Se desiderate spingervi oltre l’Italia, le Highlands scozzesi sono una delle destinazioni più suggestive d’Europa, dove la natura appare vasta e poetica, disegnata da vallate morbide, ruscelli, laghi profondi, castelli, coste frastagliate e distese di erica che in estate colorano il paesaggio di viola e porpora.
Un itinerario può iniziare dal Parco Nazionale di Loch Lomond & The Trossachs, tra laghi e foreste, per poi proseguire verso Oban, affacciata sul Firth of Lorne e considerata porta d’accesso all’Isola di Mull. Per gli appassionati di trekking, Fort William è una sosta quasi obbligata, punto di riferimento per percorrere alcuni dei sentieri più spettacolari del Regno Unito e salire sui munros, le cime scozzesi oltre i 914 metri.
A poca distanza, Glenfinnan regala una delle immagini indimenticabili del viaggio: il Jacobite Steam Train che attraversa il celebre viadotto e richiama alla mente l’Espresso per Hogwarts. Proseguendo verso la costa, Mallaig accoglie con il carattere di villaggio marinaro, tra foche, delfini, pescatori locali e buon cibo.
L’Isola di Skye è uno dei momenti più emozionanti dell’itinerario, con le Fairy Pools, i panorami del Quiraing, l’Old Man of Storr e le casette colorate di Portree. Prima di tornare verso sud, vale la pena passare da Inverness, dal mitico Loch Ness e dal Cairngorms National Park, dove svetta anche il Castello di Balmoral.
Lapponia svedese, l’estate luminosa di Abisko
Per allontanarsi davvero dalla calura estiva, cosa c’è di meglio della Lapponia svedese? Nel nord della Svezia, vicino al Circolo Polare Artico, Abisko rivela in estate un volto completamente differente da quello invernale, famoso per l’aurora boreale. Nei mesi più luminosi, il paesaggio si trasforma in un’oasi di biodiversità, tra fioriture rare, renne, uccelli e giornate che sembrano non finire mai grazie al sole di mezzanotte.
Il Parco Nazionale di Abisko è un grande gioiello naturale della Svezia settentrionale, in un territorio abitato per secoli dai Sami e legato a una lunga storia di conservazione ambientale. Il cuore del parco è una valle alpina modellata dai ghiacciai e solcata dal fiume Abiskojåkka, che nel tempo ha scavato un canyon diventato simbolo dell’area.
Alla foce del fiume ecco il Lago Torneträsk, uno dei più grandi della Scandinavia, dove acqua, montagne e cielo si incontrano in un paesaggio vastissimo.
Monti Rodopi, la Bulgaria verde e meno conosciuta
Infine, per una meta europea diversa dalle solite rotte alpine potete guardare verso la Bulgaria meridionale, dove i Monti Rodopi disegnano un paesaggio affascinante al confine con la Grecia. È una regione di foreste, altipiani, gole, laghi, villaggi appartati e siti archeologici, perfetta per un agosto nella natura ma lontano dalle mete più affollate.
Il viaggio può iniziare dal sito archeologico di Perperikon, antica città sacra legata ai Traci, per poi raggiungere la Fortezza di Asen, testimonianza millenaria immersa in un paesaggio di grande fascino.
Tra le tappe da non perdere ci sono il Lago di Dospat, ideale per una pausa tra acqua e foreste, e i siti archeologici di Belintash e Tatul, che raccontano il volto più antico e spirituale della regione.
I villaggi di Smolyan e Manastir permettono, invece, di entrare nella dimensione più silenziosa dei Rodopi. Manastir, nascosto tra le foreste a circa 1.500 metri di altitudine, è uno di quei luoghi che sembrano fatti apposta per allontanarsi dalla folla e ritrovare un fresco rigenerante.
Era una riserva di caccia della famiglia reale, oggi è diventato uno dei luoghi più straordinari dell’intero arco alpino per chi ama la montagna, la fauna selvatica e le grandi escursioni: è il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il più antico d’Italia, istituito il 3 dicembre 1922. Un angolo d’Italia unico, dai panorami immensi su alcune delle vette più scenografiche dell’arco alpino, con un cielo il cui blu non teme paragoni e con una rete di sentieri fitta e variegata, adatta a ogni escursionista.
L’estate è la stagione in assoluto più generosa per chi sceglie di visitare il Gran Paradiso, visto il verde che copre i pascoli d’alta quota, punteggiati di fiori. I sentieri sono percorribili in tutta la loro estensione, senza particolari impedimenti naturali. Non serve necessariamente essere alpinisti esperti: il Parco è pronto a ospitare chiunque voglia immergersi nel suo contesto naturale unico, e magari essere così fortunato da avvistare qualcuno degli splendidi animali caratteristici della fauna alpina: stambecchi, marmotte, camosci.
Dove si trova il Parco Nazionale del Gran Paradiso
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso si trova a cavallo tra due regioni: la Valle d’Aosta (che ne comprende poco più della metà) e il Piemonte. Con una superficie di oltre 70mila ettari distribuiti su tredici diversi comuni, è uno dei parchi alpini più grandi e meglio conservati d’Europa.
Sul versante francese confina con il Parco Nazionale della Vanoise, con cui forma un’area protetta transfrontaliera di circa 120mila ettari: uno dei santuari naturali più importanti del continente.
iStockPrati in fiore nel Parco del Gran Paradiso
Il territorio si sviluppa intorno al massiccio del Gran Paradiso, nelle Alpi Graie, articolandosi in cinque valli principali: sul versante valdostano si trovano la Val di Cogne, la Valsavarenche e la Val di Rhêmes; su quello piemontese la Valle dell’Orco e la Val Soana. Le quote variano dagli 800 metri dei fondovalle fino ai 4.061 metri della vetta del Gran Paradiso, l’unica tra le cime alpine oltre i 4.000 metri ad essere interamente in territorio italiano.
A dominare il paesaggio di alta quota sono i ben 59 ghiacciai che caratterizzano il Parco, più estesi sul versante valdostano. Il limite delle nevi perenni si attesta intorno ai 3mila metri, mentre a quote inferiori la montagna si ammanta di boschi di larici, abeti rossi e pini cembri. La flora dei prati alpini è punteggiata di genziane, stelle alpine e rododendri.
Cosa fare in estate nel Parco Nazionale del Gran Paradiso
L’estate è il momento migliore per visitare il Gran Paradiso. Con il bel tempo e i sentieri liberi dalla neve, la fitta rete sentieristica del Parco si trasforma nell’attrazione principale per tutti gli amanti del trekking alpino.
Camminando sui numerosi percorsi disponibili, non è raro imbattersi nella tipica fauna presente nel Parco, dato che, peraltro, esso ospita una delle popolazioni di stambecchi alpini più consistenti d’Europa: si stima una presenza tra i 2500 e i 3500 esemplari. Camosci e marmotte sono altrettanto numerosi: difficile percorrere qualsiasi sentiero senza imbattersi nel loro fischio caratteristico o scorgerle ritte sulle rocce di guardia alla tana.
iStockUna marmotta dalla tana pittoresca
Oltre alle escursioni a piedi, il parco offre numerose possibilità per il cicloturismo su percorsi sia asfaltati che sterrati, adatti a livelli diversi di allenamento.
Una tappa imperdibile per chi visita il Parco con la famiglia, poi, è il Giardino Botanico Alpino Paradisia, situato a Valnontey, nella Valle di Cogne, a 1.700 metri di quota. Fondato nel 1955, ospita oltre 1500 specie di piante locali e importate; il periodo di maggior fioritura cade tra giugno e luglio, quando il giardino diventa uno spettacolo di colori e profumi.
Tre escursioni da non perdere nel Parco Nazionale del Gran Paradiso
Come detto, l’attività principale nel Parco Nazionale del Gran Paradiso è il trekking. Soprattutto sul versante valdostano, l’area protetta rappresenta una sorta di università dell’escursionismo alpino: sebbene esistano percorsi adatti a tutti i livelli di allenamento, molti itinerari prevedono salite impegnative che portano a quote importanti, dove l’aria si fa più rarefatta, il cielo più azzurro e i panorami di cui si gode durante la salita e all’arrivo sempre più preziosi.
Da Valnontey al Rifugio Sella
Uno dei classici del Parco del Gran Paradiso. Si parte da Valnontey, nella Valle di Cogne, a circa 1.700 metri di quota, e si risale il vallone fino al Rifugio Vittorio Sella (2.584 metri), percorrendo un sentiero ben tracciato che attraversa prima i boschi di larici e poi si apre sulle ampie, spettacolari praterie d’alta quota.
La lunghezza complessiva è di circa 8 chilometri per un dislivello positivo di circa 900 metri, con un tempo di percorrenza di circa tre ore in salita. È un’escursione tosta, ma non impossibile: basta un minimo di preparazione per poterla affrontare.
iStockIl Lago del Lauson
Ciò che rende questa escursione speciale è prima di tutto il paesaggio, con lo sguardo sui ghiacciai in testa alla valle. Le probabilità di imbattersi in stambecchi, marmotte e camosci sono piuttosto alte, specie nelle vicinanze del Lago del Lauson, un piccolo ma affascinante specchio d’acqua non lontano dal rifugio, incastonato in uno scenario incredibile, con diversi ghiacciai visibili tutto attorno e, solitamente, una incipiente fioritura di genziane, viole e primule sulle sue sponde.
Dal Piano del Nivolet al Lago Rosset
Raggiungibile sia a piedi che con le navette gratuite del Parco, il Piano del Nivolet rappresenta uno degli altopiani più affascinanti di questo angolo dell’arco alpino. Si sviluppa per oltre sei chilometri, a circa 2.500 metri di altitudine, nel cuore del versante piemontese del parco, lungo la Valle dell’Orco.
iStockUn angolo del Piano del Nivolet
L’ambiente è quello tipico delle zone in quota: vi si trovano laghi alpini alimentati da nevaietti e ghiacciai, il piccolo e impetuoso torrente chiamato Dora del Nivolet, prati umidi dove proliferano specie di piante adattate agli ambienti estremi. Una traversata panoramica consente di percorrere l’intero altopiano con una balconata continua sulla Valle Orco: un itinerario adatto anche a escursionisti senza esperienza, con dislivelli contenuti e scorci di rara bellezza.
Per chi invece non si accontenta della passeggiata lungo il piano, si può affrontare la breve salita al Lago Rosset, circa 500 metri più in alto, percorrendo un sentiero impegnativo in salita lungo poco più di due chilometri. Si arriva così in un luogo speciale, più appartato, un ulteriore balcone con una vista privilegiata sulle cime tutt’attorno, con al centro un piccolo e affascinante specchio d’acqua.
I più allenati possono anche proseguire per ulteriori tre chilometri fino a raggiungere il Col Rosset, dove passa il confine tra Piemonte e Valle d’Aosta, a 3.023 metri di altitudine.
Le Cascate di Lillaz
Per chi cerca un’escursione accessibile, adatta anche ai bambini, il percorso ad anello delle Cascate di Lillaz, in Val di Cogne, è l’itinerario ideale.
Si parte dal piccolo villaggio di Lillaz, a pochi chilometri da Cogne, e ci si incammina lungo un sentiero che risale il corso del torrente Urtier, accompagnati dal fragore dell’acqua che scende a balzi spettacolari, per oltre 150 metri complessivi di salti.
Il percorso è breve, circa 4 chilometri lungo un anello, ed è alla portata di tutti. Dal parcheggio ci vogliono appena una decina di minuti per raggiungere la cascata inferiore, poi da qui inizia la salita che porta in breve tempo a visitare gli altri due bei salti del corso d’acqua. L’ambiente naturale è veramente unico e le acque fredde del torrente contribuiscono ad abbassare la temperatura nelle circostanze, regalando una piacevole frescura, ideale nei momenti più caldi dell’estate.
Luglio è il mese in cui l’estate entra davvero nel vivo e la voglia di partire si fa più forte, ma non sempre la vacanza perfetta coincide con le mete più affollate o con le spiagge più celebri: l’Italia, in questo periodo, offre anche luoghi più appartati e sorprendenti, dove alternare giornate nella natura, passeggiate nei borghi, escursioni panoramiche e momenti di puro relax.
Dalle vallate verdi dell’Abruzzo alle montagne del Friuli Venezia Giulia, dai borghi nascosti del Lazio alle acque cristalline della Sardegna, fino ai paesaggi spettacolari della Basilicata, ecco alcune idee per una vacanza di luglio diversa dal solito.
Gli amanti del trekking avranno un nuovissimo sentiero da inserire nella prossima avventura di viaggio. Entro la fine del 2026 è prevista l’apertura di un itinerario escursionistico destinato a diventare una delle novità outdoor più interessanti d’Europa: la Grande Randonnée de Pays delle Ardenne. Si tratta di un percorso ad anello di ben 350 chilometri che attraverserà due Paesi, Francia e Belgio, offrendo un viaggio immersivo tra foreste, laghi, villaggi storici e antiche leggende.
In un anno particolarmente ricco di nuove proposte dedicate al turismo lento e alle escursioni, questo sentiero si distingue per una caratteristica speciale: è ispirato alla mitologia locale e alla figura di Arduinna, la dea celtica protettrice della foresta. Un mix di natura, storia e folklore che promette di conquistare sia gli escursionisti più esperti sia chi desidera scoprire le Ardenne con un approccio più rilassato.
Un nuovo itinerario di 350 km tra Francia e Belgio
La Grande Randonnée de Pays delle Ardenne si svilupperà lungo un anello di 350 chilometri attraverso uno dei territori più verdi e suggestivi dell’Europa occidentale. L’apertura ufficiale è prevista per settembre 2026, quando gli appassionati potranno finalmente percorrere questo nuovo cammino transfrontaliero che collega le Ardenne francesi e belghe.
Nonostante la lunghezza considerevole, il percorso è stato progettato per essere accessibile a un pubblico ampio. L’intero itinerario è infatti suddiviso in 15 tappe, con una media di circa 23 chilometri al giorno. Questa organizzazione consente di affrontare il trekking gradualmente, scegliendo segmenti più semplici oppure completando l’intero anello in più giorni.
I livelli di difficoltà variano da tratti adatti ai principianti fino a sezioni più impegnative, pensate per chi cerca una sfida maggiore. Inoltre, lungo il percorso saranno disponibili diverse strutture ricettive, rendendo l’esperienza più confortevole e accessibile anche a chi non è abituato ai lunghi trekking in autosufficienza.
Il nuovo sentiero si integra inoltre con alcuni percorsi già esistenti, sovrapponendosi in parte al GRP Argonne e al GRP Ardennes-Meuse. Una caratteristica che permetterà agli escursionisti di combinare diversi itinerari e ampliare ulteriormente l’esperienza di viaggio.
Tra foreste, villaggi storici e la leggenda della dea Arduinna
Uno degli aspetti più affascinanti del nuovo trekking è senza dubbio il suo legame con la mitologia delle Ardenne. L’itinerario prende ispirazione da Arduinna, antica divinità celtica associata alle foreste e considerata la protettrice di questa vasta regione naturale.
Seguendo il percorso, gli escursionisti attraverseranno la spettacolare foresta delle Ardenne, caratterizzata da paesaggi incontaminati, laghi scintillanti e una ricca biodiversità. Non sarà raro avvistare cervi e altre specie selvatiche che popolano quest’area remota e poco urbanizzata.
Il cammino offrirà anche numerose occasioni per scoprire il patrimonio culturale locale. Tra le tappe più interessanti spicca Sedan, cittadina francese famosa per la sua imponente fortezza storica. Il percorso attraverserà inoltre borghi pittoreschi come Signy-l’Abbaye e Rocroi, luoghi dove storia, tradizioni e leggende si intrecciano da secoli.
Secondo gli organizzatori, la Grande Randonnée de Pays permetterà di esplorare un territorio fatto di natura straordinaria, racconti affascinanti e incontri autentici. Un’esperienza che punta a valorizzare uno degli angoli più suggestivi e meno conosciuti della Francia e del Belgio, trasformando un semplice trekking in un vero viaggio attraverso il cuore leggendario delle Ardenne.
iStockPaesaggio urbano di Sedan nelle Ardenne francesi
Difficilmente apparirà amara, questa Maremma. Non come la voleva la canzone tradizionale, Maremma Maremma, ispirata all’opera di bonifica di questo ampio territorio a sud della Toscana, una vasta area pianeggiante sul litorale, un tempo caratterizzata da paludi, miseria, malaria: Tutti mi dicono maremma maremma/Ma a me mi sembra una maremma amara/L’uccello che ci va perde la penna/Io c’ho perduto una persona cara.
Oggi è il luogo di incontro di mare e collina: grazie al Parco Regionale della Maremma si può vivere in prima persona un ambiente in cui è possibile camminare lungo la costa per chilometri, tra una profumata vegetazione mediterranea, in mezzo a sparute tracce dell’antichità e una fauna ricchissima: cinghiali, daini e uccelli marini che pattugliano il litorale.
Tra la fine della primavera e i primi mesi dell’estate il clima si fa ideale per esplorare il Parco. Le numerose passeggiate ed escursioni della rete sentieristica che lo attraversano consentono di esplorare angoli di natura selvaggia tra fiori colorati, il verde argentato degli ulivi, il blu del Mar Tirreno. Il Parco propone itinerari adatti a ogni livello di allenamento e a ogni tipo di curiosità, dal birdwatcher appassionato all’escursionista che cerca semplicemente un spiaggia solitaria sul mare da raggiungere a piedi.
Il Parco della Maremma: cos’è, dove si trova e come arrivare
Il Parco Regionale della Maremma si estende lungo la costa tirrenica della Toscana, nel territorio della provincia di Grosseto. Il suo perimetro abbraccia una striscia di litorale che va dalla foce del fiume Ombrone, secondo corso d’acqua più lungo della regione, fino alla cittadina di Talamone, che sorge su un promontorio roccioso a dominare l’omonima baia.
Al suo interno si trova la catena dei Monti dell’Uccellina, punteggiata dai ruderi delle antiche torri di avvistamento che per secoli hanno sorvegliato questa costa. Spesso, peraltro, ci si riferisce comunemente al Parco come al Parco dell’Uccellina, appunto.
Il punto di riferimento per chi vuole visitare il Parco è il Centro Visite di Alberese, dove è possibile acquistare i biglietti di ingresso, ritirare le mappe e, per alcuni itinerari, prenotare le visite guidate.
L’ingresso al parco è sempre a pagamento, con un prezzo diverso a seconda del percorso che si desidera intraprendere. Solo la spiaggia di Marina di Alberese è considerata di libero accesso per la balneazione.
Cala di Forno
Cala di Forno è una destinazione simbolo per il Parco della Maremma. Un percorso di difficoltà medio-alta, lungo circa 17 chilometri totali, con un tempo di percorrenza indicativo di quattro ore, che conduce a una spiaggia dal fascino selvaggio e unico, spesso luogo ideale per l’insolito avvistamento di animali del bosco sulla sabbia e in riva al mare, come volpi, daini e cinghiali.
Il cammino attraversa dapprima la pineta granducale, uno dei boschi artificiali più suggestivi della Toscana, voluto dai Lorena nel Settecento per proteggere le aree interne dai venti marini. Costeggiando il canale dello Scoglietto si raggiunge l’uliveto monumentale di Collelungo, che ha un’età stimata oltre i quattrocento anni. Da qui, superato un piccolo cancello di legno, il sentiero entra nella zona di riserva integrale del Parco e si immerge nel versante meridionale delle colline dell’Uccellina, il più soleggiato e profumato, battuto dal sole per quasi tutta la giornata tra grandi cespugli di cisto e rosmarino.
L’escursione procede con il mare costantemente in vista, dominando dall’alto una striscia di spiaggia sabbiosa lunga e integra, senza una costruzione. L’arrivo alla piccola insenatura di Cala di Forno è un piccolo spettacolo dopo il lungo cammino: una caletta raccolta, frequentata oggi principalmente da daini e cinghiali, le cui tracce si notano comunemente sulla sabbia.
Alle spalle della spiaggia si trova il lungo edificio della dogana del Granducato di Toscana, costruito alla fine del Settecento, a testimoniare un passato in cui questa cala era il porto dell’abbazia medievale di San Rabano e un approdo di rilevanza commerciale, segnalato dalle principali carte nautiche italiane già dal Rinascimento.
Salto del Cervo
L’itinerario C1 del Parco è denominato Salto del Cervo, dal nome della stretta e spettacolare cala a cui conduce. È un percorso tosto, di circa 11 chilometri, che non lesina un paio di dure salite e che attraversa la catena dell’Uccellina dalla pianura fino a una spiaggetta solitaria sul mare, con vista sull’isola del Giglio.
Il sentiero C1 inizia salendo dolcemente tra ordinatissimi filari di ulivo, prima di superare la rete di protezione delle coltivazioni dagli animali selvatici e immergersi nel bosco. Si raggiunge rapidamente la Torre Bassa, costruita nell’anno 1100 dagli Aldobrandeschi come parte del sistema difensivo del Castello di Collecchio, oggi scomparso.
Da qui ci si inerpica lungo un vallone coperto da una bella lecceta, incontrando a metà percorso le rovine di un piccolo insediamento medievale abitato tra il Mille e la fine del Trecento: si riconoscono i resti di una piccola chiesa romanica, di un’abitazione con cortile, e persino di un forno da pane in pietra costruito dai carbonai dell’Amiata che trascorrevano qui i mesi invernali.
Lorenzo CalamaiL’arrivo al Salto del Cervo
La salita più impegnativa è ricompensata dall’arrivo al Poggio delle Sugherine, dove un’altana in legno offre un panorama a 360 gradi: verso l’interno fino al Monte Amiata, verso il mare fino alla lontana Corsica. Si affronta poi la discesa finale verso il mare, con la macchia mediterranea bassa attorno ai camminatori in uno scenario vagamente lunare.
La cala è stretta tra la scogliera, con una piccola striscia di sabbia, grandi tronchi sbiancati dal mare e scogli bassi che entrano in acqua: un luogo solitario e magico dove godere della fatica fatta per raggiungerlo.
Bocca d’Ombrone
Per chi preferisce un’escursione meno impegnativa ma di grande suggestione paesaggistica, la passeggiata A7 a Bocca d’Ombrone è la scelta perfetta. Un itinerario di circa cinque chilometri, tutto pianeggiante e senza difficoltà, che può essere percorso anche in bicicletta e che regala uno dei panorami più potenti di tutto il Parco.
Il percorso parte dalla strada per Marina di Alberese e si apre subito in un tratto rettilineo che contrappone un mare impetuoso che si infrange sugli scogli alla grande pianura maremmana, con una vegetazione peculiare, uccelli di ogni tipo e le mandrie di bovini storicamente allevati qui.
Lorenzo CalamaiIl panorama naturale unico nei pressi di Bocca d’Ombrone, nel Parco della Maremma
L’arrivo alla foce dell’Ombrone, il secondo fiume più lungo di Toscana, è suggestivo. Qui il fiume e il mare si incontrano, si assiste a un duello geologico che dura da migliaia di anni tra l’acqua limacciosa del fiume che si allunga nel Tirreno, distribuendo i sedimenti sulle spiagge attraverso le correnti costiere, e il mare che lentamente si riprende lo spazio ceduto dalla pianura.
Dietro il Casello idraulico, un antico edificio di controllo delle acque, un breve sentiero porta a un capanno per il birdwatching. La zona salmastra dove si incontrano le acque è infatti un paradiso per gli uccelli migratori, che la popolano ben felici.
Cannelle
Meno conosciuto e frequentato degli itinerari precedenti è il percorso Le Cannelle, nella parte meridionale del Parco, non lontano da Talamone: quasi nove chilometri con alcune asperità altimetriche, percorribile esclusivamente con guida e su prenotazione contattando il Centro Visite di Alberese.
Il cammino inizia dalle rovine di due grandi cisterne romane e sale lungo un antico percorso doganale tra una macchia alta di lecci, raggiungendo il Semaforo, un ex punto di avvistamento militare da cui si apre un primo magnifico panorama sulla costa rocciosa del Parco, dalla Torre di Capo d’Uomo fino a nord.
Il sentiero prosegue poi sulla cresta, con vedute che si aprono contemporaneamente sul mare e sull’entroterra, fino a Punta del Corvo, secondo punto panoramico da cui lo sguardo spazia su Tirreno, Argentario, Elba, Giglio e, nelle giornate più limpide, fino a Montecristo e alla Corsica.
Veduta sull’Argentario e l’Isola del Giglio dal Parco della Maremma
Da qui la discesa verso il mare è quasi continua, su un comodo sentiero. L’arrivo alla baia delle Cannelle avviene su quello che potrebbe essere un antico approdo etrusco: sullo scoglio piatto che si protende nel mare si trovano ancora tracce di un forno per la fusione dei minerali ferrosi provenienti dall’isola d’Elba, a testimoniare una storia lunghissima di frequentazione umana di questa costa.