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La Via Francigena in autunno: il tratto toscano a piedi tra borghi e boschi

9 octobre 2026 à 18:30

Quasi non accenna a vedersi, l’avvio dell’autunno. Eppure la stagione che chiude l’estate e prepara all’inverno è già iniziata. Ce ne si accorge dalle giornate che si accorciano, e da quella luce più dolce del sole verso sera, quasi dorata mentre si avvia al tramonto. Presto anche le chiome alberate si uniranno al grande concerto del mutamento, virando al giallo, al bruno e al rosso. Uno dei momenti più magici dell’anno per camminare lungo i sentieri dell’Appennino.

A permettere di farlo, in particolare, è la Via Francigena, l’antico cammino dei pellegrini che attraversa la Toscana per circa 380 chilometri, dal Passo della Cisa fino alle porte del Lazio. Tra le montagne e le colline della regione si incontra tanta di quella bellezza da non saper scegliere quali immagini portare a casa: si attraversano boschi appenninici, caratterizzati da querce, castagni e faggi; borghi antichi caratterizzati ognuno dal suo campanile e dalla propria pieve; si calpesta la piana di Lucca, si avvistano da lontano le torri di San Gimignano, si raggiunge Siena e la Val d’Orcia. Un itinerario speciale sempre, che d’autunno guadagna ancora qualche punto di bellezza in più, vivendo una delle sue stagioni più felici.

Che cos’è la Via Francigena

Antica via di pellegrinaggio, la Via Francigena si è guadagnata il suo nome per via del fatto che, prima di arrivare in Italia, attraversa il territorio francese. Nel Medioevo, infatti, era la direttrice seguita dai pellegrini dell’Europa settentrionale per raggiungere Roma. Non è mai stata una strada unica, ma una rete di percorsi che cambiavano a seconda delle stagioni, delle condizioni del territorio e degli eventi politici.

L’origine da cui discende l’odierno cammino è un documento storico. Nel 990 Sigerico, arcivescovo di Canterbury, si recò a Roma per ricevere dal papa Giovanni XV il pallio, veste liturgica e insegna della sua carica. Durante il viaggio di ritorno annotò in un diario le 79 tappe del percorso compiuto. Quel testo, secoli dopo, ha permesso di ricostruire il tracciato che oggi i camminatori seguono.

via francigena
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Il simbolo della Via Francigena su un sentiero nel bosco in Toscana

Nel 1994 il Consiglio d’Europa ha riconosciuto la Via Francigena come Itinerario culturale. L’itinerario completo misura 3200 chilometri: parte da Canterbury, attraversa Inghilterra, Francia, Svizzera e Italia, e da Roma prosegue fino a Santa Maria di Leuca. Il tratto italiano comincia dal Passo del Gran San Bernardo, in Valle d’Aosta, e arriva a Roma dopo circa mille chilometri. La Toscana ne è uno dei capitoli più frequentati, sia per compierne il solo tratto regionale che per escursioni giornaliere lungo una delle tappe.

Il percorso della Via Francigena in Toscana

La Francigena entra in regione dal Passo della Cisa, il valico appenninico a 1041 metri di altitudine che separa l’Emilia dalla Lunigiana, ovvero la punta nordoccidentale della Toscana. Arriva a Radicofani, ultimo avamposto prima del Lazio. Le tappe sono 15, che diventano 16 se si include la successiva escursione fino a Acquapendente, già in territorio laziale. Ognuna delle tappe è una sfida, visto che la maggior parte supera i 20 chilometri di lunghezza.

La prima parte del cammino dall’ingresso in Toscana in poi è immersa nel verde e montana. Dalla Cisa si scende verso le cittadine principali della Lunigiana, la bella Pontremoli e poi Aulla. Tra mulattiere, ponti medievali e castelli che furono dominio dei Malaspina, si attraversano piccoli borghi e paesi caratteristici. Dopo una breve parentesi ligure nei dintorni di Sarzana, il cammino rientra in Toscana a Massa e si affaccia sulla Versilia, tra Pietrasanta e Camaiore, all’ombra delle scenografiche Alpi Apuane e con lo sguardo proiettato verso l’orizzonte e il mare.

Via Francigena Toscana
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Il tracciato della Via Francigena attraversa le Crete Senesi

Segue Lucca, con la sua piana, e il cammino si distende verso Altopascio e San Miniato. Si scende quindi in Val d’Elsa, con le torri di San Gimignano e il borgo fortificato di Monteriggioni, e si raggiunge quindi Siena. A sud della città del Palio si trovano splendide zone di collina dolce: la Val d’Arbia e le Crete Senesi, la Val d’Orcia.

Le tappe più belle da affrontare in autunno

Praticare il trekking in una regione come la Toscana, specie nelle sue zone meridionali, non è cosa ideale da fare nei mesi più caldi dell’anno. Le Crete Senesi e la Val d’Orcia, paesaggi celebri della Via Francigena e non solo, sono spesso esposti al sole a lungo, con pochissima ombra per chilometri.

Le mezze stagioni sono invece quelle ideali per affrontarne le asperità con un clima più mite, anche se questo significa dover mettere in conto giornate più corte (e quindi sveglie anticipate) e una maggiore probabilità di incappare in qualche pioggia.

Alcune tappe della Francigena, poi, sono particolarmente indicate per essere affrontate tra ottobre e dicembre, anche selezionando la singola tratta.

Dal Passo della Cisa a Pontremoli

La prima tappa in assoluto del tratto toscano della Via Francigena corrisponde alla ventiduesima dell’intero cammino. Si tratta di una porzione non lunghissima (19,5 chilometri) ma tosta, per via della lunga discesa (1327 metri di dislivello negativo), a cui fanno da contrappunto alcune contropendenze (527 metri di dislivello in salita).

Tuttavia è un’escursione di grande bellezza naturalistica, che in autunno dà il proprio meglio: si scende tra boschi antichi con due soli suoni nelle orecchie: il frusciare delle foglie e il tonfo del proprio passo. Quando si emerge dalla coltre alberata, si incontrano numerosi castelli, antiche chiese romaniche dalle facciate spoglie e affascinanti piccoli borghi in pietra, ancora ben conservati.

Si arriva quindi nella valle del fiume Magra, fino a raggiungere Pontremoli, capoluogo non ufficiale della Lunigiana. Una cittadina affascinante, contraddistinta delle sembianze medievali, dai ponti sul fiume e da secoli luogo di passaggio dei pellegrinaggi verso Roma.

Pontremoli, in Lunigiana, lungo la Via Francigena
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Veduta di Pontremoli

Da San Miniato a Gambassi Terme

Tappa numero 9 delle 15 in territorio toscano, misura circa 23 chilometri, con un dislivello in salita moderato. Si parte da San Miniato, splendido borgo arroccato su una collina e vera e propria capitale del tartufo bianco, la cui annuale Mostra Mercato si tiene nei fine settimana della seconda metà di novembre. Chi cammina a novembre può costruirci intorno la tappa, ricordando che la cerca e cavatura del tartufo è Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO dal 2021.

Il panorama naturale che si attraversa lasciando la cittadina lungo i crinali collinari della Val d’Elsa è spettacolare, disseminato di castelli, rocche, antichi ospitali e complessi abbaziali. Colline dolci si succedono aprendosi di volta in volta lungo grandi prati divisi da fitti boschetti, e dalle cime della zona si gode di panorami ampi.

Da non perdere il passaggio dalle pievi di Coiano, caratterizzata da una ripida scalinata in pietra; e di Santa Maria Assunta a Chianni, uno dei più eccellenti esempi del romanico in Toscana. Da quest’ultima, poi, il passo è breve per raggiungere Gambassi Terme.

Da San Quirico d’Orcia a Radicofani

La tappa finale in Toscana, da San Quirico a Radicofani, è la più impegnativa: circa 33 chilometri e oltre 900 metri di dislivello in salita. Una piccola impresa escursionistica le cui bellezze ripagano ben presto dello sforzo che si fa durante il cammino.

La prima parte è quella più paesaggistica e dove si gode maggiormente del modo in cui l’autunno cambia lo scenario, attraversano le colline spoglie della Val d’Orcia, con lo sguardo che si riempie dei vasti spazi e della loro antropizzazione gentile.

Si giunge dunque a Bagno Vignoni, con la sua vasca termale al centro del paese, e si sale infine alla rocca di Radicofani, la splendida e scenografica fortezza che domina la Val d’Orcia e la Valle del Paglia, dove il percorso si conclude e dove ha fine anche il tratto toscano della Via Francigena.

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Bocas del Toro, scoprire la bioluminescenza nelle isole tesoro di Panama

7 octobre 2026 à 16:00

Panama, per tutto il mondo, significa Canale: la piccola repubblica centroamericana, quattro milioni di abitanti, custodisce infatti la via più veloce di transito per le navi commerciali tra l’Oceano Atlantico e quello Pacifico, grazie agli 82 chilometri di scavi, chiuse e dighe che costituiscono il passaggio. Tuttavia, c’è molto di più da scoprire e visitare in questo angolo di Caraibi che non limitarsi alla pur interessante scoperta di questa opera dell’ingegno umano.

Una delle destinazioni da non perdere, ad esempio, è l’arcipelago di Bocas del Toro, non lontano dal confine con il Costa Rica: oltre 250 tra isole, isolette, isolotti e cayos di vario genere nel nordovest del paese, oggetto di un variegato ma mai eccessivo flusso turistico interessato soprattutto a godere della straordinaria natura celata tra le spiagge e i boschi di mangrovie. Una delle principali attrattive è costituita dalla bioluminescenza, un’esperienza rara di cui poter godere dopo il tramonto a bordo di una barca: i dinoflagellati, minuscoli organismi monocellulari, emettono un lampo di luce blu quando avvertono un movimento nell’acqua e producono questo spettacolo naturale, da godere nelle notti senza luna.

Panama come destinazione turistica

Per molto tempo Panama è stata considerata soprattutto una terra di passaggio. Stretto lembo di terra che unisce le due Americhe e separa Atlantico e Pacifico, è noto in tutto il mondo per il suo Canale, come detto.

Le cose, tuttavia, sembrano in rapido mutamento e un crescente flusso turistico, interessato non solo al passaggio da un lato all’altro del continente americano, sta incominciando ad arrivare nel paese. L’attrattiva per i turisti esteri è la varietà di esperienze di cui si può godere, pur visitando un paese relativamente piccolo. A Ciudad de Panama, la moderna capitale del paese, si fondono un’anima contemporanea, con i grattacieli affacciati sul Pacifico, e lo storico quartiere di Casco Viejo, riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Nell’entroterra occidentale si trovano le montagne fresche di Boquete e della provincia di Chiriquí. Nella parte nordorientale ci sono le spiagge di Guna Yala, terra abitata dal popolo indigeno Guna. Due coste, due oceani, un entroterra ricco di corsi d’acqua e foreste, e una quantità di isole e isolotti completano il quadro, con l’arcipelago di Bocas del Toro come punta di diamante.

zapatilla isola di bocas del toro
Sergi Reboredo/VW PICS/Universal Images Group via Getty Images
Le spiagge caraibiche delle isole di Bocas del Toro

Dove si trova l’arcipelago di Bocas del Toro e come arrivare

L’arcipelago di Bocas del Toro si trova nel nordovest di Panama, sulla costa caraibica, vicino al confine con il Costa Rica. Le principali isole che lo compongono sono Isla Colón, dove sorge il capoluogo Bocas Town, Carenero, Solarte, Bastimentos, San Cristóbal, Isla Popa e Cayo Agua. Inoltre centinaia di isolotti e altre piccole isole tempestano quest’area di Oceano Atlantico. Fu a queste coste che approdò Cristoforo Colombo nel 1502, durante il quarto e ultimo viaggio verso il Nuovo Mondo, e a Bastimentos diede un nome che in spagnolo significa provviste, perché l’isola servì a rifornire la sua flotta.

Il modo più rapido per arrivare a Bocas del Toro è l’aereo. Isla Colón, la più grande e la più turistica dell’arcipelago, possiede un piccolo aeroporto a circa un’ora di volo da Ciudad de Panama. Isla Colón è collegata anche ad Almirante, piccola città sulla costa di fronte all’arcipelago, attraverso il cosiddetto water taxi, un collegamento marittimo di circa mezz’ora con partenze frequenti durante il giorno.

Una volta raggiunte le isole ci si sposta tra l’una e l’altra esclusivamente in barca.

Sebbene il clima tropicale mantenga caldo per tutto l’anno, i mesi migliori per visitare le isole sono quelli di settembre e ottobre. Si tratta del momento relativamente più asciutto e con un mare tendenzialmente più calmo, anche se è difficile che la pioggia stia a lungo lontana dai cieli panamensi.

Cosa fare e cosa vedere a Bocas del Toro

Il cuore dell’esperienza a Bocas del Toro è l’escursione notturna in barca per essere testimoni dell’incredibile fenomeno della bioluminescenza. Per poter essere abbastanza fortunati da vederla, si devono sfruttare le notti senza luna nel cielo, e pertanto pianificare il proprio viaggio secondo il ciclo lunare.

Attraverso visite guidate, si esce in barca in gruppi ridotti per raggiungere alcune piccole baie riparate, dove ogni movimento dell’acqua funziona come un interruttore per accendere tante piccole luci azzurre e blu, come uno sciame di lucciole che si illuminano all’unisono, o come una polvere di stelle azzurra che si scioglie tra le onde. L’esperienza comprende nuotare con maschera e boccaglio in queste aree, mentre l’acqua si accende ad ogni movimento. Si tratta di un’esperienza davvero magica, dalla spiegazione scientifica meno romantica di quanto non lo sia lo spettacolare effetto esteriore: la luminescenza è prodotta da un particolare tipo di fitoplancton, i dinoflagellati; si tratta di organismi monocellulari che, quando ricevono un impulso meccanico o un movimento dell’acqua, innescano un enzima chiamato luciferasi, il quale agisce sulla luciferina, una piccola molecola capace di trasformare l’energia chimica in luce visibile. Questo bagliore, a livello naturale, si ritiene che serva come meccanismo di difesa per spaventare o confondere i predatori, ma nelle notti scure nel cuore dei Caraibi, tra isole selvagge coperte di mangrovie e il calmo mare interno all’arcipelago, regala momenti di bellezza ultraterrena.

Tra le altre attrattive dell’arcipelago c’è il Parco Nazionale Marino di Bastimentos, istituito nel 1988 e indicato come il primo parco marino del paese. Protegge circa 13mila ettari tra foresta, mangrovie e barriera corallina, con quasi ottanta specie di coralli. Ne fanno parte i Cayos Zapatilla, due isolotti disabitati di sabbia chiara e palme, tra le mete più visitate dell’area e ideali per lo snorkeling.

bocas del toro panama
Lorenzo Calamai
Spiagge bianche e selvagge, mare blu e un orizzonte magico

Sul lato caraibico di Bastimentos, invece, si trovano spiagge stereotipicamente caraibiche come Wizard Beach e Red Frog Beach, con quest’ultima che deve il nome alle minuscole rane velenose rosse che vivono nella foresta vicina. Tra le mangrovie di Salt Creek, all’estrema punta orientale dell’isola, si possono invece avvistare bradipi e scimmie.

I bradipi sono un animale particolarmente numeroso in alcune aree dell’arcipelago. Se ne trovano molti a Bastimentos, ma anche a Isla Popa, anche se le probabilità più alte di avvistare questo timido e appartato animale arroccato sulle cime degli alberi è a Isla de los Perezosos, chiamata proprio Sloth Island, un piccolo isolotto vicino Isla Colón destinazione di diversi tour guidati.

bradipo panama
123RF
Il bradipo tridattilo è il più diffuso a Bocas del Toro

Sulla grande Isla Colón, inoltre, ci sono diverse spiagge degne di nota: Playa Estrella, sulla costa nordoccidentale, è caratterizzata dalle stelle marine che riposano sui fondali bassi e trasparenti; anche Dolphin Bay è un nomen omen, trattandosi di una baia circondata da mangrovie dove vivono numerosi delfini per buona parte dell’anno.

Valgono assolutamente la pena tutte le escursioni giornaliere organizzate dagli operatori locali per raggiungere altre isole dell’arcipelago come Isla Solarte e Coral Cay, due delle destinazioni più gettonate per uno snorkeling memorabile, tra banchi di pesci coloratissimi e coralli dalle forme ardite.

Infine, tra un’escursione e l’altra non è da trascurare la visita della città di Bocas del Toro, comunemente chiamata Bocas Town o semplicemente Bocas, la città di riferimento dell’arcipelago, al margine meridionale di Isla Colón. Qui si incontrano eredità caraibiche e tracce delle comunità indigene delle isole, oltre a essere sostanzialmente l’unico vero abitato delle isole, con strutture ricettive, ristoranti, bar e una vera e propria vita cittadina.

Viaggio vista mare lungo la Ciclovia Riviera dei Fiori: qui si pedala su una vecchia ferrovia

1 octobre 2026 à 15:30

Un tempo qui era tutta ferrovia. Due strisce di ferro, una massicciata, il passaggio rumoroso di vagoni stridenti diretti da Genova a Ventimiglia, o da Ventimiglia a Genova, lungo un unico binario. Poi, nel 2001, la decisione di dismettere questa tratta per spostarla più a monte, più lontano dal profondo blu del Mar Ligure che spumeggia lungo la frastagliata costa occidentale della penisola italiana. Di lì a qualche anno l’inizio dei lavori per servire un’idea visionaria: realizzare una pista ciclabile, o meglio una ciclovia, al posto della ferrovia, restituendo all’utilizzo turistico questa panoramica parte di territorio, investendo su un’infrastruttura dismessa che sarebbe altrimenti stato difficile riutilizzare.

Nasce così, lungo la costa del Ponente ligure, la Ciclovia Riviera dei Fiori, un lungo nastro d’asfalto sospeso tra mare e colline. Una prospettiva insolita e unica sulla Liguria, lungo un itinerario pianeggiante, sicuro e adatto davvero a chiunque, dalle famiglie con bambini ai cicloturisti più allenati. Oggi, terminati i lavori di ampliamento, il percorso ciclistico è lungo 45 chilometri, da Andora, panoramica cittadina della Riviera delle Palme, fino a Ospedaletti, in provincia di Imperia.

Dove si trova la Ciclovia Riviera dei Fiori

La Ciclovia Riviera dei Fiori corre dunque lungo la costa delle province di Imperia e Savona, nell’estremo Ponente della Liguria, non lontano dal confine con la Francia. Il suo tracciato segue quasi interamente il sedime della vecchia ferrovia Genova-Ventimiglia a binario unico, dismessa all’alba del Nuovo Millennio e sostituita da un nuovo tracciato per liberare la fascia costiera da un’infrastruttura che per oltre un secolo aveva tenuto il mare a debita distanza dai passeggeri in transito.

I due estremi del percorso ciclabile sono Ospedaletti, a pochi chilometri da Sanremo, cittadina simbolo della storia del ciclismo, e Andora, dove si trovano alcune delle spiagge più belle della costa ligure. L’intero tracciato è stato ampliato alla sua definitiva lunghezza da poco: inizialmente la ciclovia era lunga 24 chilometri, tra San Lorenzo al Mare e Ospedaletti. Venne poi ampliata in entrambe le direzioni per raggiungere i 45 chilometri ininterrotti che misura oggi, tutti affacciati sul mare.

Ciclovia Riviera dei Fiori Sanremo
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La Ciclovia nei pressi di Sanremo

Nel 2025 la Ciclovia Riviera dei Fiori ha ottenuto l’Italian Green Road Award, il riconoscimento dedicato alle ciclovie più virtuose per progettazione, fruibilità e sostenibilità: pochi altri itinerari in Italia possono contare su un simile affaccio marino ininterrotto, unito a un fondo perfettamente asfaltato e a una pendenza pressoché nulla. All’inizio dell’estate 2026 sono stati completati i lavori per un ulteriore ampliamento, integrando nella ciclovia il tratto cosiddetto de L’Incompiuta, panoramico percorso costiero che collega Imperia Oneglia a Diano Marina. Un vero e proprio sogno per il cicloturista.

Cosa vedere lungo la ciclovia

San Lorenzo al Mare è un piccolo borgo di pescatori, raccolto attorno al suo porticciolo turistico. Qualche chiesa e qualche pittoresca piazzetta animano questo paese lungo la Ciclovia Riviera dei Fiori. Il tratto da San Lorenzo a Ospedaletti è il vecchio cuore del percorso, quello aperto per primo e ancora oggi il più frequentato. In questa parte dell’itinerario, il tracciato è quasi interamente pianeggiante e a doppio senso di marcia, con un fondo asfaltato che lo rende accessibile non solo a bici di ogni tipo, ma anche a chi vuole cimentarsi con pattini e roller blades.

Una delle caratteristiche più suggestive dell’intero itinerario è la presenza delle vecchie gallerie ferroviarie, recuperate e illuminate, che un tempo facevano correre i treni sotto i promontori rocciosi della costa ligure, e che oggi regalano ai ciclisti il brivido di essere attraversate su due ruote.

La Ciclovia Riviera dei Fiori attraversa diversi borghi di pregevole bellezza, con tante possibilità per parcheggiare la bici e godersi l’esplorazione dei vicoli, delle viuzze e delle piazze di questi piccoli paesi costieri dal fascino immortale. Arma di Taggia è meta balneare per eccellenza durante l’estate, con le sue palme e il suo litorale dorato. Cervo ha un’anima medievale, ma una grande chiesa barocca che domina il colpo d’occhio sull’abitato. Imperia è una città divisa in due anime, ciascuna delle quali meritevole di essere visitata. Santo Stefano al Mare, Diano Marina, Riva Ligure coltivano l’atmosfera marinara e la tipica lentezza di un clima sempre mite.

Cervo Liguria
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Il borgo di Cervo

Tappe imperdibili

Più in dettaglio, la Ciclovia Riviera dei Fiori offre una sorta di piccolo campionario di ciò che ha da offrire il Ponente ligure.

Andora, da dove parte (o finisce, a seconda del senso in cui si percorre la pista), offre scorci bellissimi sulla riviera, in particolare nei pressi della frazione di Marina di Andora, che si affaccia su Capo Mele. Costeggiando Capo Mimosa, si incontrano le prime gallerie e poi ci si affaccia sul golfo di Diano Marina passando da Cervo, uno dei Borghi più Belli d’Italia, il cui profilo si staglia, arroccato sulla sua collina, mentre lo si oltrepassa in riva al mare.

Andora liguria
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Panorama su Andora e Capo Mimosa

Quando si oltrepassa il molo di Diano Marina, si entra nella cosiddetta Incompiuta, che oggi è quantomai invece completa: è la parte più nuova della ciclovia, e attraversa un lungomare altrimenti irraggiungibile con l’automobile, in una zona costiera rocciosa in cui solo la macchia mediterranea resiste abbarbicata alle falesie. Qui ci può anche fermare a fare il bagno in un piccolo tratto di spiaggia libera.

Si arriva dunque a Imperia e se ne attraversano le due parti, Oneglia e Porto Maurizio, la prima più industriale, legata ai pastifici e alla produzione dell’olio d’oliva, la seconda più pittoresca, fatta di vicoli e palazzi eleganti. Poco dopo, usciti da Porto Maurizio e prima di arrivare a San Lorenzo al Mare, si incontra l’affascinante sagoma della Torre di Prarola, antico punto d’avvistamento contro le incursioni navali.

A San Lorenzo al Mare vale la pena concedersi qualche minuto per ammirare le case colorate del porticciolo. Poco più avanti, la sosta a Marina degli Aregai, a Santo Stefano al Mare, permette di osservare un moderno porto turistico incastonato in un paesaggio ancora fortemente rurale, con uliveti e coltivazioni di fiori che digradano verso il mare.

Proseguendo verso ponente, si arriva ad Arma di Taggia, con la sua atmosfera balneare, si aggira Capo Verde e si entra infine a Sanremo. Poco distante, sulla collina, si può fare una breve deviazione per visitare Bussana Vecchia, il borgo abbandonato dopo il terremoto del 1887 e oggi rinato come piccolo villaggio di artisti.

Arrivando a Sanremo, la Città dei Fiori regala uno dei momenti simbolo del percorso: pedalare lungo Corso Imperatrice, con le sue palme secolari, e ammirare da vicino le cupole dorate della Chiesa Russa, uno degli edifici più riconoscibili della cittadina. Non è un caso che proprio questo tratto della ciclovia sia stato scelto per la partenza della prima tappa del Giro d’Italia 2015 e sia legato a doppio filo alla storica Milano-Sanremo, una delle più importanti corse ciclistiche del mondo. Una lunga galleria conduce all’ultimo tratto del percorso, sul lungomare di Ospedaletti.

Trekking sui vulcani italiani: un viaggio suggestivo tra Etna, Eolie e Vesuvio

26 septembre 2026 à 16:00

Sono pochi i Paesi in Europa con un maggior numero di vulcani attivi rispetto all’Italia, che ne vanta un’alta concentrazione, in particolare nelle Regioni meridionali. Un privilegio geologico, questo, che si traduce nella possibilità per i viaggiatori di intraprendere alcune delle esperienze di trekking più uniche e sorprendenti che si possano vivere nel continente.

L’escursionismo è una delle principali attività turistiche sulle pendici dell’Etna, il grande vulcano che domina con la sua silhouette la Sicilia orientale, mentre sono meno celebri ma altrettanto scenografici i cammini che si inerpicano lungo i coni perfetti di Vulcano e Stromboli, le due isole delle Eolie che ospitano vulcani attivi, o sulle morbide pendenze del Vesuvio, con la vista che si perde sul Golfo di Napoli.

Trekking sull’Etna

L’Etna è il vulcano attivo più alto d’Europa e uno dei più studiati al mondo. Il suo cono imponente, spesso sormontato da un pennacchio di fumo chiaro, si intravede praticamente da ogni angolo della costa ionica siciliana, quella orientata a est. Questo per via del suo svettare nettamente oltre i tremila metri di quota: anche se a tratti può divenire inquietante e minaccioso, il vulcano siciliano offre un’ampia possibilità di esperienze di trekking adatte a tutti i livelli e accomunate dalla sorprendente scoperta di un ambiente naturalistico unico.

Chi cerca un’escursione semplice può fermarsi ai Crateri Silvestri, poco sotto i 2.000 metri, raggiungibili anche senza guida e comunque estremamente affascinanti per la loro conformazione, per la terra nera che li caratterizza e per il contrasto con la vegetazione che, resistente, ha saputo farsi strada anche in questo ambiente. Un’altra opportunità è salire in funivia da Rifugio Sapienza fino a circa 2.500 metri di quota, da dove partono sentieri panoramici con un dislivello medio-basso, alla portata dei più.

trekking sui vulcani italiani: l'etna
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Trekking ai Crateri Silvestri

Chi invece vuole spingersi verso i crateri sommitali, che si trovano tra i 2.900 e i 3.300 metri, deve necessariamente affidarsi a una guida vulcanologica autorizzata. A maggiore fatica corrisponde maggiore premio: attorno alla vetta il paesaggio si fa davvero lunare, si incontrano fumarole attive, campi di lava recente e un panorama che, nelle giornate limpide, abbraccia l’intera Sicilia orientale fino allo Stretto di Messina.

Il versante nord dell’Etna, quello di Piano Provenzana, offre un’alternativa più selvaggia e meno battuta dai flussi turistici: qui i sentieri si snodano tra colate laviche recenti, come quella del 2002, e alcune faggete, in un contrasto continuo tra la vita rigogliosa del bosco e la roccia nera.

Trekking sul Vesuvio

Vero e proprio simbolo della Campania e di Napoli, il Vesuvio è il vulcano che più di ogni altro ha segnato la storia dell’umanità in Italia: fu la sua eruzione del 79 d.C. a seppellire Pompei ed Ercolano sotto una coltre di cenere e lapilli, restituendoci oggi due delle testimonianze archeologiche più straordinarie al mondo.

Oggi è un vulcano quiescente: è attivo, ma la sua ultima eruzione risale al 1944, e il suo imprevedibile futuro è materia di studio costante da parte dei vulcanologi.

Il suo grande fascino lo si può scoprire anche avventurandosi sulle sue pendici a piedi. Il trekking più celebre del Parco Nazionale del Vesuvio, nato nel 1995 per valorizzare e difendere l’ecosistema del vulcano, è quello che porta al Gran Cono, il sentiero che dal piazzale di Ercolano sale fino al bordo del cratere, a 1.281 metri sul livello del mare.

Si tratta di un percorso non lungo né particolarmente impegnativo, eppure capace di regalare una vista spettacolare sul Golfo di Napoli, con la possibilità di vedere anche le sagome di Capri, Ischia e Procida emergere sul piano del mare. Una volta in cima, ci si affaccia su una voragine di circa 700 metri di diametro e oltre 300 di profondità, dove può capitare di osservare fumarole attive, e certamente si potranno individuare minerali colorati e una vegetazione che si è adattata con sorprendente tenacia a un terreno tanto ostile.

Vulcano, trekking alle Eolie

Tra le sette isole che compongono l’arcipelago delle Eolie, Vulcano è la più vicina alla costa siciliana e, come suggerisce il nome, deve la sua fama al Gran Cratere della Fossa, che con i suoi circa 390 metri di altitudine domina l’intera isola.

Secondo la mitologia romana, era proprio qui che si trovavano le fucine del dio del fuoco e della metallurgia, per l’appunto chiamato dai latini Vulcano (Efesto, nel pantheon greco). Una fantasia che ancora oggi si risveglia quando si intravedono le fumarole che testimoniano lo stato di quiescenza del vulcano, mai del tutto spento anche se non si registra un’eruzione dal 1890.

trekking sui vulcani italiani: le Eolie
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Panorama sulle isole Eolie

Il sentiero che conduce al cratere parte nei pressi del porto e sale fino alla sommità in circa 3 ore di cammino. È un’esperienza intensa: il dislivello è piuttosto concentrato e anche se il percorso è adatto a chiunque abbia un minimo di allenamento, non si affronta senza fatica; si cammina tra piccole rocce e sabbia di origine vulcanica, in un paesaggio arido ma dai colori intensi; si percepisce l’attività vulcanica anche per l’odore di zolfo che si fa penetrante, di quando in quando; infine, si è colpiti da un panorama eccezionale, con la vista che spazia su tutto l’arcipelago delle Eolie.

Una escursione alternativa è quella che attraversa la Valle Roja, una gola incisa nella roccia vulcanica dove l’ambiente selvaggio si apre al contrasto tra pareti laviche caratterizzate da colori decisi e la vegetazione che tenta di attecchire tutt’attorno. Molto bella, breve e alla portata di tutti anche l’escursione a Vulcanello, com’è chiamata la piccola penisola collegata al resto dell’isola solo da un sottile istmo sabbioso, formatasi grazie ad alcune eruzioni relativamente recenti, che consente di ottenere un punto di vista scenografico e diverso su Vulcano, il Gran Cratere e la vicina Lipari.

Trekking a Stromboli

Stromboli si staglia nel bel mezzo del Mar Tirreno, un’isola-vulcano dall’aspetto stereotipico, ergendosi per ben 924 metri dalle acque. È uno dei vulcani più attivi del mondo, con esplosioni brevi e frequenti. Da una parte questo porta a una sorta di spettacolo pirotecnico naturale pressoché ininterrotto, dall’altra ovviamente a una minaccia per la presenza umana sull’isola, che si divide tra i paesi di Stromboli e Ginostra.

Trekking sui vulcani italiani: Stromboli
La silhouette dell’isola di Stromboli

Per quanto riguarda il turismo, e in particolare l’escursionismo, salire sul vulcano di Stromboli non è possibile in autonomia oltre i 400 metri di quota: superata questa soglia, il percorso verso i crateri sommitali è aperto esclusivamente ai gruppi accompagnati da guide vulcanologiche autorizzate, e nei momenti in cui è consentito dall’attività del vulcano.

In ogni caso, arrivati al punto panoramico di quota 400 metri, lo spettacolo che si apre davanti agli occhi è già tra i più suggestivi che l’Italia vulcanica possa offrire, da ammirare in particolare al calar della sera: il cielo che si tinge di rosso al tramonto, la grande lingua nera della Sciara del Fuoco che precipita verso il mare e, con il calare della notte, i bagliori regolari delle esplosioni che illuminano il buio. Il ritorno avviene poi con le pile frontali, lungo la vecchia mulattiera, in un’atmosfera quasi spirituale.

Carlo Coronati svela nella sua guida una “Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente”

22 septembre 2026 à 15:00

Scoprire Roma un passo dopo l’altro. E non tanto, o non solo, la Roma dei Fori Imperiali, del Colosseo e delle tante attrazioni già così note, raccontate, viste e fotografate. Piuttosto, una Roma periferica, verde e affascinante, vissuta dai romani in primo luogo e che fa affermare loro di vivere nella città più bella del mondo.

È l’obiettivo centrato da Roma, Guida Errante nella Bellezza Nascosta, il nuovo volume di Carlo Coronati, autore esperto di escursionismo e montagna che si è dedicato a raccontare la Capitale attraverso itinerari di trekking urbano.

Nella sua Guida, Coronati ha selezionato 13 percorsi attraverso i parchi, i quartieri, le scalinate, gli edifici e l’arte di strada della città. Più in periferia, come nel caso dell’itinerario che va da Fidene al Nuovo Salario, o più centrali, come l’affascinante Anello delle Mura Aureliane. Tutti accomunati, in ogni caso, dalla volontà di scoprire un volto diverso della Capitale, come ha raccontato a SiViaggia dalla viva voce dello stesso autore.

Hai deciso di raccontare Roma, la tua città, da un’angolatura diversa. Com’è nata questa idea?

Roma è la mia città, ma ormai io vivo in Valle d’Aosta per una larga parte dell’anno. Però nel 2012, a seguito di una frattura rimediata in montagna, cominciai a scrivere di percorsi romani: erano quelli che facevo a piedi, ovviamente nel corso della riabilitazione, sempre animato dalla curiosità che ho sempre avuto di uscire fuori dal proprio quartiere e scoprire la città. Ne nacque un libro, anche grazie alla spinta di un amico libraio che oggi non c’è più, Bruno Boschin, della Libreria del Viaggiatore di Roma. Questa Guida è il quarto volume di percorsi di trekking urbano, animato come i precedenti da questa grande passione di andare a scoprire angoli di Roma periferici e verdi, percorrere le scalinate della città e creare dei lunghi percorsi, perché si tratta sempre di almeno una quindicina di chilometri, con uno spirito montano: esattamente come vado in montagna e creo i miei percorsi, allo stesso modo li creo così a Roma, cercando di connettere una serie di tematiche che danno corpo e genius loci all’itinerario.

Che Roma hai scoperto attraverso questi percorsi? Una città diversa da quella a cui siamo abituati?

Molto diversa. Non sono itinerari che passano per il centro di Roma. Sono lontani dall’overtourism e dalle rotelle dei trolley. Si viaggia dentro una Roma essenzialmente verde, che rivendica il titolo di città più verde d’Europa attraverso i suoi parchi, che sono estremamente belli, anche se selvaggi. Selvaggi, si intende, nel senso buono del termine: in parchi e aree verdi come il Pineto, la Caffarella o l’Insugherata, o la parte di Villa Ada verso i Parioli, veramente si ha la sensazione di perdersi perché non si ha più nessun riferimento di monumento, di palazzi, di quartieri. Si scopre quindi una Roma periferica, a volte ribelle, ma più spesso gentile e accogliente.

Pini nel Parco di Villa Ada a Roma
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I pini del Parco di Villa Ada a Roma

C’è un luogo, tra quelli che hai incluso nella tua Guida, che ti ha particolarmente sorpreso?

In un precedente libro avevo inserito un percorso che si chiamava Scale e scalette di Monteverde. Stavolta invece mi sono avventurato in scale e scalette di Monte Sacro, un quartiere affascinante, un po’ isolato. Tutti passano per le grandi arterie stradali che lo circondano, senza scoprirlo, ma è molto bello.

C’è un quartiere di Roma sottovalutato che merita di essere riscoperto attraverso uno dei tuoi itinerari?

C’è un percorso molto bello nella zona Sud-Ovest della città, dove si arriva alla stazione di Villa Bonello con il treno e si risale la collina del Trullo. Il Trullo è una realtà incredibile, ancora molto autentica e identitaria, dove ci sono tantissimi murales e, soprattutto, c’è la Torre Righetti, dove fu girato il film Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini. Un punto panoramico che fa peraltro da copertina alla Guida, con lo sfondo imbiancato del Terminillo. Dal Trullo, attraverso stradine, connessioni e aree condominiali, il percorso passa per il cosiddetto serpentone di Corviale (dove è stato girato il film Scusate se esisto con Paola Cortellesi e Raoul Bova, ndr), un complesso residenziale di 990 metri, un sogno irrealizzato che, dopo anni di grandi difficoltà, si sta riscattando.

Il Trullo, in effetti, è un luogo pieno di murales affascinanti. Nella tua Guida hai dedicato uno spazio specifico proprio alla street art. Perché?

La street art mi affascina per questo suo reinterpretare il paesaggio urbano, spesso con storie che appartengono a quel luogo. È un’arte oppositiva, ribelle e identitaria, ma molto condivisa da chi ci vive, perché gli artisti ascoltano le persone e le storie del quartiere prima di realizzare le opere. Al Trullo, ad esempio, i murales sono nati successivamente all’arte dei Poeti del Trullo, che scrivevano poesie sui muri e sulle facciate dei palazzi. Gli artisti hanno interpretato quelle poesie arricchendone la validità letteraria. L’arte urbana è liquida, scompare e si logora nel tempo, con il sole e la pioggia, ma si rinnova. Sento un forte legame con la street art perché è una rivendicazione e una voglia di abbellire zone che forse sono meno gradevoli all’occhio, come avviene a Tor Marancia, dove c’è una grande isola di murales in un condominio che spinge le persone a scoprire la periferia superando l’idea che sia per forza brutta.

Murales al Trullo a Roma
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Gigi Proietti e Alberto Sordi ritratti nei murales al Trullo

E uno dei modi per scoprirla è anche camminandoci in mezzo. Uno degli stereotipi principali legati a Roma è quello del grande traffico, mentre tu proponi l’idea di camminare o andare in bicicletta. In che modo questo è uno dei modi migliori per scoprire la città?

Gli itinerari sono pensati per camminare con lo spirito del flâneur, del girovago. A piedi hai tutto il tempo per fermarti, guardare, deviare e, anche e soprattutto, uscire dai percorsi. Ricevo infatti messaggi da lettori che mi dicono: se in quella strada tu fossi andato fino in fondo e deviato a destra avresti visto quell’antica bottega. Così si scoprono cose, ed è un atteggiamento fondamentale per restituire un vero respiro alla città. Inoltre, muoversi a piedi, in bici e con i mezzi pubblici per raggiungere la partenza e l’arrivo evita di essere vincolati all’automobile, permettendo di partire da un posto e arrivare in un altro senza dover rifare l’itinerario al contrario.

Parco di Villa Pamphili a Roma
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Trekking urbano a Roma: un modo per scoprire i grandi parchi della città

Mettiamo che arrivi a Roma un viaggiatore. Visita il Colosseo, San Pietro, la Fontana di Trevi e gli altri luoghi da cartolina. Il giorno dopo dove lo porteresti per fargli scoprire la Roma autentica?

La Garbatella. Girare per i lotti della Garbatella è un sogno a occhi aperti. È un luogo che lascia a bocca aperta: propongo spesso di partire dalla stazione metro B Garbatella per fare un anello in questo quartiere costruito tra il 1920 e il 1930, dove ogni comignolo di ogni casa rappresentava la firma dell’architetto. Anche alla Garbatella ci sono molti murales sparsi, un motivo in più per esplorarla, e magari poi spingersi fino a Tor Marancia per vedere i grandi murales di quella zona.

I canyon meno conosciuti dei Balcani per un suggestivo trekking di fine estate

4 septembre 2026 à 16:30

A essere pignoli, quando si parla di Balcani ci si dovrebbe riferire a quella catena montuosa che divide Bulgaria e Serbia. Da tempo, però, la parola riguarda estensivamente la penisola che dalla Croazia scende giù fino alla Grecia e che ha per margine orientale la Bulgaria e la Turchia europea. È, quindi, una grande area che supera i 500mila chilometri quadrati, abitata da circa 55 milioni di abitanti e caratterizzata da un territorio ricco di storia, ma anche natura selvaggia, poco antropizzata, particolarmente legata al connubio tra rilievi montani e corsi d’acqua.

Dalla Bosnia all’Albania, passando per Montenegro, Croazia e Serbia, si sprecano i luoghi d’acqua dolce che punteggiano la regione, in particolare grandi gole e canyon rocciosi e spettacolari, scavati nel corso dei millenni da fiumi e torrenti. Molti di questi luoghi restano ancora sconosciuti al turismo di massa, e diventano una destinazione ideale per trekking ed escursioni di fine estate lontano dalla folla.

Canyon di Sutjeska, Bosnia

Il Parco Nazionale di Sutjeska è il più antico della Bosnia ed Erzegovina. Istituito a metà degli Anni Sessanta, conserva oggi la foresta di Perućica, una delle ultime foreste vergini d’Europa, con una miriade di alberi secolari, vecchi anche più di 300 anni. Ospita anche il monte Maglic, la vetta più alta del paese con i suoi 2386 metri. Nel parco, il fiume omonimo ha scavato nei secoli una gola vertiginosa: pareti rocciose si innalzano addirittura oltre mille metri sopra il corso d’acqua.

Luce di fine estate nel Parco nazionale Sutjeska in Bosnia
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Panorama del Parco della Sutjeska, solcato dal fiume omonimo

Il parco si raggiunge in circa due ore d’auto da Sarajevo e offre diverse possibilità di trekking, ma il percorso da non perdere per gli amanti delle gole e dell’acqua dolce è la camminata verso il punto panoramico di Ugljesin, da cui lo sguardo abbraccia l’intero canyon del fiume Sutjeska, incorniciato dalle montagne dello Zelengora, la spettacolare, selvaggia e poco frequentata catena montuosa al confine con il Montenegro.

Per chi cerca qualcosa di più adrenalinico, il vicino torrente Hrčavka si presta al canyoning tra pozze turchesi e piccole cascate. Il parco custodisce anche un pezzo di storia recente: qui si combatté nel 1943 una delle battaglie più cruente della Seconda guerra mondiale in territorio jugoslavo, ricordata da un monumento imponente a Tjentište, da dove parte anche un bel percorso escursionistico.

Gola dell’Osum, Albania

Dicono che sia il Grand Canyon d’Albania: la Gola dell’Osum si sviluppa per oltre 26 chilometri nei pressi della cittadina di Çorovodë, nel sud del paese. Qui pareti calcaree, che in alcuni tratti sfiorano gli 80 metri di altezza, racchiudono un fiume dalle acque limpidissime, punteggiato di grotte, marmitte e passaggi sotterranei.

È uno dei canyon più accessibili e insieme più spettacolari dei Balcani: se infatti durante la primavera spettacolari cascate d’acqua scendono dalla sommità delle pareti rocciose, in estate la minore portata rende la Gola un vero e proprio canyon da esplorare. Dai belvedere lungo il bordo si può ammirare l’intero sviluppo della gola, mentre chi preferisce un contatto più diretto può scendere fino al fiume per camminare lungo le rive o risalire una parte del suo letto, oppure anche affrontare un’escursione in gommone su rapide tanto belle quanto clementi, alla portata di chiunque, anche senza particolari esperienze di rafting.

Panorama della Gola dell'Osum in Albania
Veduta della Gola dell’Osum in Albania

La piccola cittadina di Çorovodë, con la sua atmosfera di paese di provincia, rappresenta la base ideale da cui muovere verso la Gola dell’Osum e nelle vicinanze, come la vicina Berat, città patrimonio UNESCO nota per le sue case ottomane affacciate sul fiume.

Canyon di Mrtvica, Montenegro

Circa 40 chilometri a nord di Podgorica e a 30 da Kolasin sorge uno degli angoli più selvaggi e spettacolari, eppure meno frequentati, del Montenegro: è il canyon di Mrtvica.

Il fiume che gli dà il nome, affluente della Morača, scorre per circa otto chilometri tra rapide, sorgenti e piccole cascate, in un ambiente di vegetazione fitta e acque cristalline.

Il trekking che attraversa il canyon è un percorso lungo di circa sette chilometri, da percorrere senza fretta per godere della bellezza del fiume, con le sue acque smeraldine e turbinanti, e del contesto naturale circostante. Si oltrepassa il Danilov Most, il ponte di Re Danilo, costruito nell’Ottocento in onore della madre del sovrano montenegrino, e si raggiunge poi la Kapija Želja, la Porta dei Desideri, un arco roccioso naturale legato a leggende popolari.

Ponte sul Canyon di Mrtvica, in Montenegro
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Il Ponte di Re Danilo nel Canyon di Mrtvica

Oltre la Porta, una serie di cascate spettacolari conclude in bellezza la parte più semplicemente visitabile del canyon, che poi si restringe sempre di più, fino a diventare inaccessibile.

Canyon di Holta, Albania

Meno noto rispetto all’Osum, il canyon di Holta si trova nell’Albania centrale, tra le colline di Gramsh, cittadina che secondo la tradizione sarebbe origine della famiglia di Antonio Gramsci.

Il fiume Holta ha scavato in questo tratto una gola stretta e profonda, lunga circa tre chilometri, dove le pareti si innalzano fino a un centinaio di metri sopra l’acqua. È un luogo ammaliante, affascinante ma al tempo stesso che conferisce un certo timore reverenziale, come quello che si deve avere a volte nei confronti dei luoghi naturali.

Ciò che rende speciale questo canyon è la combinazione tra acque fredde di origine alpina e alcune sorgenti termali che sgorgano lungo il percorso. Percorsi di trekking solcano la cima delle pareti rocciose che fanno da contorno alla gola, ma c’è anche la possibilità di praticare canyoning con una visita guidata che permette di esplorare il canyon camminando nel letto del fiume, tra pozze turchesi, formazioni rocciose e sorgenti termali.

Canyon del Krupa, Croazia

Il Canyon del Krupa è una spettacolare gola carsica che si trova nel nord della Dalmazia, in Croazia. È stata scavata nel corso dei millenni dal fiume Krupa, per l’appunto: un corso d’acqua verde smeraldo, principale affluente del fiume Zrmanja.

Lungo appena una ventina di chilometri, ha comunque generato nel tempo diciannove cascate, alcune delle quali ricordano, in scala ridotta, l’atmosfera del ben più celebre parco dei Laghi di Plitvice.

Cascate del fiume Krupa, in Croazia
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Il fiume Krupa e le sue cascate

Attorno alla gola si trovano una serie di percorsi escursionistici che permettono sia di ottenere una splendida vista panoramica su questo canyon particolarmente suggestivo, con lo sguardo che permette di abbracciare il corso del fiume e ammirare dall’alto le belle cascate, sia di raggiungere la riva, dove si può incontrare una piccola e divertente via ferrata, con chiodi utili a superare una strettoia del letto del fiume, ma anche lo scenografico ponte medievale di Kudin e le cosiddette Deveterci, una sequenza di piccole cascate paragonata a una collana di perle d’acqua.

Il fiume Krupa confluisce come detto nella Zrmanja, altro corso d’acqua di grande fascino, dando vita a una confluenza spettacolare tra due canyon.

Canyon della Temštica, Serbia

La Stara Planina, ovvero la montagna vecchia, è la più lunga catena montuosa della Serbia, situata nella regione sudorientale del paese, vicino alla Bulgaria. Qui scorre il fiume Temštica, capace di farsi strada nella roccia rossastra di questo territorio e scavare un canyon, diventato noto come Little Colorado.

Il fiume nasce dalla confluenza di tre diverse sorgenti che scendono dalle vette della Stara Planina, nei pressi del villaggio di Topli Do, un piccolo, silenzioso paese della Serbia rurale.

Canyon della Temstica, Serbia
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Il canyon della Temstica

Questa zona custodisce inoltre alcune delle cascate più alte della Serbia, come la Pilj, che precipita per oltre 65 metri in una cornice ancora sorprendentemente selvaggia, a quattro chilometri da Topli Do.

È un angolo di Balcani ancora estraneo ai grandi flussi turistici, ideale per chi cerca un trekking di fine estate in totale tranquillità, magari abbinandolo alla visita della vicina Pirot, città nota per la produzione artigianale dei kilim, i tappeti tessuti a mano protetti dall’UNESCO.

Sei isole minori italiane per un trekking di fine estate lontano dalla folla

31 août 2026 à 18:30

Unire, in qualche modo, la montagna al mare è possibile. Con l’estate che si avvia verso la sua coda finale, con le temperature più clementi e la canicola meno battente, uno dei grandi piaceri a cui dedicarsi è il trekking. Ma non con escursioni qualsiasi, bensì alla scoperta delle isole minori italiane, piccoli ammassi di terra, roccia, scoglio e boschi seminati nel grande blu del Mediterraneo.

L’Italia vanta oltre 800 isole nel suo pur contenuto territorio, di cui meno di cento sono abitate. All’interno di questo insieme si trovano veri e propri tesori di natura selvaggia, panorami spettacolari e mare cristallino che sono rimaste tutto sommato fuori dai circuiti del turismo di massa e sono riuscite a conservare un volto immutato e intatto, da esplorare con gentilezza e cura, un passo dopo l’altro.

Alicudi

Meno di cento abitanti vivono ad Alicudi, la più occidentale delle isole Eolie. Nell’antichità questa collina che si erge improvvisa al di sopra del livello del mare era nota come Ericussa, che in greco antico significa ricca di erica. Tale erba cresce infatti copiosa sui fianchi del Filo dell’Arpa, come si chiama la vetta che domina l’isola.

Alicudi, in cima al Filo dell'Arpa
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Dall’alto di Alicudi si vedono tutte le Eolie

Pressoché circolare, è il frutto di un vulcano ormai spento da decine di migliaia di anni. I pochi residenti abitano il lato sud dell’isola, dove si trovano stretti appezzamenti di terreno che digradano il più dolcemente possibile verso il mare, in un luogo che per il resto vede la ripidità come proprio tratto distintivo.

Da Alicudi Porto si dipana una serie di mulattiere che raggiungono le contrade abbarbicate nella parte montana, caratterizzate da gradini, fichi d’India, muretti a secco. Bellissime passeggiate che regalano bei colpi d’occhio sul mare e sui pendii dell’isola.

L’escursione regina è quella che porta alla cima del Filo dell’Arpa: 675 metri sul livello del mare da scalare in poco più di due chilometri di impervio sentiero. La vista dalla cima è impagabile: abbraccia l’intero arcipelago delle Eolie. Chi vuole godere di un punto panoramico che dà sulla impraticabile area nord-occidentale di Alicudi, può deviare dal sentiero che porta alla cima, aggirandola e raggiungendo la cosiddetta Timpa delle Femmine.

Capraia

Capraia è una delle isole meno conosciute dell’Arcipelago Toscano, e forse la più adatta per gli amanti delle escursioni. Vulcanica, brulla, quasi priva di alberi ad alto fusto, mostra il suo paesaggio senza filtri: crinali scoscesi, strapiombi sul mare, grandi spazi aperti interrotti dall’emergere, nei pressi della linea costiera, dalla sagoma di antiche torri di avvistamento, rimaste a guardia di un orizzonte che oggi non fa più paura a nessuno.

Tra le isole toscane è quella più lontana dalla terra ferma, e si trova più vicina alla Corsica di quanto non lo sia alla costa tirrenica della Toscana.

Il profilo dell'isola di Capraia
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Il profilo dell’isola di Capraia

Diversi sentieri escursionistici percorrono l’isola in lungo e in largo, partendo da Capraia Paese e raggiungendo i principali rilievi e alcune punte. La camminata panoramica per eccellenza è quella che porta al Monte Castello, il punto più alto dell’isola a 445 metri, da cui lo sguardo spazia dalla Corsica all’Elba. Lo si raggiunge con un sentiero dal porto di poco più lungo di 5 chilometri.

Chi ha gambe e tempo può spingersi fino alla Torre dello Zenobito, all’estremità meridionale, lungo un percorso ad anello di circa 15 chilometri. La Torre, costruita nel Cinquecento dai genovesi che amministravano l’isola, sovrasta la magnifica Cala Rossa, una falesia dal distinto colore rossastro, ferroso, frutto del crollo di un cono vulcanico risalente a 4 milioni di anni fa.

Marettimo

Isole Egadi, Sicilia. Marettimo è la più occidentale del trittico, quella che ha conservato meglio la propria identità di isola-montagna rispetto a Favignana e Levanzo, e anche quella meno frequentata dal turismo, forse perché più lontana dalla costa, forse perché pressoché priva di spiagge di sabbia. Una vera e propria roccia che si staglia in mezzo al blu, percorsa da un reticolo di sentieri assolati.

Punto di snodo cruciale della rete sentieristica dell’isola sono le Case Romane, resti di un antico insediamento corredati da una chiesetta ancora consacrata. Sopraelevate rispetto al paese dove attraccano i traghetti con destinazione Marettimo, dalle Case Romane si gode già di una splendida vista panoramica.

Veduta sul Castello di Punta Troia a Marettimo
Lorenzo Calamai
Il Castello di Punta Troia

Tante le escursioni da non perdere, su e giù dal crinale che percorre da nord a sud l’isola. Raggiungere Pizzo Falcone, la vetta più alta di Marettimo a 686 metri, significa regalarsi un panorama a 360 gradi davvero impressionante, con la possibilità di ammirare il profilo delle altre Egadi all’orizzonte.

Il sentiero per il Castello di Punta Troia, la fortezza che i Borboni usarono come carcere per prigionieri politici, è il grande classico: un sentiero a mezza costa che offre vedute mozzafiato sul paese e sul fortilizio, seduto su un promontorio attaccato al resto dell’isola solo da un lembo di terra. La fortezza conserva però un dettaglio storico particolare: la grande cisterna scavata nella roccia, profonda circa 7 metri, fu trasformata in una prigione sotterranea senza luce, dove i detenuti venivano calati dall’alto.

Da non sottovalutare le escursioni che portano al lato occidentale dell’isola, dove lo sguardo si perde verso un orizzonte dove domina soltanto il mare, ma che a fine giornata regala tramonti incantati.

Linosa

È piccola, Linosa. Poco più di cinque chilometri quadrati in mezzo al Mediterraneo, a pari distanza dalla costa della Tunisia, a ovest, e da quella della Sicilia, a nord. La sua natura vulcanica è perfettamente apparente, con le sue rocce nere e i suoi rilievi conici. Piccole case colorate fanno da contrasto alla natura aspra, corredando il panorama.

Il sentiero più classico sale al Monte Vulcano, punto più alto dell’isola con appena 195 metri ma dal panorama spropositato rispetto alla quota: nelle giornate di libeccio si scorge persino Lampedusa, che si trova a più di quaranta chilometri.

Gli altri due rilievi vulcanici, Monte Rosso e Monte Nero, completano il quadro delle salite da affrontare. Entrambi devono il loro nome alla caratteristica ben evidente del rispettivo terreno: una terra rossa e ferrosa accompagna l’escursione in vetta ai 187 metri del Monte Rosso, mentre il Monte Nero è fatto della tipica roccia vulcanica e si affaccia direttamente sul mare, con il suo cratere parzialmente crollato al di sotto del livello dei flutti.

Montecristo

Montecristo è un caso a parte. E non tanto per il romanzo di Dumas, anzi, ma perché è l’isola più inaccessibile dell’Arcipelago Toscano. Infatti, è Riserva Naturale Statale Integrale dal 1971 e Riserva Naturale Biogenetica del Consiglio d’Europa. Per questo, l’isola non si raggiunge con un servizio di trasporto regolare e l’accesso è consentito esclusivamente tramite visite guidate autorizzate dal Reparto Carabinieri Biodiversità e dal Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Il numero di visitatori è, quindi, rigidamente contingentato (ci sono meno di duemila posti ogni anno), con prenotazioni da effettuare con largo anticipo. Una volta ottenuto un posto nella visita guidata, però, lo spettacolo è davvero formidabile.

Si approda a Cala Maestra, l’unico punto di sbarco consentito, una grande distesa di sabbia bianca bagnata da un mare cristallino, caraibico. Sull’isola sorgono una regale villa ottocentesca, un antico monastero e un piccolo museo naturalistico. L’isola è impervia e verde, con una flora condizionata dalla presenza di una popolazione di capre selvatiche, l’unica in Italia. Durante la visita, si percorre uno dei tre itinerari didattici, guidati dal personale forestale e con diversi gradi di difficoltà. Un quarto percorso, aperto eccezionalmente e riservato ad escursionisti esperti, porta fino alla vetta del Monte della Fortezza, il più alto rilievo di Montecristo, oltre i 600 metri di altitudine.

Palmaria

Palmaria è la più grande isola della Liguria, seppure abbia un’area totale di appena 1,89 chilometri quadrati. Si trova di fronte a Portovenere, separata dalla terraferma da poche centinaia di metri di mare. Fa parte, insieme a Portovenere, alle Cinque Terre e alle vicine isole del Tino e del Tinetto, del sito UNESCO del Golfo dei Poeti. Intraprenderne il periplo a piedi è una delle escursioni più amate della regione.

Palmaria
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Veduta dell’isola di Palmaria

Il sentiero ad anello, segnalato come 510, parte dall’approdo di Terrizzo e si sviluppa per circa sei chilometri, toccando il Forte Umberto I, il cosiddetto Pozzale all’estremo meridionale dell’isola e Punta Carlo Alberto. Il dislivello totale dell’escursione è intorno ai 450 metri, con la salita più tosta che arriva proprio per risalire a Punta Carlo Alberto, dalla quale però si ammira un bellissimo panorama su Portovenere e, in particolare, la Chiesa di San Pietro. Il tempo di percorrenza si aggira sulle tre ore.

Lungo il percorso, sulla punta sud di Palmaria, si incontrano anche i resti di una cava di marmo nero, un tempo tra i materiali più pregiati della zona.

Scoprire Marettimo a piedi: tre sentieri da non perdere

29 août 2026 à 15:00

Tra le isole Egadi, è la più lontana dalla costa della Sicilia. Si misura in circa 20 miglia nautiche, più o meno 37 chilometri, il braccio di mare che separa Marettimo dalla terraferma. Malgrado un viaggio non così lungo, gli aliscafi e i traghetti che ci arrivano di solito si fermano prima a Levanzo o a Favignana, le altre due isole abitate dell’arcipelago, maggiormente gettonate rispetto a questo spuntone di roccia immerso nelle acque cristalline del Mar Tirreno e slanciato verso la zona più aperta del Mediterraneo.

Marettimo è un sogno per quella nicchia di appassionati della montagna al mare, ma anche per coloro che amano la quiete e un certo distacco dal mondo. Un solo piccolo abitato, un pugno di abitanti, qualche bar e ristorante giusto per soddisfare le esigenze dei turisti, le auto che si contano sulle dita delle mani perché tanto di strade non se ne parla. E poi un mare che alterna tratti cristallini a zone costiere ricche di grotte, e un entroterra montuoso che si arrampica fino a superare i 600 metri sul livello del mare. Una fitta rete di sentieri, quindi, collega il piccolo abitato dove attraccano i traghetti ai punti più affascinanti, panoramici e spettacolari dell’isola: escursioni da non perdere per annegare completamente in tutta la bellezza di Marettimo.

In cima al Monte Falcone

Con i suoi 686 metri, il Monte Falcone è la vetta più alta dell’isola e rappresenta una delle escursioni più impegnative tra quelle disponibili a Marettimo. Come si può immaginare, tuttavia, è anche quella che regala poi la ricompensa più grande, con un panorama spettacolare a 360 gradi sull’intero arcipelago delle Egadi.

Dal paese di Marettimo si imbocca il sentiero che si inerpica in salita verso occidente, lungo un sentiero lastricato, attraversa una pineta ombrosa e infine raggiunge le Case Romane, un piccolo e affascinante complesso di rovine con resti, per l’appunto, di epoca romana, affiancato dai resti di una piccola chiesa bizantina tutta imbiancata, costruita secoli più tardi dai monaci Basiliani. Già da qui si aprono alcuni panorami stupendi sull’isola, con una vista unica del Castello di Punta Troia, a nord, e del paese di Marettimo dall’alto.

Panorama dall'isola di Marettimo, in Sicilia
Lorenzo Calamai
Panorama dai sentieri di Marettimo: a sinistra Punta Troia, a destra il profilo delle altre isole Egadi

Le Case Romane sono un po’ una sorta di crocevia dei sentieri che attraversano l’isola. Quello che porta in cima al Monte Falcone prosegue verso nord-ovest, sotto Punta Campana e il Pizzo del Capraro, altre due vette minori, fino all’ultimo tratto più ripido che conduce in vetta. Si procede in un sentiero più stretto e impervio, in mezzo alla macchia mediterranea, fino al momento in cui il sentiero non raggiunge una piccola sella dove il panorama è doppio: si ammira il profondo blu del mare sia dal lato orientale che occidentale dell’isola. Da qui si può raggiungere alla bell’e meglio la cima vera e propria del Monte e spingere lo sguardo a 360 gradi, in particolare riuscendo a scorgere ben definito il profilo delle altre isole dell’arcipelago, Favignana e Levanzo.

Il chilometraggio totale dell’escursione è di poco superiore ai quattro chilometri, ma il dislivello è pari all’altitudine raggiunta, quindi superiore ai 600 metri, e concentrato in poco spazio. Itinerario pertanto impegnativo, che richiede di calcolare anche il battere del sole cocente lungo tutto il percorso.

Escursione al Castello di Punta Troia

La camminata dal paese al Castello di Punta Troia è il grande classico di Marettimo. Il forte è senza dubbio uno dei simboli chiave dell’isola, arroccato su un promontorio a strapiombo sul mare che, secondo la tradizione, deve il proprio nome alla forma del profilo roccioso, che ricorderebbe il muso di una scrofa.

Il sentiero collega il paese alla destinazione, attraverso una splendida escursione a mezza costa lungo tutta la linea litorale dell’isola. L’itinerario è più duro di quanto non si possa immaginare, con un paio di toste salite a metà percorso, ma ripaga con continue, splendide vedute della parte settentrionale di Marettimo. Si ammirano inoltre strapiombi vertiginosi sul mare, con scorci anche sullo Scoglio del Cammello, un caratteristico faraglione che il sentiero costeggia da vicino.

Il sentiero scende quindi bruscamente verso il piccolo istmo che si stringe prima dell’inizio del promontorio su cui sorge il Castello. Da un lato si affollano le barche di chi sta facendo snorkeling nelle acque cristalline attorno agli scogli, dall’altro c’è una piccola spiaggia sassosa. Di fronte a chi cammina, una serie di tornanti fiancheggiati da muretti a secco conduce fino all’ingresso del Castello, le cui origini risalgono probabilmente al periodo normanno, e che poi nell’Ottocento fu trasformato in un carcere destinato ai prigionieri politici.

Fare il bagno a Marettimo
Lorenzo Calamai
Gli scogli nei pressi del Castello di Punta Troia

All’esterno del castello, i panorami migliori: il mare che si apre a perdita d’occhio, la costa che si incurva verso sud, e in lontananza il resto dell’isola con le sue montagne brulle. Il percorso richiede circa un’ora e mezza.

Verso Punta Libeccio

L’escursione dal paese di Marettimo a Punta Libeccio rappresenta una affascinante traversata dal lato orientale a quello occidentale dell’isola. Il capo è caratterizzato dal rudere di un vecchio faro e lo si raggiunge con una escursione di cinque chilometri e mezzo, che comprende un dislivello totale in salita poco superiore ai 400 metri.

Sentiero a Marettimo
Lorenzo Calamai
I sentieri di Marettimo offrono sempre vedute splendide

Ci si dirige dalla parte meridionale del paese verso il cimitero, quindi si tiene la destra, salendo verso sud-est al bivio con il sentiero che conduce a Punta Bassana, nella zona con più calette dell’isola. Una volta raggiunto il punto più alto e panoramico dell’escursione, in mezzo al macchia mediterranea, si scende verso il faro, con la possibilità di una piccola deviazione per Cala Cretazzo, una deliziosa spiaggia di sassolini con un mare incontaminato e cristallino, decisamente meritevole di una visita.

Si prosegue quindi verso il faro e, dopo una breve sosta per ammirare il panorama verso il mare aperto, lo si oltrepassa per raggiungere la vera e propria Punta Libeccio, promontorio roccioso che si sporge come un dito da una mano chiusa verso il mare.

Questa escursione è l’ideale per ammirare il tramonto del sole nel mare, sul lato occidentale di Marettimo. Armarsi di luci frontali o torce per il ritorno è necessario, per riuscire a farsi strada sul sentiero accidentato, mentre in cielo incominciano a brillare le prime, luminose stelle.

Cinque cascate nascoste nel cuore della Sicilia: il volto inaspettato dell’isola

23 août 2026 à 18:21

Non si può dare torto a quei milioni di turisti che ogni anno frequentano le spiagge della Sicilia. L’isola all’estremo meridione d’Italia è un luogo favoloso, con un mare cristallino, una storia millenaria, borghi e cittadine affascinanti. La sua forza, poi, è certo nella sua varietà, tale da farla apparire quasi un continente, invece che un triangolo di terra emersa.

Proprio questa varietà suggerisce che non ci sia spazio soltanto per il turismo dedicato alla scoperta delle città o delle località di mare. L’entroterra siciliano, ad esempio, è un grande scrigno contenente un immenso tesoro naturale, tra colline, boschi e catene montuose. Fra queste si nascondono alcune bellissime cascate: nessuno si aspetterebbe di andare in Sicilia per scoprire dei luoghi d’acqua dolce, e invece non mancano i salti notevoli, peraltro spesso caratterizzati da un panorama naturalistico inconsueto, che li rende vere e proprie meraviglie da non perdere.

Cascate dell’Oxena

Nel 2025 Militello in Val di Catania è stato eletto Borgo dei Borghi. Una bella cittadina barocca, situata a sud della città etnea. Il suo territorio carezza le propaggini dei Monti Iblei, dove scorre il torrente Oxena, che ha saputo scavare il proprio letto, nel corso dei millenni, dentro un canyon di origine lavica.

Proprio non lontano da Militello si trova una splendida cascata (anche se sono conosciute come Cascate dell’Oxena, la cascata vera e propria è soltanto una, in un’area caratterizzata comunque da cascatelle e rapide), alimentata dalle numerose sorgenti che si aprono lungo le sponde del corso d’acqua, anche nei periodi di maggiore siccità.

Il paesaggio che la circonda è particolare. Si alternano zone verdi, dove pascolano mandrie di mucche, a aree brulle, dove emerge una terra rossastra su cui crescono olivastri, carrubi e fichi d’India.

Le Cascate dell’Oxena possono essere raggiunte con un’escursione a piedi o in bici da Militello in Val di Catania, da cui distano circa cinque chilometri. Più breve, invece, l’avvicinamento dall’ultimo luogo raggiungibile in auto: si raggiungono in circa 15 minuti a piedi da Contrada Bognanni, una stretta strada dalla quale si può godere di una prima vista dall’alto della cascata.

Le Cascate dell'Oxena in Sicilia
Lorenzo Calamai
Vista sulla cascata principale dell’Oxena

Due cascatelle anticipano la discesa al cospetto del salto principale, rombando tra la roccia basaltica, che emerge nera dal terreno attorno al torrente. Scendendo al livello inferiore, una bella spiaggetta all’ombra di oleandri e tamerici consente di godersi al massimo la contemplazione della cascata.

Cascata di San Nicola

A circa mezz’ora d’auto da Palermo, nel territorio del piccolo comune di Bolognetta, si nasconde una delle cascate meno conosciute della Sicilia occidentale: la Cascata di San Nicola. È opera del torrente Milicia, che nasce nella zona del Bosco della Ficuzza, nei pressi di Corleone, e sfocia nel Tirreno tra Casteldaccia e Altavilla Milicia.

Il periodo migliore per visitare la cascata va da ottobre a maggio, quando la portata d’acqua è più abbondante, ma in estate la Cascata di San Nicola solitamente si difende bene, e la bella polla smeraldina ai suoi piedi rimane un’oasi rinfrescante.

Il contesto attorno al salto è spettacolare: una ampia gola rocciosa, dove domina il color ocra e la maggior parte del verde è rappresentata dalle onnipresenti piante di fico d’India. Il torrente rappresenta una sorta di linfa vitale in un territorio altrimenti brullo. Il percorso per raggiungerla è lungo circa quindici minuti dalla strada asfaltata e attraversa tratti rocciosi e sentieri non segnalati, benché sia chiaro da dove passare grazie alle tracce ben battute.

Cascata del Vallone del Castello di Pietra

Il Vallone del Castello di Pietra è uno dei luoghi più nascosti e selvaggi della Sicilia. Si tratta di un piccolo canyon scavato da un torrente all’interno del quale si possono ammirare i resti di una fortificazione preistorica (il Castello di Pietra, appunto), un esemplare enorme di roverella secolare e una bella cascata immersa nel verde.

Non è il luogo più facile da raggiungere. Si trova a sud di Partanna, una cittadina non lontana da Castelvetrano, nella parte sud-occidentale dell’isola. Si deve raggiungere l’agriturismo Baglio Vecchio, isolato in mezzo a un’area di campi coltivati e campagna, e qui chiedere le chiavi per aprire il cancello che consente di accedere al Vallone.

Oltrepassato il cancello della riserva, una scalinata immersa nella vegetazione conduce sul fondo della gola. Qui un sentiero percorre tutto il canyon. Risalendolo in una direzione si arriva ad ammirare la cascata, dall’altra si arriva alla roverella secolare e al punto da cui si può individuare il castellare. Il contesto fatto di falesie scolpite dagli agenti atmosferici, combinato con una grande ricchezza di verde che cresce sulle rive del corso d’acqua, lo rende un ambiente più unico che raro per la Sicilia occidentale.

Cascata Angara dei Piristeri

Versante orientale della Sicilia, dove l’Etna domina il panorama: tra i Monti Peloritani e i Nebrodi, nel comune di Roccella Valdemone, un affluente del fiume Alcantara chiamato torrente Roccella dà vita a una delle cascate più alte di tutta la Sicilia, la Cascata Angara dei Piristeri, conosciuta anche come Cascata Palazzolo Angara. Misura circa venti metri il balzo che l’acqua fa a ridosso di una stupenda parete rocciosa, creando un’ampia polla ai suoi piedi circondata da un bosco fittissimo e una vegetazione esuberante.

La cascata è spettacolare, ma lo è altrettanto la bella escursione che serve per raggiungerla. Si parte infatti nei pressi delle pale eoliche di Pizzo Perino, inoltrandosi lungo un sentiero in discesa che offre viste panoramiche splendide, inizialmente sull’Etna, che rimane sullo sfondo, e poi sui contrafforti del vallone nel quale si sta scendendo.

cascata angara dei piristeri in Sicilia
Lorenzo Calamai
La spettacolare veduta scendendo sul sentiero verso la cascata

La discesa è lunga circa un’ora, con un dislivello da non sottovalutare, specie per la risalita al ritorno. Il contesto naturale, però, ripaga di ogni sforzo. Una volta giunti sulla parte pianeggiante in fondo alla gola, si trova intuitivamente la cascata risalendo il corso del torrente fino al maestoso salto.

Cascata del Catafurco

Andare alla Cascata del Catafurco è una vera e propria esperienza montana in Sicilia. Il salto si trova nascosto tra le pieghe, le cime e i fianchi dei Nebrodi, nel territorio del comune di Galati Mamertino. Qui il torrente San Basilio ha modellato nei secoli la roccia in modo tale che oggi affronta un salto di circa trenta metri, estremamente scenografico perché avviene all’interno di una sorta di camino, alla cui base si forma una bassa polla dove potersi godere una sorta di doccia naturale.

Cascata del Catafurco in Sicilia
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Cascata del Catafurco

Bellissimo il sentiero che conduce alla cascata. Quattro chilometri di percorso dalla frazione San Basilio di Galati Mamertino, su una comoda strada sterrata che poi si trasforma in sentiero, con staccionate e gradini, nella parte finale. Si oltrepassano piccoli allevamenti di capre, suini e asinelli della zona e lungo il percorso merita una sosta il borgo di Molisa, un villaggio rurale abbandonato costruito interamente in pietra a secco, con i tipici pagliai un tempo utilizzati come ricoveri dai pastori.

Il percorso, in gran parte esposto al sole, è comunque punteggiato da diverse fontane d’acqua fresca e consente allo sguardo di spaziare continuamente lungo una splendida, stretta vallata.

Le riserve marine italiane migliori per lo snorkeling: il mare qui nasconde un mondo paradisiaco

21 août 2026 à 17:00

Maschera, boccaglio, pinne per i più hardcore. Poi un tuffo nel blu e si va alla scoperta del magico mondo subacqueo, tra praterie di posidonia che ospitano banchi di occhiate e saraghi e secche dove nuotano robuste cernie. E, con un po’ di fortuna, si possono anche incontrare animali acquatici diversi dai pesci, come qualche tartaruga caretta caretta di passaggio.

Lo snorkeling è una attività amatissima lungo le spiagge italiane, specie quelle più rocciose e selvagge, dove attorno agli scogli si trova una fauna ittica bellissima da incontrare. Naturalmente, ci sono zone marine protette dove questo tipo di esperienza naturalistica sale di livello, come ad esempio in alcune Aree Marine Protette, ovvero tratti di costa e di fondale sottoposti a tutela e regolamentati con diversi gradi di protezione, dove la pesca è limitata o vietata. Qui ci si può immergere in un vero e proprio universo parallelo alla superficie e scoprire il mondo sotto il pelo dell’acqua, sempre ricordando alcune norme basilari di comportamento per un’esperienza non invasiva: non toccare gli animali, non nutrirli, mantenere la distanza, non alterare il fondale.

Isole Tremiti, Puglia

San Domino, San Nicola, Capraia, Pianosa e il piccolo scoglio del Cretaccio compongono un mosaico di appena 3 chilometri quadrati di terra emersa: sono le Isole Tremiti, in Puglia, circondate da un’area protetta di quasi 1500 ettari e circa 20 chilometri di sviluppo costiero, istituita oltre 35 anni fa.

Le acque delle Tremiti sono tra le più trasparenti dell’Adriatico e custodiscono fondali di grande valore biologico, visto l’ambiente marino sorprendentemente vario per le dimensioni ridotte dell’arcipelago. In più è ideale per i principianti, grazie ad acque limitatamente profonde.

Snorkeling alle Isole Tremiti, tra i più belli in Italia
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Snorkeling alle Isole Tremiti

Alle Tremiti è possibile sia partire da alcune spiagge, come Cala Matano a San Domino, per esplorare le zone limitrofe e godersi la fauna subacquea, sia recarsi in alcuni luoghi speciali via mare, con un’imbarcazione, come allo Scoglio dell’Elefante o alla Grotta del Bue Marino, anch’essi a San Domino. Anche il tratto di mare intorno al Cretaccio, l’isolotto argilloso tra San Domino e San Nicola, è tra i più adatti allo snorkeling, con affascinanti distese di posidonia e rocce popolate da banchi di salpe e occhiate.

Isola di Bergeggi, Liguria

Nel 2007 l’Isola di Bergeggi, una roccia che si eleva per circa 50 metri sopra il livello del mare tra Spotorno e, appunto, Bergeggi, ha visto l’istituzione di un’Area Marina Protetta.

Oggi sull’isola non si può sbarcare, ma rimane comunque una delle mete più amate della Liguria per chi ama immersioni e snorkeling. Nuotando lungo il perimetro dell’isola, nelle zone consentite alla balneazione, si incrocia una grande varietà di fauna ittica, grazie a un fondale sia roccioso che sabbioso, vista la vicinanza con le spiagge del litorale ligure (l’Isola è appena a 260 metri dalla costa, di fronte a Punta del Maiolo).

l'isola di bergeggi è uno dei paradisi dello snorkeling in Italia
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Veduta dell’Isola di Bergeggi

Pesci, alghe dalle svariate forme e colori, crostacei e spugne, stelle marine, molluschi e pure qualche polpo sono i protagonisti dell’esplorazione ai piedi di questo roccioso angolo di Mar Ligure. Sull’Isola di Bergeggi, che ha una lunga storia, con resti antichissimi sulla sua superficie non è possibile mettere piedi, come detto, ma vengono organizzate escursioni guidate che, dal mare, raccontano tutti i segreti dell’affascinante scoglio.

Capo Rizzuto, Calabria

L’Area Marina Protetta di Capo Rizzuto, sulla costa della Calabria bagnata dal Mar Ionio, è la più grande d’Italia, e anche una delle maggiori in Europa. Conta, infatti, circa 15mila ettari di mare lungo un litorale di quaranta chilometri.

Nella zona di riserva parziale è consentita l’attività di snorkeling e qui i fondali custodiscono estese praterie di posidonia e specie rare, come il coloratissimo pesce pappagallo. È una delle poche aree in Italia dove questa specie così particolare, e per la verità quasi buffa, può essere avvistata.

La splendida Fortezza di Le Castella, che si trova proprio nel territorio di Isola di Capo Rizzuto, si staglia imponente su un piccolo isolotto all’estremità orientale del Golfo di Squillace. È collegata alla terra ferma solo da un sottile lembo di terra, e proprio nel tratto vicino si trova la zona più bella per esplorare il mare. Per chi vuole conoscere meglio l’ecosistema prima di tuffarsi, il Centro di Educazione Ambiente Marino di Capo Rizzuto ospita un piccolo acquario con le specie tipiche della riserva.

Riserva dello Zingaro, Sicilia

Meta amata e gettonata delle estati siciliane, la Riserva dello Zingaro sorge tra Scopello e San Vito Lo Capo, sulla costa nord-occidentale della Sicilia. Figlia di una gloriosa storia di battaglia popolare ambientalista capace di bloccare la costruzione di una strada litoranea che avrebbe trasfigurato l’aspetto di un vero e proprio paradiso naturale marittimo, oggi quest’area protetta racchiude quasi 1700 ettari di territorio accessibile solo a piedi, lungo sette chilometri di costa. Tale territorio è percorso da spettacolari sentieri che si affacciano su calette bianche e ciottolose, incastonate tra pareti rocciose a strapiombo e bagnate da un mare cristallino.

Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia
Lorenzo Calamai
Snorkeling alla Riserva dello Zingaro, in Sicilia

Tra una spiaggia e l’altra la costa è interamente rocciosa, cosa che rende la Riserva dello Zingaro un piccolo paradiso per lo snorkeling. Sia le persone che raggiungono la Tonnarella dell’Uzzo, Cala Capreria, o Cala Marinella, tra le più belle dell’area protetta, sia coloro che ne raggiungono la zona costiera con le imbarcazioni, possono esplorare le insenature, le grotte e gli scogli che sono popolati da pesci di tutte le fogge, forme e dimensioni.

Capo Carbonara, Sardegna

L’Area Marina Protetta di Capo Carbonara si estende su oltre 86 chilometri quadrati di mare, dal promontorio di Capo Boi fino all’Isola di Serpentara, comprendendo anche la celebre Isola dei Cavoli. Istituita nel 1998 a tutela di un ambiente rimasto per lo più selvaggio, è oggi una delle mete più amate della Sardegna da chi pratica snorkeling.

Porto Giunco, Cala Caterina, Cala Pira, Punta Molentis: tutte zone ideali per immergersi con maschera e boccaglio e scoprire un ambiente più unico che raro, con saraghi, orate, cernie e barracuda che nuotano guizzanti tra splendidi fondali rocciosi e ampie distese di posidonia. Gli scenari subacquei sono qui notevoli in particolare per la caratteristica, candida roccia granitica, che si sviluppa anche sotto il pelo dell’acqua in vuoti e pieni come un’architettura naturale, tempestati di flora sottomarina. Da non perdere, in questo senso, la Secca di Cala Caterina.

Non guasta il fatto che, una volta riemersi in superficie e tolta la maschera, l’ambiente circostante sia davvero spettacolare: un mare cristallino bacia il granito bianco, mentre una ostinata vegetazione resiste al vento e alle particolari condizioni del terreno, dando ulteriore contrasto con il suo verde intenso.

Piscine naturali scavate nella roccia sul mare: dal Cilento alla Liguria

20 août 2026 à 16:13

Quando si parla di piscine naturali si fa riferimento a polle di acqua dolce o salata che caratterizzano un determinato angolo di territorio: qui la corrente è poca, l’acqua pulita, il contesto circostante regala un bel colpo d’occhio. Sono luoghi ideali per l’estate, dove godere di momenti di infinito relax tra un tuffo e l’altro, quando si cerca refrigerio dal caldo nelle conche trasparenti.

La costa d’Italia bagnata dal Tirreno e dal Mar Ligure nasconde un patrimonio di queste piccole vasche, dove l’acqua marina rimane intrappolata tra gli scogli. Sono il prodotto di un’azione di cesello delle onde che è durata millenni. Sono luoghi che raramente si incontrano per caso: quasi sempre bisogna guadagnarseli con un sentiero, scendendo una scalinata scavata nella roccia o magari affrontando una discesa non sempre agevole, ma che ripagano abbondantemente lo sforzo con la bellezza delle loro acque fresche e cristalline e con meravigliosi panorami.

Piscine di Iscolelli

Nel Parco Nazionale del Cilento, lungo il celebre Sentiero degli Infreschi che si snoda da Marina di Camerota, si incontrano le piscine naturali di Iscolelli. Si tratta di vasche incastonate in una scogliera scura e frastagliata, che bagnano la riva di una piccola spiaggia di ciottoli bianchi, protetta e collegata al mare aperto solo da uno stretto passaggio che tiene alla larga le imbarcazioni.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Le piscine naturali di Iscolelli

Per arrivarci conviene raggiungere in auto l’Oasi degli Infreschi, una struttura ricettiva da cui prende le mosse un breve sentiero che, nella bassa e profumata macchia mediterranea, conduce verso le piscine, non lontano dai resti dell’antica torre di avvistamento. Il sentiero non è segnalato con precisione, e proprio per questo le piscine di Iscolelli restano frequentate da pochi, ma il percorso di avvicinamento è una delle grandi bellezze del luogo.

Nelle piccole piscinette l’acqua è bassa, ma fresca e cristallina, un vero e proprio sogno di mezz’estate.

Batterie di Punta Rossa

Punta Rossa, capo marittimo all’ombra del Monte Circeo, nel cuore del Parco nazionale omonimo, è un luogo estremamente scenografico sulla costa del Mar Tirreno, nel suo tratto laziale.

Qui, infatti, la scogliera si apre in due calette naturali dalle acque smeraldine, perfette per lo snorkeling tra anfratti popolati da pesci e molluschi: sono le cosiddette Batterie di Punta Rossa, un tratto di costa frastagliata che deve il nome ai resti di un fortino di epoca napoleonica ancora visibile sulla sommità del promontorio.

Per raggiungerle si parcheggia in via del Faro, e si prosegue a piedi superando un cancello sempre aperto che introduce a una strada privata: da qui parte una discesa asfaltata, seguita da un breve sentiero tra la macchia mediterranea che conduce infine al mare. Il percorso complessivo richiede una decina di minuti di cammino, non impegnativo ma da affrontare con calzature adeguate.

Le Batterie sono meta storica dei laziali, che amano tuffarsi dagli scogli più alti della zona, ma offrono spazio anche a chi cerca semplicemente un bagno tranquillo lontano dagli stabilimenti balneari della costa.

Bagni della Regina Giovanna

Dicono che la sovrana angioina Giovanna II, regina di Napoli nella prima metà del Quattrocento, amasse ritirarsi in gran segreto in una determinata zona della costa sorrentina per fare il bagno insieme ai suoi giovani amanti. Oggi quei luoghi sono rimasti noti come Bagni della Regina Giovanna, una piccola laguna naturale, collegata al mare aperto attraverso un suggestivo arco di roccia scavato dall’erosione, che dà origine a una delle piscine naturali più belle e scenografiche della Campania.

Per raggiungere i Bagni della Regina Giovanna si parte da Capo di Sorrento, frazione raggiungibile in autobus o in auto da Sorrento, e si percorre un sentiero lungo poco più di mezzo chilometro, immerso nella vegetazione mediterranea, chiuso da una scalinata piuttosto ripida, che scende infine alla piccola baia.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Lo straordinario mare dei Bagni della Regina Giovanna

Al di là del mito della sovrana, ciò che resta visibile sulla scogliera sono le vestigia di Villa Pollio Felice, residenza marittima romana risalente al I secolo a.C., di cui parlarono già autori antichi come Stazio e Plinio il Giovane.

Piscine naturali di Sant’Andrea

Sul versante occidentale dell’Isola d’Elba, la più grande dell’Arcipelago toscano, si trova il comune di Marciana. Qui, la spiaggia di Sant’Andrea rappresenta il punto di partenza per raggiungere alcune delle piscine naturali più belle di tutto il Mar Tirreno. Superando le cosiddette Cote Piane, enormi lastre di granito levigate dal mare, e attraversando una fenditura nella roccia, si arriva infatti a incontrare le piscine naturali di Sant’Andrea, ideali per chi ama tuffarsi ed esplorare i fondali in maschera e pinne.

Il percorso costiero che collega la spiaggia principale a queste conche fa il giro di Capo Sant’Andrea, portando ad ammirare belle conformazioni rocciose erose da mare e venti. Si snoda in parte su passerelle di legno, in parte su tratti scavati a mano nella roccia.

Poco distante, verso est, si trova anche la spiaggia del Cotoncello, dove la coniugazione di rocce lisce e piccole insenature con l’acqua bassa creano una situazione da piscina naturale.

piscine naturali mare cilento liguria tirreno
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Le particolari rocce levigate della spiaggia del Cotoncello

Bozi di Punta Pineda

Le pozze, o bozi, come vuole il dialetto spezzino, di Punta Pineda sono vasconi scavati nell’arenaria, protetti da una barriera di scogli che li ripara dal mare aperto e crea un autentico effetto piscina, ma tutto al naturale.

Punta Pineda si trova nelle Cinque Terre, nei pressi di Riomaggiore. Campi è l’abitato più vicino al capo, uno storico villaggio rurale aggrappato alla costa a picco sul mare. Da qui bisogna affrontare una scalinata, ripida ed esposta, che scende verso il mare. È una discesa scoscesa, lunga circa 30 minuti di cammino, ma che permette di raggiungere un tratto di costa selvaggio e praticamente intatto.

Le vasche, un tempo utilizzate dai contadini locali come piccole saline artigianali per ricavare sale dall’acqua marina fatta evaporare al sole, oggi accolgono chi cerca un bagno fuori dal comune, lontano dalla folla estiva che affolla le spiagge più celebri del Parco delle Cinque Terre.

Bandite di Scarlino: tre spiagge uniche in Toscana da raggiungere solo a piedi

17 août 2026 à 17:30

Le Bandite di Scarlino sono una ampia riserva naturale che dalle alture dell’entroterra della zona settentrionale della Maremma, in Toscana, scende fino al Tirreno. Il territorio coinvolto, che tocca i comuni di Scarlino, Castiglione della Pescaia, Follonica e Gavorrano, custodisce una delle porzioni di costa più selvagge e integre di tutta la regione, un luogo fantastico per chi ama vivere il mare in modo vero e diretto.

Il nome un po’ curioso della riserva, che potrebbe far pensare a qualcosa di proibito, deriva a dire il vero dai bandi che, nei secoli passati, venivano indetti per la vendita di lotti di bosco. Le tracce della presenza umana in questo angolo di Maremma, in realtà, sono molto più antiche: la zona conserva testimonianze di insediamenti risalenti alla preistoria e all’epoca etrusca, come dimostrano i resti di una necropoli che si trova non lontano dai sentieri oggi percorsi da chi vuole raggiungere le dorate spiagge che adornano la costa. E in effetti proprio l’assenza di strade che conducano direttamente in riva al mare è ciò che ha permesso a questo tratto di litorale di conservare un aspetto autentico e incontaminato.

Le spiagge delle Bandite di Scarlino, infatti, si raggiungono solamente a piedi, in bicicletta o a cavallo, attraversando una fitta rete di sentieri che si snodano tra pinete e profumata macchia mediterranea. Tre sono le calette che meritano una visita, ognuna con un carattere diverso: Cala Violina, Cala Martina e Cala Civette.

Cala Violina

La spiaggia più celebre del trittico delle Bandite di Scarlino è senza dubbio Cala Violina, una piccola baia sabbiosa racchiusa tra due promontori che nel corso degli anni è diventata una delle destinazioni marittime simbolo di questo tratto di costa.

Cala Violina, una delle spiagge raggiungibili solo a piedi delle Bandite di Scarlino
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Veduta di Cala Violina

Il suo pittoresco nome nasce da una particolarità: la sua sabbia bianca e finissima è composta da minuscoli granelli di quarzo e, quando il silenzio sulla spiaggia è massimo, il rumore prodotto dai passi camminandoci sopra a piedi nudi produce un fruscio che ricorda vagamente il dolce vibrare delle corde di un violino.

Piccolo paradiso che abbina litorale chiaro e dorato a acque particolarmente limpide, più volte premiata da Legambiente come una delle undici spiagge più belle d’Italia, e perfetta per chi ama lo snorkeling, Cala Violina è oggi tutelata da un sistema ad accesso limitato per contingentare il numero dei visitatori in estate e preservarne l’ecosistema. Dall’inizio di giugno e fino a metà settembre è necessario prenotare il proprio ingresso, versando un piccolo contributo.

Cala Violina, nelle Bandite di Scarlino
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Panoramica su Cala Violina, la più celebre delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Violina si raggiunge percorrendo un breve sentiero, poco più corto di due chilometri a partire dal parcheggio a pagamento più vicino, a Val Martina. La camminata in questo angolo di Maremma è piacevole: si supera una breve salita per oltrepassare una bassa collina passeggiando all’ombra di una folta pineta, che occlude la vista sul mare anche per tutta la discesa, fino a quando non si sfocia sulla sabbia e la spiaggia non appare come una visione abbagliante, da sogno. Cala Violina è raggiungibile anche in bicicletta, con bici gravel o mountain bikes.

Cala Martina

Poco più a nord di Cala Violina si incontra Cala Martina, una spiaggia di sassi rotondi e levigati dal mare, stretta e lunga, racchiusa tra Punta Francese a settentrione e l’omonima Punta Martina a meridione. Le sue acque sono limpide quanto quelle della spiaggia vicina, ma l’atmosfera che si respira qui è ancor più selvaggia e appartata, complice una minore notorietà e la particolare conformazione della caletta. In più l’acqua cristallina e il fondale sassoso la rendono ideale per utilizzare maschera e boccaglio ed esplorarne i dintorni.

Oltre alla sua bellezza naturale, fu proprio su questa spiaggia che, nel 1849, Giuseppe Garibaldi si imbarcò per fuggire verso Genova, braccato dalle truppe austriache e con il cuore ancora colmo di dolore per la perdita della compagna Anita, morta pochi giorni prima. Dopo aver attraversato l’Appennino e la Toscana, scortato da un gruppo di patrioti che di tappa in tappa lo accompagnarono da Firenze fino a Scarlino, l’eroe dei due mondi trovò proprio nei boschi della Bandita l’ultimo rifugio prima di lasciare la penisola insieme al fedele comandante Leggero. Ancora oggi, poco prima di arrivare alla cala, un piccolo monumento ricorda quell’episodio e i patrioti che aiutarono Garibaldi in quei giorni concitati.

Cala Martina si può raggiungere solo a piedi e in bicicletta. Il modo migliore per farlo è percorrere il sentiero che parte dal porto del Puntone di Scarlino, raggiunge Punta Francese, scende al monumento a Garibaldi e quindi conduce alla bella spiaggia sassosa. L’intero percorso misura circa tre chilometri di continui saliscendi in una zona costiera che alterna tratti immersi nel bosco a magnifici panorami sulla costa e verso occidente, peraltro con la possibilità di scorgere la sagoma dell’isola d’Elba all’orizzonte.

Cala Civette

Più a sud di Cala Violina, invece, sorge Cala Civette. È separata dalla spiaggia vicina dal promontorio di Punta Le Canne e delimitata a sud dalla foce del fiume Alma, poco prima che la costa lasci il posto alla lunga distesa sabbiosa che caratterizza Punta Ala. Su un tornito promontorio sopra la foce del fiume sorge Torre Civette, antico edificio a scopo di avvistamento oggi trasformato in dimora privata, ma che con la sua sagoma bianca domina la spiaggia in maniera scenografica.

Come Cala Martina, anche questa spiaggia è ad accesso libero, raggiungibile a piedi seguendo la rete sentieristica che collega le tre cale delle Costiere di Scarlino, la sotto-area protetta delle Bandite che si cura della conservazione del litorale. Per arrivare a Cala Civette si percorre in auto la strada vicinale di Pian d’Alma, la si lascia in un apposito, piccolo parcheggio a pagamento e si imbocca il sentiero che la raggiunge. Il percorso misura circa due chilometri e mezzo, con una buona dose di salita. La fatica viene ricompensata subito prima del breve, ripido tratto di discesa in spiaggia, quando ci si affaccia dal promontorio settentrionale che chiude la cala e la si può ammirare dall’alto in tutta la sua bellezza.

Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino
Lorenzo Calamai
Cala Civette, la più meridionale delle spiagge delle Bandite di Scarlino

Cala Civette è probabilmente la meno frequentata delle spiagge delle Bandite di Scarlino: una grande lingua di sabbia dorata alle cui spalle sorge una fitta pineta, chiusa da due promontori rocciosi. Il mare qui è spesso calmo, la risacca coccola con il suo rumore bianco chi vi si avventura, lo sguardo si perde verso l’orizzonte azzurro in cui mare e cielo si fondono in una cosa sola.

Baia Santa Margherita, tante calette nascoste e mare selvaggio a San Vito Lo Capo

14 août 2026 à 15:18

In Sicilia, la Riserva dello Zingaro è una delle destinazioni di mare più gettonate sul lato nord-occidentale dell’isola, una zona selvaggia e paradisiaca che unisce splendide spiagge a un’atmosfera selvaggia, con pochi servizi e una minima antropizzazione. Non altrettante persone sanno che dall’altro lato dello stesso promontorio, quello che si estende verso nord e ha per punta la cittadina di San Vito Lo Capo, c’è un’altra area di splendide calette, mare cristallino e selvaggio: è Baia Santa Margherita, che si apre tra il massiccio del Monte Cofano e Macari, a nord di Trapani.

Baia Santa Margherita consiste in un susseguirsi di calette, perlopiù sassose, qualche spiaggetta dorata, insenature e scogli, lungo un’area di un paio di chilometri lungo la costa. È un’alternativa ideale per chi ama il mare stupendo di questa zona della Sicilia e al contempo un contesto selvaggio, senza bisogno di troppi agi. In più, qui si può fare snorkeling vicino alla costa e si ha un ulteriore valore aggiunto: l’esposizione a ovest permette di godere di un tramonto sul mare spettacolare e infuocato. Rimanere fin oltre il calar del sole è praticamente un obbligo.

Dove si trova e come arrivarci

Baia Santa Margherita si trova nel comune di San Vito Lo Capo. Ci si arriva facilmente percorrendo la strada provinciale 16 nel tratto tra la cittadina e Castelluzzo. La strada, peraltro, è ad alto tasso di spettacolo: nei pressi di Baia Santa Margherita è un lungo rettilineo che permette di abbracciare con lo sguardo il mare cristallino, con il Monte Cofano che si erge sullo sfondo. Poi, vicino al paese di Macari, la strada si alza dal livello del mare e si aprono viste panoramiche ancor più belle.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La strada nei pressi di Macari

Una volta arrivati, si può lasciare l’auto in uno dei due grandi parcheggi, quello di Macari e quello di Castelluzzo, che fungono da punto di partenza per l’esplorazione della costa, rigorosamente a piedi o, per chi volesse, con un trenino navetta turistico.

Chi non ha l’auto può contare sulla linea di autobus Trapani-San Vito Lo Capo, con fermata proprio a Macari, e poi affidarsi a una bella passeggiata lungo i sentieri che costeggiano le calette di Baia Santa Margherita. La zona di Baia Santa Margherita è anche molto gettonata dai ciclisti, sfruttando il percorso lungo la costa che collega la Riserva naturale del Monte Cofano a San Vito Lo Capo.

Le calette di Baia Santa Margherita

La zona di Baia Santa Margherita ha un carattere selvaggio e aspro. Qui la natura colpisce per la sua bellezza, ma è una bellezza brutale, quasi violenta. Non ci sono alberi in vista, il poco verde che si può individuare è sulle colline alle spalle del mare, in particolare verso il Monte Cofano. La lingua di pianura dove sorgono la baia e le sue cale, invece, è una terra riarsa, che in estate si tinge di giallo e di ocra, sia per la vegetazione che progressivamente si secca, sia per il colore tipico della roccia degli scogli sulla costa. Il paesaggio è nudo, svestito. Il sole cala a picco e esalta i colori, li satura all’estremo, aiutato dal contrasto fra terra e mare, qui cristallino a tratti e poi blu intenso.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
La vista verso il Monte Cofano

Parcheggiando dal lato di Macari, quello più vicino a San Vito Lo Capo, la prima spiaggia che si incontra è quella di Santa Margherita, che dà il nome a questo tratto di costa. È una vera e propria spiaggetta, con sabbia di un giallo intenso e fondali bassi, ideali anche per i più piccoli. In più è l’unica zona dove si trova anche un piccolo lido, con ombrelloni e servizi. Non manca però la possibilità di avventurarsi tra le rocce e trovare il proprio piccolo accesso al mare, ad esempio nei pressi del piccolo bunker, residuato bellico poco a nord della spiaggia, ai cui lati si aprono due splendide calette.

Proseguendo lungo il litorale verso sud, invece, si incontrano altri tratti decisamente rocciosi e selvaggi, dove la sabbia lascia spazio a scogli e piccole insenature quasi private. Le calette hanno nomi evocativi in dialetto siciliano come Scaru Brucia, ‘a Chianca, Scaru Zu Asparu e Cala Calazza, quest’ultima gettonata perché è una piccola lingua di sabbia bagnata da un mare basso e cristallino. Ma al di là di nomi e collocazioni tutto il tratto di Baia Santa Margherita merita di essere esplorato e battuto centimetro per centimetro per trovare il proprio angolo vicino al mare.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Baia Santa Margherita è piena di piccole calette

Chi ama camminare può spingersi oltre: poco a ovest si apre la Riserva Naturale di Monte Cofano, con sentieri che corrono a picco sul mare regalando scorci di bellezza stordente.

Cala Isolidda a Macari

A pochi minuti da Baia Santa Margherita, seguendo la linea della costa sotto il paese di Macari, si aprono altre piccole spiaggette che meritano una visita e che hanno il loro fascino aspro e selvaggio tanto quanto le prime. Tra queste spicca Cala Isolidda, ovvero isoletta in siciliano.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Cala Isolidda e il suo mare cristallino

Il nome deriva dal caratteristico scoglio che emerge dalle acque proprio di fronte alla caletta. La piccola caletta è dominata dall’omonima Torre dell’Isolidda, costruzione cinquecentesca parte dell’antico sistema difensivo costiero contro le incursioni corsare. Una silhouette bianca che aggiunge un fascino ulteriore al paesaggio, così scarno. Un piccolo promontorio centrale separa due calette, entrambe rivolte verso l’isolotto.

La spiaggia è composta da sassi bianchi e piccoli, circondata dagli scogli. I resti di alcune costruzioni di pescatori permangono sulla spiaggia. Vicino si trova anche la cosiddetta Cala del Bue Marino, piccola spiaggia sassosa orientata verso il Monte Cofano, che abbellisce il panorama. Un sentiero accompagna chi ama camminare da Cala Isolidda al Bue Marino, proseguendo poi fino a Baia Santa Margherita. La zona è anche molto amata dai ciclisti, che possono pedalare senza pericoli su e giù lungo questa scenografica linea di costa.

baia santa margherita
Lorenzo Calamai
Segnavia CAI nei pressi di Cala Isolidda

In una Sicilia sempre più attrezzata, antropizzata e pervasa di comodità superflue, una zona selvaggia e tutto sommato intatta come quella di Baia Santa Margherita e di Cala Isolidda rappresenta un’isola felice per godere il mare in tutta la propria bellezza naturale. Una bellezza, peraltro, che si tinge di colori unici e panorami rari, come solo quest’angolo della Trinacria riesce a offrire.

Umbria, quattro escursioni alla ricerca di fresche cascate nascoste

13 août 2026 à 16:00

Come ogni buon cacciatore di cascate vi saprebbe dire, andare alla ricerca di bei salti d’acqua è un’attività estiva che coniuga due desideri: l’ammirazione della bellezza della natura in una delle sue espressioni più selvagge e deliziarsi del fresco che si gode.

L’Umbria non è una delle regioni italiane più conosciute per i propri corsi d’acqua o per il wild swimming, ma custodisce alcuni preziosi luoghi, particolarmente poco conosciuti e frequentati, che meritano una maggiore attenzione e sanno regalare momenti estivi di grande emozione.

Cascate de Le Ferce

Passata Nocera Umbra in direzione Marche, verso Pioraco, si raggiunge la piccola frazione di Aggi, poche case fra i fitti boschi dell’Appennino umbro-marchigiano.

Qui si trovano le cascate del fiume Topino, più note come Cascate de Le Ferce. Si tratta di una serie di salti nascosti nel bosco, dalle caratteristiche geomorfologiche rare, e per questo ognuno diverso dall’altro, con un percorso di trekking breve che permette di visitarle tutte una dopo l’altra.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Una delle cinque Cascate de Le Ferce

A rendere particolare il paesaggio è il tufo, la gialla roccia friabile che caratterizza questa zona. A corredo, un bosco lussureggiante e verdissimo, così verde da dare l’impressione di essere finiti in una foresta equatoriale.

Le Cascate de Le Ferce sono cinque, ognuna con le sue caratteristiche specifiche: il salto più a valle dimostra immediatamente la purezza cristallina delle acque del Topino nella piccola polla celeste che si forma ai suoi piedi; la seconda cascata è caratterizzata da uno splendido e contorto albero che si sporge a ombreggiarla; risalendo ancora, la terza cascata accoglie i visitatori in cerca di una bella spiaggetta e magari di un bagno, avendo una polla un po’ più ampia alla base; la quarta cascata in ordine di risalita è costituita da un elegante scivolo; l’ultima, quella più a monte, è la più incredibile, un doppio salto dove l’acqua ha scavato letteralmente un buco nella roccia, un tunnel naturale attorno a una formazione geologica stupefacente.

Cascate dell’Altolina

Tra Belfiore e Pale, due piccoli borghi non lontano da Foligno, ci sono pochi chilometri in linea d’aria. Tuttavia, una rupe boscosa li separa, con il primo a valle e il secondo in vetta a un colle. Al riparo delle fronde di lecci e carpini scorre il fiume Menotre, che impetuoso si getta nella valle sottostante e prosegue la sua corsa fino a Scanzano, dove si unisce al Topino.

Qui, il corso d’acqua crea una serie di belle e potenti cascate: le Cascate dell’Altolina. Possono essere ammirate percorrendo il sentiero lungo circa un chilometro e mezzo che parte dalla base della rupe, poco fuori Belfiore, e sale fino a Pale.

cascate umbria
Lorenzo Calamai
Il cosiddetto Velo della Sposa

Il sentiero sale piuttosto verticale, ma è un piacere fermarsi ad ogni occasione per ammirare le diverse cascate che lo punteggiano, a partire dal cosiddetto Velo della Sposa, salto così chiamato per la caratteristica forma intrecciata con cui l’acqua accarezza la roccia nella discesa. Ulteriori elementi di interesse per compiere questa breve escursione nella natura è il fatto che il sentiero corre lungo una parte dell’antica via Plestina, la strada romana che univa Roma alla città umbra di Plestia, posta a 99 miglia da Roma e misteriosamente scomparsa nel X secolo, forse a causa delle invasioni barbariche.

Pale, inoltre, è un bel borgo di stampo medievale da cui si può raggiungere a piedi, con un’altra breve camminata, l’Eremo di Santa Maria Giacobbe, un edificio spettacolarmente incastonato al riparo di una falesia di roccia ocra dal quale si gode di una vista ampissima sulla pianura sottostante.

Cascate del Vertola

Un tempo nei pressi di San Giustino, in provincia di Perugia e al confine con la Toscana, si trovava la Repubblica Libera di Cospaia. Nel 1441 papa Eugenio IV, occupato dalle vicende del Concilio di Basilea, scelse di cedere il territorio di Sansepolcro alla Repubblica di Firenze. Tuttavia, i cartografi incaricati di delimitare i nuovi confini ufficiali commisero un clamoroso errore: lasciarono una piccola striscia di territorio, un totale di 330 ettari, fuori dai documenti papali. E così, Cospaia divenne terra di nessuno. I locali ne approfittarono immediatamente e dichiararono l’indipendenza e solo qualche anno dopo venne formalmente riconosciuta la Repubblica di Cospaia, un microstato incastrato tra due potenze in mezzo all’Italia con una forma di governo pressoché unica: la sovranità risiedeva nei cittadini tutti, non vi erano esercito né carceri, e le decisioni erano prese in assemblea da un Consiglio degli Anziani composto dai capifamiglia locali.

Cospaia rimase libera per quattro secoli, un errore della Storia che divenne un ricettacolo di contrabbandieri, gente che voleva sparire dalla circolazione, e amanti di un certo grado di libertà.

Oggi Cospaia è una piccola frazione di San Giustino che si attraversa per raggiungere la frazione di Corposano, da cui prende le mosse il sentiero 101A del CAI, che risale il corso del torrente Vertola fino ad arrivare alle omonime Cascate, una breve serie di scenografici salti nel cuore della campagna umbra, in una zona poco frequentata adatta agli amanti dei luoghi un po’ sperduti e nascosti nella natura.

Il percorso per raggiungere le cascate è lungo circa tre chilometri e si compie in poco meno di un’ora. La cascata è solo parzialmente visibile dal sentiero, e per godere della sua bellezza selvaggia conviene scendere ai suoi piedi. Per farlo, bisogna portarsi a monte della cascata, abbandonare il sentiero seguendo una traccia sulla sinistra, guadare il torrente e scendere verso il suo letto.

Cascata de Lu Cugnuntu

Casali Belforte conta forse dieci case, non lontano dallo splendido borgo medievale di Cerreto di Spoleto, nel comune di Preci, provincia di Perugia. Una volta superata la frazione in direzione Marche (il confine è molto vicino) si trova una piccola chiesa, San Lazzaro in Valloncello, a cui è accorpato un antico lebbrosario voluto, secondo la tradizione, da San Francesco d’Assisi in persona.

Da qui parte una bella camminata di media difficoltà, data dalla necessità di camminare per parte dell’itinerario nel letto del fosso Acquastrino, il piccolo corso d’acqua che anima la Cascata de Lu Cugnuntu, bella destinazione finale dell’escursione.

Il bel percorso si snoda attraverso pascoli curati e un bosco rado, per poi inoltrarsi in una zona più rocciosa, selvaggia e lussureggiante quando si è costretti a risalire il torrente dentro il suo letto, di sasso in sasso. Qui la frescura, combinata all’umidità, fa ben presto dimenticare il gran caldo dei mesi estivi.

Per arrivare al cospetto della Cascata de Lu Cugnuntu serve circa un’ora di camminata. Il nome in dialetto umbro del salto si traduce in italiano con congiunto, perché è generato dall’unione tra il fosso del Valloncello e quello dell’Acquastrino. Questo binomio ha realizzato una meravigliosa cascata naturale in un antro roccioso spettacolare: gli ultimi passi sono i più emozionanti dell’escursione.

Le migliori mete italiane per ammirare le stelle cadenti ad agosto, lontano dalle luci

9 août 2026 à 12:00

Le stelle cadenti sono un fenomeno scientifico, con attorno un’aura di magia. La riassume bene quella citazione di Albert Camus, rispolverata ad ogni notte di San Lorenzo, tratta dal suo racconto Ritorno a Tipasa: “A volte, di notte, dormivo con gli occhi aperti sotto un cielo gocciolante di stelle. Vivevo, allora”. L’immagine del costante brillare di una scia luminosa nella volta celeste agostana è emozionante, ma al tempo stesso perfettamente calzante con la spiegazione astronomica: ogni anno, tra la metà di luglio e la fine di agosto, il pianeta Terra si trova ad attraversare lo sciame meteorico delle Perseidi, generato dai detriti della cometa Swift-Tuttle. Raggiunge il suo picco nella notte tra il 12 e il 13 agosto, quando il numero di meteore visibili può arrivare anche a novanta l’ora, a patto di trovarsi in un luogo privo di inquinamento luminoso.

Perché, alla fine, è proprio questo il punto: la magia delle stelle cadenti è tale soprattutto se la si gode lontano dall’inquinamento luminoso dei territori antropizzati, in quota o in territori che hanno scelto di proteggere il proprio buio come una risorsa. In Italia, per fortuna, non mancano luoghi ideali per approfittare di tali condizioni.

Nus, Valle d’Aosta

A oltre 1600 metri di quota, sopra il comune di Nus, il Vallone di Saint Barthelemy beneficia di una condizione di isolamento luminoso che lo contrappone alla valle centrale valdostana, regalando uno dei cieli più bui e limpidi d’Europa.

Non è un caso che qui sorga, dal 2003, l’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta, affiancato dal Planetario di Lignan: la struttura è stata la prima in Italia a ottenere la certificazione internazionale Starlight, riconoscimento assegnato dalla Fundacion Starlight, organizzazione spagnola legata all’Istituto di Astrofisica delle Canarie e riconosciuta dall’UNESCO, che premia i territori che tutelano la qualità del proprio cielo notturno.

Splendido luogo naturalistico, gettonato in estate per l’escursionismo e le uscite in mountain bike, il Vallone di Saint Barthelemy è l’ideale per chi va a caccia anche di esperienze notturne a contatto con la natura, ma anche seguendo le numerose iniziative di divulgazione scientifica tra planetario e osservatorio.

Campo Imperatore, Abruzzo

Lo chiamano il piccolo Tibet d’Abruzzo: l’altopiano di Campo Imperatore, il più esteso d’Italia, con uno dei cieli meno inquinati d’Europa.

Alla sua estremità sud-orientale, a circa 1600 metri di altitudine, si trova Fonte Vetica, una delle zone più amate dagli astrofili proprio per la pulizia del cielo e la possibilità di distinguere a occhio nudo stelle non percepibili altrove.

Fonte Vetica è oggi il punto di riferimento ideale per chi vuole osservare le Perseidi tra le cime del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il grande pianoro alle pendici del Monte Camicia è infatti facilmente raggiungibile in auto, e da qui poi si può prendere le mosse per trovare il luogo più congeniale ai propri desideri. Molte associazioni locali, guide escursionistiche e gruppi turistici organizzano escursioni notturne guidate ed eventi di osservazione del cielo nel periodo delle stelle cadenti, ad agosto.

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Cielo d’agosto tra le vette del Gran Sasso

Isnello, Sicilia

Nel pieno delle Madonie, le montagne più alte della Sicilia dopo l’Etna, il piccolo borgo di Isnello ospita dal 2016 il GAL Hassin, Centro Internazionale per le Scienze Astronomiche, il cui nome unisce le prime lettere di galassia alla parola araba da cui deriva, secondo alcuni, il nome della cittadina, hassin, ovvero fiume freddo.

La stazione di osservazione del centro è, a 1865 metri sul livello del mare, la più alta d’Italia. Il centro, inoltre, è entrato a far parte della rete mondiale di osservatori riconosciuti dalla International Astronomical Union e ha ricevuto dal Minor Planet Center un codice identificativo assegnato solo ai centri più affidabili per lo studio dei corpi minori del Sistema Solare.

Attorno a Isnello, il Parco delle Madonie regala di giorno sentieri di trekking tra boschi incontaminati e affascinanti borghi in pietra. Come un supereroe dei fumetti, di notte si trasforma in un luogo ideale per ammirare le Perseidi. Questa caratteristica è valsa a Isnello e al Gal Hassin il riconoscimento di Parco stellare (Stellar park) della Fundacion Starlight.

Allai, Sardegna

Il piccolo abitato di Allai, in provincia di Oristano, è un affascinante borgo di appena trecento abitanti dell’entroterra sardo, che è stato capace di fare della propria marginalità geografica un punto di forza.

A giugno del 2026, infatti, è diventato il primo comune italiano a ricevere la certificazione internazionale di Starlight Village, rilasciata dalla Fundacion Starlight. La certificazione riconosce “le piccole cittadine che cercano di diversificare la propria economia attraverso lo sviluppo dell’astroturismo, con l’obiettivo di favorire una crescita economica sostenibile del territorio e prevenire lo spopolamento.”

Il percorso per ottenere il riconoscimento è durato quattro anni, durante i quali l’amministrazione ha ridisegnato l’illuminazione pubblica per limitare la dispersione della luce verso l’alto, senza rinunciare alla sicurezza. Nel paese, inoltre, sono stati allestiti punti di osservazione dedicati, con panchine e mappe del cielo a disposizione dei visitatori, mentre il CIMA, Civico Museo di Allai, organizza eventi, incontri divulgativi e osservazioni guidate.

Passo del Fargno, Marche

Mille e ottocentoventi metri di altitudine, aria fresca e pura, natura incontaminata. Gli ingredienti di una giornata al Passo del Fargno, tra le vette dei Monti Sibillini, nelle Marche. Una giornata che può concludersi con uno spettacolare cielo stellato pronto a donare emozioni a bizzeffe grazie al suo isolamento luminoso, perfetto per godersi le stelle cadenti d’agosto.

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Uno stellato spettacolare sopra i Monti Sibillini, nella zona di Castelluccio di Norcia

Qui si trova il Rifugio del Fargno che, tra i rifugi gestiti delle Marche, è quello posto più in alto, protetto dall’inquinamento luminoso della costa adriatica grazie alla sua posizione incassata tra le montagne. Presso la struttura vengono spesso organizzate escursioni guidate notturne ed eventi legati all’osservazione del cielo notturno estivo. La si può raggiungere con una bella escursione a piedi tra boschi, pascoli e splendidi panorami sulle cime verdi e brulle dei Sibillini.

Altopiano di Asiago, Veneto

Conosciuto anche come Altopiano dei Sette Comuni, l’Altopiano di Asiago ospita in località Pennar l’Osservatorio Astrofisico, fondato nel 1942 dall’Università di Padova per celebrare il terzo centenario della morte di Galileo Galilei.

Insieme alla sede distaccata di Cima Ekar, dove si trova il telescopio ottico più grande d’Italia, costituisce oggi il principale centro di ricerca astronomica ottica del Paese, scelto all’epoca proprio per la limpidezza del cielo di queste montagne.

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Si vedono più stelle cadenti lontano dalle luci e dall’inquinamento luminoso

Oltre a essere quindi un centro scientifico di primo livello e una destinazione turistica montana assai gettonata, da alcuni anni l’altopiano ha investito anche sull’astroturismo. Vi si possono trovare infatti piazzole attrezzate per l’osservazione del cielo e un Sentiero dei Pianeti, un percorso di otto chilometri che sale dal piazzale del palazzetto del ghiaccio di Asiago fino all’osservatorio di Pennar. Lungo il sentiero, percorribile in un paio d’ore e alla portata di tutti, si trova una fedele riproduzione dell’intero Sistema Solare, in scala 1:1.000.000.000. Ovvero, per riportare praticamente il dato, a ogni metro percorso a piedi equivale un milione di chilometri nello spazio profondo. Si incontrano sul sentiero anche i pianeti, posizionati rispettando la medesima scala.

Le grotte più belle d’Italia dove rifugiarsi dal caldo d’agosto

7 août 2026 à 16:00

L’estate italiana si dimostra impegnativa, tra caldo, afa e il ripetersi delle ondate di calore che portano i termometri a non abbassarsi neanche di notte. Ci sono molteplici modi per tentare di sfuggire alla canicola, ma uno dei più interessanti, sottovalutati e affascinanti è rappresentato dalla scoperta del mondo sotterraneo: sotto i nostri piedi, nascosto nella roccia di Appennini e Alpi, esiste infatti un universo alternativo fresco e silenzioso, dove la temperatura non cambia mai, che sia gennaio o il ferragosto più torrido. Una specie di Sottosopra che ricorda Stranger Things, ma senza mostri infernali, strane nubi e inquietanti lampi rossastri.

Anzi, nelle grotte turistiche italiane, cavità ipogee scavate in milioni di anni da acqua e tempo, ci si avventura in un mondo sì bizzarro, ma anche tremendamente attraente. Tra passerelle, illuminazione e guide esperte ci si avventura tra stalattiti, stalagmiti e saloni sotterranei che sembrano edifici progettati da architetti folli. Un’escursione in grotta, insomma, unisce un certo grado di sollievo climatico alla meraviglia geologica e naturale, oltre che, in alcuni casi, storica: molte di queste cavità custodiscono resti preistorici, laghi sotterranei e concrezioni che si sono formate goccia dopo goccia nel corso di ere geologiche.

Grotte di Frasassi

Senza dubbio, le Grotte di Frasassi sono il più famoso complesso presente in Italia. Il motivo è presto detto: sono considerate il più grande complesso ipogeo d’Europa, con oltre venti chilometri di cavità scoperte solo nel 1971. Si trovano nel comune di Genga, nelle Marche, tra i rilievi appenninici e la valle del fiume Sentino.

Ogni anno sono visitate da un gran numero di persone. Il percorso turistico classico, compiuto dalla maggior parte dei visitatori, è lungo circa un chilometro e mezzo e si percorre in poco più di un’ora, seguendo le spiegazioni e il racconto di una guida dedicata. Qui la temperatura è costante: 14 gradi, con un’umidità che sfiora il 100%.

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Lo spettacolo del sottosuolo alle Grotte di Frasassi

La visita si apre con la Sala Abisso Ancona, un ambiente talmente vasto da poter contenere, secondo le stime, il Duomo di Milano: 180 metri di lunghezza, 120 di larghezza e 200 di altezza, dominati dalle imponenti stalagmiti dette i Giganti. Si tratta di uno degli ambienti chiave del percorso, una vera e propria cattedrale sotterranea. Altri luoghi della visita sono la Sala 200, il Grand Canyon (una fossa solcata dalle acque del fiume Sentino), le sottili Canne d’Organo e la Sala delle Candeline, fino alla suggestiva Sala dell’Infinito, detta anche Sala dei Pagliai perché caratterizzata da grandi stalagmiti coniche, che ricordano quasi dei covoni di fieno.

Se si prenota in anticipo, si possono scegliere anche i percorsi più lunghi, chiamati Azzurro e Rosso, lunghi rispettivamente due e tre ore: una visita più impegnativa alle Grotte di Frasassi, ma che porta a una maggiore consapevolezza e a una scoperta più completa di questo sensazionale complesso.

Grotte di Castellana

Castellana, 40 chilometri da Bari, entroterra pugliese: quell’apertura nel terreno che era sempre stata utilizzata come una sorta di discarica naturale sarebbe diventata qualcosa di più a partire dal lontano 23 gennaio 1938. Lo speleologo Franco Anelli si calò nell’inghiottitoio, andando alla scoperta di quello che sarebbe poi divenuto noto come uno dei sistemi carsici più spettacolari d’Europa.

Oggi le Grotte di Castellana sono celebri e frequentate, una delle più gettonate attrazioni alternative al mare della Puglia. La loro grande bellezza ne è ovviamente la ragione, ma il fatto che la temperatura interna sia stabilmente tra i 14 e i 18 gradi, contro una superficie che in estate fa misurare costantemente temperature diurne superiori ai 30 gradi, sicuramente è un ulteriore incentivo.

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Una delle sale delle Grotte di Castellana

La visita del complesso parte sempre dalla Grave, la prima e più ampia caverna, alta una sessantina di metri e unico punto del percorso in cui filtra la luce naturale attraverso un’apertura sulla volta. Era questa la grotta in cui si calò Anelli alla fine degli Anni Trenta. Da qui, i visitatori possono scegliere tra un itinerario breve, lungo un chilometro e della durata di circa 50 minuti, oppure il percorso completo, che si estende per tre chilometri e impegna circa due ore, attraversando caverne dai nomi evocativi come la Civetta, il Precipizio e il Corridoio del Deserto. Il gran finale è la Grotta Bianca, l’ultima e più celebre cavità del sistema, ricoperta da concrezioni di alabastro talmente candide da essere definite tra le più splendenti al mondo.

Grotta Gigante

Nomen omen, dicevano gli antichi. E infatti non c’è nome più didascalico di Grotta Gigante per descrivere la grotta turistica con la sala naturale più grande al mondo. Una cavità enorme, posta al confine tra Italia e Slovenia, nel Carso triestino. Si trova, per l’esattezza, a Sgonico, poco a nord del capoluogo giuliano.

La caverna principale misura infatti 98,5 metri di altezza, 167,6 di lunghezza e 76,3 di larghezza, per un volume di circa 365mila metri cubi: abbastanza, secondo i calcoli, da contenere l’intera Basilica di San Pietro. Già dai primi del Novecento, la Grotta Gigante è stata oggetto di frequentazione turistica, mentre l’esplorazione risale addirittura al 1840.

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Le stalagmiti della Grotta Gigante raggiungono dimensioni enormi

Il percorso turistico odierno si snoda per 850 metri e si scende fino a circa 100 metri di profondità nel sottosuolo, lungo una impegnativa scalinata composta di 500 gradini protetti da ringhiere e superfici antiscivolo, per poi risalire attraverso il sentiero panoramico “Carlo Finocchiaro” fino a un belvedere sospeso a 95 metri di altezza sulla caverna principale. La temperatura interna resta fissa a 11 gradi tutto l’anno.

Eccezionali le formazioni stalagmitiche, che hanno raggiunto grandissime altezze, come nei casi della Colonna Ruggero e della Palma. D’altra parte, le origini del complesso ipogeo si fanno risalire a circa dieci milioni di anni fa. La grotta, oltre che essere meta turistica, è anche un laboratorio scientifico attivo: ospita infatti i pendoli geodetici più lunghi al mondo, utilizzati per monitorare i movimenti della crosta terrestre.

Grotte di Toirano

Quando si diceva, in apertura, che all’interno delle grotte si possono trovare tracce della storia e non solo della bellezza della natura, le Grotte di Toirano erano il riferimento principale dell’allusione. In questo complesso, tra il 1950 e gli anni successivi, sono stati ritrovati numerosi resti dell’orso delle caverne (Ursus spelaeus), che per millenni vi trovava rifugio durante il letargo, testimoniato da ossa, impronte di zampe e graffi sulle pareti. Ma non solo: nella grotta nota come Corridoio delle Impronte sono rimaste impresse nell’argilla le tracce lasciate dall’uomo preistorico circa 12mila anni fa: orme di piedi, mani e ginocchia che permettono di immaginare il passaggio dei nostri antenati in questi stessi cunicoli.

La Grotta delle Basura e il Corridoio delle Impronte sono le due sale più interessanti del percorso, ma l’itinerario turistico permette anche di esplorare il Cimitero degli Orsi, un vasto deposito di ossa risalenti fino a 27mila anni fa, e l’Antro di Cibele, unico al mondo per le sue concrezioni. L’intero percorso visitabile è lungo circa 1300 metri, si affronta in poco più di un’ora con una visita guidata. All’interno delle grotte la temperatura è costantemente a 16 gradi.

Le Grotte di Toirano si trovano nei pressi dell’omonima cittadina, nell’entroterra ligure, in Liguria, sui colli alle spalle di Loano e Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona.

Grotta del Vento

La Grotta del Vento si trova nei pressi di Fornovolasco, piccolo borgo montano della Garfagnana, nel nord della Toscana, all’ombra delle cime delle Alpi Apuane. Si chiama così per via delle forti correnti d’aria che la attraversano, generate dalla differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno: un fenomeno che si può letteralmente sentire non appena varcata la porta d’ingresso, con raffiche che secondo le rilevazioni possono superare i 40 km/h.

All’interno la temperatura è piuttosto fredda, sotto gli 11 gradi (per la precisione, resta stabile sui 10,7 gradi tutto l’anno), ma al tempo stesso con un tasso di umidità che sfiora il 99%.

Comodità fondamentale della Grotta del Vento è la possibilità di scegliere tra tre itinerari guidati di lunghezza e durata crescente, da uno a tre ore, che permettono di calibrare la visita in base al tempo e alla curiosità di ciascuno. Il primo, più breve, attraversa corridoi stretti e laghetti cristallizzati ricchi di stalattiti e stalagmiti ancora in fase di crescita; il secondo scende nel Baratro dei Giganti fino a raggiungere un piccolo fiume sotterraneo e la suggestiva Sala delle Voci, dove l’acustica particolare crea effetti sorprendenti; il terzo, il più completo, si spinge fino ai tratti più profondi del sistema carsico, esplorato a partire dalla fine dell’Ottocento e ancora oggetto di studio da parte degli speleologi. Si visita, infatti, un profondo pozzo di 90 metri, perfettamente verticale, che viene quindi risalito fino a raggiungere un vasto salone caratterizzato da bellissime concrezioni e, immediatamente dopo, un breve canyon sotterraneo.

Toscana, un castello nascosto e una spiaggia segreta: l’escursione sulle rive del fiume Merse

25 juillet 2026 à 12:00

Chiusdino, Monticiano, Sovicille. Nomi che ai più possono dire poco: sono piccoli borghi che punteggiano la Val di Merse, un bell’angolo della provincia di Siena, nel sud della Toscana. Morbide colline, fitti boschi e alcuni corsi d’acqua che scorrono, sinuosi e silenziosi, tra una curva e l’altra del territorio.

Qui, tra le bellezze di Siena, le Colline Metallifere e le prime propaggini della Maremma, il fiume Merse, piccolo affluente dell’Ombrone, è lo scenario di una bella e poco frequentata escursione, un cammino nel verde che porta prima a un antico castello dimenticato, con un nome che è già di per sé un racconto, e poi, sulla via del ritorno, a una spiaggia d’acqua dolce che d’estate diventa una meravigliosa oasi di frescura assolutamente da non perdere.

Grecia, Monte Olimpo: sulla cima della montagna del mito

22 juillet 2026 à 17:06

Sono passati quasi tremila anni, eppure certe cose non passano mai di moda. Sarà per quello che ci insegnano a scuola, sarà perché è la culla della nostra cultura, sarà perché, in fondo, è una saga fantasy pazzesca, ma la mitologia greca ha ancora e avrà sempre una presa fortissima sull’immaginario collettivo italiano e non solo. Una presa che si riflette anche sulle nostre vite, sulle nostre vacanze e sui nostri viaggi, vista anche la viralità raggiunta sui social dai contenuti dedicati al Monte Olimpo, la montagna sacra agli dei omerici.

Col suo costante cappello di nembi bianchi, il grande rilievo ha rappresentato la soglia oltre la quale, per gli antichi, cominciava il regno degli dei. Oggi quel regno è la meta e l’ambizione degli escursionisti che si avventurano nel paradisiaco Parco del Monte Olimpo, che si alza dalla pianura della Macedonia fino a superare i 2900 metri di quota. Non serve essere un semidio per raggiungerne la cima, anzi le cime, visto che sono tre. Bastano, infatti, gambe allenate, scarponi robusti e la voglia di scoprire una natura selvaggia e incontaminata.

Monte Olimpo: lontano dal mito, le caratteristiche geografiche

Al netto delle leggende, il Monte Olimpo è, prima di tutto, un massiccio imponente, che si staglia sullo sfondo del Golfo Termaico, a poca distanza dalla costa sul mar Egeo, nel nord della Grecia contemporanea. Questa vicinanza al mare è parte del suo fascino: in meno di due ore, sui suoi sentieri, si passa dal profumo salmastro dell’Egeo al freddo pungente delle quote più alte, dove la neve può resistere fino a tarda primavera.

Con i suoi 2918 metri, la vetta di Mytikas è il punto più alto non solo della montagna, ma di tutta la Grecia. Non è però un rilievo isolato: l’Olimpo è un massiccio che comprende oltre cinquanta punte sopra i duemila metri, profonde gole e una grande biodiversità. Tra le vette più note, oltre a Mytikas, ci sono Skolio (2911 metri di altitudine), Skala (2882) e Stefani (2909), quest’ultima conosciuta anche come Trono di Zeus per la sua forma particolare, la quale ricorda, in effetti, un seggio naturale scolpito nella roccia.

escursioni sentieri monte olimpo
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La roccia nuda delle vette più alte dell’Olimpo

A tutelare questo contesto più unico che raro, tra punte aguzze, valli, depressioni, fiumi e cascate è il Parco Nazionale del Monte Olimpo: nel 1938 è stato il primo parco nazionale istituito in Grecia, un riconoscimento arrivato per proteggere i boschi di pino nero, le faggete secolari e una fauna che include camosci, volpi, ma anche numerose specie rapaci, tra le quali l’eccezionale aquila reale. Non stupisce che l’UNESCO lo abbia inserito tra le riserve della biosfera già nel 1981, a simboleggiare ancora una volta quanto sia prezioso questo ecosistema tanto ricco quanto fragile, dove la macchia mediterranea delle quote più basse lascia gradualmente spazio a una vegetazione alpina, fino alla roccia nuda delle vette.

Il punto di partenza più utilizzato per esplorare la montagna è Litochoro, un grazioso paese ai piedi del massiccio: da qui si dipartono la maggior parte dei sentieri che risalgono verso le cime.

I sentieri per arrivare sulle tre cime del Monte Olimpo

Chi sogna di mettere piede sulla vetta più alta della Grecia deve mettere in conto un’escursione di almeno due giorni, con pernottamento in uno dei rifugi di montagna. Il percorso più classico, e anche il più frequentato, segue le tracce del sentiero E4, ovvero l’European Long Distance Path 4, il grande cammino che unisce Tarifa, in Spagna, a Cipro, e che qui sale per l’appunto fino alle vette dell’Olimpo.

Lo si può affrontare partendo come detto da Litochoro. È però raccomandabile, per accorciare i tempi, partire dalla località di Prionia, raggiungibile in auto lungo una strada sterrata, guadagnando così già circa 800 metri di elevazione e risparmiando circa 9 chilometri di percorso.

Prionia è l’ultima località raggiungibile in auto ai piedi dell’Olimpo ed è sostanzialmente il campo base da cui partono le escursioni sul monte. Da qui il sentiero si inoltra tra faggi, pini neri e maestosi esemplari di pino bosniaco, alberi capaci di attecchire anche nelle condizioni più estreme di alta quota.

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Le vette più alte dell’Olimpo sono spesso circondate da nubi

L’obiettivo è raggiungere, dopo tre o quattro ore di dura ascesa, il rifugio Spilios Agapitos, a 2100 metri di altitudine. Si tratta del punto d’appoggio più popolare per salire verso le cime della montagna, un’ampia struttura con oltre 100 posti letto che si trova su uno spuntone di roccia tra grandi conifere, soprannominato il Balcone. La prima tappa, nel suo complesso, misura solo quattro chilometri e mezzo, ma si sale un dislivello di circa 1000 metri che la rende tosta.

Il secondo giorno di escursione regala l’esperienza più emozionante, ma altrettanto impegnativa. Dal rifugio, il sentiero risale rapidamente sopra il limite della vegetazione, aprendosi su panorami che spaziano fino all’orizzonte azzurro del mare. In un paio d’ore di salita si raggiunge la prima delle tre cime più celebri, Skala, a 2882 metri di quota. Si prosegue, dunque, lungo una cresta stretta fino a Skolio, la cima a 2911 metri, la seconda vetta più alta del massiccio.

Mytikas, invece, la più alta, si raggiunge deviando dal sentiero E4 lungo un impervio tratto che si imbocca da Skala. È un percorso difficile, con alcuni passaggi di arrampicata semplice ma esposta, che richiede piede fermo e una certa esperienza. Serve circa un’altra ora per raggiungerla.

È questa, in ogni caso, la via della prima, mitica ascesa documentata, nel 1913, compiuta da Christos Kakalos, alpinista di Litochoro, insieme agli svizzeri Frédéric Boissonnas e Daniel Baud-Bovy. Kakalos diventò poi la prima guida alpina ufficiale della montagna, continuando a scalarla fino a novant’anni.

Dalla vetta di Mytikas si può proseguire fino a raggiungere il rifugio Giosos Apostolidis e da qui ridiscendere verso Prionia. Chi invece prosegue lungo il sentiero E4 può trovare un punto d’appoggio al bivacco Christakis, 500 metri più in basso, al cospetto dell’omonima cima (2707 metri).

Altre escursioni sul Monte Olimpo

Non tutti i sentieri dell’Olimpo puntano necessariamente a raggiungere le vette più alte: la montagna degli dei è un tesoro multiforme, come l’ingegno di Odisseo. Pertanto, offre tante altre escursioni nelle quali impegnarsi per scoprire luoghi meno frequentati, ma altrettanto meritevoli.

Un esempio è quello del sentiero che dal bivio di Gortsia, poco fuori Litochoro, conduce al rifugio Petrostrouga, attraverso un sentiero ben segnalato che attraversa splendide faggete e passa accanto ad alcuni tra gli esemplari più imponenti di pino bosniaco dell’intero massiccio. È un percorso ideale per chi vuole assaporare l’atmosfera della montagna e al contempo godersi bei colpi d’occhio sul mar Egeo. Il percorso è lungo circa cinque chilometri, con un dislivello impegnativo (circa 950 metri) e un tempo di percorrenza intorno alle 3 ore.

Se avete tempo e gambe, l’escursione può proseguire fino allo splendido Altopiano delle Muse, un pianoro roccioso con una vista pazzesca sulle cime circostanti. Circondato da pareti rocciose e attraversato da sentieri che si intrecciano tra le diverse cime del massiccio, regala uno dei colpi d’occhio più suggestivi di tutto l’Olimpo, con vista sulla imponente sagoma di Mytikas che domina l’orizzonte. La salita all’altopiano può terminare ai rifugi Christos Kakalos, a quota 2650 metri, o al Giosos Apostolidis, che con i suoi 2700 metri rappresenta la struttura all’altitudine più elevata dell’intera Grecia. Ci si trova sul versante opposto delle vette più alte dell’Olimpo rispetto al sentiero E4, ma anche da questi rifugi è possibile salire fino alla cima di Mytikas. Peraltro lo si fa passando dalla vetta Stefani, il Trono di Zeus.

Una bella escursione, più semplice e alla portata di tutti, è quella che da Prionia porta alla Grotta di San Dionisio. Ci si lascia alle spalle Prionia camminando nella direzione opposta alle vette del Monte Olimpo, percorrendo un sentiero che costeggia il torrente Enipeas. Si incontrano per prime le magnifiche Cascate di Enipeas, con delle belle polle di acqua cristallina che invitano a farsi un tuffo.

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Cascata sul torrente Enipeas

Il sentiero prosegue arrivando all’antico Monastero di San Dionisio, un luogo spirituale eccezionale, pittoresco, dove la pietra dell’Olimpo diventa un elemento architettonico perfetto. Costruito nel Cinquecento, è stato più volte danneggiato, in modo più grave durante la Seconda Guerra Mondiale.

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La Grotta Sacra di San Dionisio

Si arriva infine alla Grotta, il luogo di eremitaggio di San Dionisio, santo della chiesa ortodossa greca, che qui si segregava nel XVI secolo. La grande cavità naturale contiene un piccolo edificio votivo. È un luogo suggestivo dal quale ammirare il lato orientale del Monte Olimpo, con una sorgente vicina. Questo percorso fa parte del sentiero E4, nel tratto che collega Litochoro a Prionia.

I laghi alpini più belli d’Italia da raggiungere a piedi in estate: 5 specchi d’acqua oltre i 2000 metri

19 juillet 2026 à 10:00

Le Alpi italiane, nella loro fascia più alta, custodiscono una costellazione di laghi glaciali, figli delle nevi e dei ghiacci che ancora resistono al cambiamento climatico. Sono piccole meraviglie d’acqua dolce, bacini dai mille colori: il verde, il turchese, lo smeraldo, ma qualche volta anche un blu scuro e misterioso, che non lascia intravedere niente sotto la superficie.

Nessuna strada asfaltata li sfiora: sono un tesoro da scoprire soltanto a piedi, d’estate, spingendosi oltre le quote normali a cui siamo abituati, zaino in spalla e tanta voglia di scoprire la montagna. Mete perfette per coloro che amano il trekking, ma che al tempo stesso vogliono che la loro fatica sia ripagata da qualcosa di meraviglioso, per ammirare panorami che restano impressi nella memoria.

Lago di Antermoia

Val di Fassa, massiccio del Catinaccio. Ai piedi della vetta più alta del gruppo, il Catinaccio d’Antermoia, sorge l’omonimo lago. Altitudine: 2.495 metri sul livello del mare, uno dei laghi più alti delle dolomiti. È alimentato dalle sorgenti sotterranee del Rio Antermoia, e pertanto mantiene l’acqua anche nei mesi più caldi, a differenza di molti altri laghi glaciali che tendono a prosciugarsi in estate.

Legato a un’antica leggenda ladina, secondo la quale sarebbe nato dalle lacrime di una ninfa, lo splendido Lago di Antermoia è raggiungibile esclusivamente a piedi. Ci sono diversi percorsi che permettono di raggiungerlo, partendo da diverse località della Val di Fassa: Pera, Mazzin, Campitello, Fontanazzo. Convergono tutti, dopo tre o quattro ore di salita, nella conca che ospita il lago e il vicino Rifugio Antermoia.

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Arrivo al Lago di Antermoia

Il tragitto più panoramico sale da Pera di Fassa. Da qui ci si avvicina all’attacco del sentiero con due tratti di seggiovia fino a Pian dei Pecei. Attraverso la Val di Vajolet, l’itinerario tocca il Rifugio Passo Principe e supera il Passo Antermoia prima di scendere al lago.  È una escursione splendida, senza difficoltà tecniche ma resa complessa dalla lunghezza, che si avvicina ai 20 chilometri, e dal dislivello in salita di circa 1000 metri.

Una leggenda ladina racconta che il lago sia nato dal pianto di una ninfa, Antermoia appunto, trasformata in acqua dopo che il suo amore la chiamò per nome, infrangendo un incantesimo che lo vietava. Una storia un po’ sinistra come tante di quelle delle terre fredde, ma non si fatica a credere a una qualche forma di magia quando ci si trova davanti allo spettacolo unico di questo lago spettacolare.

Laghi della Val Viola

Tra Bormio e Livigno, in Alta Valtellina, si trova la Val Viola, una vallata montana particolarmente soleggiata, dettaglio che la rende percorribile con soddisfazione anche a inizio e fine stagione, oltre che in piena estate.

Praticamente al confine con la Svizzera sorge il Lago di Val Viola, un bel bacino dai colori intensi nel bel mezzo di una conca verde circondata da cime pietrose. Vi giunge una escursione semplice che parte da Altumeira, poco oltre i duemila metri di altitudine, località il cui accesso è regolamentato con un pedaggio durante la stagione estiva. Da qui si raggiunge in circa tre chilometri di percorso il lago di origine glaciale, a 2267 metri.

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Panorama sul Lago di Val Viola

Poco più avanti, attorno al Rifugio Viola, ci sono altri due laghetti, nelle cui acque si specchiano le cime circostanti, come il Corno Dosdè, con i suoi 3232 metri di altitudine. Dal rifugio si può raggiungere il Passo di Val Viola, a 2460 metri, che segna il confine con la vicina Svizzera.

Laghi del Nivolet

Il Colle del Nivolet è uno dei valichi alpini più celebri d’Italia: un passo posto oltre i 2600 metri nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, al confine tra Piemonte e Valle d’Aosta.

Salendo da Ceresole Reale lungo la strada che, nei weekend estivi, viene chiusa al traffico privato a favore di una navetta, si incontrano per primi il Lago Serrù e il Lago Agnel, due bacini di origine glaciale ampliati poi dall’uomo. Si tratta di due scenografici specchi d’acqua dalle tinte azzurre intense.

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Vista sui laghi del Pian del Nivolet

Per chi non si accontenta di arrivarci in auto, un bel sentiero è quello che parte dalla fermata dell’autobus di Chiapili di Sopra, attraversa il torrente Orco e si impenna per quattro chilometri di intensa salita fino al Lago Serrù.

Inoltre, dal Colle del Nivolet, un sentiero in salita di circa tre chilometri porta gli escursionisti a inoltrarsi tra altri piccoli laghetti dell’altopiano, come il Lago Rosset, riconoscibile per il suo isolotto a forma di cappello, e il vicino Lago Leità. I più intrepidi possono proseguire fino a raggiungere il vicino Col Rosset, percorrendo altri due chilometri. Da qui la vista sui piccoli bacini sottostanti è impagabile.

Giro dei Cinque Laghi

Nei pressi di Madonna di Campiglio, in Trentino, si trova un celebre percorso escursionistico, il Giro dei Cinque Laghi. È un percorso impegnativo, lungo quasi 15 chilometri per circa sei ore totali di percorrenza tra le cime del Gruppo della Presanella.

Si parte dai 2064 metri di Baita Natalia, destinazione di un impianto di risalita che parte da Madonna di Campiglio. Si imbocca quindi il sentiero 232 del CAI e ci si avventura alla scoperta di cinque specchi d’acqua alpini: il Lago Ritorto, il Lago Lambin, il Lago Serodoli, il Lago Gelato e il Lago Nero. Tutti si trovano oltre i duemila metri di altitudine.

Il Lago Serodoli è forse il più scenografico del quintetto. Sul versante meridionale del lago sorge un piccolo bivacco in muratura, punto d’appoggio per chi vuole spingersi oltre, fino, magari, alla cima Serodoli, a 2708 metri, che domina l’intera conca. Vicino, con un costone di roccia in mezzo, si apre il Lago Gelato, in uno scenario d’altura con creste rocciose e una splendida vista su tutte le vette vicine.

Dopo aver visitato questi due bacini l’escursione torna sui propri passi, ma si procede a scendere da un altro versante per raggiungere il piccolo Lago Nero.

Lago di Crespeina

Adagiato a 2374 metri, in una conca di roccia dall’aspetto brullo e selvaggio, sorge il Lago di Crespeina, spettacolare specchio smeraldino nel Parco Naturale Puez-Odle.

Il sentiero per raggiungere questo luogo parte dal Passo Gardena, poco oltre la soglia dei 2100 metri. È contrassegnato dal numero 2, lungo l’Alta Via delle Dolomiti. Si parte salendo per trecento metri di dislivello in salita fino a raggiungere il Passo Crespeina, una forcella dal panorama spettacolare dopo una salita altrettanto suggestiva tra guglie e capitelli. Da qui la discesa al Lago, lungo un sentiero con numerosi saliscendi, è breve.

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Il piccolo e meraviglioso Lago di Crespeina

Si devia quindi dal sentiero quando si vede lo specchio d’acqua cristallino poche decine di metri più in basso: distesi sui prati lungo le sue sponde si ammira un panorama di cime dolomitiche davvero sensazionale, in particolare sul vicino Col Turond.

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