Ancor prima di mettere piede a Naxos, può capitare di vederla: la sagoma della Portara compare davanti alle navi dirette verso la Chora, la principale città dell’isola, piantata su un piccolo lembo di terra che si protende nell’Egeo. Sembra quasi un enorme ingresso pronto ad accogliere chi arriva dal mare, solo che dietro quella soglia non c’è più alcun tempio.
Resta una porta monumentale, solitaria e sorprendentemente integra, costruita con enormi blocchi di marmo locale. Attorno si apre il mare, mentre alle spalle si riconosce il profilo della città di Naxos, con le case bianche e le costruzioni del quartiere storico che salgono verso il castello veneziano.
La scena ha qualcosa di insolito: una costruzione pensata per far parte di un grande edificio religioso è diventata, attraverso i secoli, un monumento autonomo. Il tempio è scomparso, la porta è rimasta. Ed è proprio questa incompletezza ad aver trasformato la Portara nel simbolo più riconoscibile di questa splendida isola ellenica.
Unire, in qualche modo, la montagna al mare è possibile. Con l’estate che si avvia verso la sua coda finale, con le temperature più clementi e la canicola meno battente, uno dei grandi piaceri a cui dedicarsi è il trekking. Ma non con escursioni qualsiasi, bensì alla scoperta delle isole minori italiane, piccoli ammassi di terra, roccia, scoglio e boschi seminati nel grande blu del Mediterraneo.
L’Italia vanta oltre 800 isole nel suo pur contenuto territorio, di cui meno di cento sono abitate. All’interno di questo insieme si trovano veri e propri tesori di natura selvaggia, panorami spettacolari e mare cristallino che sono rimaste tutto sommato fuori dai circuiti del turismo di massa e sono riuscite a conservare un volto immutato e intatto, da esplorare con gentilezza e cura, un passo dopo l’altro.
Alicudi
Meno di cento abitanti vivono ad Alicudi, la più occidentale delle isole Eolie. Nell’antichità questa collina che si erge improvvisa al di sopra del livello del mare era nota come Ericussa, che in greco antico significa ricca di erica. Tale erba cresce infatti copiosa sui fianchi del Filo dell’Arpa, come si chiama la vetta che domina l’isola.
Getty ImagesDall’alto di Alicudi si vedono tutte le Eolie
Pressoché circolare, è il frutto di un vulcano ormai spento da decine di migliaia di anni. I pochi residenti abitano il lato sud dell’isola, dove si trovano stretti appezzamenti di terreno che digradano il più dolcemente possibile verso il mare, in un luogo che per il resto vede la ripidità come proprio tratto distintivo.
Da Alicudi Porto si dipana una serie di mulattiere che raggiungono le contrade abbarbicate nella parte montana, caratterizzate da gradini, fichi d’India, muretti a secco. Bellissime passeggiate che regalano bei colpi d’occhio sul mare e sui pendii dell’isola.
L’escursione regina è quella che porta alla cima del Filo dell’Arpa: 675 metri sul livello del mare da scalare in poco più di due chilometri di impervio sentiero. La vista dalla cima è impagabile: abbraccia l’intero arcipelago delle Eolie. Chi vuole godere di un punto panoramico che dà sulla impraticabile area nord-occidentale di Alicudi, può deviare dal sentiero che porta alla cima, aggirandola e raggiungendo la cosiddetta Timpa delle Femmine.
Capraia
Capraia è una delle isole meno conosciute dell’Arcipelago Toscano, e forse la più adatta per gli amanti delle escursioni. Vulcanica, brulla, quasi priva di alberi ad alto fusto, mostra il suo paesaggio senza filtri: crinali scoscesi, strapiombi sul mare, grandi spazi aperti interrotti dall’emergere, nei pressi della linea costiera, dalla sagoma di antiche torri di avvistamento, rimaste a guardia di un orizzonte che oggi non fa più paura a nessuno.
Tra le isole toscane è quella più lontana dalla terra ferma, e si trova più vicina alla Corsica di quanto non lo sia alla costa tirrenica della Toscana.
iStockIl profilo dell’isola di Capraia
Diversi sentieri escursionistici percorrono l’isola in lungo e in largo, partendo da Capraia Paese e raggiungendo i principali rilievi e alcune punte. La camminata panoramica per eccellenza è quella che porta al Monte Castello, il punto più alto dell’isola a 445 metri, da cui lo sguardo spazia dalla Corsica all’Elba. Lo si raggiunge con un sentiero dal porto di poco più lungo di 5 chilometri.
Chi ha gambe e tempo può spingersi fino alla Torre dello Zenobito, all’estremità meridionale, lungo un percorso ad anello di circa 15 chilometri. La Torre, costruita nel Cinquecento dai genovesi che amministravano l’isola, sovrasta la magnifica Cala Rossa, una falesia dal distinto colore rossastro, ferroso, frutto del crollo di un cono vulcanico risalente a 4 milioni di anni fa.
Marettimo
Isole Egadi, Sicilia. Marettimo è la più occidentale del trittico, quella che ha conservato meglio la propria identità di isola-montagna rispetto a Favignana e Levanzo, e anche quella meno frequentata dal turismo, forse perché più lontana dalla costa, forse perché pressoché priva di spiagge di sabbia. Una vera e propria roccia che si staglia in mezzo al blu, percorsa da un reticolo di sentieri assolati.
Punto di snodo cruciale della rete sentieristica dell’isola sono le Case Romane, resti di un antico insediamento corredati da una chiesetta ancora consacrata. Sopraelevate rispetto al paese dove attraccano i traghetti con destinazione Marettimo, dalle Case Romane si gode già di una splendida vista panoramica.
Lorenzo CalamaiIl Castello di Punta Troia
Tante le escursioni da non perdere, su e giù dal crinale che percorre da nord a sud l’isola. Raggiungere Pizzo Falcone, la vetta più alta di Marettimo a 686 metri, significa regalarsi un panorama a 360 gradi davvero impressionante, con la possibilità di ammirare il profilo delle altre Egadi all’orizzonte.
Il sentiero per il Castello di Punta Troia, la fortezza che i Borboni usarono come carcere per prigionieri politici, è il grande classico: un sentiero a mezza costa che offre vedute mozzafiato sul paese e sul fortilizio, seduto su un promontorio attaccato al resto dell’isola solo da un lembo di terra. La fortezza conserva però un dettaglio storico particolare: la grande cisterna scavata nella roccia, profonda circa 7 metri, fu trasformata in una prigione sotterranea senza luce, dove i detenuti venivano calati dall’alto.
Da non sottovalutare le escursioni che portano al lato occidentale dell’isola, dove lo sguardo si perde verso un orizzonte dove domina soltanto il mare, ma che a fine giornata regala tramonti incantati.
Linosa
È piccola, Linosa. Poco più di cinque chilometri quadrati in mezzo al Mediterraneo, a pari distanza dalla costa della Tunisia, a ovest, e da quella della Sicilia, a nord. La sua natura vulcanica è perfettamente apparente, con le sue rocce nere e i suoi rilievi conici. Piccole case colorate fanno da contrasto alla natura aspra, corredando il panorama.
Il sentiero più classico sale al Monte Vulcano, punto più alto dell’isola con appena 195 metri ma dal panorama spropositato rispetto alla quota: nelle giornate di libeccio si scorge persino Lampedusa, che si trova a più di quaranta chilometri.
Gli altri due rilievi vulcanici, Monte Rosso e Monte Nero, completano il quadro delle salite da affrontare. Entrambi devono il loro nome alla caratteristica ben evidente del rispettivo terreno: una terra rossa e ferrosa accompagna l’escursione in vetta ai 187 metri del Monte Rosso, mentre il Monte Nero è fatto della tipica roccia vulcanica e si affaccia direttamente sul mare, con il suo cratere parzialmente crollato al di sotto del livello dei flutti.
Montecristo
Montecristo è un caso a parte. E non tanto per il romanzo di Dumas, anzi, ma perché è l’isola più inaccessibile dell’Arcipelago Toscano. Infatti, è Riserva Naturale Statale Integrale dal 1971 e Riserva Naturale Biogenetica del Consiglio d’Europa. Per questo, l’isola non si raggiunge con un servizio di trasporto regolare e l’accesso è consentito esclusivamente tramite visite guidate autorizzate dal Reparto Carabinieri Biodiversità e dal Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.
Il numero di visitatori è, quindi, rigidamente contingentato (ci sono meno di duemila posti ogni anno), con prenotazioni da effettuare con largo anticipo. Una volta ottenuto un posto nella visita guidata, però, lo spettacolo è davvero formidabile.
Si approda a Cala Maestra, l’unico punto di sbarco consentito, una grande distesa di sabbia bianca bagnata da un mare cristallino, caraibico. Sull’isola sorgono una regale villa ottocentesca, un antico monastero e un piccolo museo naturalistico. L’isola è impervia e verde, con una flora condizionata dalla presenza di una popolazione di capre selvatiche, l’unica in Italia. Durante la visita, si percorre uno dei tre itinerari didattici, guidati dal personale forestale e con diversi gradi di difficoltà. Un quarto percorso, aperto eccezionalmente e riservato ad escursionisti esperti, porta fino alla vetta del Monte della Fortezza, il più alto rilievo di Montecristo, oltre i 600 metri di altitudine.
Palmaria
Palmaria è la più grande isola della Liguria, seppure abbia un’area totale di appena 1,89 chilometri quadrati. Si trova di fronte a Portovenere, separata dalla terraferma da poche centinaia di metri di mare. Fa parte, insieme a Portovenere, alle Cinque Terre e alle vicine isole del Tino e del Tinetto, del sito UNESCO del Golfo dei Poeti. Intraprenderne il periplo a piedi è una delle escursioni più amate della regione.
123RFVeduta dell’isola di Palmaria
Il sentiero ad anello, segnalato come 510, parte dall’approdo di Terrizzo e si sviluppa per circa sei chilometri, toccando il Forte Umberto I, il cosiddetto Pozzale all’estremo meridionale dell’isola e Punta Carlo Alberto. Il dislivello totale dell’escursione è intorno ai 450 metri, con la salita più tosta che arriva proprio per risalire a Punta Carlo Alberto, dalla quale però si ammira un bellissimo panorama su Portovenere e, in particolare, la Chiesa di San Pietro. Il tempo di percorrenza si aggira sulle tre ore.
Lungo il percorso, sulla punta sud di Palmaria, si incontrano anche i resti di una cava di marmo nero, un tempo tra i materiali più pregiati della zona.
Da una serie spagnola che racconta di un gruppo di amici che partono in van per un addio al nubilato “on the road” non ci si può che aspettare ambientazioni mozzafiato e che siano una vera coccola per gli occhi.
Le location di Tutta la verità delle mie bugie non deludono certo queste aspettative: la serie, tratta dal romanzo best seller di Elísabet Benavent, disponibile su Netflix dal 28 agosto2026, è stata girata infatti in una delle zone della Spagna più spettacolari a livello paesaggistico, che attrae ogni estate milioni di turisti interessati al mare, ma apprezzata anche per la vivace vita culturale e per la movida.
Di cosa parla
Coco (Itziar Manero) ha vent’otto anni, un lavoro che ama in una galleria d’arte e un appartamento in uno dei quartieri più esclusivi di Madrid che condivide con Marín (Daniel Ibáñez). I due sono amici di lunga data, Marín è stato fidanzato con una delle migliori amiche di Coco, Aroa, e per questo Coco nasconde da anni di provare per lui qualcosa di speciale dietro la bugia di essere ancora innamorata del proprio ex. È solo quando insieme al resto del gruppo di amici decidono di partire in caravan per l’addio al nubilato di una di loro, Blanca, che Coco è costretta a rivelare cosa prova davvero per Marín: la convivenza forzata impone a tutti di fare i conti infatti con rivalità, sentimenti, fragilità nascoste, oltre che con malumori e piccoli drammi sentimentali a cui gli appassionati del genere sono ben abituati.
Ufficio stampa NetflixUna scena di “Tutta la verità delle mie bugie”
Dov’è stata girata la serie
Il teen drama Netflix tratto dal romanzo di Elísabet Benavent è girato, come conferma anche una nota stampa dell’Instituto de las Industrias Culturales y las Artes, nella regione diMurcia: a sud-est della Spagna è una zona con oltre 250 chilometri di costa, bagnata da due mari (il Mar Mediterraneo e il cosiddetto “Mar Menor”) e con una temperatura mite che la rende tutto l’anno meta prediletta per gli amanti di tintarelle, nuotate, immersioni, sport acquatici.
Le location di Tutta la verità delle mie bugie riflettono appieno l’atmosfera vacanziera, quasi di eterna estate, che si respira qui.
Tra i luoghi dov’è girata la serie spiccano in particolare alcune spiagge della Costa Cálida, tra le spiagge più belle dell’intera Spagna. Sullo schermo non è difficile riconoscere Playa de Percheles, la spiaggia del Rihuete e quella di Bahía.
Ufficio stampa NetflixUn’altra scena di “Tutta la verità delle mie bugie”
Più isolata e per questo incontaminata e perfetta per ritrovare il contatto con la natura o semplicemente rilassarsi nel più totale silenzio, anche cala de Bolnuevo, una piccola baia di origine vulcanica dove il vento ha scavato per secoli le rocce d’arenaria, ha fatto da set a Tutta la verità delle mie bugie.
Il comune di Mazarrón è quello che è stato più interessato dalle riprese della serie. Tra i luoghi scelti c’è il complesso di strade urbane ed extra urbane che lo collegano con il vicino centro di Lorca: non c’è da sorprendersi considerato che la serie è di fatto un road trip.
123RFL’assolato comune di Mazarrón
Alcune scene sarebbero state girate all’Hotel Bahía, uno degli hotel del lungomare di Mazarrón. L’ultimo, insieme alla zona del porto dove sono ancora visibili quelle che un tempo erano le torri difensive della città, è il centro della movida di Mazarrón.
Il centro storico non manca, invece, di chicche artistico-culturali come la chiesa di San Andrés con l’iconico soffitto a cassettoni in stile mudéjar, il convento della Purissima e le rovine del Castello dei Vélez.
Prima di intraprendere questo viaggio verso la Sardegna più autentica occorre fare una precisazione: Iglesiente e Sulcis sono due territori distinti, anche se spesso vengono riuniti nella più ampia denominazione Sulcis-Iglesiente, riferita al settore sud-occidentale della Sardegna. L’Iglesiente occupa la parte settentrionale di questo territorio storico e ha il suo centro principale a Iglesias. Il Sulcis si sviluppa invece più a sud, con Carbonia e le terre affacciate sul Golfo di Palmas, oltre alle isole di Sant’Antioco e San Pietro.
Le rocce dell’Iglesiente, però, raccontano una storia ancora più antica delle miniere: le formazioni geologiche dell’area risalgono al Paleozoico inferiore e appartengono a una delle porzioni più antiche del territorio italiano. Ferro, piombo, zinco e altri minerali hanno attirato popolazioni, imprese e capitali provenienti da varie parti d’Europa. Il risultato è un paesaggio insolito, nel quale una laveria ottocentesca può comparire accanto alla macchia mediterranea e una galleria mineraria può affacciarsi direttamente sul Mediterraneo.
Poi c’è Iglesias, con le sue strade medievali, le chiese, le architetture di impronta spagnola e le tracce della lunga storia mineraria. Basta allontanarsi dal centro urbano per entrare in un ambiente ancora più ruvido, fatto di montagne, boschi, grotte e una costa tra le più scenografiche della Sardegna.
Iglesias, la città che ha dato il nome all’Iglesiente
Iglesias merita tempo, soprattutto nel centro storico. La città conserva un patrimonio architettonico legato alla dominazione aragonese e spagnola, riconoscibile nelle vie strette e negli edifici del nucleo antico. A segnare il paesaggio urbano sono le numerose chiese, palazzi storici e piazze raccolte, mentre la storia delle miniere riaffiora in molti angoli della città.
Piazza La Marmora rappresenta uno dei punti più piacevoli per iniziare la visita. Da qui si può proseguire verso il cuore medievale, lasciandosi alle spalle l’immagine più industriale dell’Iglesiente.
Monteponi, il villaggio minerario ai piedi della montagna
Pochi chilometri separano Iglesias da Monteponi, uno dei posti più significativi per comprendere la storia estrattiva dell’Iglesiente. Il complesso minerario protegge edifici, strutture e testimonianze legate all’attività delle miniere di piombo e zinco.
La posizione rende il sito particolarmente suggestivo: le costruzioni industriali si inseriscono in un paesaggio collinare segnato dalla vegetazione e dalle ferite lasciate dalle attività estrattive. Tra i luoghi più interessanti dell’area compare la Grotta Santa Barbara, scoperta durante i lavori minerari, che custodisce cristalli e concrezioni di barite, minerale che ha contribuito a rendere celebre questo ambiente sotterraneo.
Masua e il Pan di Zucchero, l’immagine simbolo dell’Iglesiente
Scendendo verso il mare, la scena cambia bruscamente. La strada raggiunge Masua e davanti agli occhi compare il Pan di Zucchero, enorme faraglione calcareo che si innalza dal mare a poca distanza dalla costa. La sua silhouette è diventata una delle immagini più riconoscibili della zona e il nome richiama la forma compatta e imponente dello scoglio.
iStockPan di Zucchero a Porto Flavia
La spiaggia di Masua offre uno dei punti migliori per osservare il faraglione. Ancora più particolare è la possibilità di raggiungerlo dal mare con un’imbarcazione e, per chi possiede preparazione adeguata, affrontare la via ferrata attrezzata che conduce verso la sommità.
Porto Flavia, la miniera affacciata sul Mediterraneo
Poco distante da Masua si trova uno dei capolavori dell’archeologia industriale sarda: Porto Flavia fu realizzato all’inizio del XX secolo per rendere più efficiente il trasporto dei minerali estratti nell’entroterra.
La sua particolarità sta nella posizione direttamente sul mare. Il sistema comprendeva gallerie scavate nella roccia e un complesso meccanismo destinato a trasferire il materiale dalle miniere alle navi.
iStockPorto Flavia , la magia di questo luogo in Sardegna
Nebida e la Laveria Lamarmora
Lungo la costa, Nebida regala un altro incontro fra archeologia industriale e paesaggio marino. La Laveria Lamarmora conserva le strutture utilizzate per il trattamento dei minerali provenienti dalle miniere.
L’edificio appare oggi come una grande architettura mineraria affacciata sulle acque, con muri e strutture che seguono la conformazione della costa. La posizione rende la visita particolarmente scenografica, soprattutto nelle ore del tardo pomeriggio.
Proseguendo verso nord si raggiunge Buggerru, antico centro minerario affacciato sul mare. La sua storia è legata soprattutto alle miniere e alle comunità operaie che si svilupparono intorno all’attività estrattiva.
La Galleria Henry rappresenta una delle testimonianze più interessanti, con un percorso che consente di conoscere direttamente le tecniche utilizzate dai minatori e la complessa organizzazione del lavoro sotterraneo.
Getty ImagesLa particolare Galleria Henry
Cala Domestica, un fiordo tra le rocce dell’Iglesiente
A breve distanza da Buggerru, Cala Domestica sembra quasi una parentesi marina incastonata nella costa mineraria. La piccola baia è racchiusa da alte pareti rocciose e presenta una spiaggia di sabbia chiara.
L’aspetto più interessante riguarda proprio il rapporto fra natura e attività estrattiva: anche questo tratto di costa conserva infatti tracce della passata lavorazione dei minerali. Il mare trasparente invita alla balneazione e allo snorkeling, mentre le rocce intorno alla cala regalano scorci particolarmente belli.
Fluminimaggiore e il Tempio di Antas
Lontano dalla costa, l’Iglesiente offre una delle sue testimonianze archeologiche più importanti. Nel territorio di Fluminimaggiore sorge il Tempio di Antas, complesso sacro legato a una frequentazione millenaria.
Il tempio romano fu costruito sopra un precedente luogo di culto punico, a sua volta inserito in un’area frequentata in epoca nuragica. La stratificazione rende Antas particolarmente prezioso per comprendere la continuità culturale della Sardegna antica.
L’edificio romano è dedicato al Sardus Pater, divinità considerata il progenitore mitico dei Sardi. Colonne e basamento emergono nel verde del territorio montano, mentre intorno restano tracce delle cave di calcare utilizzate in epoca romana e del vicino insediamento nuragico.
Grotta di Su Mannau, il viaggio sotto la montagna
A pochi chilometri dal tempio si apre la Grotta di Su Mannau, una grande cavità carsica modellata dall’acqua nel corso di tempi geologici lunghissimi.
L’interno è un insieme di sale ricche di stalattiti, stalagmiti e altre concrezioni, insieme a un corso d’acqua sotterraneo. Alcuni ambienti furono frequentati in epoca nuragica per rituali legati all’acqua, aggiungendo una dimensione archeologica alla meraviglia naturale.
iStockGrotta di Su Mannau, tesoro sardo
Domusnovas e la Grotta di San Giovanni
Un’altra straordinaria cavità dell’Iglesiente si trova presso Domusnovas. La Grotta di San Giovanni è famosa per la sua particolare conformazione e per aver ospitato una strada carrozzabile al suo interno, oggi chiusa al traffico.
La galleria naturale attraversa la montagna per diverse centinaia di metri e mantiene concrezioni e ambienti modellati dall’azione dell’acqua.
Per capire davvero l’anima dell’Iglesiente bisogna lasciare per qualche ora il mare e raggiungere il Marganai. La foresta appartiene a uno degli ambienti naturali più importanti del territorio, con boschi, sorgenti, sentieri e rilievi calcarei.
La presenza del leccio e della macchia mediterranea crea una Sardegna più fresca e ombrosa, lontana dai colori abbaglianti del litorale. Antiche mulattiere e percorsi escursionistici attraversano un paesaggio nel quale la storia mineraria convive con una natura rigogliosa.
Una piacevole vacanza al mare può trasformarsi in un grande problema con la giustizia quando si ignorano le fondamentali regole che tutelano l’ambiente. È quanto accaduto a Calasetta, in Sardegna, dove un turista è stato denunciato dopo aver prelevato e nascosto una nacchera, una specie marina protetta e gravemente minacciata di estinzione. A far scattare l’intervento delle autorità sono state alcune segnalazioni di cittadini presenti sulla spiaggia.
L’episodio si è verificato alla Spiaggia Grande, uno dei litorali più conosciuti del territorio di Calasetta. Gli agenti della Stazione forestale di Sant’Antioco sono prontamente intervenuti per verificare quanto segnalato e hanno accertato il prelievo illecito di un giovane esemplare di Pinna nobilis. La nacchera era stata nascosta tra gli scogli, a brevissima distanza dall’ombrellone del turista.
Sembrava un pezzo di carta qualunque, uno di quelli che il vento trascina sulla sabbia e che quasi nessuno si ferma a raccogliere. Invece era una lettera d’amore di 4 pagine datate 16 aprile 1972. A trovarle è stata Delight Rogers durante una passeggiata su una spiaggia di Cuba, lo scorso febbraio mentre stava cercando conchiglie.
Gli influencer sono di nuovo nell’occhio del ciclone e questa volta non per promozioni occultate o per la richiesta di viaggi e regali in cambio di foto e stories. Rimini e la Riviera si scagliano contro i content creator che divulgano sui social contenuti ritenuti falsi o manipolati, tanto da aver scelto la strada delle azioni legali. Federalberghi Rimini accusa i volti noti di Instagram, Facebook e TikTok di aver diffuso reel e fotomontaggi che offrono una rappresentazione distorta della Riviera Romagnola. L’associazione degli albergatori ha deciso di presentare 2 querele affidandosi ai propri legali, con lo scopo di tutelare la reputazione della località e un comparto turistico che rappresenta uno dei principali motori economici del territorio.
Ancora nel pieno della stagione estiva, quando le piattaforme digitali hanno un peso notevole, la presa di posizione fa discutere: un video che diventa virale può raggiungere migliaia di utenti in poche ore e contribuisce a costruire, nel bene o nel male, l’immagine di una destinazione.
Rimini querela gli influencer
Dopo un tentativo di smentita, Federalberghi sceglie di affidarsi ai legali con due querele. Di fronte a contenuti social considerati falsi e fuorvianti, la risposta non è più limitata a una replica pubblica; in due casi specifici l’associazione si è rivolta alla magistratura. Secondo la ricostruzione fornita, alcuni materiali pubblicati online avrebbero utilizzato foto non autentiche, montaggi strategici con lo scopo di dipingere in modo negativo la meta balneare.
L’obiettivo, sempre secondo l’associazione, sarebbe stato quello di attirare clic e visualizzazioni o, in alcuni casi, di orientare l’interesse dei viaggiatori verso altre destinazioni turistiche. Le eventuali responsabilità dovranno essere accertate nelle sedi competenti ma sicuramente si sta aprendo uno scenario nuovo che potrebbe creare un cambio di direzione da parte degli influencer.
Foto, clip e video possono trasformarsi in materiale virale e se questi sono falsi e danneggiano l’immagine di un luogo, Federalberghi non ci sta e vuole fissare un limite preciso: la libertà di raccontare o la critica non viene messa in discussione, ma bisogna essere sempre sinceri e non divulgare contenuti falsi o manipolati.
iStockRimini e le sue spiagge Bandiera Blu
La responsabilità social
A prendere voce è Patrizia Rinaldis, presidente dell’associazione, che richiama ancora una volta all’attenzione nell’uso dei social network sia da parte dei creator sia da parte degli utenti. Il messaggio si rivolge specialmente a chi ha un pubblico numeroso e può avere una forte influenza.
Secondo la presidente, chi comunica attraverso le piattaforme dovrebbe tener conto degli effetti dei propri contenuti evitando di danneggiare ingiustamente realtà economiche e territori. Rimini sta attraversando una stagione con una forte presenza di visitatori e anche grazie alla Bandiera Blu sta mostrando un impegno nel proteggere il mare e offrire sempre più servizi.
Il paragone della Riviera Romagnola con altre località italiane con il solo scopo di screditare è dannoso e non andrebbe perpetuato da parte di content creator e tiktoker. La vicenda, però, apre una discussione più ampia nel rapporto tra turismo e influencer marketing. I social sono uno strumento potente per far scoprire spiagge, hotel, ristoranti e località ma serve un confine tra intrattenimento, recensione, satira e informazione.
La compagnia aerea United Airlines si prepara a un nuovo salto di qualità sul mercato italiano e dal 2027 si potrà usufruire di una copertura voli sempre più ampia e non solo da Milano; i collegamenti tra gli Stati Uniti e l’Italia migliorano, combinando viaggi business e per puro piacere anche dalle isole.
Oltre all’aumento delle rotte già consolidate vengono introdotti nuovi collegamenti diretti pronti a conquistare i viaggiatori: dalla Sardegna e dalla Sicilia partiranno voli diretti per New York, mentre debutterà un nuovo volo diretto per Washington.
Da Olbia a New York
Dall’estate 2027 si parte dalla Sardegna per gli Stati Uniti. La rotta collegherà Olbia a Newark, inaugurando la partenza il 27 maggio e continuando per 3 volte alla settimana fino al 21 settembre. La scelta di Olbia conferma l’interesse crescente delle compagnie americane verso destinazioni di piacere caratterizzate da una forte identità turistica e da una domanda internazionale di fascia medio-alta. Un segnale chiaro di come la regione italiana sta aumentando la visibilità internazionale acquisendo sempre più popolarità anche negli Stati Uniti.
L’obiettivo della compagnia è di generare un grande network così da alimentare la rotta con passeggeri provenienti da varie città americane, ampliando il bacino e spaziando oltre a New York e il New Jersey. Data la competitività della tratta e la maggiore concorrenza i viaggiatori potrebbero accedere a tariffe più competitive.
Da Catania a New York
Con il nuovo volo Newark Catania anche la Sicilia si collega con un diretto agli Stati Uniti. Dal 28 maggio 2027 con 4 date settimanali e fino al 20 settembre si volerà comodamente su un Boeing 767-300ER. I matrimoni VIP e la risonanza internazionale stanno permettendo alla Sicilia di diventare un punto di riferimento per il turismo internazionale e la compagnia aerea lo ha capito rafforzando la propria presenza proprio nella stagione più calda.
Per United, Newark-Catania rappresenta anche un ulteriore passo verso la costruzione di un network italiano più capillare, nel quale le destinazioni regionali affiancano i tradizionali grandi aeroporti. La posizione è particolarmente comoda per poter scoprire da vicino mete da sogno come Taormina, Siracusa, Noto e ovviamente l’Etna oltre alla zona costiera orientale dell’isola.
iStockDall’estate 2027 ci sono voli diretti tra New York e Catania
Un nuovo collegamento da Malpensa a Washington
Oltre alle 2 isole la compagnia aerea ha annunciato una terza novità: la possibilità di volare con un collegamento diretto dal 28 maggio 2027 tra Washington Dulles e Milano Malpensa. La città meneghina simbolo del business italiano ottiene quindi una nuova possibilità di raggiungere gli States comodamente.
Washington Dulles è uno degli hub più importanti della rete United sulla costa orientale e permette di proseguire verso numerose destinazioni statunitensi. Milano Malpensa, dall’altra parte, rappresenta uno dei maggiori bacini italiani per il traffico intercontinentale e per i viaggi d’affari. Non è il primo approdo nella regione; è già attivo il collegamento da Palermo che sta dando numerose soddisfazioni.
Le tre nuove rotte mostrano una strategia differenziata ma coerente: più capacità verso l’Italia, maggiore attenzione alle destinazioni regionali e un rafforzamento dei collegamenti tra i principali centri economici dei due Paesi.
Non c’è niente di meglio che regalare o regalarsi un bel viaggetto per il compleanno e per chi è nato a settembre le opportunità disponibili sono tante. Senza allontanarsi troppo dall’Italia si trovano splendide mette dove si può ancora fare il bagno e godersi il mare, ma ci sono anche luoghi in cui il foliage inizia a farsi notare e città da visitare con un clima decisamente più piacevole.
Quest’anno invece di spegnere le classiche candeline nel giardino di casa potreste farlo in un vigneto, in una baia turchese, oppure tra cottage che sembrano usciti da una fiaba. Dove festeggiare il compleanno se compi gli anni a settembre? Ecco alcune idee imperdibili.
C’è una spiaggia in Croazia che sembra quasi scomparire sotto le imponenti pareti di roccia della costa dalmata. È Pasjača Beach, una piccola caletta affacciata sull’Adriatico, dove il mare turchese incontra una stretta lingua di sabbia e ciottoli ai piedi delle scogliere. Un luogo spettacolare e non semplicissimo da raggiungere, tanto da essere entrato tra le 50 spiagge più belle d’Europa nel 2026, secondo la classifica Europe’s 50 Best Beaches, votata da oltre mille professionisti del mondo travel.
Pasjača Beach, la caletta segreta tra mare e scogliere
Vista dall’alto, Pasjača Beach sembra quasi una breccia nella costa: una sottile striscia di sabbiae ciottoli racchiusa tra le alte scogliere di Konavle e il blu intenso dell’Adriatico formando un quadro molto intimo e selvaggio. È proprio questo contrasto tra la roccia e il colore dell’acqua a renderla una delle spiagge più scenografiche della Croazia.
In questo angolo incontaminato è proprio la natura a dominare completamente il panorama: niente grandi strutture turistiche, niente stabilimenti che occupano la costa e nessun lungomare affollato e chiassoso. La caletta si trova infatti ai piedi delle scogliere, in una posizione che per secoli è rimasta difficile da raggiungere. Ed è proprio la sua posizione a fare la differenza: per raggiungerla bisogna scendere lungo un percorso ripido, in alcuni tratti scavato direttamente nella roccia. Una volta arrivati sulla spiaggia, però, il panorama ripaga ogni fatica. Non è un caso se nel 2026 è entrata nella classifica delle 50 migliori spiagge d’Europa, insieme ad altre quattro spiagge croate: Podrače, Zlatni Rat, Punta Rata e Sakarun.
iStockIl percorso spettacolare per raggiungere Pasjača Beach
C’è poi una particolarità che rende Pasjača ancora più interessante: la spiaggia è stata modellata anche dall’intervento dell’uomo. Negli Anni ’60, infatti, durante la realizzazione di un tunnel per convogliare l’acqua in eccesso proveniente dalla piana di Konavle, il materiale roccioso raggiunse il mare. Le onde, nel tempo, lo hanno progressivamente frantumato, fino a formare l’attuale arenile.
Il risultato è un luogo dall’aspetto quasi irreale, dove la roccia scende verso il mare e lascia spazio a una piccola mezzaluna di ciottoli e sabbia. Le acque sono particolarmente limpide, ma diventano profonde rapidamente (c’è quindi da prestare molta attenzione). Priva dei principali servizi turistici, è inoltre importante arrivare preparati con acqua, cibo, protezione solare e tutto ciò che può servire per trascorrere qualche ora al mare.
Dove si trova e come raggiungerla
Pasjača si trova nel villaggio di Popovići, nella regione di Konavle, nell’estremo sud della Croazia, a circa 30-40 chilometri da Dubrovnik e a circa 12 chilometri da Cavtat.
Raggiungerla fa parte dell’esperienza: in auto si percorre la strada costiera in direzione sud da Dubrovnik, passando per Cavtat e proseguendo verso la zona di Konavle, fino alla deviazione per Popovići. Nei pressi dell’inizio del sentiero è disponibile un’area di parcheggio; da qui la spiaggia si raggiunge soltanto a piedi.
La discesa segue un sentiero ripido tra la vegetazione e la roccia, con scalini e tratti scavati nella parete, fino a raggiungere la caletta. In circa 20-25 minuti di discesa si raggiunge questo luogo incontaminato. Il sentiero può essere impegnativo e la risalita, soprattutto nelle ore più calde, richiede un po’ di allenamento. È quindi consigliato indossare scarpe con una buona presa e portare con sé acqua, cibo e tutto ciò che serve per la giornata in questo paradiso segreto.
Una distesa di sabbia chiara, le dune alle spalle e dinanzi soltanto le sfumature turchesi dell’Atlantico: Playa Alzada, a Fuerteventura, è uno di quei luoghi in cui il paesaggio sembra essersi preso tutto lo spazio, lasciando pochissimo all’intervento dell’uomo.
Immersa nel Parco Naturale delle Dune di Corralejo, nel nord-est dell’isola, è una delle spiagge più tranquille di questo spettacolare tratto di costa e nel 2026 ha conquistato anche un importante riconoscimento internazionale: si è classificata al 48° posto nella graduatoria Europe’s 50 Best Beaches, che riunisce le 50 spiagge più belle d’Europa secondo oltre mille professionisti ed esperti di viaggio.
Il premio non stupisce davanti a uno scenario in cui sabbia dorata e fine, acqua limpida, rocce vulcaniche e dune si incontrano senza hotel o grandi costruzioni a interrompere l’orizzonte: Playa Alzada conserva, infatti, un carattere essenziale e selvaggio, perfetto per chi a Fuerteventura cerca il mare ma anche quella sensazione di libertà che soltanto le spiagge rimaste vicine alla loro natura originaria riescono a regalare.
Playa Alzada, tra sabbia dorata, oceano e dune di Corralejo
Playa Alzada si sviluppa davanti al grande sistema dunale di Corralejo e vanta un arenile di sabbia dorata e fine lungo circa 840 metri e largo in media 30 metri.
Il contrasto tra terra e acqua è ciò che cattura subito lo sguardo. Alle spalle, il paesaggio assume quasi l’aspetto di un piccolo deserto, con le dune che fanno parte di un’area naturale protetta estesa per oltre dieci chilometri lungo la costa; davanti, l’Atlantico sfoggia tonalità che passano dall’azzurro al turchese.
Potete stendere l’asciugamano sulla sabbia e godervi l’atmosfera tranquilla oppure camminare lungo la costa, osservando da vicino il continuo alternarsi di dune, rocce vulcaniche e oceano. Anche gli appassionati di fotografia trovano qui uno scenario particolarmente suggestivo, soprattutto quando la luce fa risaltare il già citato contrasto tra i colori caldi della terra e quelli intensi dell’acqua.
Non vi sono bar, ristoranti, docce o servizi igienici sulla spiaggia: se decidete di trascorrervi qualche ora dovete arrivare preparati, portando con voi soprattutto acqua, protezione solare e tutto ciò che può servire durante la giornata. Sono presenti servizi essenziali come pulizia e cestini e anche il servizio di salvataggio.
Vi potete fermare ad ascoltare il vento, leggere guardando l’oceano oppure passeggiare ai margini delle dune, sempre facendo attenzione a rispettare un ecosistema fragile e protetto: nel Parco Naturale è infatti fondamentale non asportare pietre, sabbia o elementi naturali e non alterare il paesaggio.
iStockVeduta panoramica della spettacolare Playa Alzada
Dove si trova e come arrivare
Playa Alzada si trova nel nord-est di Fuerteventura, nel territorio comunale di La Oliva, nel cuore del Parco Naturale di Corralejo e a pochi chilometri a sud-est della cittadina di Corralejo.
Raggiungerla è piuttosto semplice perché la strada che percorre il paesaggio delle dune corre molto vicina alla costa. L’accesso alla spiaggia avviene poi facilmente a piedi e lungo la strada sono presenti spazi in cui lasciare l’auto prima di proseguire verso l’arenile.
È possibile arrivare nella zona anche con il trasporto pubblico, con collegamenti indicati dalle linee 6 e 7. Se viaggiate in autonomia controllate in anticipo fermate e orari aggiornati, soprattutto perché la spiaggia non è inserita all’interno di un centro abitato.
Maschera, boccaglio, pinne per i più hardcore. Poi un tuffo nel blu e si va alla scoperta del magico mondo subacqueo, tra praterie di posidonia che ospitano banchi di occhiate e saraghi e secche dove nuotano robuste cernie. E, con un po’ di fortuna, si possono anche incontrare animali acquatici diversi dai pesci, come qualche tartaruga caretta caretta di passaggio.
Lo snorkeling è una attività amatissima lungo le spiagge italiane, specie quelle più rocciose e selvagge, dove attorno agli scogli si trova una fauna ittica bellissima da incontrare. Naturalmente, ci sono zone marine protette dove questo tipo di esperienza naturalistica sale di livello, come ad esempio in alcune Aree Marine Protette, ovvero tratti di costa e di fondale sottoposti a tutela e regolamentati con diversi gradi di protezione, dove la pesca è limitata o vietata. Qui ci si può immergere in un vero e proprio universo parallelo alla superficie e scoprire il mondo sotto il pelo dell’acqua, sempre ricordando alcune norme basilari di comportamento per un’esperienza non invasiva: non toccare gli animali, non nutrirli, mantenere la distanza, non alterare il fondale.
Isole Tremiti, Puglia
San Domino, San Nicola, Capraia, Pianosa e il piccolo scoglio del Cretaccio compongono un mosaico di appena 3 chilometri quadrati di terra emersa: sono le Isole Tremiti, in Puglia, circondate da un’area protetta di quasi 1500 ettari e circa 20 chilometri di sviluppo costiero, istituita oltre 35 anni fa.
Le acque delle Tremiti sono tra le più trasparenti dell’Adriatico e custodiscono fondali di grande valore biologico, visto l’ambiente marino sorprendentemente vario per le dimensioni ridotte dell’arcipelago. In più è ideale per i principianti, grazie ad acque limitatamente profonde.
iStockSnorkeling alle Isole Tremiti
Alle Tremiti è possibile sia partire da alcune spiagge, come Cala Matano a San Domino, per esplorare le zone limitrofe e godersi la fauna subacquea, sia recarsi in alcuni luoghi speciali via mare, con un’imbarcazione, come allo Scoglio dell’Elefante o alla Grotta del Bue Marino, anch’essi a San Domino. Anche il tratto di mare intorno al Cretaccio, l’isolotto argilloso tra San Domino e San Nicola, è tra i più adatti allo snorkeling, con affascinanti distese di posidonia e rocce popolate da banchi di salpe e occhiate.
Isola di Bergeggi, Liguria
Nel 2007 l’Isola di Bergeggi, una roccia che si eleva per circa 50 metri sopra il livello del mare tra Spotorno e, appunto, Bergeggi, ha visto l’istituzione di un’Area Marina Protetta.
Oggi sull’isola non si può sbarcare, ma rimane comunque una delle mete più amate della Liguria per chi ama immersioni e snorkeling. Nuotando lungo il perimetro dell’isola, nelle zone consentite alla balneazione, si incrocia una grande varietà di fauna ittica, grazie a un fondale sia roccioso che sabbioso, vista la vicinanza con le spiagge del litorale ligure (l’Isola è appena a 260 metri dalla costa, di fronte a Punta del Maiolo).
iStockVeduta dell’Isola di Bergeggi
Pesci, alghe dalle svariate forme e colori, crostacei e spugne, stelle marine, molluschi e pure qualche polpo sono i protagonisti dell’esplorazione ai piedi di questo roccioso angolo di Mar Ligure. Sull’Isola di Bergeggi, che ha una lunga storia, con resti antichissimi sulla sua superficie non è possibile mettere piedi, come detto, ma vengono organizzate escursioni guidate che, dal mare, raccontano tutti i segreti dell’affascinante scoglio.
Capo Rizzuto, Calabria
L’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, sulla costa della Calabria bagnata dal Mar Ionio, è la più grande d’Italia, e anche una delle maggiori in Europa. Conta, infatti, circa 15mila ettari di mare lungo un litorale di quaranta chilometri.
Nella zona di riserva parziale è consentita l’attività di snorkeling e qui i fondali custodiscono estese praterie di posidonia e specie rare, come il coloratissimo pesce pappagallo. È una delle poche aree in Italia dove questa specie così particolare, e per la verità quasi buffa, può essere avvistata.
La splendida Fortezza di Le Castella, che si trova proprio nel territorio di Isola di Capo Rizzuto, si staglia imponente su un piccolo isolotto all’estremità orientale del Golfo di Squillace. È collegata alla terra ferma solo da un sottile lembo di terra, e proprio nel tratto vicino si trova la zona più bella per esplorare il mare. Per chi vuole conoscere meglio l’ecosistema prima di tuffarsi, il Centro di Educazione Ambiente Marino di Capo Rizzuto ospita un piccolo acquario con le specie tipiche della riserva.
Riserva dello Zingaro, Sicilia
Meta amata e gettonata delle estati siciliane, la Riserva dello Zingaro sorge tra Scopello e San Vito Lo Capo, sulla costa nord-occidentale della Sicilia. Figlia di una gloriosa storia di battaglia popolare ambientalista capace di bloccare la costruzione di una strada litoranea che avrebbe trasfigurato l’aspetto di un vero e proprio paradiso naturale marittimo, oggi quest’area protetta racchiude quasi 1700 ettari di territorio accessibile solo a piedi, lungo sette chilometri di costa. Tale territorio è percorso da spettacolari sentieri che si affacciano su calette bianche e ciottolose, incastonate tra pareti rocciose a strapiombo e bagnate da un mare cristallino.
Lorenzo CalamaiSnorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia
Tra una spiaggia e l’altra la costa è interamente rocciosa, cosa che rende la Riserva dello Zingaro un piccolo paradiso per lo snorkeling. Sia le persone che raggiungono la Tonnarella dell’Uzzo, Cala Capreria, o Cala Marinella, tra le più belle dell’area protetta, sia coloro che ne raggiungono la zona costiera con le imbarcazioni, possono esplorare le insenature, le grotte e gli scogli che sono popolati da pesci di tutte le fogge, forme e dimensioni.
Capo Carbonara, Sardegna
L’Area Marina Protetta di Capo Carbonara si estende su oltre 86 chilometri quadrati di mare, dal promontorio di Capo Boi fino all’Isola di Serpentara, comprendendo anche la celebre Isola dei Cavoli. Istituita nel 1998 a tutela di un ambiente rimasto per lo più selvaggio, è oggi una delle mete più amate della Sardegna da chi pratica snorkeling.
Porto Giunco, Cala Caterina, Cala Pira, Punta Molentis: tutte zone ideali per immergersi con maschera e boccaglio e scoprire un ambiente più unico che raro, con saraghi, orate, cernie e barracuda che nuotano guizzanti tra splendidi fondali rocciosi e ampie distese di posidonia. Gli scenari subacquei sono qui notevoli in particolare per la caratteristica, candida roccia granitica, che si sviluppa anche sotto il pelo dell’acqua in vuoti e pieni come un’architettura naturale, tempestati di flora sottomarina. Da non perdere, in questo senso, la Secca di Cala Caterina.
Non guasta il fatto che, una volta riemersi in superficie e tolta la maschera, l’ambiente circostante sia davvero spettacolare: un mare cristallino bacia il granito bianco, mentre una ostinata vegetazione resiste al vento e alle particolari condizioni del terreno, dando ulteriore contrasto con il suo verde intenso.
Non siete riusciti ad andare in vacanza al mare durante l’estate? Via quei musi tristi, perché l’inverno 2026 può essere l’occasione perfetta per concedersi una pausa al caldo e a tal proposito ci pensa Ryanair a lanciare una nuova promozione pensata proprio per chi vuole inseguire il sole anche nei mesi più freddi. La compagnia aerea low cost propone infatti tariffe scontate del 10% per viaggiare tra novembre 2026 e marzo 2027, con diverse destinazioni europee disponibili a prezzi particolarmente convenienti.
La promozione “Insegui il sole d’inverno” permette di prenotare entro il 24 agosto 2026 per volare nel periodo compreso tra l’1 novembre 2026 e il 31 marzo 2027. Tra le proposte spiccano alcune rotte dall’Italia verso destinazioni ideali per una fuga invernale, dalla Spagna alla Grecia fino al Mediterraneo.
Quando si parla di piscine naturali si fa riferimento a polle di acqua dolce o salata che caratterizzano un determinato angolo di territorio: qui la corrente è poca, l’acqua pulita, il contesto circostante regala un bel colpo d’occhio. Sono luoghi ideali per l’estate, dove godere di momenti di infinito relax tra un tuffo e l’altro, quando si cerca refrigerio dal caldo nelle conche trasparenti.
La costa d’Italia bagnata dal Tirreno e dal Mar Ligure nasconde un patrimonio di queste piccole vasche, dove l’acqua marina rimane intrappolata tra gli scogli. Sono il prodotto di un’azione di cesello delle onde che è durata millenni. Sono luoghi che raramente si incontrano per caso: quasi sempre bisogna guadagnarseli con un sentiero, scendendo una scalinata scavata nella roccia o magari affrontando una discesa non sempre agevole, ma che ripagano abbondantemente lo sforzo con la bellezza delle loro acque fresche e cristalline e con meravigliosi panorami.
Piscine di Iscolelli
Nel Parco Nazionale del Cilento, lungo il celebre Sentiero degli Infreschi che si snoda da Marina di Camerota, si incontrano le piscine naturali di Iscolelli. Si tratta di vasche incastonate in una scogliera scura e frastagliata, che bagnano la riva di una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, protetta e collegata al mare aperto solo da uno stretto passaggio che tiene alla larga le imbarcazioni.
iStockLe piscine naturali di Iscolelli
Per arrivarci conviene raggiungere in auto l’Oasi degli Infreschi, una struttura ricettiva da cui prende le mosse un breve sentiero che, nella bassa e profumata macchia mediterranea, conduce verso le piscine, non lontano dai resti dell’antica torre di avvistamento. Il sentiero non è segnalato con precisione, e proprio per questo le piscine di Iscolelli restano frequentate da pochi, ma il percorso di avvicinamento è una delle grandi bellezze del luogo.
Nelle piccole piscinette l’acqua è bassa, ma fresca e cristallina, un vero e proprio sogno di mezz’estate.
Batterie di Punta Rossa
Punta Rossa, capo marittimo all’ombra del Monte Circeo, nel cuore del Parco nazionale omonimo, è un luogo estremamente scenografico sulla costa del Mar Tirreno, nel suo tratto laziale.
Qui, infatti, la scogliera si apre in due calette naturali dalle acque smeraldine, perfette per lo snorkeling tra anfratti popolati da pesci e molluschi: sono le cosiddette Batterie di Punta Rossa, un tratto di costa frastagliata che deve il nome ai resti di un fortino di epoca napoleonica ancora visibile sulla sommità del promontorio.
Per raggiungerle si parcheggia in via del Faro, e si prosegue a piedi superando un cancello sempre aperto che introduce a una strada privata: da qui parte una discesa asfaltata, seguita da un breve sentiero tra la macchia mediterranea che conduce infine al mare. Il percorso complessivo richiede una decina di minuti di cammino, non impegnativo ma da affrontare con calzature adeguate.
Le Batterie sono meta storica dei laziali, che amano tuffarsi dagli scogli più alti della zona, ma offrono spazio anche a chi cerca semplicemente un bagno tranquillo lontano dagli stabilimenti balneari della costa.
Bagni della Regina Giovanna
Dicono che la sovrana angioina Giovanna II, regina di Napoli nella prima metà del Quattrocento, amasse ritirarsi in gran segreto in una determinata zona della costa sorrentina per fare il bagno insieme ai suoi giovani amanti. Oggi quei luoghi sono rimasti noti come Bagni della Regina Giovanna, una piccola laguna naturale, collegata al mare aperto attraverso un suggestivo arco di roccia scavato dall’erosione, che dà origine a una delle piscine naturali più belle e scenografiche della Campania.
Per raggiungere i Bagni della Regina Giovanna si parte da Capo di Sorrento, frazione raggiungibile in autobus o in auto da Sorrento, e si percorre un sentiero lungo poco più di mezzo chilometro, immerso nella vegetazione mediterranea, chiuso da una scalinata piuttosto ripida, che scende infine alla piccola baia.
iStockLo straordinario mare dei Bagni della Regina Giovanna
Al di là del mito della sovrana, ciò che resta visibile sulla scogliera sono le vestigia di Villa Pollio Felice, residenza marittima romana risalente al I secolo a.C., di cui parlarono già autori antichi come Stazio e Plinio il Giovane.
Piscine naturali di Sant’Andrea
Sul versante occidentale dell’Isola d’Elba, la più grande dell’Arcipelago toscano, si trova il comune di Marciana. Qui, la spiaggia di Sant’Andrea rappresenta il punto di partenza per raggiungere alcune delle piscine naturali più belle di tutto il Mar Tirreno. Superando le cosiddette Cote Piane, enormi lastre di granito levigate dal mare, e attraversando una fenditura nella roccia, si arriva infatti a incontrare le piscine naturali di Sant’Andrea, ideali per chi ama tuffarsi ed esplorare i fondali in maschera e pinne.
Il percorso costiero che collega la spiaggia principale a queste conche fa il giro di Capo Sant’Andrea, portando ad ammirare belle conformazioni rocciose erose da mare e venti. Si snoda in parte su passerelle di legno, in parte su tratti scavati a mano nella roccia.
Poco distante, verso est, si trova anche la spiaggia del Cotoncello, dove la coniugazione di rocce lisce e piccole insenature con l’acqua bassa creano una situazione da piscina naturale.
iStockLe particolari rocce levigate della spiaggia del Cotoncello
Bozi di Punta Pineda
Le pozze, o bozi, come vuole il dialetto spezzino, di Punta Pineda sono vasconi scavati nell’arenaria, protetti da una barriera di scogli che li ripara dal mare aperto e crea un autentico effetto piscina, ma tutto al naturale.
Punta Pineda si trova nelle Cinque Terre, nei pressi di Riomaggiore. Campi è l’abitato più vicino al capo, uno storico villaggio rurale aggrappato alla costa a picco sul mare. Da qui bisogna affrontare una scalinata, ripida ed esposta, che scende verso il mare. È una discesa scoscesa, lunga circa 30 minuti di cammino, ma che permette di raggiungere un tratto di costa selvaggio e praticamente intatto.
Le vasche, un tempo utilizzate dai contadini locali come piccole saline artigianali per ricavare sale dall’acqua marina fatta evaporare al sole, oggi accolgono chi cerca un bagno fuori dal comune, lontano dalla folla estiva che affolla le spiagge più celebri del Parco delle Cinque Terre.
È inutile girarci intorno: la costa albanese dà il meglio di sé quando la strada finisce e davanti resta soltanto il mare. Sul versante della penisola di Karaburun, una delle aree costiere più selvagge del Paese, le montagne arrivano fino all’Adriatico con pareti rocciose, piccole insenature e promontori battuti dal vento. Tra queste rocce si apre la Grotta di Haxhi Ali, la più grande grotta costiera dell’Albania, una cavità marina raggiungibile esclusivamente via acqua.
Avvicinandosi in barca, l’ingresso appare poco a poco sulla parete calcarea. Prima si vede una grande apertura scura, poi il colore del mare cambia e il blu intenso dell’esterno lascia spazio alle sfumature turchesi dell’acqua interna. La volta della grotta raggiunge circa 30 metri di altezza e la cavità si inoltra per oltre 60 metri nella montagna. Poi c’è la luce che penetra dall’apertura principale, rimbalza sulla superficie marina e illumina la roccia con riflessi mutevoli.
Il fascino, però, va oltre la geologia: Haxhi Ali porta il nome di un marinaio e comandante albanese del XVII secolo, figura entrata nella tradizione della costa per le sue imprese sul mare. La grotta conserva così una doppia identità, naturale e leggendaria.
Origine, formazione e leggende della Grotta di Haxhi Ali
La penisola di Karaburun appartiene a un ambiente carsico, caratterizzato dalla presenza di rocce calcaree modellate nel corso di tempi geologici molto lunghi. Pioggia e acqua marina hanno agito sulle fratture della pietra, allargandole gradualmente fino a creare cavità, anfratti e grotte lungo la costa.
Haxhi Ali rappresenta uno degli esempi più spettacolari di questo processo. La cavità possiede una grande camera interna dominata da una volta arcuata e pareti irregolari, con concrezioni naturali e stalattiti. Il mare occupa la parte inferiore dello spazio, dando vita a una sorta di bacino naturale racchiuso dalla roccia. La conformazione amplifica inoltre i rumori: una voce, un colpo di remo o lo sciabordio dell’acqua rimbalzano sulla volta e ritornano più volte, trasformando il silenzio in un’eco profonda.
Il nome appartiene a Haxhi Ali Ulqinaku, marinaio e comandante albanese ricordato dalla tradizione locale per la sua attività sul Mare Adriatico. La sua figura è legata alla difesa delle imbarcazioni e delle comunità costiere dalle incursioni dei pirati e delle flotte nemiche. Secondo la leggenda più conosciuta, Haxhi Ali avrebbe utilizzato la grotta insieme al figlio come rifugio durante un inseguimento navale.
La grande cavità, del resto, offriva un riparo naturale alla barca e permetteva di sottrarsi alla vista dal largo. Ed entrando nella grotta, tra l’acqua scura e la roccia, viene spontaneo immaginare una piccola imbarcazione nascosta nella penombra e uomini intenti ad aspettare che il pericolo passasse.
La storia e la leggenda vanno però tenute distinte: il personaggio di Haxhi Ali appartiene alla memoria marittima albanese, mentre il racconto del rifugio nella cavità fa parte soprattutto della tradizione tramandata nel territorio. Proprio questa sovrapposizione ha contribuito alla fama della grotta.
La sua importanza attuale riguarda pure la tutela ambientale. La grotta si trova all’interno del Parco Marino Karaburun-Sazan, area protetta istituita per conservare uno dei tratti più preziosi della costa albanese, con fondali, habitat marini e una fascia costiera ancora fortemente naturale.
La visita alla grotta, tra acqua turchese, roccia e silenzio
La barca lascia il porto di Valona e prende la direzione della penisola. Il paesaggio urbano arretra, poi sparisce. Restano pendii brulli, falesie calcaree e il profilo della costa, spesso privo di costruzioni. Arriva poi l’ingresso della Grotta di Haxhi Ali, ovvero il momento più spettacolare.
Le imbarcazioni possono avvicinarsi all’apertura e, con condizioni marine favorevoli, entrare nella grande camera. Una volta spento il motore, muta completamente la percezione dello spazio. Il rumore del mare prende il posto del rombo del natante e la volta amplifica persino una frase pronunciata a bassa voce.
In una giornata serena la superficie assume tonalità che passano dal blu intenso al verde-azzurro, mentre il calcare crea zone di ombra e improvvisi bagliori. La fotografia viene quasi da sé, soprattutto vicino all’ingresso, con la sagoma scura della grotta incorniciata dal mare aperto.
La parte più suggestiva della visita consiste nell’avanzare con la barca verso l’interno e osservare la struttura della cavità dalla superficie dell’acqua. Con mare calmo, alcuni tour prevedono una sosta per il bagno. L’acqua limpida consente di osservare il fondale roccioso e piccoli organismi marini.
Maschera e boccaglio aiutano a guardare sotto la superficie, soprattutto nelle zone illuminate dalla luce esterna. Il fondale roccioso favorisce infatti una buona visibilità. Vale la pena fermarsi qualche istante senza musica né conversazioni, in quanto la conformazione della cavità restituisce i suoni con una profondità sorprendente.
Serve attenzione sulle rocce bagnate, soprattutto durante l’accesso alla barca o una sosta vicino alla parete. Scarpe da scoglio, costume, asciugamano, acqua, protezione solare e una custodia impermeabile per telefono e macchina fotografica sono sufficienti per affrontare la giornata. La prudenza assume particolare importanza con il mare mosso: le condizioni dell’Adriatico possono cambiare e l’ingresso nella cavità dipende dalla sicurezza della navigazione.
Dove si trova e come arrivare
La Grotta di Haxhi Ali si trova sulla penisola di Karaburun, circa 15 chilometri in linea d’aria da Valona, sul versante rivolto verso il mare aperto. L’area appartiene al Parco Marino Karaburun-Sazan, uno dei principali territori protetti dell’Albania. Alla grotta si arriva soltanto via mare: strade, sentieri e accessi terrestri conducono alla penisola, ma nessun percorso permette di raggiungere l’ingresso della cavità a piedi.
Valona rappresenta il punto di partenza più pratico. La città si trova circa 2 ore e 30 minuti in automobile da Tirana, con tempi variabili in base al traffico e alla stagione. Chi arriva dall’estero può atterrare all’aeroporto internazionale di Tirana e proseguire verso Valona in automobile, taxi, trasferimento privato oppure autobus.
Da Valona partono escursioni organizzate verso Karaburun con diverse formule. Alcune durano mezza giornata, altre occupano gran parte della giornata e aggiungono soste per il bagno, snorkeling e visite ad altre baie della costa.
Le Bandite di Scarlino sono una ampia riserva naturale che dalle alture dell’entroterra della zona settentrionale della Maremma, in Toscana, scende fino al Tirreno. Il territorio coinvolto, che tocca i comuni di Scarlino, Castiglione della Pescaia, Follonica e Gavorrano, custodisce una delle porzioni di costa più selvagge e integre di tutta la regione, un luogo fantastico per chi ama vivere il mare in modo vero e diretto.
Il nome un po’ curioso della riserva, che potrebbe far pensare a qualcosa di proibito, deriva a dire il vero dai bandi che, nei secoli passati, venivano indetti per la vendita di lotti di bosco. Le tracce della presenza umana in questo angolo di Maremma, in realtà, sono molto più antiche: la zona conserva testimonianze di insediamenti risalenti alla preistoria e all’epoca etrusca, come dimostrano i resti di una necropoli che si trova non lontano dai sentieri oggi percorsi da chi vuole raggiungere le dorate spiagge che adornano la costa. E in effetti proprio l’assenza di strade che conducano direttamente in riva al mare è ciò che ha permesso a questo tratto di litorale di conservare un aspetto autentico e incontaminato.
Le spiagge delle Bandite di Scarlino, infatti, si raggiungono solamente a piedi, in bicicletta o a cavallo, attraversando una fitta rete di sentieri che si snodano tra pinete e profumata macchia mediterranea. Tre sono le calette che meritano una visita, ognuna con un carattere diverso: Cala Violina, Cala Martina e Cala Civette.
Cala Violina
La spiaggia più celebre del trittico delle Bandite di Scarlino è senza dubbio Cala Violina, una piccola baia sabbiosa racchiusa tra due promontori che nel corso degli anni è diventata una delle destinazioni marittime simbolo di questo tratto di costa.
iStockVeduta di Cala Violina
Il suo pittoresco nome nasce da una particolarità: la sua sabbia bianca e finissima è composta da minuscoli granelli di quarzo e, quando il silenzio sulla spiaggia è massimo, il rumore prodotto dai passi camminandoci sopra a piedi nudi produce un fruscio che ricorda vagamente il dolce vibrare delle corde di un violino.
Piccolo paradiso che abbina litorale chiaro e dorato a acque particolarmente limpide, più volte premiata da Legambiente come una delle undici spiagge più belle d’Italia, e perfetta per chi ama lo snorkeling, Cala Violina è oggi tutelata da un sistema ad accesso limitato per contingentare il numero dei visitatori in estate e preservarne l’ecosistema. Dall’inizio di giugno e fino a metà settembre è necessario prenotare il proprio ingresso, versando un piccolo contributo.
iStockPanoramica su Cala Violina, la più celebre delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Cala Violina si raggiunge percorrendo un breve sentiero, poco più corto di due chilometri a partire dal parcheggio a pagamento più vicino, a Val Martina. La camminata in questo angolo di Maremma è piacevole: si supera una breve salita per oltrepassare una bassa collina passeggiando all’ombra di una folta pineta, che occlude la vista sul mare anche per tutta la discesa, fino a quando non si sfocia sulla sabbia e la spiaggia non appare come una visione abbagliante, da sogno. Cala Violina è raggiungibile anche in bicicletta, con bici gravel o mountain bikes.
Cala Martina
Poco più a nord di Cala Violina si incontra Cala Martina, una spiaggia di sassi rotondi e levigati dal mare, stretta e lunga, racchiusa tra Punta Francese a settentrione e l’omonima Punta Martina a meridione. Le sue acque sono limpide quanto quelle della spiaggia vicina, ma l’atmosfera che si respira qui è ancor più selvaggia e appartata, complice una minore notorietà e la particolare conformazione della caletta. In più l’acqua cristallina e il fondale sassoso la rendono ideale per utilizzare maschera e boccaglio ed esplorarne i dintorni.
Oltre alla sua bellezza naturale, fu proprio su questa spiaggia che, nel 1849, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per fuggire verso Genova, braccato dalle truppe austriache e con il cuore ancora colmo di dolore per la perdita della compagna Anita, morta pochi giorni prima. Dopo aver attraversato l’Appennino e la Toscana, scortato da un gruppo di patrioti che di tappa in tappa lo accompagnarono da Firenze fino a Scarlino, l’eroe dei due mondi trovò proprio nei boschi della Bandita l’ultimo rifugio prima di lasciare la penisola insieme al fedele comandante Leggero. Ancora oggi, poco prima di arrivare alla cala, un piccolo monumento ricorda quell’episodio e i patrioti che aiutarono Garibaldi in quei giorni concitati.
Cala Martina si può raggiungere solo a piedi e in bicicletta. Il modo migliore per farlo è percorrere il sentiero che parte dal porto del Puntone di Scarlino, raggiunge Punta Francese, scende al monumento a Garibaldi e quindi conduce alla bella spiaggia sassosa. L’intero percorso misura circa tre chilometri di continui saliscendi in una zona costiera che alterna tratti immersi nel bosco a magnifici panorami sulla costa e verso occidente, peraltro con la possibilità di scorgere la sagoma dell’isola d’Elba all’orizzonte.
Cala Civette
Più a sud di Cala Violina, invece, sorge Cala Civette. È separata dalla spiaggia vicina dal promontorio di Punta Le Canne e delimitata a sud dalla foce del fiume Alma, poco prima che la costa lasci il posto alla lunga distesa sabbiosa che caratterizza Punta Ala. Su un tornito promontorio sopra la foce del fiume sorge Torre Civette, antico edificio a scopo di avvistamento oggi trasformato in dimora privata, ma che con la sua sagoma bianca domina la spiaggia in maniera scenografica.
Come Cala Martina, anche questa spiaggia è ad accesso libero, raggiungibile a piedi seguendo la rete sentieristica che collega le tre cale delle Costiere di Scarlino, la sotto-area protetta delle Bandite che si cura della conservazione del litorale. Per arrivare a Cala Civette si percorre in auto la strada vicinale di Pian d’Alma, la si lascia in un apposito, piccolo parcheggio a pagamento e si imbocca il sentiero che la raggiunge. Il percorso misura circa due chilometri e mezzo, con una buona dose di salita. La fatica viene ricompensata subito prima del breve, ripido tratto di discesa in spiaggia, quando ci si affaccia dal promontorio settentrionale che chiude la cala e la si può ammirare dall’alto in tutta la sua bellezza.
Lorenzo CalamaiCala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Cala Civette è probabilmente la meno frequentata delle spiagge delle Bandite di Scarlino: una grande lingua di sabbia dorata alle cui spalle sorge una fitta pineta, chiusa da due promontori rocciosi. Il mare qui è spesso calmo, la risacca coccola con il suo rumore bianco chi vi si avventura, lo sguardo si perde verso l’orizzonte azzurro in cui mare e cielo si fondono in una cosa sola.
Non tutte le spiagge sarde conquistano per il loro fascino da cartolina, tra yacht, mondanità e un numero di turisti in continuo aumento. Al contrario, alcune fanno innamorare proprio perché lontane da tutto questo.
Una delle più suggestive in questo senso si trova sulla Costa Verde: stiamo parlando delle Dune di Piscinas, che hanno conquistato il Telegraph con un magnetismo completamente diverso, fatto di natura e un passato minerario ancora visibile nel paesaggio circostante.
Non stupisce che il quotidiano britannico l’abbia inserita tra le meraviglie d’Europa, elogiandone la bellezza incontaminata e l’atmosfera fuori dal tempo.
Le Dune di Piscinas, dove il mare incontra il deserto
Piscinas, situata nella zona sud-occidentale della Sardegna, spicca come angolo selvaggio in una delle aree costiere meno battute dal turismo di massa. Anche arrivarci non è semplicissimo perché per raggiungerla è necessario percorrere strade sterrate e avere un po’ di pazienza: d’altronde è proprio questo isolamento a preservarne il carattere autentico, mantenendo la spiaggia al riparo dall’affollamento che caratterizza altre località della costa sarda.
Il tratto di arenile, ampio e dorato, è incorniciato da un sistema di dune che possono innalzarsi fino a 60 metri, tra le più alte d’Europa, modellate dal maestrale che qui soffia ridisegnando il profilo delle sabbie giorno dopo giorno. Sono le dune a fungere da barriera naturale contro le mareggiate e ospitano un ecosistema fragile, dove nidificano le tartarughe marine Caretta Caretta e dove si muove il cervo sardo, sottospecie endemica dell’isola.
Poco distante si trova Ingurtosu, un tempo centro nevralgico di una delle miniere più produttive della Sardegna e oggi parte del Parco Geominerario, i cui ruderi raccontano ancora l’epopea mineraria che ha segnato l’intera valle fino alle dune. Case abbandonate, vecchi impianti e carrelli arrugginiti compongono un paesaggio quasi sospeso nel tempo, che affianca la bellezza naturale di Piscinas con un patrimonio industriale altrettanto affascinante.
Cosa vedere e fare a Piscinas
Oltre alla già citata miniera di Ingurtosu situata nelle vicinanze, Piscinas è anche una delle tappe più suggestive del Cammino Minerario di Santa Barbara: la quinta, che collega Portixeddu alla spiaggia in circa 16 chilometri di percorso impegnativo, attraversando la costa selvaggia e i resti dell’archeologia mineraria della zona. Per chi ama il trekking, arrivare a piedi fin qui, dopo ore immersi in paesaggi incontaminati, rende l’incontro con le dune ancora più suggestivo.
I servizi sulla spiaggia restano volutamente essenziali, in linea con lo spirito selvaggio del posto: in estate sono attivi un hotel e due stabilimenti balneari, dove si trovano docce, ombrelloni e lettini per chi cerca comunque un minimo di comfort. Per il resto, l’esperienza di Piscinas è tutta nel contatto diretto con la natura.
Ricordiamo che, proprio per la loro fragilità, le dune non si possono attraversare a piedi: il calpestio danneggerebbe un ecosistema delicato, già messo alla prova dal vento e dall’erosione. La loro bellezza si ammira e si rispetta, restando sui percorsi consentiti.
Ferragosto è ormai passato e l’estate inizia ad accorciarsi, ma moltissime persone sono pronte a partire per un sorprendente viaggio di fine agosto, che sia organizzato da tempo oppure last minute: se le ferie devono ancora iniziare o si ha ancora qualche giorno libero da sfruttare, la fine del mese può essere un ottimo momento per partire. Non soltanto perché in alcune destinazioni l’atmosfera comincia lentamente a cambiare, ma anche perché esistono mete capaci di offrire una vacanza diversa dalle solite destinazioni prese d’assalto nel cuore dell’estate.
Dalla costa italiana alle isole più selvagge, passando per una valle alpina dove cercare un po’ di fresco, fino ad arrivare a località europee meno scontate, sono diverse le possibilità per organizzare un viaggio last minute negli ultimi giorni di agosto. Abbiamo selezionato 8 mete tra Italia ed Europa, puntando su luoghi meno scontati che permettono di combinare diverse esperienze tra mare, natura, borghi, cultura e attività all’aria aperta. Pronti a partire?
Chi percorre la SS198 della Sardegna, che dalla costa Est si immette nella regione dell’Ogliastra, non può non fermarsi a visitare uno dei borghi abbandonati più famosi dell’isola che si attraversa per forza in auto: Gairo Vecchio. Lo si costeggia completamente (sull’altro lato c’è uno strapiombo) e, visto il numero esiguo di auto che transitano da queste parti, il silenzio regna sovrano.
La sua storia è quella di molti altri borghi fantasma d’Italia, ma qui c’è di più. Innanzitutto, è molto meno famoso di altri e poi, essendo in Sardegna, è anche molto meno visitato. Non si può parlare di un “abitato” vero e proprio in quanto non ci abita nessuno e i turisti che lo visitano, soprattutto d’estate, sono gli unici esseri viventi che s’incontrano.
Se, invece, vi dovesse capitare di venirci in autunno e inverno, nelle giornate fredde e nebbiose si ha l’impressione di aggirarsi in un’atmosfera incantata, come avvolti dalla nebbia del passato.
La storia di Gairo Vecchio
Ci troviamo a 520 metri d’altezza sopra il Rio Pardu. Pare che il nome “gairo” significhi “terra che scorre” e racchiude una sorta di destino geologico predestinato. Non a caso, le sue tormentate vicende, iniziate a fine XIX secolo, proprio a causa dell’instabilità del suolo su cui sorge ebbero un esito drammatico.
123RFTra le case diroccate del borgo fantasma di Gairo Vecchio
Il borgo, infatti, fu progressivamente abbandonato a causa di una forte alluvione avvenuta nel 1951. Le cronache di allora raccontano di cinque giorni di piogge e vento incessanti che colpirono l’Ogliastra e che resero il nucleo originario di Gairo, già provato da mezzo secolo di frane e smottamenti, insicuro per persone e animali. Le vie si trasformarono in impetuosi torrenti facendo ‘scivolare’ drammaticamente il terreno verso valle.
Gli abitanti si spostarono più a valle formando altri tre piccoli borghi: Gairo Sant’Elena, Gairo Taquisara e Gairo Cardedu. Il primo si trova pochi metri sopra al vecchio paese. Il secondo, che dista qualche chilometro, è un grazioso villaggio di soli 300 abitanti ed è famoso per essere una delle stazioni dove si ferma il Treno Verde della Sardegna, che d’estate attraversa alcuni di questi paesi (ed è l’alternativa all’auto, se si vogliono visitare questi luoghi). Qui passa la linea Arbatax – Gairo Taquisara. Il terzo borgo è quello più vicino al mare.
123RFLe case diroccate a Gairo Vecchio nell’Ogliatsra
Ma è proprio Gairo Vecchio, il paese che non esiste più, ad attirare i turisti che amano i percorsi alternativi rispetto a quelli della Sardegna da cartolina. Per visitarlo, basta percorrere qualche tornante e, sulla destra, si può parcheggiare e addentrarsi a piedi tra i vicoli, le scalinate e gli edifici diroccati dalle caratteristiche pareti rosa e blu (perfetto per coloro che praticano Urbex, la passione per i luoghi abbandonati e fatiscenti).
Il borgo che rivive una volta all’anno
Le manifestazioni più importanti che si svolgono a Gairo sono quelle religiose, alle quali si è aggiunta, negli ultimi anni, la Sagra del cinghiale che si tiene in concomitanza con la festa in onore di Sant’Antonio Abate, che cade nel mese di gennaio. In quest’occasione, è costume accendere il tradizionale falò e cucinare la carne dei cinghiali offerta per dai cacciatori: la buona riuscita della festa, legata alla tradizione contadina, è considerata di buon auspicio per dell’annata agricola.
I dintorni
Il bellissimo territorio di Gairo vVecchio unisce mare e montagna e costituisce la meta di moltissimi visitatori attratti dalla bellezza dei paesaggi e dalla natura incontaminata che caratterizza quest’area. L’area marina del Comune di Gairo è caratterizzata da spiagge di rara bellezza, come la suggestiva spiaggia di sassi scuri di Coccorrocci e quella di Cala ‘e Luas dalle caratteristiche rocce rosa.
Il paesaggio montano è reso spettacolare dalla presenza dei “Tacchi”, torrioni calcarei formatisi nel Mesozoico, che si ergono come torri in mezzo alle montagne, tra i quali spicca Perda’e Liana, il monumento naturale più famoso della Sardegna. Una escursione tra i tacchi attraverso mulattiere permette di ammirare autentici esemplari di natura selvaggia. Tra le montagne carsiche del territorio gairese si aprono le bellissime Grotte di Taquisara, che prendono il nome dall’omonima frazione; le grotte, perfettamente conservate, sono da qualche anno attrezzate e accessibili ai visitatori.
La leggenda della Porta dell’Inferno
Una vecchia leggenda descrive Perda ‘e Liana come una delle porte dell’Inferno, dalla quale uscivano demoni e streghe temuti dai comuni mortali; un antico detto popolare recita ancora “A sa Perda ‘e Liana su hi heres ti dana” (“A Perda ‘e Liana ciò che chiedi ti viene dato”), ricordando il pellegrinaggio di coloro che si recavano ai piedi del monte per offrire la propria anima al diavolo in cambio di ciò che desiderava.
Come visitare il borgo abbandonato
Oggi della Gairo ‘vecchia’ è un insieme di ruderi degli edifici rimasti tenacemente aggrappati alla roccia del monte Trunconi, che domina sulla valle, tra viuzze di terra battuta e selciato collegate da scalette e viottoli inclinati. Le strade, infatti, delimitavano i terrazzamenti sui quali sorgevano le costruzioni, pertanto sono disposti orizzontalmente, su livelli sfalsati, lungo il pendìo.
123RFLe case di Gairo Vecchio dovevano essere anche belle
Si cammina in un’atmosfera fuori dal tempo, mentre si osservano costruzioni realizzate in granito e scisto, tenuti insieme dal fango o dalla malta di calce e sabbia. La calce era prodotta in un forno attivo fino a pochi decenni fa, situato dove poi è sorta la frazione Taquisara. Alcune palazzine avevano tre o quattro piani. Oggi, in alcune facciate resistono ancora i balconcini in ferro battuto. Addentrandosi nel borgo a piedi e sbirciando dalla strada dentro le case, si possono ancora notare com’erano fatte dentro con i loro caminetti, le scale, le finestre e le pareti intonacate d’azzurro. Alcune dovevano essere davvero belle… Attenzione però, perché, per ragioni di sicurezza, è vietato entrare o avvicinarsi troppo alle vecchie case.
La sensazione di abbandono aumenta nell’osservare la vegetazione farsi strada tra le rovine, riappropriandosi di spazi che un tempo le appartenevano. Di tanto in tanto sbucano orti, alcuni apparentemente ancora curati.
Come arrivare a Gairo Vecchio
Per raggiungere il borgo di Gairo Vecchio, nella provincia dell’Ogliastra, bisogna percorrere la Strada Statale 198 di Seui e Lanusei (SS 198), l’arteria stradale sarda lunga circa 80-100 km che collega Serri, nel Sarcidano, a Lanusei, nell’Ogliastra. È una bella strada, molto amata dai motociclisti e dagli appassionati dei viaggi on the road per i suoi panorami selvaggi e le sue innumerevoli curve tra i monti della Barbagia.
Arrivando da Osini e fermandosi più o meno all’altezza di Osini Vecchio, dalla parte opposta della vallata, è possibile vedere i due Gairo: quello vecchio sotto e quello nuovo sopra. Qualche chilometro e qualche tornante più avanti, svoltando sulla destra, si accede al vecchio borgo: qui si può parcheggiare l’auto per la visita pe poi riprendere la strada statale diretti verso quella conosciuta in tutto il mondo come Blue Zone. Ma questo è un altro viaggio che vi raccontiamo qui.