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Hier — 25 août 2026it

Capri nasconde un posto incredibile: la Certosa di San Giacomo, sospesa tra cielo e mare

25 août 2026 à 14:10

Tra i luoghi più suggestivi di Capri, non troppo lontano dal continuo viavai della celebre Piazzetta, c’è un complesso monumentale dove si fondono storia, arte e paesaggio. È la Certosa di San Giacomo, la più importante testimonianza dell’architettura angioina sull’isola, costruita tra il 1371 e il 1374 per volontà di Giacomo Arcucci, Gran Camerario della regina Giovanna I d’Angiò. Dal 1371 questo complesso è stato convento, prigione e poi liceo di Capri.

La sua posizione contribuisce a renderla davvero speciale: immersa nel silenzio, con una vista incredibile sui Faraglioni e sul mare, la Certosa offre un punto di vista diverso sulla Capri più conosciuta, fatto di chiostri, architetture storiche e scorci luminosi.

Cosa vedere tra arte e archeologia

Il complesso della Certosa di San Giacomo, che presenta una molteplicità di volte, è articolato in tre sezioni principali:

  • la cosiddetta “casa alta”, destinata alla vita religiosa e alla clausura, con chiesa, refettorio, celle dei monaci e chiostri;
  • la “casa bassa”, dedicata alle attività quotidiane e produttive dei monaci;
  • una terza parte che ospitava un tempo la farmacia e una chiesa per le donne.

Oggi questo patrimonio storico ospita importanti spazi museali e culturali. Da vedere sono innanzitutto il Chiostro Grande e il più antico Chiostro Piccolo, ambienti raccolti che restituiscono l’atmosfera dell’antico monastero.

All’interno si trovano poi il Museo Diefenbach, dedicato al pittore simbolista tedesco Karl Wilhelm Diefenbach, e il Museo Archeologico Nazionale di Capri, inaugurato nel 2024 e dedicato soprattutto alla storia dell’isola in epoca romana.

In occasione del bicentenario della riscoperta della Grotta Azzurra, fino al 18 ottobre 2026 è inoltre possibile visitare presso la Certosa di San Giacomo la mostra “Il mito di Capri. A duecento anni dalla scoperta della Grotta Azzurra (1826-2026)”, che racconta la fortuna del mito caprese attraverso due secoli.

Per informazioni dettagliate sui giorni di apertura e prezzi consultare il sito ufficiale.

Cosa vedere alla Certosa di San Giacomo a Capri
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Complesso della Certosa di San Giacomo, Capri

Gli eventi alla Certosa

Questa sera, martedì 25 agosto, la Certosa di San Giacomo apre eccezionalmente in orario serale, dalle 18 alle 22, in occasione della conferenza “La rappresentazione della Grotta Azzurra tra pittura e fotografia nel Novecento” e della proiezione del documentario “Capri. L’isola rifugio”, prevista alle 19.30. Saranno visitabili il Museo Archeologico, il Museo Diefenbach e le mostre in corso. Dalle 20 alle 21.30 sono previste visite guidate alle prime due esposizioni, in italiano, inglese e francese, con prenotazione obbligatoria e ingresso libero.

Il calendario prosegue poi nei giorni successivi con la XVI edizione di Jazz in Capri: il 26 e 27 agosto alle ore 21 la Certosa ospiterà due concerti serali, rispettivamente “Enrico Pieranunzi trio Plays Morricone” e “Denise King & Elio Coppola trio”.

Un altro appuntamento particolarmente atteso è quello con Sal Da Vinci, in programma giovedì 10 settembre. L’artista porterà sull’isola il tour estivo 2026, con uno spettacolo che intreccia i brani più amati del repertorio con quelli del nuovo album “Per sempre sì”. Tra questi c’è “Poesia”, nuovo singolo dalle sonorità bachata.

Dove si trova e come arrivare

La Certosa di San Giacomo si trova in via Certosa 10, nel cuore di Capri, l’isola campana nel Golfo di Napoli che si raggiunge via mare con traghetti o aliscafi. I due porti di partenza principali sono Napoli e Sorrento ai quali, nel periodo estivo, si aggiungono quelli di Salerno e della Costiera Amalfitana (Positano e Amalfi).

Dalla famosa Piazzetta (Piazza Umberto I) la Certosa di San Giacomo si raggiunge facilmente a piedi in circa 10 minuti, seguendo le indicazioni verso il complesso monumentale.

À partir d’avant-hierit

Il Castello di Termes è la fortezza catara che domina le gole delle Corbières in Francia

24 août 2026 à 15:15

Alcuni castelli oggi sono noti e visitati durante tutto l’anno per via dei sontuosi arredi e delle sale ancora intatti, mentre altri si fanno conoscere soprattutto per la natura straordinaria e il paesaggio che li circonda. Questo è anche il caso del Castello di Termes, arroccato a 460 metri di altitudine nel sud della Francia, dove le rovine di un’antica fortezza emergono dalla roccia proprio sopra le gole del Termenet. È qui, tra le montagne delle Hautes-Corbières, che il Medioevo ha lasciato la sua firma: il castello fu infatti teatro di uno degli assedi più celebri della Crociata contro gli Albigesi ed è anche considerato uno dei “cinque figli di Carcassone”, ovvero il gruppo di roccaforti strategiche che all’epoca difendevano il regno.

Oggi invece Termes è molto diverso dalla fortezza che dominava queste montagne nel XIII secolo: le sue rovine sono state oggetto di scavi e restauri e permettono di ricostruire, passo dopo passo, la storia di un luogo passato da roccaforte signorile a fortezza reale francese. Dal 2026, inoltre, il sito fa parte delle Forteresses royales capétiennes du Languedoc, inserite nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO insieme ad altri sette siti fortificati della regione.

Castello di Termes: la storia e cosa vedere

Le origini del Castello di Termes risalgono almeno al X secolo. Costruito su uno sperone roccioso, il sito controllava una posizione strategica nelle Corbières e divenne il centro della signoria di Termes. La pagina più famosa della sua storia arrivò nel 1210, durante la Crociata contro i catari. Il castello, allora nelle mani di Raimond de Termes, fu assediato dall’esercito di Simon de Montfort. La resistenza durò quasi quattro mesi, facendo sì che Termes passasse ai posteri come uno degli episodi più intensi e noti della campagna militare contro le roccaforti legate ai signori locali e al catarismo.

Dopo la conquista, il castello entrò progressivamente sotto il dominio della Corona francese. Nel XIII secolo venne rifortificato e trasformato in una fortezza reale, inserita nel sistema difensivo che proteggeva il nuovo territorio francese dalle incursioni provenienti dal regno d’Aragona. La sua funzione militare, però, ebbe una fine definitiva nel XVII secolo. Nel 1653-1654, per ordine della Corona, la fortezza venne demolita per impedirne un eventuale riutilizzo da parte dei ribelli dopo la Fronda. Da allora il castello è rimasto in rovina, ma proprio questa condizione permette oggi di leggere più facilmente la stratificazione della sua storia.

Durante la visita odierna, ciò che si esplora sono i resti del castrum e della fortezza reale, tra mura, strutture difensive, torre maestra e spazi dell’antico complesso signorile. La visita comincia già nel piccolo villaggio di Termes, dove si trovano il centro di interpretazione, il filmato introduttivo e l’esposizione dedicata all’assedio del 1210.

Dal villaggio occorre poi proseguire a piedi per circa 15 minuti lungo il percorso che conduce alla fortezza. La visita dura generalmente circa un’ora o un’ora e mezza, considerando anche gli spazi di interpretazione e il percorso verso il castello.

Dove si trova il Castello di Termes e come arrivare

Il Castello di Termes è situato nel comune di Termes, nel dipartimento dell’Aude, nella regione dell’Occitania in Francia. Il villaggio dista circa 50 chilometri da Carcassonne e si trova tra le Corbières, in una zona caratterizzata da montagne, gole e piccoli borghi.

La posizione è interessante anche per costruire un itinerario più ampio alla scoperta dei castelli catari e delle fortificazioni medievali dell’Aude. Per raggiungere Termes, l’opzione più pratica è l’auto, soprattutto se si arriva da Carcassonne, Narbonne o Perpignan. Il villaggio è piccolo e dispone di un parcheggio gratuito e obbligatorio per i visitatori. Dal parcheggio si raggiunge il centro di accoglienza seguendo le indicazioni lungo il corso d’acqua.

Per chi programma la visita nel 2026, il castello è aperto tutti i giorni in luglio e agosto, dalle 10.00 alle 19:30, mentre a settembre e ottobre l’apertura è prevista dalle 10.00 alle 18.00. A novembre l’accesso è previsto nei weekend e nei giorni festivi fino all’11 novembre, con ulteriori aperture secondo calendario.

Il biglietto 2026 costa 6 euro per gli adulti, 5 euro per i ragazzi dai 16 ai 25 anni e 3 euro per i bambini dai 6 ai 15 anni; i bambini sotto i 6 anni entrano gratuitamente. È disponibile anche un biglietto da 3 euro per visitare esclusivamente il film e l’esposizione del centro di interpretazione.

Pasjača Beach, la spiaggia segreta nata dall’incontro tra uomo e natura

23 août 2026 à 15:30

C’è una spiaggia in Croazia che sembra quasi scomparire sotto le imponenti pareti di roccia della costa dalmata. È Pasjača Beach, una piccola caletta affacciata sull’Adriatico, dove il mare turchese incontra una stretta lingua di sabbia e ciottoli ai piedi delle scogliere. Un luogo spettacolare e non semplicissimo da raggiungere, tanto da essere entrato tra le 50 spiagge più belle d’Europa nel 2026, secondo la classifica Europe’s 50 Best Beaches, votata da oltre mille professionisti del mondo travel.

Pasjača Beach, la caletta segreta tra mare e scogliere

Vista dall’alto, Pasjača Beach sembra quasi una breccia nella costa: una sottile striscia di sabbia e ciottoli racchiusa tra le alte scogliere di Konavle e il blu intenso dell’Adriatico formando un quadro molto intimo e selvaggio. È proprio questo contrasto tra la roccia e il colore dell’acqua a renderla una delle spiagge più scenografiche della Croazia.

In questo angolo incontaminato è proprio la natura a dominare completamente il panorama: niente grandi strutture turistiche, niente stabilimenti che occupano la costa e nessun lungomare affollato e chiassoso. La caletta si trova infatti ai piedi delle scogliere, in una posizione che per secoli è rimasta difficile da raggiungere. Ed è proprio la sua posizione a fare la differenza: per raggiungerla bisogna scendere lungo un percorso ripido, in alcuni tratti scavato direttamente nella roccia. Una volta arrivati sulla spiaggia, però, il panorama ripaga ogni fatica. Non è un caso se nel 2026 è entrata nella classifica delle 50 migliori spiagge d’Europa, insieme ad altre quattro spiagge croate: Podrače, Zlatni Rat, Punta Rata e Sakarun.

Il sentiero per raggiungere Pasjača Beach
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Il percorso spettacolare per raggiungere Pasjača Beach

C’è poi una particolarità che rende Pasjača ancora più interessante: la spiaggia è stata modellata anche dall’intervento dell’uomo. Negli Anni ’60, infatti, durante la realizzazione di un tunnel per convogliare l’acqua in eccesso proveniente dalla piana di Konavle, il materiale roccioso raggiunse il mare. Le onde, nel tempo, lo hanno progressivamente frantumato, fino a formare l’attuale arenile.

Il risultato è un luogo dall’aspetto quasi irreale, dove la roccia scende verso il mare e lascia spazio a una piccola mezzaluna di ciottoli e sabbia. Le acque sono particolarmente limpide, ma diventano profonde rapidamente (c’è quindi da prestare molta attenzione). Priva dei principali servizi turistici, è inoltre importante arrivare preparati con acqua, cibo, protezione solare e tutto ciò che può servire per trascorrere qualche ora al mare.

Dove si trova e come raggiungerla

Pasjača si trova nel villaggio di Popovići, nella regione di Konavle, nell’estremo sud della Croazia, a circa 30-40 chilometri da Dubrovnik e a circa 12 chilometri da Cavtat.

Raggiungerla fa parte dell’esperienza: in auto si percorre la strada costiera in direzione sud da Dubrovnik, passando per Cavtat e proseguendo verso la zona di Konavle, fino alla deviazione per Popovići. Nei pressi dell’inizio del sentiero è disponibile un’area di parcheggio; da qui la spiaggia si raggiunge soltanto a piedi.

La discesa segue un sentiero ripido tra la vegetazione e la roccia, con scalini e tratti scavati nella parete, fino a raggiungere la caletta. In circa 20-25 minuti di discesa si raggiunge questo luogo incontaminato. Il sentiero può essere impegnativo e la risalita, soprattutto nelle ore più calde, richiede un po’ di allenamento. È quindi consigliato indossare scarpe con una buona presa e portare con sé acqua, cibo e tutto ciò che serve per la giornata in questo paradiso segreto.

Castello di Aguilar, Nido d’Aquila che domina i vigneti delle Corbières

23 août 2026 à 13:00

Arroccato su una collina rocciosa a circa due chilometri dal villaggio di Tuchan, nel dipartimento francese dell’Aude, il Castello di Aguilar sembra ancora vegliare sul paesaggio che si apre tutt’intorno. Non a caso viene chiamato “Nido d’Aquila”: a 296 metri di altitudine, domina i vigneti dell’Haut Fitou e una pianura racchiusa tra rilievi, pareti calcaree e montagne.

La salita per raggiungerlo è breve e, una volta arrivati, sarete ripagati da un panorama che corre verso il Mont Tauch, le falesie di Vingrau, la torre di Tautavel e, nelle giornate limpide, fino al profilo inconfondibile del Canigou, una delle montagne simbolo dei Pirenei orientali. Aguilar fu una fortezza strategica, contesa da signori e sovrani e infine inserita nel sistema difensivo passato alla storia come quello dei “cinque figli di Carcassonne”.

Aguilar, la sentinella delle Corbières tra signori e re

Osservando il Castello di Aguilar dall’esterno, la prima caratteristica che noterete è la potente doppia cinta muraria che segue la conformazione dello sperone roccioso.

La posizione non era casuale: nel Medioevo, una piccola guarnigione controllava da quassù il territorio e, in caso di pericolo, poteva trasmettere l’allarme fino a Carcassonne in meno di venti minuti, utilizzando segnali di fumo o lampi luminosi rilanciati dalle altre fortificazioni disseminate nelle Corbières.

Il maniero fu dapprima legato ai conti catalani, quindi alla casa di Carcassonne e, a partire dal XII secolo, alla famiglia di Termes; una delle figure centrali fu Olivier de Termes, cavaliere occitano che si oppose alla Crociata contro gli Albigesi e fece di Aguilar uno dei propri centri di potere.

Dopo alterne vicende, Aguilar entrò definitivamente nel dominio della Corona francese nel 1261, venne ampliato e rafforzato secondo le più aggiornate tecniche militari dell’epoca e divenne una delle fortezze incaricate di controllare la frontiera con il regno d’Aragona.

Il suo ruolo strategico terminò dopo il Trattato dei Pirenei del 1659, quando il confine tra Francia e Spagna si spostò verso sud: perse così la funzione per cui era stato trasformato e iniziò il suo lento abbandono. Dal 1949 è classificato come Monument Historique e negli anni è stata interessato da svariati interventi di restauro e valorizzazione.

Dentro il Nido d’Aquila tra doppie mura e panorami

Veduta del Castello Aguilar, Francia
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Castello Aguilar, il Nido d’Aquila delle Corbières

La cinta più antica, risalente al XII secolo, racchiudeva gli spazi organizzati attorno a una corte interna, con il logis del castellano, una torre e una cisterna; nel punto più vulnerabile dello sperone, la muratura raggiungeva uno spessore di circa 2,80 metri e assumeva la forma di uno sperone concepito per opporre maggiore resistenza ai proiettili.

All’esterno, il sistema difensivo realizzato tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo è scandito da sei torri semicircolari disposte lungo le cortine nei punti in cui il terreno rendeva la fortezza più esposta. Le torri erano aperte verso l’interno, soluzione che impediva agli eventuali assalitori di utilizzarle come rifugio una volta conquistate.

Appena fuori dalle mura incontrerete anche i resti della Cappella di Sainte-Anne, piccolo edificio dalla struttura essenziale, con volta a botte spezzata e abside; tutt’intorno, tra la vegetazione, sopravvivono inoltre le tracce dell’antico villaggio castrale che un tempo si sviluppava ai piedi della fortezza.

Se, dopo la visita, avete ancora voglia di camminare, potete seguire il percorso 360° Aguilar, un itinerario ad anello che gira attorno alla collina e permette di osservare il castello da prospettive differenti: il tracciato misura circa 2,7 chilometri, richiede poco più di un’ora e presenta un dislivello di circa 130 metri. Le mura emergono sopra la garriga mentre ai loro piedi si distendono i vigneti e, più lontano, le Corbières si sovrappongono fino ai Pirenei.

Il castello è visitabile da metà febbraio a metà novembre, con giorni e orari differenti a seconda del periodo dell’anno. Prima di partire, consultate il sito ufficiale del Comune di Tuchan, soprattutto nei mesi meno turistici.

Castello Ruffo di Scilla, la fortezza sospesa sul mare della Calabria

22 août 2026 à 14:00

Arroccato su uno sperone roccioso che sembra protendersi verso lo Stretto di Messina, il Castello Ruffo di Scilla è uno dei simboli più riconoscibili della Costa Viola nonché il vero genius loci di Scilla, a circa 20 chilometri da Reggio Calabria.

La sua posizione racconta subito il motivo per cui sia stato scelto e trasformato nel corso dei secoli: proteso verso il mare, il promontorio costituiva un punto ideale per controllare lo Stretto e avvistare chi si avvicinava alle coste calabresi.

Ma quando arriverete quassù, sarà il panorama a catturare per primo la vostra attenzione. Il castello separa, infatti, due dei volti più suggestivi di Scilla: da una parte Marina Grande, con la spiaggia distesa ai piedi della rocca, dall’altra Chianalea, il celebre borgo marinaro con le case quasi lambite dall’acqua.

La lunga storia del Castello Ruffo di Scilla

Le origini del Castello Ruffo ci portano molto indietro nel tempo: prima gli Etruschi, poi le fortificazioni del periodo magnogreco e infine i Romani, che ampliarono le strutture presenti, riconobbero l’importanza strategica di questo sperone sospeso sullo Stretto.

Delle fasi più antiche rimangono tuttavia poche tracce: gli scavi moderni hanno restituito soprattutto le mura del Monastero di San Pancrazio, risalente al IX secolo e anch’esso collegato alla necessità di difendere il territorio dalle incursioni saracene. Nel 1060 il complesso divenne una rocca militare, rafforzando in via definitiva quella vocazione difensiva che avrebbe accompagnato il promontorio per secoli.

Una svolta importante arrivò nel Cinquecento, quando il castello passò a Paolo Ruffo e divenne residenza della famiglia, che vi rimase fino ai primi anni del Settecento. Ancora oggi, prima di entrare, potrete riconoscere sul portale lo stemma nobiliare dei Ruffo e una grande lapide che ricorda gli interventi di restauro realizzati durante quel periodo.

Il destino della fortezza continuò però a cambiare: nel 1808 divenne proprietà demaniale dello Stato, mentre i violenti terremoti del 1783 e del 1908 provocarono gravi danni alla struttura, in seguito restaurata.

Da presidio militare e residenza nobiliare, il Castello Ruffo ha assunto nel Novecento una nuova funzione: dagli anni Settanta è diventato un luogo d’incontro e di cultura, dapprima come Ostello della Gioventù e poi come spazio destinato a mostre, convegni e iniziative culturali.

Panorama del borgo di Scilla, Calabria
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Tutta la meraviglia del borgo di Scilla

Dentro il Castello Ruffo tra torrioni, mare e mito

Una volta attraversato il ponte che precede l’ingresso, vi troverete davanti al portale in pietra con arco a sesto acuto, sovrastato dallo stemma dei Ruffo. Superato l’androne coperto da una volta ribassata, si apre il cortile interno, da cui il grande scalone conduce verso quella che un tempo era la residenza della famiglia.

La pianta irregolare del Castello Ruffo è una conseguenza della sua lunghissima storia: le diverse parti dell’edificio appartengono infatti a epoche differenti, ma l’insieme conserva ancora l’aspetto di una vera fortezza, con cortine murarie, torrioni e feritoie.

Negli ambienti interni trovano spazio reperti, modellini, esemplari naturalistici e manufatti che raccontano anche una delle tradizioni più profonde di Scilla, quella della pesca del pesce spada, attività legata alla cultura marinara dello Stretto.

Da quassù, lo sguardo precipita verso i vicoli e le case di Chianalea, corre sulla spiaggia di Marina Grande e attraversa lo Stretto fino alla Sicilia, tanto vicina da sembrare quasi a portata di mano.

Nella parte più alta del complesso spicca inoltre il Faro di Scilla, realizzato nel 1913 come punto di riferimento per le imbarcazioni in transito nello Stretto e ancora oggi legato alla Marina Militare.

Ma osservare il mare dal Castello Ruffo vuol dire anche addentrarsi nel territorio della leggenda: lo Stretto è, infatti, lo scenario del mito di Scilla e Cariddi e delle avventure di Ulisse narrate nell’Odissea. La tradizione mitologica racconta di Scilla, bellissima ninfa trasformata in una creatura mostruosa, destinata a terrorizzare i naviganti che si avvicinavano alla costa.

Se potete scegliere l’orario della visita, raggiungete il castello verso il tramonto: quando il sole scende in direzione della Sicilia, la luce avvolge le mura di sfumature dorate e ocra e lo Stretto cambia colore piano piano. Portate con voi scarpe comode per affrontare la salita e preparate la macchina fotografica: una volta arrivati in cima, davanti al mare, a Chianalea e alla costa siciliana sull’orizzonte, sarà difficile non usarla.

Playa Alzada, la spiaggia selvaggia tra le dune di Fuerteventura

22 août 2026 à 12:30

Una distesa di sabbia chiara, le dune alle spalle e dinanzi soltanto le sfumature turchesi dell’Atlantico: Playa Alzada, a Fuerteventura, è uno di quei luoghi in cui il paesaggio sembra essersi preso tutto lo spazio, lasciando pochissimo all’intervento dell’uomo.

Immersa nel Parco Naturale delle Dune di Corralejo, nel nord-est dell’isola, è una delle spiagge più tranquille di questo spettacolare tratto di costa e nel 2026 ha conquistato anche un importante riconoscimento internazionale: si è classificata al 48° posto nella graduatoria Europe’s 50 Best Beaches, che riunisce le 50 spiagge più belle d’Europa secondo oltre mille professionisti ed esperti di viaggio.

Il premio non stupisce davanti a uno scenario in cui sabbia dorata e fine, acqua limpida, rocce vulcaniche e dune si incontrano senza hotel o grandi costruzioni a interrompere l’orizzonte: Playa Alzada conserva, infatti, un carattere essenziale e selvaggio, perfetto per chi a Fuerteventura cerca il mare ma anche quella sensazione di libertà che soltanto le spiagge rimaste vicine alla loro natura originaria riescono a regalare.

Playa Alzada, tra sabbia dorata, oceano e dune di Corralejo

Playa Alzada si sviluppa davanti al grande sistema dunale di Corralejo e vanta un arenile di sabbia dorata e fine lungo circa 840 metri e largo in media 30 metri.

Il contrasto tra terra e acqua è ciò che cattura subito lo sguardo. Alle spalle, il paesaggio assume quasi l’aspetto di un piccolo deserto, con le dune che fanno parte di un’area naturale protetta estesa per oltre dieci chilometri lungo la costa; davanti, l’Atlantico sfoggia tonalità che passano dall’azzurro al turchese.

Potete stendere l’asciugamano sulla sabbia e godervi l’atmosfera tranquilla oppure camminare lungo la costa, osservando da vicino il continuo alternarsi di dune, rocce vulcaniche e oceano. Anche gli appassionati di fotografia trovano qui uno scenario particolarmente suggestivo, soprattutto quando la luce fa risaltare il già citato contrasto tra i colori caldi della terra e quelli intensi dell’acqua.

Non vi sono bar, ristoranti, docce o servizi igienici sulla spiaggia: se decidete di trascorrervi qualche ora dovete arrivare preparati, portando con voi soprattutto acqua, protezione solare e tutto ciò che può servire durante la giornata. Sono presenti servizi essenziali come pulizia e cestini e anche il servizio di salvataggio.

Vi potete fermare ad ascoltare il vento, leggere guardando l’oceano oppure passeggiare ai margini delle dune, sempre facendo attenzione a rispettare un ecosistema fragile e protetto: nel Parco Naturale è infatti fondamentale non asportare pietre, sabbia o elementi naturali e non alterare il paesaggio.

Vista aerea della spiaggia di Alzada nel parco di Corralejo, Fuerteventura, Isole Canarie
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Veduta panoramica della spettacolare Playa Alzada

Dove si trova e come arrivare

Playa Alzada si trova nel nord-est di Fuerteventura, nel territorio comunale di La Oliva, nel cuore del Parco Naturale di Corralejo e a pochi chilometri a sud-est della cittadina di Corralejo.

Raggiungerla è piuttosto semplice perché la strada che percorre il paesaggio delle dune corre molto vicina alla costa. L’accesso alla spiaggia avviene poi facilmente a piedi e lungo la strada sono presenti spazi in cui lasciare l’auto prima di proseguire verso l’arenile.

È possibile arrivare nella zona anche con il trasporto pubblico, con collegamenti indicati dalle linee 6 e 7. Se viaggiate in autonomia controllate in anticipo fermate e orari aggiornati, soprattutto perché la spiaggia non è inserita all’interno di un centro abitato.

La fortezza nata da un sogno romantico sembra uscita da una fiaba: è il Castello Bonoris

21 août 2026 à 16:06

Torri merlate, mura in pietra, un fossato e persino un ponte levatoio: osservando il Castello Bonoris dall’esterno, è facile immaginare cavalieri, assedi e dame dai vestiti sontuosi affacciate alle finestre. Ma c’è un dettaglio che cambia completamente prospettiva: il maniero, che domina una collina in provincia di Brescia, non è un autentico castello medievale.

La sua storia comincia infatti alla fine dell’Ottocento, quando Gaetano Bonoris decise di trasformare i resti dell’antica rocca in quella che sarebbe diventata la sua straordinaria dimora neogotica, dall’architettura fiabesca e imponente.

La foresta incantata che cura: è la quarta al mondo e nasconde un palazzo reale

Par : elenausai10
20 août 2026 à 15:00

Lo sapevate che in Portogallo esiste una foresta che può letteralmente farti stare meglio? La Foresta Nazionale di Buçaco è stata appena certificata “healing forest”, quarta al mondo a ottenere questo riconoscimento dall’ente tedesco Healing Forest International Certification Office, unendosi a un club ristrettissimo che finora contava solo il monastero di Göttweig in Austria e due foreste tedesche, Lahnstein e Bad Nauheim.

Il castello più alto d’Europa è lo Château de Brissac, il “Gigante della Loira”

19 août 2026 à 15:30

Ci troviamo in Francia, ma non nella parte caotica e mondana nel Paese, bensì nel suo volto meno conosciuto e appariscente, precisamente nella cornice della Valle della Loira. Qui, tra vigneti, borghi storici e alcuni dei più celebri castelli, si trova una dimora che sorprende già per le sue dimensioni. È il Château de Brissac, conosciuto come il “Gigante della Loira”: con i suoi sette piani e 204 stanze è considerato infatti il castello più alto di Francia e uno dei più imponenti dell’intera regione.

La sua particolarità, però, non è soltanto l’altezza. Brissac è una residenza ancora legata alla famiglia che la acquistò oltre cinque secoli fa e conserva al suo interno un sorprendente intreccio di storia, arredi preziosi, opere d’arte e ambienti scenografici. Tra questi, infatti, spicca addirittura un teatro Belle Époque da circa 200 posti, nato dalla passione per l’opera della marchesa Jeanne Say de Brissac.

La storia del Château de Brissac e cosa vedere

Le origini di Brissac sono molto più antiche dell’elegante dimora che si può ammirare oggi. La posizione, strategica e protetta dal corso dell’Aubance, fu scelta già nel X secolo dal conte d’Angiò Foulques Nerra per costruire una fortificazione. Nei secoli successivi il castello fu protagonista di guerre e passaggi di proprietà, fino all’arrivo della famiglia Brézé. Di questa fase medievale rimangono soprattutto le due torri asimmetriche della facciata orientale, elementi che ancora oggi contribuiscono all’aspetto imponente e quasi fiabesco dell’edificio.

Durante la visita si possono scoprire gli ambienti storici della residenza, tra cui il grande salone, dove sono conservati ritratti e ricordi della famiglia, e la sala da pranzo, ancora apparecchiata come se dovesse accogliere gli ospiti del duca. Il percorso conduce poi attraverso camere storiche e gallerie di dipinti fino al sorprendente teatro Belle Époque, realizzato alla fine dell’Ottocento. La visita termina nelle cantine, dove i vini della proprietà, tra cui Anjou Villages Brissac e Rosé d’Anjou, maturano sotto le volte in pietra. Il percorso può quindi concludersi con una degustazione e una visita alla boutique del castello.

Anche il parco paesaggistico merita una visita. Nel corso dei secoli l’area è stata trasformata da un’antica zona paludosa ai piedi della fortificazione in un elegante giardino attraversato da viali e alberi secolari. Dal parco si possono osservare le facciate del castello da diverse prospettive, in particolare dalla collina del Mausoleo e dagli specchi d’acqua.

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Château de Brissac si trova a Brissac-Loire-Aubance, nel dipartimento del Maine-et-Loire, nella regione dei Paesi della Loira, non lontano da Angers. La posizione è particolarmente comoda per inserirlo in un itinerario dedicato ai castelli della Loira. Da Angers si raggiunge in circa 20 minuti in auto, dirigendosi verso sud e attraversando la Loira e i suoi numerosi bracci.

Per chi arriva in auto, la soluzione più pratica è quindi partire da Angers, facilmente collegata alle principali città francesi. Il castello può diventare anche una tappa di un itinerario più ampio alla scoperta dell’Anjou e dei suoi vigneti. Il castello e il parco sono aperti tutti i giorni dalle 10 alle 18 con orario continuato. L’ultimo ingresso al castello è consentito un’ora prima della chiusura. È quindi consigliabile arrivare con sufficiente anticipo per avere il tempo di visitare sia gli interni, che il parco.

Il rifugio del leggendario marinaio nel cuore della roccia e del mare: la Grotta di Haxhi Ali in Albania

18 août 2026 à 15:00

È inutile girarci intorno: la costa albanese dà il meglio di sé quando la strada finisce e davanti resta soltanto il mare. Sul versante della penisola di Karaburun, una delle aree costiere più selvagge del Paese, le montagne arrivano fino all’Adriatico con pareti rocciose, piccole insenature e promontori battuti dal vento. Tra queste rocce si apre la Grotta di Haxhi Ali, la più grande grotta costiera dell’Albania, una cavità marina raggiungibile esclusivamente via acqua.

Avvicinandosi in barca, l’ingresso appare poco a poco sulla parete calcarea. Prima si vede una grande apertura scura, poi il colore del mare cambia e il blu intenso dell’esterno lascia spazio alle sfumature turchesi dell’acqua interna. La volta della grotta raggiunge circa 30 metri di altezza e la cavità si inoltra per oltre 60 metri nella montagna. Poi c’è la luce che penetra dall’apertura principale, rimbalza sulla superficie marina e illumina la roccia con riflessi mutevoli.

Il fascino, però, va oltre la geologia: Haxhi Ali porta il nome di un marinaio e comandante albanese del XVII secolo, figura entrata nella tradizione della costa per le sue imprese sul mare. La grotta conserva così una doppia identità, naturale e leggendaria.

Origine, formazione e leggende della Grotta di Haxhi Ali

La penisola di Karaburun appartiene a un ambiente carsico, caratterizzato dalla presenza di rocce calcaree modellate nel corso di tempi geologici molto lunghi. Pioggia e acqua marina hanno agito sulle fratture della pietra, allargandole gradualmente fino a creare cavità, anfratti e grotte lungo la costa.

Haxhi Ali rappresenta uno degli esempi più spettacolari di questo processo. La cavità possiede una grande camera interna dominata da una volta arcuata e pareti irregolari, con concrezioni naturali e stalattiti. Il mare occupa la parte inferiore dello spazio, dando vita a una sorta di bacino naturale racchiuso dalla roccia. La conformazione amplifica inoltre i rumori: una voce, un colpo di remo o lo sciabordio dell’acqua rimbalzano sulla volta e ritornano più volte, trasformando il silenzio in un’eco profonda.

Il nome appartiene a Haxhi Ali Ulqinaku, marinaio e comandante albanese ricordato dalla tradizione locale per la sua attività sul Mare Adriatico. La sua figura è legata alla difesa delle imbarcazioni e delle comunità costiere dalle incursioni dei pirati e delle flotte nemiche. Secondo la leggenda più conosciuta, Haxhi Ali avrebbe utilizzato la grotta insieme al figlio come rifugio durante un inseguimento navale.

La grande cavità, del resto, offriva un riparo naturale alla barca e permetteva di sottrarsi alla vista dal largo. Ed entrando nella grotta, tra l’acqua scura e la roccia, viene spontaneo immaginare una piccola imbarcazione nascosta nella penombra e uomini intenti ad aspettare che il pericolo passasse.

La storia e la leggenda vanno però tenute distinte: il personaggio di Haxhi Ali appartiene alla memoria marittima albanese, mentre il racconto del rifugio nella cavità fa parte soprattutto della tradizione tramandata nel territorio. Proprio questa sovrapposizione ha contribuito alla fama della grotta.

La sua importanza attuale riguarda pure la tutela ambientale. La grotta si trova all’interno del Parco Marino Karaburun-Sazan, area protetta istituita per conservare uno dei tratti più preziosi della costa albanese, con fondali, habitat marini e una fascia costiera ancora fortemente naturale.

La visita alla grotta, tra acqua turchese, roccia e silenzio

La barca lascia il porto di Valona e prende la direzione della penisola. Il paesaggio urbano arretra, poi sparisce. Restano pendii brulli, falesie calcaree e il profilo della costa, spesso privo di costruzioni. Arriva poi l’ingresso della Grotta di Haxhi Ali, ovvero il momento più spettacolare.

Le imbarcazioni possono avvicinarsi all’apertura e, con condizioni marine favorevoli, entrare nella grande camera. Una volta spento il motore, muta completamente la percezione dello spazio. Il rumore del mare prende il posto del rombo del natante e la volta amplifica persino una frase pronunciata a bassa voce.

In una giornata serena la superficie assume tonalità che passano dal blu intenso al verde-azzurro, mentre il calcare crea zone di ombra e improvvisi bagliori. La fotografia viene quasi da sé, soprattutto vicino all’ingresso, con la sagoma scura della grotta incorniciata dal mare aperto.

La parte più suggestiva della visita consiste nell’avanzare con la barca verso l’interno e osservare la struttura della cavità dalla superficie dell’acqua. Con mare calmo, alcuni tour prevedono una sosta per il bagno. L’acqua limpida consente di osservare il fondale roccioso e piccoli organismi marini.

Maschera e boccaglio aiutano a guardare sotto la superficie, soprattutto nelle zone illuminate dalla luce esterna. Il fondale roccioso favorisce infatti una buona visibilità. Vale la pena fermarsi qualche istante senza musica né conversazioni, in quanto la conformazione della cavità restituisce i suoni con una profondità sorprendente.

Serve attenzione sulle rocce bagnate, soprattutto durante l’accesso alla barca o una sosta vicino alla parete. Scarpe da scoglio, costume, asciugamano, acqua, protezione solare e una custodia impermeabile per telefono e macchina fotografica sono sufficienti per affrontare la giornata. La prudenza assume particolare importanza con il mare mosso: le condizioni dell’Adriatico possono cambiare e l’ingresso nella cavità dipende dalla sicurezza della navigazione.

Dove si trova e come arrivare

La Grotta di Haxhi Ali si trova sulla penisola di Karaburun, circa 15 chilometri in linea d’aria da Valona, sul versante rivolto verso il mare aperto. L’area appartiene al Parco Marino Karaburun-Sazan, uno dei principali territori protetti dell’Albania. Alla grotta si arriva soltanto via mare: strade, sentieri e accessi terrestri conducono alla penisola, ma nessun percorso permette di raggiungere l’ingresso della cavità a piedi.

Valona rappresenta il punto di partenza più pratico. La città si trova circa 2 ore e 30 minuti in automobile da Tirana, con tempi variabili in base al traffico e alla stagione. Chi arriva dall’estero può atterrare all’aeroporto internazionale di Tirana e proseguire verso Valona in automobile, taxi, trasferimento privato oppure autobus.

Da Valona partono escursioni organizzate verso Karaburun con diverse formule. Alcune durano mezza giornata, altre occupano gran parte della giornata e aggiungono soste per il bagno, snorkeling e visite ad altre baie della costa.

Il pazzesco castello a scacchiera tra fossati, giardini italiani e strane sculture: è Jehay in Belgio

17 août 2026 à 16:30

Arrivando a Jehay, nella campagna della provincia di Liegi, oltre un’ampia distesa d’acqua compare un castello circondato da un fossato che ne segue i contorni e riflette le pietre chiare e scure della facciata. La sagoma è elegante e quasi fiabesca, ma nei fatti quell’aspetto racconta una storia fatta di potere, alleanze matrimoniali, guerre locali e trasformazioni architettoniche durate secoli. Tuttavia, il dettaglio che cattura subito lo sguardo è la sua facciata a scacchiera, una combinazione di pietra chiara e più scura che disegna sulla superficie del maniero un motivo geometrico di grande forza visiva.

Non vi sorprenderà infatti sapere che la struttura è considerata unica in Europa. Ma di cosa stiamo parlando? La risposta è: del Castello di Jehay, classificato tra i beni del Patrimonio eccezionale della Vallonia.  La visita, però, ha oggi un carattere particolare: il corpo principale è interessato da lavori di restauro e gli ambienti interni sono temporaneamente esclusi dal normale percorso.

La parte più interessante dell’esperienza si sposta così all’esterno, tra il cortile, il fossato, il parco e il grande giardino storico. Nonostante tutto è una fortuna, perché proprio il paesaggio permette di cogliere una delle anime più originali di Jehay.

Breve storia del Castello di Jehay

La storia di questo sito del Belgio inizia molto prima della sua famosa facciata rinascimentale. L’area paludosa attorno a Jehay possedeva già una funzione strategica in epoca celtica. In seguito i Romani trasformarono il posto in un castrum, struttura fortificata destinata al controllo del territorio. La posizione continuò a conservare importanza anche in epoca carolingia, quando il presidio romano lasciò spazio a una nuova fortificazione.

La data della prima vera costruzione castellana resta incerta. Tra il XII e il XIII secolo la proprietà passò attraverso diverse famiglie nobiliari. Nel XIV secolo il castello apparteneva ad Arnould de Jehain, mentre nel secolo successivo entrò nelle vicende turbolente del Principato di Liegi. Wathieu Datin ne fu proprietario nel primo quarto del ‘400, prima di essere bandito nel 1428 in seguito alla sua ribellione contro il principato.

Nel 1483 arrivò ai De Sart per via matrimoniale. Le guerre tra il principe-vescovo Jean de Hornes e la famiglia De la Marck provocarono nuovi danni alla struttura alla fine del XV secolo. La grande svolta ci fu intorno al 1550, quando un esponente dei De Sart ricostruì il castello conferendogli gran parte dell’impronta rinascimentale ancora visibile oggi.

Nel 1567 Jehay passò ai De Mérode, che conservarono la proprietà per quasi 150 anni e avviarono ulteriori campagne edilizie. Nel 1720 Lambert Amand van den Steen, signore di Saive in Hesbaye e consigliere privato del principe-vescovo di Liegi, acquistò la tenuta. La sua discendenza assunse il nome Van den Steen de Jehay e rimase legata alla dimora fino al XX secolo.

L’ultimo proprietario fu il conte Guy van den Steen de Jehay, figura fondamentale per l’aspetto attuale del parco. Nel 1978 cedette castello, tenuta e parte delle collezioni alla Provincia di Liegi, mantenendo l’usufrutto. Alla sua morte, nel 1999, la Provincia divenne proprietaria a pieno titolo.

La visita tra castello, collezioni e giardini

Oggi il percorso ha il suo centro all’aperto. Prima ancora di raggiungere il parco, vale la pena fermarsi davanti alla facciata e osservarne la trama. Le pietre chiare e scure costruiscono una sorta di enorme motivo geometrico, particolarmente suggestivo quando la luce cambia durante la giornata. Il fossato aggiunge un secondo elemento scenografico e crea quella curiosa sensazione di edificio posato sull’acqua.

Castello di Jehay, Belgio
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Visitando il Castello di Jehay

Gli interni sono interessati dai lavori di restauro, perciò la visita ordinaria privilegia gli spazi esterni e le dipendenze storiche, nelle quali vengono allestite esposizioni permanenti dedicate alle collezioni del castello. Tra gli allestimenti figurano il Cabinet de curiosités de Jehay, dedicato al gusto per gli oggetti insoliti e le raccolte preziose, e altre esposizioni che permettono di conoscere meglio il patrimonio artistico della tenuta. In base alla programmazione possono inoltre esserci eventi e iniziative temporanee.

Il progetto paesaggistico del parco, invece, segue il modello del giardino all’italiana, con assi prospettici, aiuole, giochi d’acqua, alberi importanti e lunghi filari di tigli allevati secondo forme regolari. La geometria della vegetazione dialoga curiosamente con quella della facciata, creando un filo conduttore che attraversa l’intera proprietà.

Tra gli elementi più curiosi c’è una ghiacciaia del XIX secolo, costruita per conservare il ghiaccio naturale raccolto durante l’inverno. È uno di quei dettagli che raccontano la vita quotidiana delle grandi tenute meglio di una lunga spiegazione, perché dietro una semplice struttura si nasconde l’antica organizzazione domestica necessaria alla conservazione degli alimenti prima dell’arrivo dei moderni sistemi di refrigerazione.

Il percorso conduce poi verso il grande orto-giardino storico ottocentesco, recentemente restaurato. Occupa circa 1 ettaro ed è racchiuso da un muro in mattoni. Al suo interno trovano spazio varietà antiche di ortaggi, piante aromatiche, fiori commestibili, alberi da frutto e rose. Le coltivazioni vengono rifornite anche grazie all’Institut Provincial d’Enseignement Agronomique de La Reid, mantenendo vivo il legame fra il patrimonio storico e la cultura agricola locale.

Una sorpresa arriva lungo i sentieri del parco. Tra il verde ci sono infatti sculture in bronzo dalle forme apertamente erotiche, opera dello stesso conte Guy van den Steen de Jehay, l’uomo che ridisegnò il parco nella sua configurazione più recente. Il percorso può concludersi attraversando la zona boscosa fino al cortile del castello. Tornando verso la facciata a scacchiera, dopo aver visto alberi, ortaggi, statue e prospettive verdi, l’edificio appare ancora diverso: la pietra torna protagonista e il fossato ricompone la scena iniziale.

Dove si trova e come arrivare

Il Castello di Jehay si trova al 1 Rue du Parc, 4540 Amay, nella provincia di Liegi, in Vallonia. La tenuta sorge a nord dell’abitato di Amay, in una zona rurale caratterizzata da campi, piccoli centri e paesaggi agricoli. L’auto rappresenta la soluzione più semplice per raggiungere direttamente il complesso, che dispone di parcheggio. La posizione permette inoltre di inserirlo in un itinerario più ampio attraverso le Terres-de-Meuse, territorio attraversato dalla Mosa e ricco di castelli, abbazie e antichi borghi.

Amay merita infatti una tappa anche al di là di Jehay: il paese conserva un patrimonio storico importante e si trova lungo il corso della Mosa, con antichi siti industriali riconvertiti in aree naturali. Nei dintorni si incontrano inoltre l’Abbazia di Paix-Dieu e la collegiata di Sainte-Ode e Saint-Georges, due posti che consentono di proseguire il viaggio tra architettura religiosa, storia locale e paesaggio vallone.

Gairo Vecchio, il borgo fantasma più famoso della Sardegna

16 août 2026 à 14:00

Chi percorre la SS198 della Sardegna, che dalla costa Est si immette nella regione dell’Ogliastra, non può non fermarsi a visitare uno dei borghi abbandonati più famosi dell’isola che si attraversa per forza in auto: Gairo Vecchio. Lo si costeggia completamente (sull’altro lato c’è uno strapiombo) e, visto il numero esiguo di auto che transitano da queste parti, il silenzio regna sovrano.

La sua storia è quella di molti altri borghi fantasma d’Italia, ma qui c’è di più. Innanzitutto, è molto meno famoso di altri e poi, essendo in Sardegna, è anche molto meno visitato. Non si può parlare di un “abitato” vero e proprio in quanto non ci abita nessuno e i turisti che lo visitano, soprattutto d’estate, sono gli unici esseri viventi che s’incontrano.

Se, invece, vi dovesse capitare di venirci in autunno e inverno, nelle giornate fredde e nebbiose si ha l’impressione di aggirarsi in un’atmosfera incantata, come avvolti dalla nebbia del passato.

La storia di Gairo Vecchio

Ci troviamo a 520 metri d’altezza sopra il Rio Pardu. Pare che il nome “gairo” significhi “terra che scorre” e racchiude una sorta di destino geologico predestinato. Non a caso, le sue tormentate vicende, iniziate a fine XIX secolo, proprio a causa dell’instabilità del suolo su cui sorge ebbero un esito drammatico.

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Tra le case diroccate del borgo fantasma di Gairo Vecchio

Il borgo, infatti, fu progressivamente abbandonato a causa di una forte alluvione avvenuta nel 1951. Le cronache di allora raccontano di cinque giorni di piogge e vento incessanti che colpirono l’Ogliastra e che resero il nucleo originario di Gairo, già provato da mezzo secolo di frane e smottamenti, insicuro per persone e animali. Le vie si trasformarono in impetuosi torrenti facendo ‘scivolare’ drammaticamente il terreno verso valle.

Gli abitanti si spostarono più a valle formando altri tre piccoli borghi: Gairo Sant’Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu. Il primo si trova pochi metri sopra al vecchio paese. Il secondo, che dista qualche chilometro, è un grazioso villaggio di soli 300 abitanti ed è famoso per essere una delle stazioni dove si ferma il Treno Verde della Sardegna, che d’estate attraversa alcuni di questi paesi (ed è l’alternativa all’auto, se si vogliono visitare questi luoghi). Qui passa la linea Arbatax – Gairo Taquisara. Il terzo borgo è quello più vicino al mare.

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Le case diroccate a Gairo Vecchio nell’Ogliatsra

Ma è proprio Gairo Vecchio, il paese che non esiste più, ad attirare i turisti che amano i percorsi alternativi rispetto a quelli della Sardegna da cartolina. Per visitarlo, basta percorrere qualche tornante e, sulla destra, si può parcheggiare e addentrarsi a piedi tra i vicoli, le scalinate e gli edifici diroccati dalle caratteristiche pareti rosa e blu (perfetto per coloro che praticano Urbex, la passione per i luoghi abbandonati e fatiscenti).

Il borgo che rivive una volta all’anno

Le manifestazioni più importanti che si svolgono a Gairo sono quelle religiose, alle quali si è aggiunta, negli ultimi anni, la Sagra del cinghiale che si tiene in concomitanza con la festa in onore di Sant’Antonio Abate, che cade nel mese di gennaio. In quest’occasione, è costume accendere il tradizionale falò e cucinare la carne dei cinghiali offerta per dai cacciatori: la buona riuscita della festa, legata alla tradizione contadina, è considerata di buon auspicio per dell’annata agricola.

I dintorni

Il bellissimo territorio di Gairo vVecchio unisce mare e montagna e costituisce la meta di moltissimi visitatori attratti dalla bellezza dei paesaggi e dalla natura incontaminata che caratterizza quest’area. L’area marina del Comune di Gairo è caratterizzata da spiagge di rara bellezza, come la suggestiva spiaggia di sassi scuri di Coccorrocci e quella di Cala ‘e Luas dalle caratteristiche rocce rosa.

Il paesaggio montano è reso spettacolare dalla presenza dei “Tacchi”, torrioni calcarei formatisi nel Mesozoico, che si ergono come torri in mezzo alle montagne, tra i quali spicca Perda’e Liana, il monumento naturale più famoso della Sardegna. Una escursione tra i tacchi attraverso mulattiere permette di ammirare autentici esemplari di natura selvaggia. Tra le montagne carsiche del territorio gairese si aprono le bellissime Grotte di Taquisara, che prendono il nome dall’omonima frazione; le grotte, perfettamente conservate, sono da qualche anno attrezzate e accessibili ai visitatori.

La leggenda della Porta dell’Inferno

Una vecchia leggenda descrive Perda ‘e Liana come una delle porte dell’Inferno, dalla quale uscivano demoni e streghe temuti dai comuni mortali; un antico detto popolare recita ancora “A sa Perda ‘e Liana su hi heres ti dana” (“A Perda ‘e Liana ciò che chiedi ti viene dato”), ricordando il pellegrinaggio di coloro che si recavano ai piedi del monte per offrire la propria anima al diavolo in cambio di ciò che desiderava.

Come visitare il borgo abbandonato

Oggi della Gairo ‘vecchia’ è un insieme di ruderi degli edifici rimasti tenacemente aggrappati alla roccia del monte Trunconi, che domina sulla valle, tra viuzze di terra battuta e selciato collegate da scalette e viottoli inclinati. Le strade, infatti, delimitavano i terrazzamenti sui quali sorgevano le costruzioni, pertanto sono disposti orizzontalmente, su livelli sfalsati, lungo il pendìo.

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Le case di Gairo Vecchio dovevano essere anche belle

Si cammina in un’atmosfera fuori dal tempo, mentre si osservano costruzioni realizzate in granito e scisto, tenuti insieme dal fango o dalla malta di calce e sabbia. La calce era prodotta in un forno attivo fino a pochi decenni fa, situato dove poi è sorta la frazione Taquisara. Alcune palazzine avevano tre o quattro piani. Oggi, in alcune facciate resistono ancora i balconcini in ferro battuto. Addentrandosi nel borgo a piedi e sbirciando dalla strada dentro le case, si possono ancora notare com’erano fatte dentro con i loro caminetti, le scale, le finestre e le pareti intonacate d’azzurro. Alcune dovevano essere davvero belle… Attenzione però, perché, per ragioni di sicurezza, è vietato entrare o avvicinarsi troppo alle vecchie case.

La sensazione di abbandono aumenta nell’osservare la vegetazione farsi strada tra le rovine, riappropriandosi di spazi che un tempo le appartenevano. Di tanto in tanto sbucano orti, alcuni apparentemente ancora curati.

Come arrivare a Gairo Vecchio

Per raggiungere il borgo di Gairo Vecchio, nella provincia dell’Ogliastra, bisogna percorrere la Strada Statale 198 di Seui e Lanusei (SS 198), l’arteria stradale sarda lunga circa 80-100 km che collega Serri, nel Sarcidano, a Lanusei, nell’Ogliastra. È una bella strada, molto amata dai motociclisti e dagli appassionati dei viaggi on the road per i suoi panorami selvaggi e le sue innumerevoli curve tra i monti della Barbagia.

Arrivando da Osini e fermandosi più o meno all’altezza di Osini Vecchio, dalla parte opposta della vallata, è possibile vedere i due Gairo: quello vecchio sotto e quello nuovo sopra. Qualche chilometro e qualche tornante più avanti, svoltando sulla destra, si accede al vecchio borgo: qui si può parcheggiare l’auto per la visita pe poi riprendere la strada statale diretti verso quella conosciuta in tutto il mondo come Blue Zone. Ma questo è un altro viaggio che vi raccontiamo qui.

Un antico ponte di pietra incornicia due spettacolari cascate in Tessaglia: è Palaiokarya

16 août 2026 à 12:00

Un arco di pietra chiara attraversa una stretta gola, mentre alle spalle l’acqua precipita con forza lungo la parete rocciosa e forma una lunga cortina bianca. Più in basso, un secondo salto assai più piccolo completa la scena. Attorno crescono alberi e arbusti della vegetazione ripariale, le rocce salgono ripide ai lati e il rumore del Palaiokaritis riempie l’aria.

La Cascata di Palaiokarya, nella regione greca della Tessaglia, possiede una particolarità che a prima vista sfugge: i due salti d’acqua hanno infatti origine da due piccoli sbarramenti realizzati negli anni ’70. La principale raggiunge circa 12 metri, quella inferiore appena 2. Il risultato, però, sembra appartenere da sempre alla zona. Il ponte medievale davanti al getto rende il paesaggio ancora più scenografico e ha trasformato questo angolo della Grecia centrale in uno dei luoghi più fotografati del territorio di Trikala.

I quattro custodi di pietra della Montagna Nera: viaggio tra le rovine dei Castelli di Lastours, in Francia

15 août 2026 à 14:00

Quattro masse di pietra affiorano dalla lunga cresta rocciosa della Montagna Nera, separate da gole profonde e ravvicinate abbastanza da sembrare parte di un’unica grande fortezza. In realtà sono quattro manieri distinti, Cabaret, Tour Régine, Surdespine e Quertinheux, ciascuno con una propria fisionomia e una funzione precisa all’interno del sistema difensivo. Parliamo dei Castelli di Lastours, che quest’anno hanno ricevuto il riconoscimento UNESCO entrando a far parte del sito seriale delle Forteresses royales capétiennes du Languedoc, insieme alla Cité de Carcassonne e ad altre 6 fortezze del territorio.

La visita parte dal belvedere, raggiungibile dal paese, e offre la prospettiva migliore per leggere il complesso nella sua interezza: questa quattro fortezze compaiono sulla cresta in successione, ciascuna con una silhouette diversa. Poi il percorso sale verso le rovine attraverso il paesaggio della Montagna Nera. Il sito comprende anche un’esposizione archeologica dedicata a 4.000 anni di storia, oltre a un itinerario dedicato a geologia, botanica e zoologia.

Da lontano sembrano quasi sentinelle della stessa famiglia. Avvicinandosi, invece, emergono differenze sorprendenti: Lastours resta impresso soprattutto per la sua concentrazione. In uno spazio relativamente ristretto convivono testimonianze archeologiche antichissime, un villaggio medievale, quattro fortificazioni, grotte, boschi e gole.  Il soprannome “Citadelles du Vertige” (Cittadelle delle Vertigini) rende bene la sensazione che accompagna la visita.

Cabaret, la fortezza che dà il nome all’intero complesso

Il Castello di Cabaret è il più rappresentativo dei quattro e quello che ha dato il nome alla baronia medievale e al complesso attuale. Occupa una posizione dominante e conserva una struttura che rende leggibile la sua funzione militare. La pietra calcarea chiara conferisce alle murature una tonalità quasi luminosa sotto il sole dell’Aude, soprattutto nelle ore centrali, quando il contrasto fra le pareti e la vegetazione circostante diventa netto.

Castello di Cabaret, Francia
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Le rovine del Castello di Cabaret

Il mastio rappresentava il fulcro della fortificazione. La torre principale mantiene ancora aperture e dettagli architettonici in grado di restituire qualcosa dell’antica organizzazione degli spazi. Sul lato occidentale si apre una bella finestra, elemento quasi inatteso in un ambiente costruito soprattutto per la difesa. Da quella quota lo sguardo raggiunge la valle e segue la linea accidentata della Montagna Nera.

Cabaret possiede anche un valore simbolico particolare: prima della trasformazione voluta dalla monarchia francese, la baronia rappresentava una realtà signorile potente e autonoma. Il suo legame con il catarismo contribuì a trasformare il luogo in uno degli scenari della lunga guerra religiosa e politica che sconvolse il Linguadoca nel XIII secolo.

Alle sue pendici si trovava il Castrum de Cabaret, il villaggio medievale legato alla fortezza. Oggi rimangono tracce archeologiche di abitazioni e strutture che restituiscono l’immagine di una comunità molto più articolata rispetto alle sole mura ancora visibili sulla sommità.

Tour Régine, la torre della Corona francese

Tour Régine, dal canto suo, ha un aspetto diverso dagli altri castelli e racconta più di qualsiasi altro la volontà della monarchia di affermare il proprio dominio sul territorio. Il nome stesso, associato alla figura della regina, richiama il potere reale. La torre fu infatti aggiunta nel processo di riorganizzazione del sistema difensivo successivo alla crociata albigese. Il suo profilo circolare appare particolarmente elegante rispetto alle forme più irregolari delle altre fortificazioni.

Una scala interna conduce verso l’ingresso, collocato in posizione elevata. La scelta aveva una logica precisa: un accesso rialzato rendeva più complessa un’azione diretta contro la porta e obbligava eventuali aggressori a esporsi sulla parete rocciosa. La Tour Régine è anche un esempio efficace della nuova architettura militare promossa dai Capetingi nel sud della Francia.

La fortificazione doveva difendere, certo, ma anche mostrare il nuovo ordine politico. La pietra costruiva quindi una dichiarazione di potere rivolta tanto a eventuali nemici quanto alle popolazioni locali. Guardando verso gli altri tre castelli, si percepisce meglio la logica dell’intero sistema. Le fortificazioni occupano punti diversi della cresta e delle pendici, creando una rete visiva e difensiva adattata alla conformazione naturale.

Surdespine, la fortezza più alta della cresta

Poi c’è Surdespine che si erge in una posizione elevata e presenta una struttura raccolta, con elementi architettonici ancora facilmente riconoscibili. Prima della riorganizzazione di Cabaret, questo forte aveva un ruolo di primo piano all’interno del complesso. Il recinto racchiudeva un edificio principale collegato a una torre, mentre una cisterna garantiva una riserva d’acqua preziosa per una guarnigione insediata in quota.

Il dettaglio più curioso arriva dalle aperture dell’edificio residenziale: quattro finestre semicircolari, caratterizzate da conci in pietra calcarea, si affacciano verso est, sopra il burrone. In una struttura nata per la guerra, queste finestre raccontano la presenza di ambienti destinati anche alla vita quotidiana.

La cisterna merita attenzione per un altro motivo. L’acqua, infatti, rappresentava uno dei problemi principali per qualsiasi fortezza posta su una cresta rocciosa. Una posizione strategica poteva diventare inutile senza riserve sufficienti durante un assedio. A Lastours la gestione delle risorse era quindi parte integrante della difesa, accanto a mura, torri e porte.

Surdespine restituisce forse la sensazione più chiara di una fortezza costruita in dialogo con la montagna. Le superfici murarie seguono il terreno e la roccia affiora accanto alle strutture medievali, rendendo difficile stabilire con un solo sguardo il confine fra opera umana e rilievo naturale.

Quertinheux, il posto avanzato sopra il villaggio

Infine Quertinheux che occupa una quota inferiore rispetto agli altri tre castelli e svolgeva il ruolo di avamposto rivolto verso il paese e la valle. La sua posizione permette di comprendere una delle idee più interessanti dell’intero complesso: le fortificazioni di Lastours erano unite da rapporti visivi e funzionali. Quertinheux controllava il settore inferiore e sorvegliava l’accesso al territorio, mentre le altre dominavano le porzioni più alte della cresta.

La fortificazione riunisce una torre, un edificio principale, una cinta e strutture per la raccolta dell’acqua. La sua architettura presenta caratteristiche che richiamano Cabaret e Tour Régine, quasi fosse una sintesi delle soluzioni adottate negli altri settori. Accanto a Quertinheux si trova inoltre una delle cavità più note del sito, il Trou de la Cité, una grotta legata alla particolare natura carsica della montagna. Il sottosuolo aggiunge così un altro livello alla visita, perché la storia di Lastours riguarda anche la geologia del luogo.

Il balcone scavato nella roccia a picco sul Sulcis: Galleria Henry, viaggio tra buio, rotaie e mare

15 août 2026 à 13:00

Tutti conoscono la Sardegna, ma soprattutto attraverso spiagge, calette e acque trasparenti. Buggerru, però, sembra appartenere a un’altra isola, aspra e metallica, segnata dalla storia del piombo e dello zinco, dalle cave, dalle laverie e dai villaggi nati attorno al lavoro sotterraneo. La Galleria Henry è il punto più teatrale di questo paesaggio: si entra nella montagna a circa 50 metri sul livello del mare e per un tratto il Mediterraneo sparisce dalla vista. Poi la roccia si apre, arriva la luce, compare il blu e sotto la falesia si vede il profilo del borgo.

Il percorso per visitarla attraversa per circa 1 km l’altopiano di Planu Sartu, seguendo il fianco della costa a sud dell’abitato. Il nome appartiene alla miniera e alla grande opera di trasporto realizzata per portare il minerale dai cantieri alle laverie di Buggerru. La sua particolarità sta nell’incontro fra archeologia industriale e paesaggio: binari, nicchie, pareti scavate e passaggi nella roccia raccontano una macchina produttiva ottocentesca, mentre le aperture sulla falesia restituiscono una Sardegna selvaggia, calcarea e marina.

La Galleria Henry è riconosciuta come la struttura principale (e più importante opera) della miniera di Planu Sartu e fa parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, riconosciuto dall’UNESCO nella rete mondiale dei geoparchi.

Breve storia della Galleria Henry

La storia mineraria di Buggerru prende forma nel 1865, quando la Société Anonyme des Mines de Malfidano acquisisce le concessioni e avvia una fase di sfruttamento sempre più intensa. Il piccolo centro costiero cambiò volto: arrivarono operai, tecnici, dirigenti e famiglie; sorsero strutture produttive, servizi e collegamenti. Per un periodo Buggerru diventò un centro cosmopolita, tanto da guadagnarsi il soprannome francese di “Petit Paris”, legato alla presenza della dirigenza transalpina e alla vita sociale costruita attorno alla compagnia.

Miniera di Henry, Sardegna
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Le rovine della Miniera di Henry

La Galleria Henry nacque dentro questa trasformazione e la struttura assunse dimensioni eccezionali per consentire il passaggio della locomotiva a vapore. Nel 1892 la nuova tecnologia sostituì gran parte del trasporto affidato ai muli e ai sistemi manuali. I vagoni portarono il minerale grezzo verso gli impianti di trattamento e poi verso il porticciolo, creando una vera via del minerale tra monte e mare. La ferrovia interna utilizzava uno scartamento ridotto e la galleria seguiva il profilo della falesia.

Il nome Henry viene dalla figura di un dirigente francese della società concessionaria, legato alla realizzazione dell’opera. La galleria conserva così nel nome una traccia della dimensione internazionale assunta dalla miniera, con capitali e competenze francesi inseriti in un territorio sardo trasformato dall’industria.

La storia più dolorosa arrivò nel 1904: il 4 settembre una protesta dei minatori contro le condizioni di lavoro sfociò in una sparatoria. L’esercito aprì il fuoco e 3 operai morirono, mentre altri 11 restarono feriti. L’eccidio di Buggerru provocò una forte reazione nel movimento operaio italiano e contribuì alla proclamazione del primo sciopero generale nazionale.

La Galleria Henry acquisì così un valore ulteriore: accanto all’ingegneria mineraria conserva la memoria di una comunità operaia che rivendicava salari e condizioni di vita più dignitose.

Visita, percorso e cosa vedere

La visita si svolge su prenotazione e permette di attraversare l’antico luogo di lavoro dei minatori. Il percorso turistico utilizza il tratto ferroviario storico e conduce attraverso il sistema di gallerie e passaggi ricavati nella roccia. Alcune descrizioni della visita riportano l’uso di un trenino elettrico sul vecchio tracciato ferroviario, seguito dal tracciato pedonale nella galleria un tempo destinata ai muli. Le modalità possono cambiare in base alla gestione e alla stagione, perciò conviene verificare le indicazioni ufficiali prima della partenza.

All’ingresso la sensazione è unica: la luce mediterranea resta alle spalle e la temperatura cambia. Le pareti conservano la ruvidità della roccia lavorata, mentre il tracciato rende comprensibile la scala dell’impresa ottocentesca. La sezione della galleria era abbastanza ampia per accogliere una locomotiva a vapore di diverse tonnellate e un convoglio di vagoni.

Il vero colpo di scena arriva nei passaggi laterali, poiché il buio viene interrotto da aperture ricavate nella falesia, quasi grandi finestre minerarie affacciate sul Mediterraneo. Roccia chiara, cielo e acqua entrano nello stesso quadro. Il contrasto funziona proprio perché arriva dopo un tratto in penombra. La costa appare dall’alto, Buggerru si raccoglie sotto la parete e il mare acquista una profondità diversa da quella percepita sulla spiaggia.

Vale la pena prestare attenzione anche alla logica industriale dell’opera. La Henry era una galleria di carreggio, quindi una struttura pensata soprattutto per il trasporto. I cantieri estrattivi, le laverie e il porticciolo formavano un unico sistema. Il minerale passava dalla montagna agli impianti di trattamento e poi ai battelli. Una visita attenta restituisce questa sequenza e permette di leggere il paesaggio attuale attraverso la sua funzione originaria.

Fuori dalla galleria, Buggerru merita una seconda occhiata: la spiaggia cittadina e il piccolo centro stanno stretti fra rilievi e mare, mentre Cala Domestica offre uno degli scenari costieri più belli dell’Iglesiente. Il legame fra industria e natura resta forte anche nei dintorni, con altre testimonianze minerarie disseminate lungo la costa.

Dove si trova e come arrivare

Buggerru si trova sulla costa sud-occidentale della Sardegna, nell’area storica dell’Iglesiente, fra Iglesias e Fluminimaggiore. La Galleria Henry sorge in via Pranu Sartu, sopra il paese, alla quota di circa 50 metri sul livello del mare. L’accesso alla biglietteria avviene dal centro abitato. Dal parcheggio della piazza principale si salgono le scale situate tra la Pizzeria La Baia da Tore e il Bar Fratelli Orrù. Dopo circa 100 metri si raggiunge la biglietteria e da lì parte la visita.

La prenotazione è indispensabile. Il Comune indica il numero 3341142910 per le informazioni e le prenotazioni, mentre il sito turistico locale offre anche una procedura online. Per raggiungere Buggerru in auto da Iglesias si percorre la viabilità verso Funtanamare e poi la strada diretta al borgo, attraverso il paesaggio minerario dell’Iglesiente. Una volta arrivati in paese, l’ultimo tratto verso la galleria si affronta a piedi.

Arrivare alla Henry significa quindi attraversare due Sardegne nello stesso momento: una appartiene alla roccia scavata, ai vagoni, alle laverie e alla fatica dei minatori; l’altra è fatta di vento, calcare, luce mediterranea e mare aperto. E la sorpresa più bella sta proprio nella distanza minima fra questi mondi.

C’è una gola segreta che si apre sul mare più blu di Malta: Wied il-Għasri

14 août 2026 à 18:00

Tra le spiagge più fotografate di Malta e Gozo, Wied il-Għasri sembra quasi giocare una partita diversa. Niente grande distesa di sabbia dorata, nessun lungomare e nemmeno una fila di stabilimenti a contendersi la vista. Il suo fascino, infatti, nasce dalla dimensione raccolta e dalla sensazione di aver trovato una fenditura nella costa attraverso cui il Mediterraneo riesce a penetrare nell’entroterra.

Il paesaggio settentrionale di Gozo è agricolo, asciutto e scandito dai tradizionali muri a secco che delimitano i campi. Poi la superficie del terreno si interrompe e il panorama cambia bruscamente, con una valle profonda incisa nel calcare che scende verso il mare, stringendosi progressivamente fino a diventare un corridoio roccioso.

In fondo c’è una minuscola spiaggia di ciottoli, dove il mare assume tonalità turchesi quasi irreali, mentre le pareti calcaree fanno da quinta naturale. Dall’alto la gola sembra strettissima, quasi una crepa nella roccia. Giù in fondo, invece, il piccolo arenile apre la visuale verso il mare e la valle assume una profondità sorprendente.

Origine e formazione di Wied il-Għasri

La storia di Wied il-Għasri è soprattutto geologica. La valle si è formata attraverso l’azione combinata dell’acqua piovana e dell’erosione su un territorio composto da rocce calcaree. Le sue pareti attraversano formazioni appartenenti soprattutto al Lower Coralline Limestone e al Globigerina Limestone, due rocce caratteristiche della geologia maltese.

L’acqua ha scavato progressivamente il terreno, seguendo un percorso sinuoso dall’area di Ta’ Dbieġi Hill verso la costa. Oggi quel che possiamo ammirare è una gola profonda e stretta, incassata tra pareti che in alcuni tratti diventano particolarmente alte. Il paesaggio racconta quindi una lunga trasformazione naturale, con la valle modellata prima dall’acqua e poi dal mare.

Attorno ai muri a secco crescono fichi d’India e capperi, mentre la primavera porta papaveri rossi sui terreni circostanti. In quella stagione la pietra chiara, il verde delle coltivazioni e il rosso dei fiori producono un contrasto quasi teatrale. Anche la presenza umana ha lasciato delle tracce: lungo le pareti si trovano piccole camere modellate nella roccia, mentre presso la costa una cavità presenta un particolare pozzo verticale.

In passato una struttura di corde e secchi permetteva di sollevare l’acqua marina dalla grotta fino alle vicine saline, utilizzandola per alimentare le vasche destinate alla produzione del sale. Il rapporto con le saline rende ancora più interessante il paesaggio settentrionale di Gozo. Poco distante si trovano infatti le saline di Xwejni, formate da vasche geometriche ricavate nella roccia lungo la costa.

Sotto la superficie del mare, la storia geologica continua. La stretta insenatura conduce verso un ambiente ricco di cavità e formazioni sommerse, molto apprezzato dagli appassionati di immersioni. Tra le attrazioni subacquee più note della zona figura Cathedral Cave, una grande cavità con una volta che raggiunge circa 15 metri sopra il livello dell’acqua.

La visita tra scalini, ciottoli e acqua turchese

La visita parte dall’alto della gola. Il tratto più scenografico coincide proprio con la discesa verso la spiaggia. Una scalinata ricavata nella parete calcarea conduce progressivamente verso il fondovalle, con circa 100 gradini nel tratto principale. A metà discesa vale la pena fermarsi e guardare indietro, perché la prospettiva cambia a grande velocità: l’altopiano agricolo scompare, le pareti si avvicinano e il mare prende sempre più spazio.

La scalinata richiede attenzione, soprattutto negli ultimi metri. Alcuni tratti possono risultare deteriorati e le condizioni delle strutture variano nel tempo. Scarpe con una buona aderenza sono una scelta molto più sensata rispetto alle infradito, soprattutto per chi intende raggiungere la spiaggia.

Arrivati in fondo, è disponibile una spiaggia piccola e composta da ciottoli levigati dall’azione del mare. Le pietre rotolano con le onde e producono quel particolare suono secco e continuo che accompagna la permanenza sulla battigia. Il bagno può essere piacevole con mare calmo e acqua limpida.

La conformazione della gola, però, richiede prudenza: le correnti possono diventare forti e le onde entrare nella stretta insenatura con una forza sorprendente. Acqua torbida, vento intenso o frangenti evidenti sono segnali sufficienti per rinunciare alla balneazione. Le calzature da scoglio possono quindi risultare utili per muoversi sui ciottoli. Anche il sole va preso sul serio, in quanto la gola offre pochissima ombra e l’assenza di servizi rende indispensabili acqua, protezione solare e tutto ciò che serve per una permanenza autonoma.

Lo snorkeling rappresenta una delle attività più interessanti. La trasparenza del mare permette di osservare fondali rocciosi, piccoli banchi di pesci, saraghi, labridi, ricci di mare e, con un po’ di fortuna, polpi. La zona è frequentata anche dai subacquei per il sistema di grotte e cavità che prosegue sotto la superficie.

Per una visita dedicata soprattutto al paesaggio, le prime ore della giornata regalano spesso la luce più morbida e una sensazione di maggiore tranquillità. La primavera aggiunge i papaveri al panorama agricolo, mentre l’autunno regala temperature gradevoli e acqua ancora relativamente calda. In inverno la valle cambia volto: le mareggiate possono trasformare l’insenatura in uno spettacolo decisamente più energico, da osservare dalla distanza appropriata. Wied il-Għasri merita anche una visita senza costume, perché la sua particolarità supera infatti la funzione balneare.

Dove si trova e come arrivare

Wied il-Għasri si trova sulla costa settentrionale di Gozo, tra il villaggio di Għasri e quello di Żebbuġ, a circa 2 chilometri a ovest delle saline di Xwejni. La capitale Victoria, chiamata anche Rabat, resta relativamente vicina e rappresenta il principale punto di riferimento per gli spostamenti sull’isola.

In auto si raggiunge la zona attraverso Triq Is-Sagħtrija. La strada secondaria che porta verso la gola diventa più accidentata e presenta un fondo sterrato. Una piccola area consente di lasciare l’auto vicino all’accesso, ma i posti sono molto limitati.  Una soluzione più tranquilla consiste nel lasciare l’auto nei pressi dell’incrocio con la strada principale e proseguire a piedi per pochi minuti. Il tratto finale conduce verso l’imbocco della gola e la scalinata.

Wied il-Għasri, Gozo
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Wied il-Għasri vista dall’alto

Chi viaggia con i mezzi pubblici può raggiungere Żebbuġ con l’autobus della linea 309, partendo da Victoria. La fermata più vicina è Onici. Da lì restano circa 1,3 chilometri, con un percorso di quasi 20 minuti fino a Wied il-Għasri. Taxi e servizi di trasporto privato possono arrivare nei pressi dell’incrocio di Triq Is-Sagħtrija, lasciando poi un breve tratto da percorrere a piedi.

C’è un tesoro nascosto nel Castello di Breno in Valle Camonica: la leggenda che fa sognare

14 août 2026 à 15:00

Nel cuore della Valle Camonica, arroccato su una collina che domina il fondovalle, il Castello di Breno custodisce secoli di storia, ma anche racconti, misteri e leggende. Quello che oggi appare come un suggestivo maniero altomedievale è in realtà un complesso molto più articolato, nato dalla sovrapposizione di edifici, torri e fortificazioni costruiti in epoche diverse.

La storia del castello

Le origini del sito sono molto più antiche del castello stesso: gli scavi archeologici hanno restituito tracce di frequentazione umana risalenti alla preistoria, con testimonianze che arrivano fino al VIII sec a.C.

L’attuale complesso fortificato si sviluppò soprattutto tra il XII e il XIII secolo, nel periodo di Federico I Barbarossa, quando sul colle sorsero palazzi e torri. In seguito, durante il dominio della Repubblica di Venezia, il Castello di Breno venne trasformato e potenziato come roccaforte militare. Tra le sue mura passarono personaggi e condottieri legati alle guerre tra guelfi e ghibellini, tra cui il Conte di Carmagnola e Bartolomeo Colleoni.

Nel 1592 la Serenissima – la Repubblica di Venezia – vendette il complesso al Comune di Breno e, con il passare del tempo, la fortificazione perse la propria funzione strategica giungendo a un progressivo abbandono e a un parziale riutilizzo come cava di pietre.

Cosa vedere e fare

La visita permette di leggere la storia direttamente nelle pietre. Si incontrano le mura merlate, l’antica casa-torre signorile e la torre grande, alta circa 20 metri e accessibile ai visitatori in occasione delle aperture previste. Particolarmente interessanti sono i resti della Chiesa di San Michele, di origine longobarda, considerata il più antico monumento portato alla luce a Breno.

Ma sono soprattutto le curiosità a rendere speciale il castello. Una leggenda della Valle Camonica racconta che il cavaliere Leutelmonte, dopo aver combattuto e vinto un duello per conto del signore di Breno, ricevette in premio una chioccia d’oro massiccio con dodici pulcini. Secondo alcune versioni, il tesoro per non essere rubato sarebbe stato nascosto nelle segrete di una torre medievale di Cividate Camuno; secondo altre, invece, sarebbe ancora sepolto in un tunnel segreto scavato nella roccia proprio nel Castello di Breno.

Si racconta inoltre dell’esistenza di antichi passaggi segreti: uno avrebbe collegato la rocca al fiume Oglio, un altro al convento dei Cappuccini. Non mancano poi le storie di assedi e personaggi leggendari, come la regina longobarda Rosmunda, protagonista di uno dei racconti tramandati intorno alla fortezza.

Il Castello di Breno dispone di un bar-ristorante all’interno delle mura ed è oggi anche sede di eventi musicali e manifestazioni di vario genere.

Visitare il Castello di Breno
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Vista sul castello

Dove si trova e come raggiungerlo

Il Castello di Breno si trova in Vicolo Orti, a Breno, in provincia di Brescia, nel cuore della Valle Camonica in Lombardia. Dal centro del paese si raggiunge con una breve passeggiata in salita.

In automobile si arriva percorrendo la SS42 in direzione Edolo, con uscita a Breno. Per chi viaggia in treno, la località è servita dalla linea Brescia-Iseo-Edolo di Trenord, con fermata a Breno.

Il parco del castello è ad accesso libero tutti i giorni dalle 9 alle 24 mentre la fortezza è aperta tutti i giorni d’estate e solo sabato/domenica nei mesi di aprile, maggio, settembre, ottobre.

Per informazioni su orari, visite guidate e aperture straordinarie,  è consigliabile consultare il sito ufficiale della Pro Loco di Breno.

Castello di Quéribus, la fortezza sospesa tra cielo e Pirenei in Francia

13 août 2026 à 15:00

Nel cuore delle Corbières, nel sud della Francia, il castello di Quéribus, noto anche come il “nido dell’aquila”, appare come una sentinella di pietra arroccata a 728 metri di altitudine. La sua posizione spettacolare, su uno sperone roccioso a picco sulla valle, regala uno dei panorami più suggestivi dell’Occitania, con lo sguardo che può spaziare dai Pirenei fino alla pianura del Roussillon e, nelle giornate limpide, al Mediterraneo.

La storia del castello

Le origini di Quéribus sono molto antiche e il sito ha conosciuto diverse fasi di occupazione. La fortezza che si vede oggi è principalmente legata alle trasformazioni del XIII secolo, quando il castello ebbe un ruolo importante nelle vicende della crociata contro i catari. Dopo il trattato di Meaux-Parigi del 1229 e il fallimento della rivolta del 1240, Quéribus divenne infatti uno dei rifugi per catari e faidits, nobili occitani privati delle proprie terre perché schierati con la causa catara e l’indipendenza della Linguadoca contro la corona della Francia.

Tra i personaggi legati alla fortezza spicca Chabert de Barbaira, che ne mantenne il controllo nella prima metà del Duecento. Quéribus fu uno degli ultimi baluardi della resistenza catara: nel maggio 1255 Chabert arrendendosi, cedette il castello a Luigi IX, il futuro San Luigi, dopo un assedio durato meno di un mese. La conquista segnò l’ingresso della fortezza nel sistema difensivo della corona francese. Nel 1255 vi venne installata una guarnigione di venti uomini d’armi, mentre la posizione strategica consentiva di controllare il passo di Maury e il confine con i territori aragonesi.

Nel corso dei secoli Quéribus perse progressivamente la propria importanza militare, soprattutto dopo il Trattato dei Pirenei del 1659. Il castello è classificato come Monumento Storico dal 1907 e fa parte delle Fortezze reali della Linguadoca, Patrimonio UNESCO.

Come andare al castello di Quéribus
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Sentiero per raggiungere il castello

Cosa vedere e fare

La visita al castello di Quéribus permette di immergersi nell’architettura di una vera fortezza medievale costruita seguendo la conformazione della roccia. La struttura, con il suo imponente torrione, si sviluppa su diversi livelli e comprende tre cinte difensive, elementi di fortificazione, camminamenti a gradini e cisterne.

Il punto più spettacolare è il donjon (torre poligonale), dove si trova una grande sala gotica (la sala del pilastro) a due livelli caratterizzata da una monumentale finestra a bifora. Una scala a chiocciola conduce alla terrazza superiore: da qui si apre il celebre panorama sulle Corbières, sui Pirenei e verso la costa mediterranea. È proprio l’incontro tra architettura e paesaggio a rendere Quéribus una delle cosiddette “cittadelle delle vertigini”.

Per accedere al castello è necessario un biglietto d’ingresso acquistabile in loco. È possibile noleggiare un’audioguida o scaricare le informazioni da una app dedicata (“Pays Cathare, Le Guide”). Disponibili anche visite guidate su prenotazione. Consultare il sito ufficiale per orari, giorni di apertura e prezzi.

Dove si trova e come andare

Il castello di Quéribus si trova a 3 km dal villaggio di Cucugnan, nel dipartimento dell’Aude, in Occitania. Per raggiungerlo in auto seguire la strada dipartimentale D19 in direzione della fortezza. Una volta arrivati al parcheggio dedicato, è necessario proseguire a piedi per 10 minuti per raggiungere il monumento. Il percorso è piuttosto ripido e si consiglia pertanto di indossare scarpe comode.

La fortezza da fiaba sulle colline piena di segreti imperiali: Castello di Kreuzenstein, vicino Vienna

12 août 2026 à 15:00

Prima ancora di varcare l’ingresso, il Castello di Kreuzenstein colpisce per la sua posizione: domina una collina calcarea nei pressi di Leobendorf, nella Bassa Austria, circa 20-25 chilometri a nord di Vienna, con lo sguardo rivolto verso il Danubio e la pianura circostante. Da lontano appare esattamente secondo l’immaginario più classico del castello medievale, fatto di torri, alte mura, fossato, ponte e un profilo quasi teatrale contro il cielo.

Poi arriva la sorpresa, quella in grado di cambiare completamente il senso della visita: l’aspetto medievale è autentico solo in parte. La fortezza attuale nacque tra il 1874 e il 1906 per volontà del conte Johann Nepomuk Wilczek, aristocratico, collezionista d’arte, esploratore e grande appassionato del Medioevo. Il suo progetto partì dalle rovine della precedente roccaforte e trasformò Kreuzenstein in una sorta di castello ideale, edificato con una quantità impressionante di materiali medievali autentici raccolti in varie regioni europee.

Il risultato è particolare proprio perché sfugge alle definizioni più semplici. Kreuzenstein è insieme monumento storico, ricostruzione ottocentesca, museo privato e dichiarazione d’amore verso il Medioevo. Le pietre antiche sono vere, così pure porte, elementi scolpiti, mobili e manufatti. L’insieme, invece, appartiene alla sensibilità storicista del XIX secolo.

Breve storia e leggende del Castello di Kreuzenstein

Le prime tracce documentarie della fortezza risalgono al 1115, quando il luogo viene citato con il nome di Grizanstein. Le origini risalgono quindi al XII secolo, mentre nel XIII secolo il castello passò nell’orbita degli Asburgo. La sua posizione aveva un valore strategico evidente: dall’altura era possibile controllare ampie porzioni del territorio circostante e le vie di comunicazione verso Vienna.

Una pagina particolarmente drammatica della sua storia riguarda Balthasar Hubmaier, predicatore anabattista arrestato nel 1527. Fu trasferito a Kreuzenstein e interrogato per le sue convinzioni religiose. Il rifiuto di abiurare portò alla sua condanna a morte, al punto che venne poi giustiziato sul rogo a Vienna nel 1528.

Per secoli la roccaforte mantenne una reputazione di grande solidità. La svolta arrivò durante la Guerra dei Trent’anni, il vasto conflitto europeo combattuto tra il 1618 e il 1648. Nel 1645 le truppe svedesi guidate dal feldmaresciallo Lennart Torstensson conquistarono Kreuzenstein senza combattimento. Durante la ritirata, Torstensson ordinò la distruzione della fortezza. Esplosioni in più punti ridussero il complesso a una rovina.

La rinascita iniziò molto più tardi. La famiglia Wilczek entrò in possesso della rovina nel XVIII secolo e Johann Nepomuk Wilczek avviò il grande progetto nel 1874. L’intenzione iniziale era creare una cripta familiare, ma il progetto assunse rapidamente dimensioni assai più ambiziose. Architetti e artigiani lavorarono per circa 30 anni, sotto la direzione iniziale di Carl Gangolf Kayser e, dopo la sua morte nel 1895, di Humbert Walcher von Molthein.

Wilczek raccolse frammenti architettonici medievali provenienti da diverse zone d’Europa e li fece confluire nel nuovo complesso. Per questo Kreuzenstein viene spesso considerato una “fortezza ideale”, termine che rende bene l’idea di un edificio concepito per restituire l’immagine romantica del castello cavalleresco, attraverso autentici materiali antichi assemblati in una nuova architettura. La riapertura ufficiale avvenne nel 1906, dopo tre decenni di lavori.

Cosa vedere e come funziona la visita del Castello di Kreuzenstein

Una rampa fortificata conduce verso il cortile interno, incorniciato dalle mura e dalle torri. Il fossato asciutto, le pietre massicce e il profilo irregolare delle strutture fanno pensare a una roccaforte uscita direttamente dal Medioevo. Il cortile è forse il punto più suggestivo per osservare la natura composita di Kreuzenstein.

Entrando nel Castello di Kreuzenstein in Austria
iStock@dmf87
La visita al Castello di Kreuzenstein

Accanto agli elementi romanici e gotici compaiono particolari provenienti da altri contesti europei, tra legno scolpito, pietra lavorata e strutture recuperate. L’effetto finale è sorprendentemente armonioso, anche grazie all’uso di materiali dai colori simili. La visita degli interni avviene esclusivamente con tour guidato e dura circa 45-60 minuti..

Tra gli ambienti più interessanti c’è la Rüstkammer, ovvero l’armeria. Spade, lance, alabarde, armature e altri oggetti legati alla guerra medievale sono testimoni di una società nella quale il prestigio del cavaliere passava anche attraverso le armi e l’equipaggiamento. La raccolta, infatti, è una delle ragioni principali per visitare Kreuzenstein.

Poi c’è la cappella che custodisce un altare gotico a portelle, mentre la sala dei cavalieri conserva arazzi e arredi in grado di restituire l’atmosfera di una grande residenza aristocratica. Particolarmente interessante è il cosiddetto Brixner Schrank, un mobile storico citato tra i pezzi più significativi degli ambienti interni.

Legno e pietra producono sensazioni molto diverse. Alcune stanze hanno un carattere caldo e raccolto, altre risultano più severe. La cucina del castello offre uno degli scorci più curiosi sulla vita quotidiana. Tra le particolarità della raccolta compare anche un dispositivo attribuito a Leonardo da Vinci, inserito nella ricostruzione dell’ambiente. Il complesso conserva inoltre oggetti insoliti legati alla mentalità e all’immaginario del Medioevo, tra cui un curioso reperto indicato nelle fonti museali quale “corno di unicorno”.

All’esterno si trova anche l’Adlerwarte Kreuzenstein, un centro dedicato ai rapaci con dimostrazioni di falconeria organizzate in determinati periodi. Aquile, falchi e gufi aggiungono un’altra dimensione all’esperienza, perfettamente coerente con l’immaginario della fortezza.

Dove si trova e come arrivare

Kreuzenstein si trova presso Leobendorf, nella Bassa Austria, a circa 20-25 chilometri a nord di Vienna. La collina raggiunge più o meno 260 metri sul livello del mare e domina il paesaggio del Danubio, offrendo una prospettiva ampia sulla pianura e sulle campagne circostanti. In automobile l’accesso è semplice, con parcheggio nelle vicinanze del castello.

Chi preferisce i mezzi pubblici può raggiungere la stazione di Leobendorf-Burg Kreuzenstein partendo da Vienna. Dalla stazione resta però un tratto a piedi in salita di circa 30 minuti. Una parte del percorso segue la strada, mentre un sentiero passa nel bosco e regala un’alternativa più piacevole.

Il castello si visita soltanto con guida e i tour partono a intervalli prestabiliti. Arrivare pochi minuti dopo l’inizio significa attendere il turno successivo.  Kreuzenstein merita soprattutto per il suo paradosso: sembra antico e in parte lo è, ma la sua identità attuale nasce dalla fantasia di un aristocratico dell’800, dalla sua passione per il Medioevo e dalla ricerca quasi ossessiva di frammenti autentici.

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