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Bocas del Toro, scoprire la bioluminescenza nelle isole tesoro di Panama

7 octobre 2026 à 16:00

Panama, per tutto il mondo, significa Canale: la piccola repubblica centroamericana, quattro milioni di abitanti, custodisce infatti la via più veloce di transito per le navi commerciali tra l’Oceano Atlantico e quello Pacifico, grazie agli 82 chilometri di scavi, chiuse e dighe che costituiscono il passaggio. Tuttavia, c’è molto di più da scoprire e visitare in questo angolo di Caraibi che non limitarsi alla pur interessante scoperta di questa opera dell’ingegno umano.

Una delle destinazioni da non perdere, ad esempio, è l’arcipelago di Bocas del Toro, non lontano dal confine con il Costa Rica: oltre 250 tra isole, isolette, isolotti e cayos di vario genere nel nordovest del paese, oggetto di un variegato ma mai eccessivo flusso turistico interessato soprattutto a godere della straordinaria natura celata tra le spiagge e i boschi di mangrovie. Una delle principali attrattive è costituita dalla bioluminescenza, un’esperienza rara di cui poter godere dopo il tramonto a bordo di una barca: i dinoflagellati, minuscoli organismi monocellulari, emettono un lampo di luce blu quando avvertono un movimento nell’acqua e producono questo spettacolo naturale, da godere nelle notti senza luna.

Panama come destinazione turistica

Per molto tempo Panama è stata considerata soprattutto una terra di passaggio. Stretto lembo di terra che unisce le due Americhe e separa Atlantico e Pacifico, è noto in tutto il mondo per il suo Canale, come detto.

Le cose, tuttavia, sembrano in rapido mutamento e un crescente flusso turistico, interessato non solo al passaggio da un lato all’altro del continente americano, sta incominciando ad arrivare nel paese. L’attrattiva per i turisti esteri è la varietà di esperienze di cui si può godere, pur visitando un paese relativamente piccolo. A Ciudad de Panama, la moderna capitale del paese, si fondono un’anima contemporanea, con i grattacieli affacciati sul Pacifico, e lo storico quartiere di Casco Viejo, riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Nell’entroterra occidentale si trovano le montagne fresche di Boquete e della provincia di Chiriquí. Nella parte nordorientale ci sono le spiagge di Guna Yala, terra abitata dal popolo indigeno Guna. Due coste, due oceani, un entroterra ricco di corsi d’acqua e foreste, e una quantità di isole e isolotti completano il quadro, con l’arcipelago di Bocas del Toro come punta di diamante.

zapatilla isola di bocas del toro
Sergi Reboredo/VW PICS/Universal Images Group via Getty Images
Le spiagge caraibiche delle isole di Bocas del Toro

Dove si trova l’arcipelago di Bocas del Toro e come arrivare

L’arcipelago di Bocas del Toro si trova nel nordovest di Panama, sulla costa caraibica, vicino al confine con il Costa Rica. Le principali isole che lo compongono sono Isla Colón, dove sorge il capoluogo Bocas Town, Carenero, Solarte, Bastimentos, San Cristóbal, Isla Popa e Cayo Agua. Inoltre centinaia di isolotti e altre piccole isole tempestano quest’area di Oceano Atlantico. Fu a queste coste che approdò Cristoforo Colombo nel 1502, durante il quarto e ultimo viaggio verso il Nuovo Mondo, e a Bastimentos diede un nome che in spagnolo significa provviste, perché l’isola servì a rifornire la sua flotta.

Il modo più rapido per arrivare a Bocas del Toro è l’aereo. Isla Colón, la più grande e la più turistica dell’arcipelago, possiede un piccolo aeroporto a circa un’ora di volo da Ciudad de Panama. Isla Colón è collegata anche ad Almirante, piccola città sulla costa di fronte all’arcipelago, attraverso il cosiddetto water taxi, un collegamento marittimo di circa mezz’ora con partenze frequenti durante il giorno.

Una volta raggiunte le isole ci si sposta tra l’una e l’altra esclusivamente in barca.

Sebbene il clima tropicale mantenga caldo per tutto l’anno, i mesi migliori per visitare le isole sono quelli di settembre e ottobre. Si tratta del momento relativamente più asciutto e con un mare tendenzialmente più calmo, anche se è difficile che la pioggia stia a lungo lontana dai cieli panamensi.

Cosa fare e cosa vedere a Bocas del Toro

Il cuore dell’esperienza a Bocas del Toro è l’escursione notturna in barca per essere testimoni dell’incredibile fenomeno della bioluminescenza. Per poter essere abbastanza fortunati da vederla, si devono sfruttare le notti senza luna nel cielo, e pertanto pianificare il proprio viaggio secondo il ciclo lunare.

Attraverso visite guidate, si esce in barca in gruppi ridotti per raggiungere alcune piccole baie riparate, dove ogni movimento dell’acqua funziona come un interruttore per accendere tante piccole luci azzurre e blu, come uno sciame di lucciole che si illuminano all’unisono, o come una polvere di stelle azzurra che si scioglie tra le onde. L’esperienza comprende nuotare con maschera e boccaglio in queste aree, mentre l’acqua si accende ad ogni movimento. Si tratta di un’esperienza davvero magica, dalla spiegazione scientifica meno romantica di quanto non lo sia lo spettacolare effetto esteriore: la luminescenza è prodotta da un particolare tipo di fitoplancton, i dinoflagellati; si tratta di organismi monocellulari che, quando ricevono un impulso meccanico o un movimento dell’acqua, innescano un enzima chiamato luciferasi, il quale agisce sulla luciferina, una piccola molecola capace di trasformare l’energia chimica in luce visibile. Questo bagliore, a livello naturale, si ritiene che serva come meccanismo di difesa per spaventare o confondere i predatori, ma nelle notti scure nel cuore dei Caraibi, tra isole selvagge coperte di mangrovie e il calmo mare interno all’arcipelago, regala momenti di bellezza ultraterrena.

Tra le altre attrattive dell’arcipelago c’è il Parco Nazionale Marino di Bastimentos, istituito nel 1988 e indicato come il primo parco marino del paese. Protegge circa 13mila ettari tra foresta, mangrovie e barriera corallina, con quasi ottanta specie di coralli. Ne fanno parte i Cayos Zapatilla, due isolotti disabitati di sabbia chiara e palme, tra le mete più visitate dell’area e ideali per lo snorkeling.

bocas del toro panama
Lorenzo Calamai
Spiagge bianche e selvagge, mare blu e un orizzonte magico

Sul lato caraibico di Bastimentos, invece, si trovano spiagge stereotipicamente caraibiche come Wizard Beach e Red Frog Beach, con quest’ultima che deve il nome alle minuscole rane velenose rosse che vivono nella foresta vicina. Tra le mangrovie di Salt Creek, all’estrema punta orientale dell’isola, si possono invece avvistare bradipi e scimmie.

I bradipi sono un animale particolarmente numeroso in alcune aree dell’arcipelago. Se ne trovano molti a Bastimentos, ma anche a Isla Popa, anche se le probabilità più alte di avvistare questo timido e appartato animale arroccato sulle cime degli alberi è a Isla de los Perezosos, chiamata proprio Sloth Island, un piccolo isolotto vicino Isla Colón destinazione di diversi tour guidati.

bradipo panama
123RF
Il bradipo tridattilo è il più diffuso a Bocas del Toro

Sulla grande Isla Colón, inoltre, ci sono diverse spiagge degne di nota: Playa Estrella, sulla costa nordoccidentale, è caratterizzata dalle stelle marine che riposano sui fondali bassi e trasparenti; anche Dolphin Bay è un nomen omen, trattandosi di una baia circondata da mangrovie dove vivono numerosi delfini per buona parte dell’anno.

Valgono assolutamente la pena tutte le escursioni giornaliere organizzate dagli operatori locali per raggiungere altre isole dell’arcipelago come Isla Solarte e Coral Cay, due delle destinazioni più gettonate per uno snorkeling memorabile, tra banchi di pesci coloratissimi e coralli dalle forme ardite.

Infine, tra un’escursione e l’altra non è da trascurare la visita della città di Bocas del Toro, comunemente chiamata Bocas Town o semplicemente Bocas, la città di riferimento dell’arcipelago, al margine meridionale di Isla Colón. Qui si incontrano eredità caraibiche e tracce delle comunità indigene delle isole, oltre a essere sostanzialmente l’unico vero abitato delle isole, con strutture ricettive, ristoranti, bar e una vera e propria vita cittadina.

Quasi 100 metri di tuono bianco: la Cascata della Froda è uno dei gioielli più autentici della Svizzera

6 octobre 2026 à 17:30

Il borghetto di Sonogno si fa amare all’istante per le sue strade acciottolate, le abitazioni in sasso, i piccoli giardini stretti fra muri antichi e i tetti robusti che lo compongono. È l’ultimo nucleo abitato della Val Verzasca, nel Canton Ticino, a ben 918 metri di quota. Qui la strada termina poco oltre il paese e questa geografia da capolinea si percepisce subito, anche perché arriva un forte suono.

Prima un brontolio distante, coperto a tratti dal vento e dagli alberi, poi un rumore pieno, continuo e profondo. Quello è il “benvenuto” della Cascata della Froda (o Cascata La Froda) che appare bianca contro una parete scura, con un salto di circa 100 metri che in molti definiscono il più spettacolare della valle.

Il punto inferiore si trova attorno ai 990 metri di quota e l’acqua piomba in una conca rocciosa verde, sollevando una nube finissima nelle giornate di maggiore portata. La sua forza cambia parecchio durante l’anno: primavera e inizio estate regalano in genere la scena più vigorosa, grazie alla fusione della neve accumulata alle quote superiori; in inverno la stessa parete assume un carattere severo, con neve e ghiaccio lungo i versanti; tra fine estate e periodi asciutti la portata può invece ridursi. Ma in fondo è proprio questa variabilità a renderla interessante.

Origine e formazione della Cascata della Froda

Il paesaggio della Val Verzasca porta i segni delle grandi masse glaciali che durante le fasi fredde del Quaternario occuparono le Alpi e contribuirono a scavare valli, levigare rocce e accentuare bruschi dislivelli. Ritirandosi, i ghiacciai lasciarono una morfologia fatta di conche, soglie e pareti ripide. I corsi d’acqua presero possesso di quei gradini naturali e, nei punti di maggiore differenza altimetrica, nacquero salti spettacolari.

La Froda appartiene a questa geografia: l’acqua arriva dal sistema idrico della Val Redorta, laterale rispetto all’asse principale della Verzasca, e perde quota in maniera repentina presso Sonogno. La parete obbliga il flusso a precipitare quasi verticalmente prima di raccogliersi nel bacino inferiore. Durante le giornate luminose, le gocce nebulizzate possono creare piccoli archi iridescenti sopra la conca.

Il granito e gli gneiss tipici del territorio ticinese contribuiscono all’aspetto severo del luogo. Superfici grigie, fenditure, blocchi coperti di muschio e vegetazione fitta formano un anfiteatro naturale che amplifica il rumore. A pochi metri dal flusso  la temperatura percepita scende e l’umidità aumenta; sulle pietre vicine resta spesso una patina bagnata, elemento da considerare quando ci si avvicina al bacino.

La visita tra Sonogno, il torrente e la conca ai piedi del salto

Non serve molto tempo per visitare la roboante Cascata della Froda e nemmeno tanto impegno fisico, quantomeno lungo l’itinerario più diretto: dal paese si seguono le indicazioni verso il salto e la Val Redorta. Il percorso procede su strada asfaltata oppure lungo un sentiero pianeggiante e porta al cospetto di questa meraviglia della Svizzera in circa 25 minuti.

Superate le ultime case, il selciato lascia spazio alla vegetazione, il torrente accompagna il tragitto e la parete di Froda entra progressivamente nel campo visivo. Ponticelli in legno e tratti fra rocce e alberi aggiungono varietà a un percorso breve, mentre nella parte finale alcuni passaggi possono risultare umidi e scivolosi. Per questo motivo, scarpe con buona aderenza sono una scelta sensata, soprattutto dopo la pioggia o nei periodi di maggiore portata.

Giunti nei pressi del ponte, il salto si vede frontalmente. Da lì si può proseguire verso la conca inferiore e avvicinarsi al punto in cui l’acqua esplode sulle rocce. Questo è il momento in cui il rumore copre quasi le voci, l’aria diventa fredda e minuscole gocce raggiungono viso e vestiti. Più che l’altezza letta su una guida, impressiona la scala tra la parete e le persone ferme alla base.

Cascata La Froda, Svizzera
iStock
I colori della Cascata La Froda

Chi desidera allungare l’escursione può inserirla nell’anello Sonogno–Corte–Sonogno. Il tracciato ufficiale misura 5,7 km, richiede circa 1 ora e 40 minuti e presenta 194 metri di salita complessiva. Dopo Froda si prosegue lungo la Val Redorta fino a Corte, quindi si rientra su una strada secondaria. Il percorso è classificato T2 e consente di osservare una porzione più ampia del paesaggio alpino attorno al paese.

Rientrati nel nucleo storico di Sonogno, meritano tempo il Museo della Val Verzasca e la Casa della Lana. Il primo conserva testimonianze legate alla vita quotidiana e alle tradizioni della valle; la seconda mantiene vivo il rapporto fra il borgo e una lavorazione tessile radicata nella cultura locale. Per le famiglie c’è inoltre il BoBosco, percorso ludico con piste in legno per biglie che si sviluppa nella valle e comprende alcune stazioni nei pressi dell’area giochi del paese.

Dove si trova e come arrivare

Sonogno occupa l’estremità settentrionale della Val Verzasca, nel Canton Ticino, poco sopra i 900 metri di altitudine. Da Locarno si risale la valle superando Tenero, Vogorno, Lavertezzo, Brione e Frasco fino al termine della strada carrozzabile. Il viaggio vale già parte della giornata, perché segue un territorio stretto fra versanti ripidi, nuclei in pietra e il corso turchese della Verzasca.

In auto si arriva fino all’ingresso di Sonogno, ma bisogna tenere a mente che il centro storico è chiuso al traffico ordinario. Ci sono però aree di sosta esterne, quindi l’ultimo tratto va percorso a piedi. Nei mesi estivi i parcheggi possono riempirsi presto e il trasporto pubblico rappresenta spesso la soluzione più pratica.

Da Locarno parte il PostBus 321 diretto verso Sonogno, con collegamenti che attraversano l’intera Val Verzasca. Una volta scesi al capolinea, bastano il passaggio nel borgo e circa 25 minuti lungo la Val Redorta per raggiungere Froda.

Conviene mettere in conto più tempo rispetto alla sola visita della cascata: Sonogno ha una misura minuta, eppure invita a restare. Una facciata di pietra scurita dagli anni, un balcone carico di gerani, il torrente che corre dietro le case, poi quel rombo che torna appena ci si avvicina alla valle laterale.

Lo straordinario canyon che divide due regioni: Gole di Bicaz, un capolavoro rumeno

4 octobre 2026 à 12:00

Tra le montagne della Romania orientale, la strada può trasformarsi in un’esperienza paesaggistica vera e propria, di quelle in grado di emozionare. Succede lungo le Gole di Bicaz, una spettacolare incisione nella roccia attraversata dalla DN12C, la strada nazionale che collega la Transilvania alla Moldavia. Il fiume Bicaz scorre sul fondo della gola, mentre ai lati le pareti calcaree si alzano verticali per centinaia di metri, restringendo progressivamente il passaggio fino a lasciare appena lo spazio per la carreggiata, l’acqua e qualche spicchio di cielo.

Siamo nei Carpazi Orientali, all’interno del Parco Nazionale delle Gole di Bicaz-Hășmaș, dove curve, gallerie ricavate nella montagna, pareti strapiombanti, sorgenti e cascate accompagnano il percorso per diversi chilometri. In alcuni tratti la carrozzabile passa sotto sporgenze calcaree, mentre il Bicaz corre a pochi metri di distanza. Più avanti la valle si stringe ancora e compare il tratto più celebre, chiamato Gola dell’Inferno, oppure Gola del Diavolo, dal romeno Gâtul Iadului.

Poco più in là (e quasi incredibilmente) il paesaggio muta per l’ennesima volta: la montagna cede il passo al Lago Rosso, nato da una grande frana, mentre sentieri e punti panoramici permettono di guardare le gole dall’alto.

Origine e formazione delle Gole di Bicaz

Le pareti di questo gioiello della Romania sono formate da calcari giurassici, modellati per milioni di anni dall’azione erosiva del fiume Bicaz e dei suoi affluenti. L’acqua ha scavato progressivamente la montagna, incidendo un passaggio sempre più profondo nella massa calcarea dei Monti Hășmaș.

Oggi quel che il visitatore si trova ad attraversare è un canyon dalle dimensioni imponenti, con pareti rocciose che raggiungono oltre 300 metri di altezza in alcuni settori e assumono forme diverse lungo il percorso. Tra i rilievi più riconoscibili c’è Piatra Altarului, chiamata anche Altar Stone, una grande formazione rocciosa che raggiunge quasi 1120 metri.

Anche l’acqua racconta la lunga trasformazione del territorio: il Bicaz nasce dal Lago Rosso e attraversa l’intero sistema delle gole, ricevendo numerosi corsi secondari. Il Cupaș forma le Gole di Cupaș, il Lapoș quelle di Lapoș, il Bicăjel attraversa le Gole di Bicăjel e lo Șugău alimenta le Gole di Șugău. In alcuni tratti ci sono cascate e rapide, mentre sorgenti carsiche sgorgano direttamente dalla parete.

Canyon di Bicaz, Romania
iStock
Dentro il Canyon di Bicaz

Nel settore più stretto, presso la Gola dell’Inferno, l’acqua accelera e forma vortici e rapide. La forza erosiva del fiume appare anche nelle cavità scavate nella roccia dal continuo movimento dell’acqua. Una storia geologica altrettanto interessante riguarda il vicino Lago Rosso, situato presso l’estremità occidentale delle gole: una grande frana sbarrò la valle nel 1837 e l’acqua rimase così raccolta formando il lago, sulla cui superficie spuntano ancora tronchi degli alberi rimasti sommersi.

La visita alle Gole di Bicaz tra strada, rocce e sentieri

Il modo più immediato per conoscere le gole consiste nel percorrere la DN12C, interamente asfaltata e aperta al traffico. La strada attraversa il canyon con curve strette, tornanti e brevi gallerie, mantenendo spesso la roccia da un lato e il corso del Bicaz dall’altro.

Il viaggio cambia ritmo a seconda dell’ampiezza della valle: nei tratti più larghi si trovano spazi per fermarsi e osservare le pareti, mentre nei passaggi più angusti la sensazione è quella di entrare dentro la montagna. La Gola dell’Inferno rappresenta il punto più spettacolare del tragitto, con le pareti verticali che arrivano a poche decine di metri l’una dall’altra e, in alcuni settori, fanno emergere solo pochi metri di spazio.

Le rocce attirano anche gli appassionati di arrampicata. Le pareti, infatti, ospitano diversi itinerari attrezzati e durante la stagione favorevole è possibile incontrare arrampicatori impegnati sui versanti calcarei. Per osservare il canyon da una prospettiva diversa si può seguire il sentiero verso Suhardul Mic, un percorso accessibile e lungo circa 3 km, con un punto panoramico rivolto verso le gole e le montagne circostanti.

Altri itinerari attraversano le Gole di Bicăjelului e raggiungono zone più appartate del parco, mentre il percorso verso Piatra Altarului presenta caratteristiche più tecniche. Il territorio custodisce inoltre una fauna particolarmente legata agli ambienti montani e rocciosi. Tra gli animali segnalati figurano orso bruno, lince, cervo e lupo.

Non mancano specie di uccelli tipiche degli ambienti rupestri, tra cui il picchio muraiolo e il rondone maggiore. Tra gli avvistamenti possibili ci sono persino aquila reale, sordone, gallo cedrone, picchio tridattilo, picchio nero, nocciolaia e merlo acquaiolo. La zona ospita inoltre la rara farfalla Apollo.

Una sosta al Lago Rosso completa bene la visita: il bacino si trova a pochi chilometri dalle gole e conserva ancora i tronchi degli alberi rimasti intrappolati dopo la frana che ne provocò la formazione. Attorno partono alcuni sentieri e sono disponibili attività in acqua, creando un contrasto netto con l’ambiente roccioso del canyon.

Lungo la strada si incontrano pure bancarelle di artigiani locali, in particolare di ceramiche lavorate a mano, oggetti in legno, tessuti ricamati, formaggi di pecora e conserve di frutti selvatici. La presenza di queste piccole attività, manco a dirlo, aggiunge una dimensione umana a un paesaggio dominato dalla pietra.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole di Bicaz si trovano nella Romania nord-orientale, tra le contee di Neamț e Harghita, nei Carpazi Orientali. Il tratto attraversato dalla DN12C collega l’area di Gheorgheni, in Transilvania, con Bicaz, nella regione storica della Moldavia rumena. La strada costituisce proprio uno degli elementi più interessanti della visita. Da Gheorgheni si percorre la DN12C in direzione di Piatra Neamț, passando dal Lago Rosso prima di entrare nel settore delle gole. Da Piatra Neamț si raggiunge Bicaz attraverso la DN15, poi si prosegue sulla DN12C verso Gheorgheni.

L’automobile è inevitabilmente la soluzione più pratica per esplorare il territorio, soprattutto per combinare canyon, Lago Rosso e sentieri del parco. Il percorso presenta 12 tornanti e diversi tratti molto stretti, con traffico più intenso durante l’alta stagione. Per questo la strada va affrontata con particolare attenzione, soprattutto nei periodi affollati.

Le Gole di Bicaz funzionano anche come passaggio naturale tra due grandi aree storiche della Romania: da una parte la Transilvania, dall’altra la Moldavia. La strada, difatti, attraversa il confine geografico tra questi territori seguendo una valle che per milioni di anni è stata scavata dall’acqua.

Viaggio a piedi e nel tempo sulle rive del Lago Gosau, specchio d’acqua che sembra l’Occhio di Dio

29 septembre 2026 à 15:00

Tra le pieghe del Salzkammergut, una regione alpina incastonata nella parte centro-settentrionale dell’Austria, c’è una distesa d’acqua limpida incorniciata dal Gosaukamm e dalle grandi montagne del Dachstein. Quello è il Lago Gosau, una delle immagini più riconoscibili di questa vasta regione fatta di laghi, foreste e rilievi alpini.

La scena possiede però una storia molto più articolata rispetto alla sua fama da cartolina: il lago è stato innalzato artificialmente di circa 12 metri attraverso uno sbarramento, destinato a migliorare la disponibilità d’acqua e la produzione di energia, che ancora oggi viene utilizzata con una quantità sufficiente a rifornire circa 2.200 abitazioni all’anno.

Fu proprio davanti a questo scenario che il naturalista e viaggiatore Alexander von Humboldt rimase colpito dalla particolare bellezza del paesaggio. A lui viene attribuito il soprannome “Occhio di Dio“, legato alla forma e alla posizione del lago ai piedi delle montagne del Dachstein.

Origine, formazione e leggende del Lago Gosau

Il Gosausee (questo il nome in lingua locale) appartiene a un sistema formato da 3 laghi alpini: il Vorderer Gosausee è quello raggiungibile in automobile e rappresenta il primo grande specchio d’acqua della valle: più avanti, accessibili soltanto a piedi, compaiono il Gosaulacke e l’Hinterer Gosausee, rispettivamente il lago intermedio e quello posteriore.

L’Hinterer Gosausee alimenta normalmente il Gosaubach attraverso sorgenti sotterranee. Solo durante lo scioglimento della neve oppure dopo precipitazioni abbondanti l’acqua supera il livello del lago superiore, raggiunge il Gosaulacke e da lì prosegue verso il Vorderer Gosausee.

Il Gosaulacke rappresenta quindi un fenomeno stagionale. In alcuni periodi può apparire quasi vuoto, mentre dopo piogge intense o durante il disgelo si riempie e diventa il collegamento visibile fra i due laghi principali. Il paesaggio cambia così anche nel corso dell’anno, seguendo il ritmo delle precipitazioni e della neve sulle montagne.

L’ambiente possiede inoltre caratteristiche particolarmente favorevoli alla fauna acquatica. Le acque del Vorderer Gosausee sono cristalline e di qualità potabile. Tra i pesci presenti figurano trote locali, trote iridee, persici, lucci, salmerini e anguille. Una specie autoctona, il cosiddetto black rider, si è invece estinta circa 50 anni fa in seguito all’introduzione della trota.

Attorno al lago la geologia alpina diventa parte integrante del panorama. Il Dachstein domina lo scenario con le sue rocce e i ghiacciai, mentre il Gosaukamm forma una successione di pareti e cime sul lato opposto. La sensazione è quella di trovarsi dentro una grande conca naturale, con l’acqua al centro e la montagna a chiudere progressivamente l’orizzonte.

Cosa vedere e cosa fare al Lago Gosau

Il primo appuntamento è naturalmente il Vorderer Gosausee. Un sentiero ad anello lungo circa 4,5 km permette di seguire le rive e osservare il paesaggio da prospettive diverse. Il percorso è abbastanza facile e adatto anche alle famiglie, pure se il terreno presenta comunque alcuni tratti in salita.

Al mattino la luce risulta particolarmente favorevole per ammirare il riflesso del Dachstein: all’alba le prime tonalità raggiungono lentamente le pareti del Gosaukamm e trasformano la superficie dell’acqua: in autunno il contrasto fra il bosco colorato, le rocce e le cime innevate rende il panorama ancora più marcato.

Per chi vuole proseguire, il sentiero verso l’Hinterer Gosausee segue una strada forestale. Dal primo lago si passa accanto al Gosaulacke e poi si affronta un’altra salita di circa 20 minuti prima di raggiungere il bosco di aceri e infine il lago posteriore. Il tragitto fino alla Holzmeister Alm, situata presso la parte meridionale dell’Hinterer Gosausee, richiede circa 1 ora e 30 minuti. L’andata e ritorno misura quasi 12,6 km, con un dislivello complessivo di più o meno 261 metri.

Il secondo lago appare più raccolto e appartato. La presenza del Dachstein sullo sfondo cambia ancora una volta la prospettiva, mentre il bosco attenua i rumori provenienti dalla valle. In autunno, il Gosaulacke rappresenta uno dei passaggi più interessanti proprio per la sua natura intermittente.

Il Gosaukamm permette invece di alzare parecchio il livello dell’esperienza alpina. Dalla zona del lago parte la cabinovia Gosaukammbahn, situata accanto al Vorderer Gosausee, con arrivo nell’area della Zwieselalm. In estate l’impianto consente di raggiungere rapidamente sentieri e pascoli alpini, mentre il comprensorio Dachstein West è legato agli sport invernali.

Gli appassionati di vie ferrate hanno a disposizione il Laserer Alpin Klettersteig, un percorso di circa 1 ora classificato con difficoltà C, realizzato sopra il lago. Un’altra possibilità è l’Intersport Klettersteig Donnerkogel, classificata C/D.

L’acqua stessa diventa parte dell’esperienza durante la stagione più calda: il Gosausee permette balneazione, immersioni, stand-up paddle ed escursioni in pedalò o imbarcazioni elettriche. La trasparenza dell’acqua consente ai subacquei di osservare anche il paesaggio sommerso del lago.

Chi preferisce salire verso l’alpe può invece raggiungere la Zwieselalm, con rifugi e sentieri tra prati e boschi. La cabinovia riduce l’ascesa iniziale, mentre gli escursionisti più allenati possono affrontare il percorso a piedi.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Gosau si trova nell’omonimo comune, nell’Alta Austria, nella regione del Salzkammergut, a circa 25 minuti in automobile da Hallstatt. L’indirizzo preciso è Vorderer Gosausee, 4824 Gosau, Austria. L’automobile rappresenta la soluzione più semplice per raggiungerlo. Presso la strada Gosauseestrasse e nell’area Parkplatz Vorderer Gosausee sono disponibili parcheggi a pagamento. La fermata dell’autobus più vicina è Hintertal b.Gosau Vorderer Gosausee, indicata anche con il riferimento Gosaukammbahn.

Chi arriva con i mezzi pubblici può utilizzare il collegamento diretto fra Bad Ischl e Gosausee tramite la linea 541. Da Salisburgo il percorso prevede invece il bus 150 fino a Bad Ischl Bahnhof e il successivo cambio sulla linea 541. Dal paese di Gosau si può raggiungere il lago anche attraverso percorsi escursionistici collegati alla rete del Dachstein Rundwanderweg.

Il contesto invita a fermarsi più a lungo rispetto alla classica escursione fotografica. Il Gosausee può infatti rappresentare soltanto l’inizio della visita, con il Gosaulacke, l’Hinterer Gosausee, la Zwieselalm e gli itinerari del Gosaukamm a costruire una giornata molto più ampia.

Gosausee, Austria
iStock
Il Gosausee visto dall’alto

Va però considerata la stagionalità dei percorsi: il sentiero attorno al Vorderer Gosausee viene chiuso durante l’inverno per il rischio di caduta massi e valanghe. Il periodo per la visita va indicativamente da maggio-giugno fino a ottobre, mentre la situazione effettiva dei sentieri dipende dalle condizioni meteorologiche.

Trekking sui vulcani italiani: un viaggio suggestivo tra Etna, Eolie e Vesuvio

26 septembre 2026 à 16:00

Sono pochi i Paesi in Europa con un maggior numero di vulcani attivi rispetto all’Italia, che ne vanta un’alta concentrazione, in particolare nelle Regioni meridionali. Un privilegio geologico, questo, che si traduce nella possibilità per i viaggiatori di intraprendere alcune delle esperienze di trekking più uniche e sorprendenti che si possano vivere nel continente.

L’escursionismo è una delle principali attività turistiche sulle pendici dell’Etna, il grande vulcano che domina con la sua silhouette la Sicilia orientale, mentre sono meno celebri ma altrettanto scenografici i cammini che si inerpicano lungo i coni perfetti di Vulcano e Stromboli, le due isole delle Eolie che ospitano vulcani attivi, o sulle morbide pendenze del Vesuvio, con la vista che si perde sul Golfo di Napoli.

Trekking sull’Etna

L’Etna è il vulcano attivo più alto d’Europa e uno dei più studiati al mondo. Il suo cono imponente, spesso sormontato da un pennacchio di fumo chiaro, si intravede praticamente da ogni angolo della costa ionica siciliana, quella orientata a est. Questo per via del suo svettare nettamente oltre i tremila metri di quota: anche se a tratti può divenire inquietante e minaccioso, il vulcano siciliano offre un’ampia possibilità di esperienze di trekking adatte a tutti i livelli e accomunate dalla sorprendente scoperta di un ambiente naturalistico unico.

Chi cerca un’escursione semplice può fermarsi ai Crateri Silvestri, poco sotto i 2.000 metri, raggiungibili anche senza guida e comunque estremamente affascinanti per la loro conformazione, per la terra nera che li caratterizza e per il contrasto con la vegetazione che, resistente, ha saputo farsi strada anche in questo ambiente. Un’altra opportunità è salire in funivia da Rifugio Sapienza fino a circa 2.500 metri di quota, da dove partono sentieri panoramici con un dislivello medio-basso, alla portata dei più.

trekking sui vulcani italiani: l'etna
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Trekking ai Crateri Silvestri

Chi invece vuole spingersi verso i crateri sommitali, che si trovano tra i 2.900 e i 3.300 metri, deve necessariamente affidarsi a una guida vulcanologica autorizzata. A maggiore fatica corrisponde maggiore premio: attorno alla vetta il paesaggio si fa davvero lunare, si incontrano fumarole attive, campi di lava recente e un panorama che, nelle giornate limpide, abbraccia l’intera Sicilia orientale fino allo Stretto di Messina.

Il versante nord dell’Etna, quello di Piano Provenzana, offre un’alternativa più selvaggia e meno battuta dai flussi turistici: qui i sentieri si snodano tra colate laviche recenti, come quella del 2002, e alcune faggete, in un contrasto continuo tra la vita rigogliosa del bosco e la roccia nera.

Trekking sul Vesuvio

Vero e proprio simbolo della Campania e di Napoli, il Vesuvio è il vulcano che più di ogni altro ha segnato la storia dell’umanità in Italia: fu la sua eruzione del 79 d.C. a seppellire Pompei ed Ercolano sotto una coltre di cenere e lapilli, restituendoci oggi due delle testimonianze archeologiche più straordinarie al mondo.

Oggi è un vulcano quiescente: è attivo, ma la sua ultima eruzione risale al 1944, e il suo imprevedibile futuro è materia di studio costante da parte dei vulcanologi.

Il suo grande fascino lo si può scoprire anche avventurandosi sulle sue pendici a piedi. Il trekking più celebre del Parco Nazionale del Vesuvio, nato nel 1995 per valorizzare e difendere l’ecosistema del vulcano, è quello che porta al Gran Cono, il sentiero che dal piazzale di Ercolano sale fino al bordo del cratere, a 1.281 metri sul livello del mare.

Si tratta di un percorso non lungo né particolarmente impegnativo, eppure capace di regalare una vista spettacolare sul Golfo di Napoli, con la possibilità di vedere anche le sagome di Capri, Ischia e Procida emergere sul piano del mare. Una volta in cima, ci si affaccia su una voragine di circa 700 metri di diametro e oltre 300 di profondità, dove può capitare di osservare fumarole attive, e certamente si potranno individuare minerali colorati e una vegetazione che si è adattata con sorprendente tenacia a un terreno tanto ostile.

Vulcano, trekking alle Eolie

Tra le sette isole che compongono l’arcipelago delle Eolie, Vulcano è la più vicina alla costa siciliana e, come suggerisce il nome, deve la sua fama al Gran Cratere della Fossa, che con i suoi circa 390 metri di altitudine domina l’intera isola.

Secondo la mitologia romana, era proprio qui che si trovavano le fucine del dio del fuoco e della metallurgia, per l’appunto chiamato dai latini Vulcano (Efesto, nel pantheon greco). Una fantasia che ancora oggi si risveglia quando si intravedono le fumarole che testimoniano lo stato di quiescenza del vulcano, mai del tutto spento anche se non si registra un’eruzione dal 1890.

trekking sui vulcani italiani: le Eolie
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Panorama sulle isole Eolie

Il sentiero che conduce al cratere parte nei pressi del porto e sale fino alla sommità in circa 3 ore di cammino. È un’esperienza intensa: il dislivello è piuttosto concentrato e anche se il percorso è adatto a chiunque abbia un minimo di allenamento, non si affronta senza fatica; si cammina tra piccole rocce e sabbia di origine vulcanica, in un paesaggio arido ma dai colori intensi; si percepisce l’attività vulcanica anche per l’odore di zolfo che si fa penetrante, di quando in quando; infine, si è colpiti da un panorama eccezionale, con la vista che spazia su tutto l’arcipelago delle Eolie.

Una escursione alternativa è quella che attraversa la Valle Roja, una gola incisa nella roccia vulcanica dove l’ambiente selvaggio si apre al contrasto tra pareti laviche caratterizzate da colori decisi e la vegetazione che tenta di attecchire tutt’attorno. Molto bella, breve e alla portata di tutti anche l’escursione a Vulcanello, com’è chiamata la piccola penisola collegata al resto dell’isola solo da un sottile istmo sabbioso, formatasi grazie ad alcune eruzioni relativamente recenti, che consente di ottenere un punto di vista scenografico e diverso su Vulcano, il Gran Cratere e la vicina Lipari.

Trekking a Stromboli

Stromboli si staglia nel bel mezzo del Mar Tirreno, un’isola-vulcano dall’aspetto stereotipico, ergendosi per ben 924 metri dalle acque. È uno dei vulcani più attivi del mondo, con esplosioni brevi e frequenti. Da una parte questo porta a una sorta di spettacolo pirotecnico naturale pressoché ininterrotto, dall’altra ovviamente a una minaccia per la presenza umana sull’isola, che si divide tra i paesi di Stromboli e Ginostra.

Trekking sui vulcani italiani: Stromboli
La silhouette dell’isola di Stromboli

Per quanto riguarda il turismo, e in particolare l’escursionismo, salire sul vulcano di Stromboli non è possibile in autonomia oltre i 400 metri di quota: superata questa soglia, il percorso verso i crateri sommitali è aperto esclusivamente ai gruppi accompagnati da guide vulcanologiche autorizzate, e nei momenti in cui è consentito dall’attività del vulcano.

In ogni caso, arrivati al punto panoramico di quota 400 metri, lo spettacolo che si apre davanti agli occhi è già tra i più suggestivi che l’Italia vulcanica possa offrire, da ammirare in particolare al calar della sera: il cielo che si tinge di rosso al tramonto, la grande lingua nera della Sciara del Fuoco che precipita verso il mare e, con il calare della notte, i bagliori regolari delle esplosioni che illuminano il buio. Il ritorno avviene poi con le pile frontali, lungo la vecchia mulattiera, in un’atmosfera quasi spirituale.

Vertigine pura nel canyon da record mondiale: Gola di Vikos, uno spettacolo della natura in Grecia

21 septembre 2026 à 16:30

Si respira a pieni polmoni l’aria frizzante dell’alba montana, mentre qualche passo oltre il margine del bosco svela uno squarcio verticale impressionante impresso nella crosta terrestre. Una fenditura enorme, incassata tra le montagne del Pindo, che prende il nome di Gola di Vikos e che senza dubbio è uno dei paesaggi più spettacolari della Grecia continentale.

Attorno si estende Zagori, territorio montano famoso per i suoi 46 villaggi tradizionali, costruiti soprattutto in pietra locale, che dal 2023 è inserito nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO per il suo paesaggio culturale e la tradizione architettonica. Il canyon rappresenta invece la parte più selvaggia: si sviluppa lungo il versante meridionale del monte Tymfi, all’interno del Parco nazionale Vikos-Aoos, in un paesaggio che alterna pareti calcaree vertiginose, boschi, gole laterali, sorgenti e il corso del Voidomatis, considerato tra i fiumi più limpidi d’Europa.

La fama internazionale di Vikos, però, deriva soprattutto da una caratteristica speciale: il Guinness World Records la indica quale gola più profonda al mondo in rapporto alla propria larghezza. Del resto, le pareti raggiungono oltre 900 metri di profondità in alcuni settori, mentre la distanza tra i due versanti cambia sensibilmente lungo il percorso.

La meraviglia di 44 metri che precipita tra rocce di travertino: Cascata di Sillans, il salto della Provenza

20 septembre 2026 à 17:00

Sillans-la-Cascade è un piccolo villaggio del Var meridionale, ai margini del territorio del Verdon, ed è un posto che deve la sua fama soprattutto dalla natura. Poco oltre le case, il fiume Bresque precipita per 44 metri da una parete di travertino e si raccoglie in una vasca dalle sfumature turchesi, uno di quei colori che in fotografia sembrano ritoccati e dal vivo acquistano ancora più intensità.

Il colpo d’occhio arriva dopo un breve percorso nella frescura del bosco. Il rumore dell’acqua cresce gradualmente, mentre tra i tronchi si intravedono le pareti rosate ricoperte di muschi, vegetazione e radici. Poi la cascata appare all’improvviso, incorniciata dalla foresta. La Bresque scende con un salto bianco e impetuoso verso il bacino sottostante, creando un contrasto quasi finto tra la roccia calda della Provenza e il blu-verde dell’acqua.

Il borgo di Sillans-la-Cascade riunisce così due attrazioni molto diverse: da una parte il paese, con le sue fortificazioni, le stradine e gli edifici storici; dall’altra un ambiente naturale fragile, protetto per il valore delle sue formazioni geologiche.

Origine e formazione della Cascata di Sillans

La cascata nasce lungo il corso della Bresque, un fiume del Var che attraversa un territorio caratterizzato da rocce calcaree. Il suo elemento più spettacolare è la parete di travertino, una roccia sedimentaria particolare che si forma grazie all’azione dell’acqua ricca di carbonato di calcio.

Il processo è lento, ma lascia tracce molto riconoscibili. L’acqua scorre sulle superfici calcaree, deposita progressivamente minerali e costruisce incrostazioni che, nel tempo, diventano vere pareti rocciose. Il travertino del salto presenta tonalità rosate e superfici irregolari, modellate dall’erosione e dalla presenza costante dell’acqua. Contemporaneamente, muschi, felci, piccoli arbusti e radici si aggrappano alle pareti, accentuando l’aspetto selvaggio del salto.

La vasca sottostante appare così intensa proprio grazie alla combinazione tra profondità, riflessi e trasparenza. Il colore può variare in base alla luce, alla stagione e alla portata della Bresque, ma le tonalità azzurro-verdi sono il tratto più riconoscibile del paesaggio. Il paragone con il Verdon nasce spontaneo, anche per via della vicinanza geografica con il celebre territorio delle gole e del Lago di Sainte-Croix.

Il sito è classificato come Espace Naturel Sensible e rientra inoltre nella rete Natura 2000, strumenti di tutela dedicati alla conservazione degli ambienti naturali di particolare valore. Le pareti di travertino sono fragili e friabili, con il rischio di caduta di pietre. Proprio per questo l’accesso alla vasca principale è vietato, così pure la balneazione. L’interdizione protegge sia i visitatori sia un ecosistema delicato, sottoposto a una forte pressione durante la stagione estiva.

La visita alla Cascata di Sillans

Dopo diversi mesi di lavori, il belvedere sulla cascata e il percorso della riva sinistra di questa meraviglia della Provenza sono stati riaperti l’8 maggio 2026. La visita si svolge lungo un itinerario nel bosco, con indicazioni sul posto e un tracciato di circa 800 metri fino al punto panoramico. Il tempo effettivo può variare in base al passo e alle condizioni del sentiero, ma si tratta di una breve escursione adatta a una gita familiare.

La temperatura cambia rispetto al borgo, il fruscio delle foglie accompagna il percorso e il suono della Bresque diventa progressivamente più vicino. Al termine, il belvedere regala una vista ampia sulla cascata e sulla vasca turchese, con la parete di travertino in primo piano e la vegetazione che si arrampica sui bordi della gola.

Il tragitto presenta però alcune difficoltà da considerare: l’accesso è privo di barriere architettoniche e inadatto alle persone con mobilità ridotta o ai passeggini. Sono consigliate scarpe da ginnastica o calzature con una buona aderenza. In estate è utile portare acqua, soprattutto per il rientro, quando il caldo può farsi sentire anche dopo una passeggiata breve. I cani sono ammessi, purché tenuti al guinzaglio, e occorre restare sui tracciati segnalati.

La stagione più piacevole per osservare la cascata è la primavera, quando la vegetazione torna rigogliosa e il muschio sulle pareti appare particolarmente verde e folto. Anche la fine dello stesso periodo è indicato per la fotografia, grazie alla luce e alla ricchezza del paesaggio. In estate, invece, è indispensabile verificare le condizioni di accesso legate al rischio incendi.

La visita merita di proseguire nel centro abitato di Sillans-la-Cascade, villaggio fortificato di impronta medievale, con mura, torri difensive e scorci che conservano il carattere dei piccoli borghi provenzali. Una passeggiata attorno ai bastioni permette di riconoscere le strutture difensive risalenti all’XI secolo, tra pietra, merlature e torri che raccontano una fase in cui la protezione dell’abitato aveva un ruolo centrale.

Sillans-la-Cascade, Provenza
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Tra le strade di Sillans-la-Cascade

Dove si trova e come arrivare

Sillans-la-Cascade si trova nel dipartimento del Var, nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, a circa 9 chilometri da Aups e ai margini del territorio del Parco Naturale Regionale del Verdon. Il villaggio dista inoltre circa 20 minuti in auto dal Lago di Sainte-Croix, uno dei paesaggi più conosciuti dell’area del Verdon.

Per raggiungere la cascata occorre prima arrivare al paese, poi seguire le indicazioni per il sito naturale e per il parcheggio. Il percorso pedonale conduce dal punto di partenza al belvedere attraverso la foresta. L’accesso è libero, ma il parcheggio è a pagamento in alcuni periodi dell’anno: è prevista una prima mezz’ora gratuita, seguita da una tariffa di 1 euro ogni 15 minuti.

Prima della partenza è opportuno consultare la mappa del rischio incendi del Var, soprattutto nei mesi più caldi. Le condizioni di accesso possono variare in base al livello di pericolo e alle disposizioni comunali. Anche le regole relative ai sentieri e alla balneazione vanno rispettate con attenzione, perché la cascata si trova in un ambiente protetto, fragile e molto frequentato.

Il borgo racconta la Provenza attraverso mura e architetture, mentre la Bresque ricorda quanto la natura sappia costruire scenari spettacolari senza bisogno di artifici.

Un labirinto di roccia rossa e ponti di legno dove il tempo si è fermato: Canyon del Turia, spettacolo spagnolo

20 septembre 2026 à 15:00

L’entroterra della Comunità Valenciana nasconde segreti geologici in grado di ribaltare del tutto l’immagine stereotipata delle spiagge affollate e dei litorali sabbiosi della Spagna orientale. A circa 50 chilometri dalla costa, infatti, il paesaggio cede il passo a imponenti formazioni calcaree strappate alla terra da millenni di erosione fluviale. Qui il Turia ha inciso per secoli una profonda gola calcarea, una successione di pareti verticali, anse strette, boschi e terrazze naturali.

Poi arriva il momento di entrare nel canyon: la Ruta de los Pantaneros (o Ruta de los Puentes Colgantes) non è nata come sentiero turistico. Per circa 5,05 chilometri, infatti, ricalca il vecchio cammino che, negli anni ’50, gli operai di Chulilla percorrevano ogni giorno per raggiungere il cantiere dell’Embalse de Loriguilla. Il percorso si snoda all’interno del Paraje Natural Municipal Los Calderones, un’area protetta di poco più di 500 ettari dominata da queste strette gole.

Il momento più indimenticabile arriva quando compaiono i ponti sospesi. Prima, però, bisogna osservare la gola. Perché sono proprio le sue pareti, modellate dall’acqua, a dare senso a tutto il percorso.

Il Lago Nero tra le montagne e gli abeti rossi di una valle slovena: lo straordinario Črno jezero

19 septembre 2026 à 17:00

La superficie scura del Črno jezero emerge tra gli abeti del Pohorje, grande massiccio montuoso della Slovenia nord-orientale, e ricorda una pozza d’inchiostro incastonata nel bosco. Ma la verità è che, sotto quella tonalità quasi nera, l’acqua è cristallina: l’effetto nasce da una particolare combinazione di natura, tempo e storia, con una spessa coltre di materiale organico depositata sul fondo a dare al lago il suo aspetto più enigmatico.

Črno jezero si trova a circa 1.200 metri di altitudine, in un ambiente paludoso dominato da abeti rossi, muschi di torba e vegetazione tipica delle alte torbiere. Il terreno umido, attraversato da passerelle di legno, rende l’escursione diversa dal consueto itinerario alpino. Sotto le suole si avverte infatti la presenza di un ecosistema delicato, mentre lo sguardo passa dall’acqua scura ai tronchi verticali e alle radure silenziose.

Origine e formazione di Črno jezero

Malgrado l’aspetto selvaggio e la posizione in mezzo alla torbiera, Črno jezero è un bacino di origine artificiale. La sua conca venne sbarrata circa 150 anni fa per creare un accumulo d’acqua utile al trasporto del legname verso valle. L’intervento viene attribuito al conte Windischgraetz, proprietario di una parte consistente delle foreste del Pohorje.

All’epoca, l’economia della montagna ruotava in larga misura intorno allo sfruttamento dei boschi: i tronchi dovevano essere trasferiti dalle aree forestali alle vallate e, per facilitare questa operazione, l’acqua veniva impiegata nei sistemi di trasporto del legname. La diga sul torrente Črnava trasformò così una depressione umida in un piccolo invaso destinato a un uso pratico.

Il volto attuale del bacino, però, è il risultato di processi naturali molto più lenti. Sul fondo si sono accumulati per decenni i resti di piante e animali, formando uno strato spesso di limo scuro. È proprio questo deposito a dar vita alla caratteristica colorazione nera percepita dalla riva, anche se l’acqua resta particolarmente limpida (soprattutto nelle giornate luminose).

Il Črno jezero si estende per circa 50 ettari ed è considerato il lago più grande del Pohorje. Attorno si sviluppa una torbiera alta, un ambiente umido alimentato soprattutto dalle precipitazioni e caratterizzato dalla presenza di muschi in grado di trattenere grandi quantità d’acqua. Il paesaggio non è dunque soltanto una distesa forestale con uno specchio d’acqua, ma un mosaico ecologico particolarmente prezioso.

L’intero complesso è infatti protetto come riserva naturale e monumento naturale, con particolare attenzione all’ecosistema della torbiera e alla fauna che vive nelle zone umide.

La visita al lago, il percorso sulle passerelle e cosa vedere

L’itinerario più semplice parte dal Dom na Osankarici, rifugio situato a circa 1.192 metri di altitudine. Da lì, il sentiero segnalato procede verso ovest e raggiunge Črno jezero in circa 25-30 minuti, per una distanza di poco inferiore a 1 km. Il percorso è classificato facile, con un dislivello contenuto, e si presta a un’escursione breve anche per chi desidera trascorrere soltanto qualche ora in questo angolo di Slovenia.

All’inizio il tracciato si snoda nel bosco e supera alcuni tratti attrezzati con gradini di legno. Poi il terreno diventa più umido e il paesaggio assume un carattere quasi fiabesco. Le passerelle sovrastano la zona paludosa, consentendo di raggiungere il lago senza affrontare direttamente il suolo impregnato d’acqua.

La riva è il punto ideale per una sosta: alcune panchine permettono di osservare la superficie scura e i riflessi della vegetazione. In condizioni di bel tempo, il lago restituisce l’immagine delle chiome e del cielo, creando un effetto quasi speculare. L’esperienza può poi proseguire lungo i sentieri segnalati che collegano il lago ad altri punti del Pohorje.

Una possibilità conduce verso Trije kralji, località nota soprattutto per le attività escursionistiche e sciistiche. Il percorso si inerpica nel bosco e passa nei pressi della croce di Urška, prima di raggiungere l’area del comprensorio. Da lì si può arrivare alla chiesa dei Santi Re Magi, costruzione semplice all’esterno ma impreziosita da tre altari interni, dedicati ai Santi Re Magi, a San Francesco Saverio e a Santa Lucia.

Un’altra direzione porta verso la cascata Šumik, una delle attrazioni naturali del Pohorje. In questo caso l’attività diventa più lunga e richiede una pianificazione adeguata, soprattutto in presenza di terreno bagnato o condizioni meteorologiche variabili.

Nei pressi del Dom na Osankarici si trova anche un piccolo museo dedicato ai caduti del Battaglione del Pohorje, formazione partigiana che combatté durante la Seconda Guerra mondiale. A circa 30 minuti dal rifugio, nel bosco, c’è il luogo della battaglia presso i cosiddetti “3 chiodi”, legato allo scontro finale dell’inverno 1943.

Per le famiglie, il tratto tra Osankarica e Črno jezero comprende anche un percorso didattico nel bosco, con pannelli e punti informativi dedicati alla flora, alla fauna e agli ambienti naturali della zona.

Dove si trova e come arrivare

Črno jezero si trova nel Pohorje, massiccio boscoso della Slovenia nord-orientale, tra Osankarica e Veliki vrh, a circa 1.200 metri di altitudine. Il punto di accesso più comodo per la visita breve è il Dom na Osankarici, raggiungibile in auto da più direzioni. Da Maribor si può seguire il percorso verso Hoče e Areh, passando nei pressi della Ruška koča.

Da quel punto la strada prosegue su fondo sterrato e, dopo circa 6 km, si imbocca la deviazione segnalata per Osankarica. Il tragitto complessivo è di quasi 38 km. Un’alternativa da Maribor passa per Selnica ob Dravi, Ruše e Smolnik. In questo caso la strada sale attraverso il paesaggio forestale e raggiunge un bivio vicino al parcheggio per la cascata Šumik. Proseguendo e seguendo le indicazioni, si arriva a Osankarica dopo circa 5 km. La distanza complessiva è di più o meno 37 km.

Da Slovenska Bistrica, invece, il tragitto conduce verso il comprensorio di Trije kralji e poi al Dom na Osankarici, per una distanza di circa 22 km. Un’altra opzione parte direttamente da Trije kralji, con un itinerario a piedi di circa 4 km, della durata indicativa di 1 ora e con un dislivello più significativo rispetto al breve accesso da Osankarica.

Per chi desidera raggiungere il lago da Oplotnica, esiste anche un itinerario escursionistico più lungo, indicato in circa 9,2 km e 3 ore di percorrenza, con un dislivello vicino ai 954 metri. È una soluzione adatta a chi vuole trasformare la visita in una vera escursione nel paesaggio del Pohorje, anziché limitarsi alla passeggiata dalla struttura di Osankarica.

Laghi turchesi, miniere abbandonate e storie inquietanti: Velká Amerika, il Grand Canyon ceco

16 septembre 2026 à 16:00

A pochi chilometri da Praga, la campagna della Boemia nasconde una fenditura monumentale nella roccia, un’enorme cavità dalle pareti chiare, sul cui fondo brillano acque di un blu quasi esagerato. Sembra un angolo di canyon americano trasportato nel paesaggio dell’Europa centrale, ma la storia di Velká Amerika è molto meno selvaggia di quanto suggerisca il panorama.

Il soprannome “Grand Canyon ceco” nasce proprio dalla sua imponenza. Velká Amerika, che in lingua locale significa “Grande America”, è la maggiore delle grandi cave di calcare della zona di Mořina. Il bacino misura circa 800 metri in lunghezza, 200 in larghezza e raggiunge una profondità di quasi 100 metri. Numeri che, osservati dall’alto, acquistano un peso enorme.

Da una parte, dunque, c’è il fascino di un paesaggio restituito dalla natura, dall’altra la memoria di un’intensa attività estrattiva e di un periodo storico doloroso. Le cave della zona furono infatti associate anche ai campi di lavoro per prigionieri politici durante il regime comunista. Oggi la vegetazione ha riconquistato parte dei pendii, ma il passato industriale affiora ancora nella conformazione del terreno e nella rete di gallerie che attraversa il sottosuolo.

Origine, formazione e leggende di Velká Amerika

La storia di Velká Amerika comincia con il calcare, una roccia sedimentaria formatasi in tempi geologici antichissimi e particolarmente diffusa nel Carso boemo. La regione attorno a Mořina è ricca di formazioni carsiche, con cavità, gole e sistemi sotterranei modellati dall’acqua e dalla struttura della roccia. A partire dall’inizio del XX secolo, l’area venne sfruttata per l’estrazione del calcare, attività che modificò profondamente il paesaggio.

Velká Amerika divenne la cava più grande del complesso, affiancata da altre voragini note con nomi altrettanto curiosi, tra cui Malá Amerika, la “Piccola America”, e Mexiko, il “Messico”. I diversi bacini sono collegati da gallerie sotterranee e il sistema comprende passaggi disposti su 6 livelli orizzontali, scavati per consentire il lavoro dei minatori e il trasporto del materiale. In alcuni tratti sono ancora visibili i binari utilizzati in passato. L’acqua ha poi invaso parte delle cavità, formando laghi dal colore limpido e intenso. Sul fondo di Velká Amerika si trovano 2 specchi d’acqua collegati tra loro, mentre anche Malá Amerika è caratterizzata dalla presenza di un lago.

L’estrazione cessò negli anni ’60 e in seguito l’acqua si raccolse nella grande depressione, mentre alberi e vegetazione tornarono a occupare i fianchi della cava. Quella che un tempo era una ferita industriale nel paesaggio, oggi appare come una scenografia naturale di grande forza.

Il passato più cupo riguarda l’utilizzo delle cave come luoghi di lavoro forzato per prigionieri politici tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50. La memoria di quel periodo contribuisce alla particolare atmosfera di Velká Amerika. Le pareti calcaree, le gallerie e la profondità del bacino possono evocare un luogo di isolamento e fatica, molto distante dall’immagine romantica suggerita dal lago.

Attorno alla cava sono nate anche diverse leggende. La più famosa è legata a Hans Hagen, figura misteriosa che la tradizione popolare descrive come un soldato tedesco in uniforme delle SS. Secondo i racconti, il suo fantasma apparirebbe improvvisamente dalle gallerie per poi svanire senza lasciare traccia. A lui vengono attribuite, nelle storie locali, morti e sparizioni mai chiarite.

Anche la quercia nota con il nome di Dub Sedmi bratří, la Quercia dei 7 fratelli, lungo il percorso escursionistico della zona, possiede una propria storia leggendaria: l’albero avrebbe dato il nome a una vicenda secondo cui 7 fratelli dediti ai furti si ritrovavano ai suoi piedi per dividere equamente il bottino.

La visita a Velká Amerika, tra panorami, sentieri e cinema

L’accesso diretto al fondo della cava è vietato. Velká Amerika appartiene alla società Lomy Mořina s.r.o. e il divieto è legato soprattutto alla sicurezza: le pareti sono ripide, il terreno presenta rischi e la presenza di acqua profonda rende particolarmente pericolosa la discesa. Non esiste quindi un biglietto d’ingresso tradizionale, né un orario di apertura da consultare. Il modo corretto di visitare il sito consiste nell’osservarlo dall’alto, lungo i punti panoramici e i sentieri autorizzati.

Canyon Velká Amerika
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Velká Amerika visto dall’alto

Il belvedere principale si trova nei pressi del parcheggio e permette di ammirare la vastità della cava senza avvicinarsi ai tratti più rischiosi. Da questa prospettiva si distinguono le pareti verticali, il lago e la vegetazione che ricopre alcuni pendii. Dal 2008, lungo il margine settentrionale della cava, passa un sentiero escursionistico segnato in giallo, con alcune piattaforme panoramiche.

Il percorso consente di osservare questo angolo di Repubblica Ceca da punti diversi e prosegue verso la cava Mexiko e poi in direzione del castello di Karlštejn. La camminata complessiva attorno al perimetro richiede circa 1 ora, mentre l’itinerario verso Karlštejn permette di trasformare la visita in una gita più ampia attraverso boschi e campagne della Boemia.

Una delle possibilità più interessanti riguarda il sottosuolo, ma le gallerie di Velká Amerika possono essere visitate soltanto attraverso iniziative autorizzate. Un’altra occasione è rappresentata dalla manifestazione annuale Giornata europea delle aree protette, durante la quale possono essere proposti un percorso didattico, un’escursione e l’attraversamento di una galleria tra Dub Sedmi bratří e Malá Amerika.

Il fascino di Velká Amerika, poi, ha conquistato anche il cinema. Il paesaggio è apparso in produzioni ceche e internazionali, tra cui il western Limonádový Joe aneb Konská opera, conosciuto in italiano come Limonata Joe, e l’adattamento della fiaba di Andersen La sirenetta, con Libuše Šafránková. In tempi più recenti, la cava è stata utilizzata come ambientazione per produzioni internazionali quali The Wheel of Time, Carnival Row, Hanna, Britannia, Army of Thieves e Jan Žižka. Tra i titoli più noti figura anche Nosferatu, con Bill Skarsgård, Willem Dafoe e Lily-Rose Depp.

Dove si trova e come arrivare

Velká Amerika si trova nei pressi del villaggio di Mořina, nella Boemia centrale, a circa 8 chilometri da Karlštejn e a quasi 30 da Praga. La distanza dal centro della capitale in automobile è di circa 45 minuti, anche se il traffico può modificare sensibilmente i tempi.

In auto, il riferimento utile per il navigatore è Lom Velká Amerika, Mořina, 267 17 Mořina. Da Praga si può raggiungere la zona attraverso la viabilità locale passando per Chýnice e Mořina, oppure utilizzando percorsi alternativi attraverso Radlická e l’autostrada D5/E50, in base al punto di partenza.

Chi preferisce i mezzi pubblici può prendere l’autobus 311 dal terminal di Zličín, a Praga, fino alla fermata Mořina. Il viaggio dura circa 50 minuti e attraversa campi e piccoli centri abitati. Un’alternativa suggestiva consiste nel raggiungere Karlštejn in treno dalla stazione principale di Praga, Praha hlavní nádraží, e proseguire a piedi verso Velká Amerika.

La strada rossa delle Alpi Marittime tra canyon, tunnel e paesaggi selvaggi: le Gole del Cians

11 septembre 2026 à 17:00

Il paesaggio della Costa Azzurra è fatto di luce mediterranea e orizzonti aperti, ma c’è un punto in cui quasi sembra di intraprendere un viaggio completamente diverso. Da queste parti, infatti, la strada D28 prende quota verso l’interno e, poco alla volta, il panorama si stringe, la vegetazione lascia spazio alla roccia, mentre il cielo si incastra tra pareti sempre più alte. Sono le Gole del Cians, uno degli scenari più particolari dell’entroterra di Nizza, nel territorio delle Alpi Marittime.

Il loro elemento distintivo salta subito agli occhi: la roccia assume tonalità rosso intenso, bruno e ramato, creando un contrasto quasi finto con il verde della montagna e con il cielo limpido. A scavare questo spettacolare corridoio naturale è stato il Cians, piccolo torrente alpino che percorre circa 25 km prima di gettarsi nel fiume Var.

Sospesi sull’abisso turchese: un’avventura primordiale nella Gola Sigmund Thun in Austria

10 septembre 2026 à 17:00

Il primo ricordo che ci si porta a casa dalla Gola Sigmund Thun è spesso un suono. Sì, perché prima ancora di distinguere bene le pareti di roccia, arriva il fragore della Kapruner Ache, il torrente che l’attraversa con una forza impressionante. L’acqua scende dalle montagne e dai ghiacciai dell’alta valle di Kaprun, si infila tra le rocce e precipita in una successione di rapide, cascate, vortici e pozze.

Sigmund Thun Klamm è il nome tedesco di questa stretta forra alpina, una delle attrazioni naturali più particolari dei questa zona del Salisburghese. Un tratto lascia filtrare la luce tra gli alberi, quello successivo si stringe tra alte pareti rocciose. La Kapruner Ache appare a tratti come un nastro bianco e schiumoso, poi torna a raccogliersi in piccole conche verde-bluastre. In primavera il torrente aumenta la propria portata grazie alla fusione della neve sulle montagne e la sua azione sulla pietra diventa ancora più evidente.

La particolarità della Sigmund Thun sta proprio nella sua natura dinamica: l’acqua ha levigato superfici, approfondito cavità e modellato nuovi piccoli bacini. Parliamo perciò di un ambiente ancora sottoposto alla forza degli elementi.

Origine e formazione della Sigmund Thun Klamm

Migliaia di anni fa grandi masse glaciali ricoprivano la valle di Kaprun, in Austria. Il successivo ritiro dei ghiacci ha lasciato spazio all’azione dei corsi d’acqua, tra cui la Kapruner Ache, che ha continuato a incidere la roccia lungo il proprio percorso. Il risultato è una stretta incisione naturale lunga 320 metri, con pareti modellate dall’erosione e un dislivello che rende particolarmente spettacolare il passaggio dell’acqua.

La gola, però, custodisce anche una storia umana molto più antica del turismo alpino: il vicino Bürgkogel, altura situata nella parte terminale della valle di Kaprun, fu frequentato già circa 4.000 anni fa, durante l’età del Bronzo. La presenza di giacimenti di rame nella regione attirò le prime comunità, interessate alle risorse minerarie della zona.

Secoli più tardi il rilievo assunse anche una funzione difensiva. Sul Bürgkogel sono state infatti individuate strutture fortificate di epoca celtica e, successivamente, resti di fortificazioni tardoantiche. Nel Medioevo venne costruita una fortezza, considerata un precedente dell’attuale Castello di Kaprun.

Per centinaia d’anni il patrimonio forestale rappresentò una risorsa fondamentale e la Gola Sigmund Thun fu utilizzata per la fluitazione del legname. Alcuni segni incisi nella roccia e figure accompagnate da numerazioni annuali sono collegati proprio al lavoro degli uomini impegnati nel trasporto del legname.

Il turismo arrivò molto più tardi grazie a Nikolaus Gaßner, che ricevette l’incarico di realizzare una strada tra Zell am See e Mooserboden. La valle cominciò così a diventare una destinazione per viaggiatori attratti dall’ambiente alpino. Nel 1893 Gaßner fece costruire una passerella lignea all’interno della gola, rendendola accessibile ai visitatori. Il nome Sigmund Thun, invece, deriva da Sigmund Conte von Thun, governatore del Salisburghese dell’epoca, rimasto profondamente colpito dalla potenza del torrente durante una visita.

La gola fu dichiarata monumento naturale nel 1934. Quattro anni più tardi la passerella venne abbandonata a causa dei lavori legati allo sfruttamento idroelettrico della valle. La storia della Sigmund Thun Klamm sembrava destinata a interrompersi, ma la sua vocazione turistica sarebbe tornata qualche decennio dopo.

Nel 1991 l’associazione VSF-Kaprun decise di ricostruire il percorso lungo il tracciato storico. I lavori iniziarono nella primavera del 1992 e già nell’agosto dello stesso anno tornò ad accogliere i visitatori.

La visita alla gola tra passerelle, cascate e il Klammsee

La visita segue una passerella di legno appositamente costruita tra le pareti della forra. Scale e ponti permettono di avanzare sopra la Kapruner Ache, con punti panoramici molto ravvicinati al torrente. La lunghezza complessiva del tratto all’interno della gola è di circa 320 metri e il passaggio richiede indicativamente 20-30 minuti (soste non comprese).

Il terreno presenta gradini e passaggi in legno, quindi servono scarpe adatte. Il momento migliore della visita dipende molto dall’atmosfera che cercate: al mattino può offrire maggiore tranquillità e il contrasto tra la luce esterna e le zone più ombrose risulta particolarmente suggestivo. In estate vengono organizzate anche visite serali con illuminazione scenografica.

Sigmund Thun Klamm, Austria
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La Sigmund Thun Klamm illuminata

La gola resta invece chiusa durante l’inverno per motivi di sicurezza. Al termine della forra, la strettoia lascia spazio al Klammsee, un bacino dalle acque limpide situato nella parte superiore del canyon.

Una breve passeggiata permette di compiere il giro del Klammsee attraverso un itinerario con pannelli dedicati alla flora e alla fauna della zona. Per una pausa ci sono aree per sedersi e spazi dedicati alle famiglie.

Chi vuole proseguire oltre la gola può prendere in considerazione il Bürgkogelsteig, itinerario escursionistico che collega l’area della Sigmund Thun Klamm al Bürgkogel e al paesaggio della valle. Si tratta di un tragitto più impegnativo rispetto alla semplice visita della forra e necessita di scarpe da trekking e una certa esperienza in montagna.

Per aggiungere una componente storica alla giornata, merita attenzione anche il Kaprun Museum, allestito all’interno di una fattoria di circa 400 anni. La struttura permette di conoscere meglio la storia del paese e della valle, completando il racconto iniziato nella gola e sul Bürgkogel.

Dove si trova e come arrivare

La Sigmund Thun Klamm si trova a Kaprun, nel Land di Salisburgo, nell’Austria occidentale. La località appartiene alla regione del Pinzgau e sorge nei pressi dell’area montana degli Alti Tauri. In automobile, da Zell am See si segue la strada B168 in direzione Kaprun. Una volta raggiunto il paese, bisogna proseguire lungo la Kesselfallstraße.

Chi viaggia con i mezzi pubblici può utilizzare la linea regionale 660, che connette Zell am See e Kaprun. La fermata indicata per raggiungere la gola è Tauernplatz. Da lì occorrono circa 10-15 minuti a piedi per arrivare all’ingresso. Una visita alla Sigmund Thun Klamm richiede poco tempo, ma lascia una sensazione molto più lunga della durata effettiva del percorso: la gola concentra in appena 320 metri acqua, roccia, memoria storica e paesaggio alpino.

Nel bel mezzo della foresta, c’è un incredibile lago nero: è il Blindensee, in Germania

9 septembre 2026 à 16:00

Il colpo d’occhio iniziale sul Blindensee arriva attraverso una distesa di vegetazione bassa, umida, molto diversa dall’immagine più consueta della Foresta Nera. Al posto di un semplice sentiero nel bosco, infatti, qui ci sono passerelle di legno, terreno acquitrinoso, pini dalle forme basse e irregolari e una vegetazione composta da specie tipiche degli ambienti di torbiera.

Al centro di questo scenario appare questo piccolo lago situato all’interno di una riserva naturale, con una forma quasi perfettamente circolare e soprattutto con un colore dell’acqua che attira immediatamente l’attenzione: la superficie è così scura da dare al bacino un aspetto quasi nero.

La particolarità più sorprendente, però,k emerge osservandone la struttura, perché Blindensee non possiede né un corso d’acqua in entrata né uno in uscita. Il suo fondale è completamente paludoso e già a 60 cm di profondità si intravede un primo strato di fango. Da quel punto in poi non si raggiunge un terreno solido.

Origine e formazione del Blindensee

Il Blindensee appartiene alla categoria dei laghi di alta torbiera. Intorno alla superficie d’acqua si sviluppa infatti una zona umida caratterizzata da terreno paludoso e da una flora specifica.

La vegetazione racconta molto del carattere dell’ambiente: tra le specie presenti si sono l’erioforo, i giunchi, le carici, il mirtillo rosso, il centaurio, l’erica e la drosera. Quest’ultima è una piccola pianta carnivora tipica di diversi ambienti umidi e rende ancora più particolare l’elenco delle specie presenti nella riserva.

Pini striscianti e altre forme vegetali basse completano il paesaggio. Il loro aspetto contribuisce a distinguere l’area del lago dal bosco circostante e crea una cornice molto particolare per la superficie scura del Blindensee.

Anche il rapporto tra acqua e terreno rappresenta una delle caratteristiche più insolite. La torbiera arriva direttamente fino alle acque del lago e il fondo mantiene la propria natura paludosa. A 60 cm compare già uno strato di fango, senza un successivo raggiungimento di terreno solido.

L’assenza di immissario ed emissario costituisce un’altra peculiarità del bacino. Nessun torrente alimenta visibilmente il lago e nessun corso d’acqua ne raccoglie le acque in uscita.

Questi elementi spiegano gran parte del fascino del Blindensee senza bisogno di ricorrere a storie leggendarie, poiché il suo carattere enigmatico nasce dalla combinazione fra acqua scurissima, torbiera, vegetazione rara e struttura del fondale.

La visita al Blindensee tra passerelle, natura e silenzio

Visitare Blindensee significa soprattutto entrare in contatto con un ambiente naturale delicato. Il lago si trova direttamente lungo il Westweg, uno dei percorsi escursionistici della Foresta Nera. In prossimità dello specchio d’acqua il tracciato attraversa la riserva naturale tramite passerelle in legno.

La passerella diventa parte integrante dell’esperienza: sotto le assi si trova la superficie umida della torbiera, mentre ai lati si apre la vegetazione tipica dell’area. Il lago appare progressivamente tra i pini e le piante della zona paludosa, fino a rivelare la sua caratteristica superficie quasi nera.

Panchine collocate lungo il percorso permettono di fermarsi per una pausa. Sono punti semplici, perfettamente coerenti con il carattere del luogo. Nessuna grande costruzione interrompe il paesaggio e l’attenzione resta concentrata sull’ambiente naturale.

Cosa vedere durante la visita

  • Il lago stesso: la forma quasi circolare e l’acqua scurissima rappresentano gli elementi più riconoscibili del Blindensee. La superficie appare particolarmente compatta e profonda alla vista, mentre la struttura reale del fondale è quella di una torbiera.
  • La torbiera: il terreno umido circonda il bacino e costituisce una componente fondamentale della riserva naturale. La sua presenza influenza direttamente la vegetazione e rende l’ambiente molto diverso da quello di un normale lago di montagna.
  • La flora rara: eriofori, giunchi, carici, mirtilli rossi, centauri, eriche e drosere fanno parte della vegetazione dell’area. Per chi ama la botanica, il lago offre quindi un interesse che va ben oltre il semplice panorama.
  • I pini striscianti: le formazioni di pino presenti nella zona umida contribuiscono all’aspetto particolare del paesaggio. La vegetazione bassa accompagna il percorso intorno all’acqua.
  • Le passerelle in legno: costituiscono il tratto più caratteristico del percorso vicino al lago. Permettono di attraversare la zona della torbiera senza entrare direttamente nel terreno paludoso.
  • Il Westweg: grande itinerario escursionistico che attraversa la riserva naturale e passa direttamente nell’area del Blindensee. Il lago rappresenta quindi una tappa inserita in un percorso più ampio attraverso gli altopiani della Foresta Nera. Sul versante di Schönwald è stato inoltre realizzato il Schönwälder Lieblingsplatz Blindensee, un nuovo punto pensato per la sosta e la contemplazione del paesaggio. La sua presenza aggiunge una possibilità in più per fermarsi vicino al lago e godere dell’ambiente circostante.

Dove si trova e come arrivare

Il misterioso Blindensee si trova nella Foresta Nera, in Germania, all’interno di una riserva naturale compresa tra Schönwald e Schonach, due comuni degli altopiani di questo misterioso bosco. Il riferimento principale per raggiungerlo è il Westweg, il percorso che attraversa la riserva naturale e passa direttamente nell’area del Blindensee. La visita al lago è quindi legata alla rete escursionistica della zona più che a un accesso stradale diretto sulla riva.

Alla fine della sua scoperta resta soprattutto un’immagine: una piccola superficie quasi circolare, scurissima, circondata da piante rare e da una torbiera attraversata da una passerella di legno. Intorno, la Foresta Nera assume un volto più silenzioso e selvatico.

Blindensee è piccolo, ma la sua particolarità sta proprio nella combinazione di elementi difficili da incontrare tutti insieme. Un lago senza immissario né emissario, un fondale che diventa fangoso già a 60 cm, una torbiera ricca di specie vegetali e un grande itinerario escursionistico che passa proprio attraverso la riserva.

Tra le rocce e le acquee di Mostnica, la gola della Slovenia che incanta (e intriga) i viaggiatori

8 septembre 2026 à 18:00

Tra le affascinanti vette delle Alpi Giulie slovene, per la precisione poco sopra il Lago di Bohinj, l’acqua ha scritto una storia lunga migliaia di anni sulla pietra. Il risultato è la Gola di Mostnica, una stretta incisione calcarea lunga circa 2 km, inserita nel territorio del Parco nazionale del Triglav. Qui il fiume Mostnica scorre tra pareti chiare, rapide, piccole cascate e cavità perfettamente arrotondate, alcune profonde diversi metri. Nei passaggi più angusti la roccia lascia appena lo spazio per il sentiero e per il corso d’acqua.

La prima sorpresa arriva già a Stara Fužina, villaggio alpino tradizionale considerato uno degli insediamenti meglio conservati della Valle di Bohinj. Le case in pietra e legno, i fienili a doppia struttura (chiamati toplarji) e le tracce dell’antica cultura siderurgica raccontano una comunità abituata da secoli a vivere tra boschi, pascoli e montagne. Da questo scenario quotidiano parte un itinerario che cambia volto in pochi minuti.

Prima il paesaggio si stringe, poi il rumore dell’acqua diventa protagonista mentre la luce filtra tra gli alberi. E il Mostnica, dal canto suo, si mostra a tratti verde smeraldo, a tratti quasi turchese. Poi la gola si apre e lascia spazio alla Valle di Voje, un ampio anfiteatro glaciale circondato dalle montagne. In fondo attende una cascata alta circa 21 metri.

Origine, formazione e leggende della Gola di Mostnica

La forma attuale della valle nasce dall’incontro di fenomeni geologici molto diversi. La parte centrale del territorio fu interessata da movimenti tettonici, mentre successivamente il ghiacciaio di Bohinj contribuì ad approfondire il fondovalle. Durante le fasi di fusione glaciale, tra circa 15.000 e 10.000 anni fa, la quantità d’acqua aumentò enormemente. Il Mostnica acquistò così una forza erosiva sufficiente a incidere ulteriormente il substrato calcareo.

Il fiume ha avuto un alleato altrettanto importante, costituito dai frammenti di roccia trasportati dalla corrente. Sabbia, ghiaia e piccoli ciottoli vengono trascinati dall’acqua e, nei punti caratterizzati da vortici, ruotano sul fondo. Il movimento ripetuto ha scavato le caratteristiche korita, grandi conche circolari che ricordano vasche naturali.

Nel tratto più profondo, presso il Ponte del Diavolo, le pareti raggiungono circa 20 metri. In alcuni punti la gola si restringe fino ad approssimativamente 1 metro, creando uno dei passaggi più suggestivi dell’intero itinerario. Tra le forme più curiose compare lo Slonček, il “Piccolo Elefante”, una cavità naturale nella roccia che ricorda la testa e la proboscide di un elefante.

Anche il Ponte del Diavolo, o Hudičev most, appartiene alla storia locale. La struttura in pietra, caratterizzata da un’unica arcata, attraversa la gola sopra il punto più profondo. La sua funzione, però, era tutt’altro che ornamentale: il ponte permetteva di abbreviare il trasporto del minerale di ferro e del carbone di legna provenienti dalle zone montane verso gli impianti siderurgici della valle.

Il nome ha invece alimentato una leggenda molto più fantasiosa. Secondo il racconto popolare, gli abitanti tentavano inutilmente di costruire una struttura sul torrente, ma durante la notte il lavoro veniva distrutto. Qualcuno propose allora di affidare l’impresa al Diavolo, il quale accettò in cambio dell’anima della prima persona, o creatura, che avrebbe attraversato il ponte.

Un contadino escogitò un inganno: portò con sé il proprio cane e un grosso osso, poi gettò quest’ultimo oltre il ponte. L’animale corse a recuperarlo e il Diavolo si ritrovò con l’anima del cane invece di quella del padrone. Furioso, sempre stando alla tradizione, agitò la coda con tale violenza da abbattere parte della recinzione.

La visita alla gola e la valle di Voje

L’itinerario classico parte da Stara Fužina e raggiunge il Ponte del Diavolo. Da questo punto il sentiero entra nel bosco e segue il Mostnica verso monte. Il percorso nella gola richiede circa 1 ora all’andata, con tempi variabili in base alle soste, mentre per tornare al paese serve più o meno 1 ora e mezza.

Il sentiero alterna tratti boscosi, passaggi rocciosi, piccoli ponti e sezioni vicine al corso d’acqua. La presenza di ponticelli è significativa anche dal punto di vista storico, visto che proprio questi attraversamenti avrebbero dato origine al nome Mostnica, collegato al termine sloveno most, “ponte”.

La parte più spettacolare arriva nei pressi delle strettoie. Acqua limpida, pareti calcaree modellate dai vortici e pozze profonde formano un paesaggio emozionante, ma senza scenografie costruite dall’uomo. Lo Slonček è il dettaglio più curioso, mentre il Ponte del Diavolo offre la vista più vertiginosa sulla gola.

Superata l’incisione rocciosa, la Planina Voje si apre davanti al visitatore con prati alpini e pascoli a poco più di 700 metri di quota. La valle presenta il classico profilo a U prodotto dall’azione glaciale. Il terreno conserva inoltre importanti depositi di morena, materiale roccioso lasciato dal ghiacciaio durante il suo ritiro.

Presso la Koča na Vojah, rifugio alpino con terrazza estiva, si può fare una pausa prima di proseguire verso la cascata. Il percorso completo fino alla parte terminale della valle richiede maggiore resistenza, pur mantenendo una difficoltà tecnica generalmente moderata.

La meta finale è la Cascata di Mostnica, alta circa 21 metri e conosciuta anche con i nomi di Cascata di Voje o Cascata Šum. In primavera e dopo le precipitazioni la portata aumenta e il salto assume un aspetto particolarmente potente. L’itinerario completo può richiedere circa 3-4 ore, comprese le pause. Per la sola gola basta una mezza giornata molto più breve.

Cascata di Mostnica, Slovenia
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La bella Cascata di Mostnica

Il sentiero risulta adatto anche a famiglie con bambini abituati alle escursioni. Intorno ai 5 anni molti riescono a percorrere autonomamente il tratto della gola, mentre il raggiungimento della cascata richiede maggiore energia.

Dove si trova e come arrivare

La Gola di Mostnica si trova presso Stara Fužina, nella Valle di Bohinj, all’interno del Parco nazionale del Triglav, nel nord-ovest della Slovenia. Il Lago di Bohinj rappresenta il riferimento geografico più immediato. Da Ribčev Laz, il principale centro sulle rive del lago, Stara Fužina dista circa 5 minuti in automobile oppure quasi 45 minuti a piedi.

In auto conviene raggiungere Stara Fužina e utilizzare gli spazi di parcheggio indicati. Durante l’alta stagione i posti disponibili possono esaurirsi rapidamente, quindi una partenza mattutina rende la visita molto più semplice. Chi preferisce i mezzi pubblici può raggiungere la zona con gli autobus diretti verso Bohinj e Stara Fužina, verificando in anticipo gli orari di ritorno, soprattutto per il percorso completo nella Valle di Voje.

Dal paese i cartelli con l’indicazione Korita Mostnice conducono verso il Ponte del Diavolo. Un’altra possibilità parte dalla chiesa di San Paolo, mentre dal centro del villaggio si può passare nei pressi della tenuta Zois. Esiste inoltre una strada che raggiunge la Valle di Voje senza attraversare la gola e senza pagamento del biglietto, soluzione utile soltanto per chi vuole raggiungere la parte alta evitando il tratto più caratteristico.

Valle dei Sette Laghi, il grande anfiteatro d’acqua e roccia nel cuore delle Alpi Giulie

6 septembre 2026 à 14:30

Il calcare bianco brilla sotto la luce del mattino, spezzato soltanto dalle chiazze d’erba dorata e dal blu profondo degli specchi d’acqua. La Valle dei Sette Laghi, chiamata in lingua locale Dolina Triglavskih Jezer oppure Valle dei Laghi del Triglav, incide il cuore carsico delle Alpi Giulie, in Slovenia.

Si sviluppa tra il lago di Bohinj, sul versante orientale, e la zona di Trenta, verso la valle dell’Isonzo, sotto le grandi montagne del massiccio del Triglav. Il nome, però, può trarre in inganno: i laghi permanenti sono 7, ma sono accompagnati da alcuni piccoli bacini che possono comparire o scomparire secondo le condizioni dell’acqua.

In basso ci sono boschi di abete rosso e larice, poi la roccia prende spazio fino a trasformare la valle in una successione di conche, lastre calcaree, ghiaioni e pareti. In mezzo a tutto questo, l’acqua assume tonalità diverse. Nero, verde, bruno, azzurro e acquamarina sono diventati parte della geografia stessa della valle.

Origine, formazione e leggende della Valle dei Sette Laghi

La forma attuale della valle nasce da una lunga storia geologica. Antichi ghiacciai hanno scavato le conche nelle rocce delle Alpi Giulie, lasciando depressioni successivamente occupate dall’acqua. Oggi abbiamo una sequenza di bacini distribuiti lungo un ambiente carsico d’alta montagna, con altitudini che salgono da circa 1.300 metri fino a oltre 2.000 metri.

L’acqua penetra facilmente nelle fratture del terreno e alimenta una rete sotterranea che rende particolarmente delicato l’equilibrio idrico della zona. Il paesaggio in superficie racconta quindi soltanto una parte della storia: sotto i piedi continua un sistema di circolazione tipico degli ambienti carsici.

Il lago più basso della sequenza è il Črno jezero, il Lago Nero, a circa 1.319 metri. Il colore scuro dipende dalla posizione del bacino e dall’ambiente boscoso che lo circonda. Più in alto compare il Dvojno jezero, il Lago Doppio, formato da due bacini vicini. Poi arriva il grande protagonista della valle, il Jezero v Ledvicah, conosciuto anche come Veliko jezero o Lago Grande. Ledvica significa rene in sloveno e il nome richiama la sua caratteristica forma allungata.

Jezero v Ledvicah, Slovenia
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Il meraviglioso Jezero v Ledvicah

Salendo ancora si incontrano lo Zeleno jezero, il Lago Verde, chiamato così per le intense tonalità verdastre dell’acqua, e il Rjavo jezero, il Lago Bruno. A quote maggiori si trovano il Jezero pod Vršacem, noto anche come Lago sotto Vršac, e altri piccoli bacini che completano il sistema.

Una particolarità riguarda proprio il Jezero pod Vršacem. Le sue acque appartengono al bacino idrografico dell’Isonzo, mentre altri laghi della valle alimentano sistemi legati al versante della Sava. Nel Parco nazionale del Triglav passa infatti una importante linea spartiacque europea.

La storia naturale si intreccia con quella fantastica: le Alpi Giulie sono il regno di Zlatorog, il Camoscio dalle Corna d’Oro della tradizione slovena. Secondo la leggenda, l’animale possedeva corna d’oro in grado di indicare la strada verso un immenso tesoro nascosto tra le montagne. Un giovane cacciatore della valle di Trenta, accecato dalla passione e dalla brama di ricchezza, gli sparò. Dal sangue di Zlatorog nacquero i fiori del Triglav, capaci di restituire forza all’animale.

La vicenda, però, termina in modo drammatico: Zlatorog si vendica del cacciatore e distrugge il proprio regno montano. Il tesoro resta nascosto tra le cime. Ancora oggi la leggenda appartiene profondamente all’identità delle Alpi Giulie e aggiunge alla Valle dei Sette Laghi una dimensione quasi fiabesca.

La visita tra laghi, rifugi e paesaggi d’alta quota

La Valle dei Sette Laghi richiede una vera escursione alpina. Il percorso classico parte dalla zona del lago di Bohinj e affronta la parete di Komarča, un tratto ripido che porta rapidamente verso quote superiori. Superata Komarča, il terreno diventa più aperto e la roccia assume forme irregolari. Piccole cavità, lastre calcaree e depressioni raccontano la presenza antica dei ghiacci.

Il primo grande appuntamento è il Črno jezero, con il contrasto tra l’acqua scura, il verde degli abeti e le pareti calcaree che rende questo lago particolarmente suggestivo. Il Dvojno jezero offre un’atmosfera diversa. La presenza del rifugio rende la zona un punto naturale di pausa per chi affronta un itinerario di più giorni.

Il Veliko jezero, o Ledvica, merita una sosta più lunga. La forma a rene è evidente soprattutto dall’alto e le sue acque possono riflettere le montagne circostanti nelle ore più calme. Salendo verso le quote maggiori, la vegetazione lascia spazio al paesaggio carsico. Il terreno diventa quasi lunare e il colore della pietra domina la scena. Zeleno jezero aggiunge una pennellata verde intenso, mentre i bacini superiori regalano un ambiente più austero.

Per una visita completa serve preparazione fisica: i percorsi presentano dislivelli importanti, tratti rocciosi e tempi di percorrenza da giornata intera. La stagione escursionistica più favorevole va indicativamente da luglio a settembre, mentre primavera e autunno richiedono maggiore attenzione alle condizioni del terreno e della neve.

I rifugi costituiscono una parte importante dell’esperienza. La Koča pri Triglavskih jezerih si trova accanto al Dvojno jezero, mentre la Zasavska koča na Prehodavcih sorge più in alto, presso la zona dei Prehodavci. La balneazione nei laghi alpini è vietata e il campeggio libero è escluso. Il Parco nazionale protegge inoltre sorgenti, laghi, corsi l’acqua e habitat particolarmente fragili.

L’attenzione verso l’ambiente si percepisce anche nel silenzio: basta fermarsi qualche minuto presso un lago per distinguere il vento tra gli alberi, il rumore dell’acqua e i richiami degli animali.

Dove si trova e come arrivare

L’incantevole Valle dei Sette Laghi si trova nella parte centrale del Parco nazionale del Triglav, tra il lago di Bohinj e la Val Trenta. Per chi visita la Slovenia, il riferimento più pratico sul versante orientale è Bohinj, raggiungibile da Bled e collegato alla rete di trasporto pubblico.

L’accesso classico parte dalla zona di Ukanc e sale verso Komarča. È un itinerario impegnativo, adatto a escursionisti allenati, con una salita ripida nella prima parte e un successivo sviluppo attraverso la valle. Un’alternativa parte da Planina Blato o dalla zona di Vogar, tramite un percorso che attraversa antichi pascoli alpini e offre un approccio più graduale alla zona dei laghi.

Un terzo accesso arriva dalla Val Trenta, attraverso i Prehodavci. Si tratta di un itinerario più alpino, adatto soprattutto a escursionisti esperti e a chi desidera inserire la Valle dei Sette Laghi in una traversata più lunga. Per chi arriva dall’Italia, il versante occidentale delle Alpi Giulie mette a disposizione un collegamento naturale con la Slovenia attraverso il territorio dell’Isonzo.

I canyon meno conosciuti dei Balcani per un suggestivo trekking di fine estate

4 septembre 2026 à 16:30

A essere pignoli, quando si parla di Balcani ci si dovrebbe riferire a quella catena montuosa che divide Bulgaria e Serbia. Da tempo, però, la parola riguarda estensivamente la penisola che dalla Croazia scende giù fino alla Grecia e che ha per margine orientale la Bulgaria e la Turchia europea. È, quindi, una grande area che supera i 500mila chilometri quadrati, abitata da circa 55 milioni di abitanti e caratterizzata da un territorio ricco di storia, ma anche natura selvaggia, poco antropizzata, particolarmente legata al connubio tra rilievi montani e corsi d’acqua.

Dalla Bosnia all’Albania, passando per Montenegro, Croazia e Serbia, si sprecano i luoghi d’acqua dolce che punteggiano la regione, in particolare grandi gole e canyon rocciosi e spettacolari, scavati nel corso dei millenni da fiumi e torrenti. Molti di questi luoghi restano ancora sconosciuti al turismo di massa, e diventano una destinazione ideale per trekking ed escursioni di fine estate lontano dalla folla.

Canyon di Sutjeska, Bosnia

Il Parco Nazionale di Sutjeska è il più antico della Bosnia ed Erzegovina. Istituito a metà degli Anni Sessanta, conserva oggi la foresta di Perućica, una delle ultime foreste vergini d’Europa, con una miriade di alberi secolari, vecchi anche più di 300 anni. Ospita anche il monte Maglic, la vetta più alta del paese con i suoi 2386 metri. Nel parco, il fiume omonimo ha scavato nei secoli una gola vertiginosa: pareti rocciose si innalzano addirittura oltre mille metri sopra il corso d’acqua.

Luce di fine estate nel Parco nazionale Sutjeska in Bosnia
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Panorama del Parco della Sutjeska, solcato dal fiume omonimo

Il parco si raggiunge in circa due ore d’auto da Sarajevo e offre diverse possibilità di trekking, ma il percorso da non perdere per gli amanti delle gole e dell’acqua dolce è la camminata verso il punto panoramico di Ugljesin, da cui lo sguardo abbraccia l’intero canyon del fiume Sutjeska, incorniciato dalle montagne dello Zelengora, la spettacolare, selvaggia e poco frequentata catena montuosa al confine con il Montenegro.

Per chi cerca qualcosa di più adrenalinico, il vicino torrente Hrčavka si presta al canyoning tra pozze turchesi e piccole cascate. Il parco custodisce anche un pezzo di storia recente: qui si combatté nel 1943 una delle battaglie più cruente della Seconda guerra mondiale in territorio jugoslavo, ricordata da un monumento imponente a Tjentište, da dove parte anche un bel percorso escursionistico.

Gola dell’Osum, Albania

Dicono che sia il Grand Canyon d’Albania: la Gola dell’Osum si sviluppa per oltre 26 chilometri nei pressi della cittadina di Çorovodë, nel sud del paese. Qui pareti calcaree, che in alcuni tratti sfiorano gli 80 metri di altezza, racchiudono un fiume dalle acque limpidissime, punteggiato di grotte, marmitte e passaggi sotterranei.

È uno dei canyon più accessibili e insieme più spettacolari dei Balcani: se infatti durante la primavera spettacolari cascate d’acqua scendono dalla sommità delle pareti rocciose, in estate la minore portata rende la Gola un vero e proprio canyon da esplorare. Dai belvedere lungo il bordo si può ammirare l’intero sviluppo della gola, mentre chi preferisce un contatto più diretto può scendere fino al fiume per camminare lungo le rive o risalire una parte del suo letto, oppure anche affrontare un’escursione in gommone su rapide tanto belle quanto clementi, alla portata di chiunque, anche senza particolari esperienze di rafting.

Panorama della Gola dell'Osum in Albania
Veduta della Gola dell’Osum in Albania

La piccola cittadina di Çorovodë, con la sua atmosfera di paese di provincia, rappresenta la base ideale da cui muovere verso la Gola dell’Osum e nelle vicinanze, come la vicina Berat, città patrimonio UNESCO nota per le sue case ottomane affacciate sul fiume.

Canyon di Mrtvica, Montenegro

Circa 40 chilometri a nord di Podgorica e a 30 da Kolasin sorge uno degli angoli più selvaggi e spettacolari, eppure meno frequentati, del Montenegro: è il canyon di Mrtvica.

Il fiume che gli dà il nome, affluente della Morača, scorre per circa otto chilometri tra rapide, sorgenti e piccole cascate, in un ambiente di vegetazione fitta e acque cristalline.

Il trekking che attraversa il canyon è un percorso lungo di circa sette chilometri, da percorrere senza fretta per godere della bellezza del fiume, con le sue acque smeraldine e turbinanti, e del contesto naturale circostante. Si oltrepassa il Danilov Most, il ponte di Re Danilo, costruito nell’Ottocento in onore della madre del sovrano montenegrino, e si raggiunge poi la Kapija Želja, la Porta dei Desideri, un arco roccioso naturale legato a leggende popolari.

Ponte sul Canyon di Mrtvica, in Montenegro
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Il Ponte di Re Danilo nel Canyon di Mrtvica

Oltre la Porta, una serie di cascate spettacolari conclude in bellezza la parte più semplicemente visitabile del canyon, che poi si restringe sempre di più, fino a diventare inaccessibile.

Canyon di Holta, Albania

Meno noto rispetto all’Osum, il canyon di Holta si trova nell’Albania centrale, tra le colline di Gramsh, cittadina che secondo la tradizione sarebbe origine della famiglia di Antonio Gramsci.

Il fiume Holta ha scavato in questo tratto una gola stretta e profonda, lunga circa tre chilometri, dove le pareti si innalzano fino a un centinaio di metri sopra l’acqua. È un luogo ammaliante, affascinante ma al tempo stesso che conferisce un certo timore reverenziale, come quello che si deve avere a volte nei confronti dei luoghi naturali.

Ciò che rende speciale questo canyon è la combinazione tra acque fredde di origine alpina e alcune sorgenti termali che sgorgano lungo il percorso. Percorsi di trekking solcano la cima delle pareti rocciose che fanno da contorno alla gola, ma c’è anche la possibilità di praticare canyoning con una visita guidata che permette di esplorare il canyon camminando nel letto del fiume, tra pozze turchesi, formazioni rocciose e sorgenti termali.

Canyon del Krupa, Croazia

Il Canyon del Krupa è una spettacolare gola carsica che si trova nel nord della Dalmazia, in Croazia. È stata scavata nel corso dei millenni dal fiume Krupa, per l’appunto: un corso d’acqua verde smeraldo, principale affluente del fiume Zrmanja.

Lungo appena una ventina di chilometri, ha comunque generato nel tempo diciannove cascate, alcune delle quali ricordano, in scala ridotta, l’atmosfera del ben più celebre parco dei Laghi di Plitvice.

Cascate del fiume Krupa, in Croazia
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Il fiume Krupa e le sue cascate

Attorno alla gola si trovano una serie di percorsi escursionistici che permettono sia di ottenere una splendida vista panoramica su questo canyon particolarmente suggestivo, con lo sguardo che permette di abbracciare il corso del fiume e ammirare dall’alto le belle cascate, sia di raggiungere la riva, dove si può incontrare una piccola e divertente via ferrata, con chiodi utili a superare una strettoia del letto del fiume, ma anche lo scenografico ponte medievale di Kudin e le cosiddette Deveterci, una sequenza di piccole cascate paragonata a una collana di perle d’acqua.

Il fiume Krupa confluisce come detto nella Zrmanja, altro corso d’acqua di grande fascino, dando vita a una confluenza spettacolare tra due canyon.

Canyon della Temštica, Serbia

La Stara Planina, ovvero la montagna vecchia, è la più lunga catena montuosa della Serbia, situata nella regione sudorientale del paese, vicino alla Bulgaria. Qui scorre il fiume Temštica, capace di farsi strada nella roccia rossastra di questo territorio e scavare un canyon, diventato noto come Little Colorado.

Il fiume nasce dalla confluenza di tre diverse sorgenti che scendono dalle vette della Stara Planina, nei pressi del villaggio di Topli Do, un piccolo, silenzioso paese della Serbia rurale.

Canyon della Temstica, Serbia
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Il canyon della Temstica

Questa zona custodisce inoltre alcune delle cascate più alte della Serbia, come la Pilj, che precipita per oltre 65 metri in una cornice ancora sorprendentemente selvaggia, a quattro chilometri da Topli Do.

È un angolo di Balcani ancora estraneo ai grandi flussi turistici, ideale per chi cerca un trekking di fine estate in totale tranquillità, magari abbinandolo alla visita della vicina Pirot, città nota per la produzione artigianale dei kilim, i tappeti tessuti a mano protetti dall’UNESCO.

Un mare tra le vette: la magia selvaggia del Mondsee, il Lago della Luna in Austria

3 septembre 2026 à 13:00

Acqua chiara, montagne verdi e una grande parete calcarea che sembra tuffarsi direttamente nel paesaggio. Sullo sfondo, invece, c’è Drachenwand, la “Parete del Drago”, una presenza rocciosa talmente scenografica da diventare il simbolo stesso di Mondsee. Del resto, la cima raggiunge 1.176 metri e sul versante rivolto verso il lago si innalza una parete quasi verticale alta circa 700 metri.

Mondsee appartiene al Salzkammergut, vasta regione lacustre dell’Austria settentrionale celebre per l’alternanza di specchi d’acqua, montagne, boschi e piccoli centri storici. Il lago occupa circa 14,2 km², raggiunge una profondità massima di 68 metri e si allunga per quasi 11 km, con una larghezza che arriva a più o meno 2 km. La sponda sud-occidentale segna anche il confine tra Alta Austria e Salisburghese.

Il lago è anche uno dei grandi paradisi austriaci per le attività acquatiche. Le sue acque raggiungono in estate temperature vicine ai 27 °C e permettono di dedicarsi a nuoto, vela, windsurf, stand up paddle, sci nautico, wakeboard e kitesurf. Per chi preferisce restare sulla terraferma, il territorio offre percorsi escursionistici e itinerari ciclabili tra le colline del Mondseeland. Il nome stesso, inoltre, significa letteralmente “Lago della Luna” e la tradizione locale lega questa denominazione alla luce lunare riflessa sulle acque.

Origine, formazione e leggende del Lago della Luna

La storia di Mondsee affonda molto più indietro rispetto alla nascita del moderno turismo lacustre. Il bacino appartiene al paesaggio modellato dalle grandi glaciazioni alpine. L’azione dei ghiacci ha scavato e approfondito numerose vallate del Salzkammergut, lasciando dopo il loro ritiro una successione di depressioni occupate dall’acqua. Mondsee rientra in questo grande sistema di origine glaciale, insieme a molti dei bacini che caratterizzano la regione.

La presenza umana sulle sue rive risale almeno al Neolitico. Nel XIX secolo furono individuate tracce di antichi insediamenti, dando origine agli studi sulla cultura di Mondsee, una delle più importanti realtà archeologiche preistoriche dell’Europa centrale. Questa cultura viene collocata generalmente tra il 3000 e il 2200 a.C. circa.

Il patrimonio archeologico legato al lago è particolarmente prezioso perché alcune condizioni ambientali hanno favorito la conservazione di materiali organici. Resti di abitazioni, utensili, ceramiche e oggetti legati alla vita quotidiana hanno permesso di ricostruire attività agricole, artigianali e alimentari delle comunità che vivevano sulle rive del bacino migliaia di anni fa.

I siti palafitticoli dell’area appartengono al grande patrimonio UNESCO delle Palafitte preistoriche dell’arco alpino, una rete transnazionale che comprende 111 località distribuite in 6 Paesi.

La leggenda legata al nome aggiunge un altro livello alla sua storia: secondo la tradizione, il duca bavarese Odilo si trovava nella zona durante una battuta di caccia quando fu sorpreso dalla notte. La luna piena avrebbe illuminato il lago e indicato al duca una via di salvezza. Da questo episodio sarebbe nata la decisione di fondare il monastero sulle rive del bacino nell’VIII secolo.

Una seconda leggenda riguarda direttamente la grande parete che domina il lago. Nella Drachenwand si apre il Drachenloch, una cavità naturale di circa 8 metri di diametro. La tradizione popolare attribuisce al diavolo la formazione del passaggio, immaginandolo mentre attraversava la montagna in volo dopo aver rapito la cuoca del parroco.

Cosa fare e vedere sul Lago Mondsee

Una gita in barca permette di apprezzare la conformazione del bacino e soprattutto di vedere la Drachenwand dalla prospettiva più spettacolare. Dalla superficie emerge con maggiore evidenza il rapporto tra la parete rocciosa e il lago, mentre il Drachenloch diventa riconoscibile nel profilo della montagna.

Le temperature estive, che possono raggiungere circa 27 °C, rendono Mondsee particolarmente adatto alla balneazione. Le rive ospitano stabilimenti e aree pubbliche attrezzate, con prati per prendere il sole, spazi per famiglie e servizi dedicati alle attività acquatiche.

La forma allungata del lago e le condizioni favorevoli hanno trasformato Mondsee in una destinazione apprezzata anche dai velisti. Le scuole nautiche locali propongono corsi e noleggio di imbarcazioni, permettendo anche ai principianti di provare la navigazione.

Lago Mondsee, Austria
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Sulle rive del Lago Mondsee

Non mancano le occasioni di svolgere attività acquatiche come il SUP, grazie a cui procedere in piedi su una tavola utilizzando una pagaia. Windsurf, wakeboard e sci nautico richiedono maggiore tecnica. Il kitesurf aggiunge una componente ancora più spettacolare, grazie all’azione del vento sull’aquilone che permette alla tavola di accelerare e compiere brevi salti sulla superficie.

Una gita sul lago permette di raggiungere il punto di osservazione più suggestivo della parete. Dal basso la montagna appare enorme e compatta, con il verde dei boschi interrotto dalle rocce calcaree. Il Drachenloch diventa particolarmente interessante da questa prospettiva.

Per chi preferisce una giornata lenta, Mondsee mette a disposizione prati, spiagge e aree balneari distribuite lungo il perimetro del bacino. Un asciugamano, un libro e qualche ora trascorsa davanti all’acqua bastano per apprezzare il paesaggio senza seguire un programma preciso.

Dove si trova e come arrivare

Il Lago Mondsee si trova in Alta Austria, nel Salzkammergut, a breve distanza dal confine con il Salisburghese. La posizione rende il bacino facilmente raggiungibile da Salisburgo, situata a circa 30 km, e rappresenta uno dei motivi della sua popolarità anche per soggiorni brevi.

In automobile, il riferimento principale è l‘autostrada A1, che collega Vienna, Linz e Salisburgo. L’uscita Mondsee porta direttamente verso il lago e verso il centro abitato situato sulla sponda settentrionale. Salisburgo rappresenta l’aeroporto più comodo per chi arriva in aereo. Dalla città si può proseguire in automobile oppure utilizzare i collegamenti regionali diretti verso Mondsee. La zona è servita anche dal trasporto pubblico, soluzione interessante per chi vuole raggiungere il lago senza utilizzare un’auto.

Una volta sulle rive, il paesaggio fa capire subito perché Mondsee abbia conquistato questo nome: acqua limpida, montagne, pareti calcaree e luce lunare compongono un ambiente nel quale la dimensione naturale resta protagonista.

Il Colorado delle Alpi è scolpito nella roccia rossa: le incantevole Gole del Daluis

2 septembre 2026 à 16:00

In questa parte dell’entroterra di Nizza il verde delle Alpi Marittime lascia spazio a una lunga fenditura color rosso scuro. E proprio qui c’è una strada che si infila tra pareti altissime, attraversa gallerie scavate nella roccia, supera ponti e procede accanto a precipizi che raggiungono circa 300 metri. In basso scorre il Var, il fiume che ha inciso il canyon nel corso di milioni di anni.

È questo contrasto a rendere le Gole del Daluis una delle formazioni geologiche più sorprendenti della Francia meridionale. Il soprannome di “Colorado nizzardo”, oppure “Piccolo Colorado di Nizza”, appare subito comprensibile davanti alle pareti color vino, così lontane dall’immagine classica delle montagne provenzali.

La gola appartiene alla Riserva Naturale Regionale delle Gorges de Daluis, istituita nel 2012 e prima riserva naturale classificata nelle Alpi Marittime. Il territorio protetto supera i 1.000 ettari tra i comuni di Guillaumes e Daluis e conserva un patrimonio geologico, minerario, botanico e faunistico di grande interesse.

Origini, formazione e leggende

Circa 270 milioni di anni fa, alla fine dell’era primaria, la Provenza aveva un aspetto completamente diverso da quello attuale. I sedimenti che avrebbero formato le rocce chiamate pélite si depositarono all’interno di un enorme rift, una vasta zona sottoposta a fratture e movimenti della crosta terrestre, sotto un clima tropicale umido.

La pélite è una roccia sedimentaria relativamente friabile. Il suo caratteristico rosso bordeaux nasce dall’ossidazione del ferro presente al suo interno. Il risultato è una massa rocciosa dalle tonalità insolite, attraversata da fratture e incisioni che l’erosione ha progressivamente ampliato.

A dare forma all’attuale canyon è stato soprattutto il Var. Per milioni di anni il fiume ha scavato la pélite, sfruttandone la fragilità, fino a creare una gola stretta con pareti verticali e profondi strapiombi. Il risultato raggiunge dimensioni impressionanti, con una fenditura lunga oltre 900 metri e pareti che arrivano a circa 300 metri sopra il corso d’acqua.

La geologia della zona diventa ancora più interessante osservando i diversi colori delle rocce. Al rosso della pélite si contrappongono le formazioni calcaree sovrastanti e il bianco della quarzite del Triassico. Quest’ultima è una roccia molto dura, utilizzata anche nella costruzione di alcuni edifici e manufatti locali, compreso il ponte di Berthéou.

Sotto le pareti si nasconde inoltre una storia mineraria: la Riserva custodisce oltre 70 specie di minerali censite nelle diverse gallerie del territorio. Alcuni minerali, tra cui barrotite e gilmarite, sono stati identificati per la prima volta proprio in questa zona. Poi c’è il Pont de la Mariée, il Ponte della Sposa, forse il punto più famoso dell’intero itinerario.

Il ponte in quarzite attraversa un vuoto di circa 80 metri ed è legato a una vicenda tragica risalente al 30 luglio 1927. Secondo la storia tramandata, una giovane sposa in viaggio di nozze raggiunse la gola insieme al marito nelle ore serali. La donna precipitò dal ponte in circostanze rimaste avvolte dal dubbio. La versione dell’epoca attribuì la caduta a un errore provocato dall’oscurità, mentre la vicenda alimentò inevitabilmente interrogativi mai del tutto chiariti.

Poco più avanti compare un’altra presenza singolare: un blocco di pélite rosso che assume la forma di un volto femminile e viene chiamato “la Guardiana delle gole“. Contemporaneamente, specie alpine e mediterranee condividono questo ambiente, dai camosci al gallo forcello, dall’aquila reale alla lucertola ocellata.

La visita tra strada panoramica, belvedere e antiche gallerie

Il modo più immediato per conoscere la gola consiste nel percorrere la D2202, la strada che attraversa la Riserva e segue per circa 11 km il settore più spettacolare del canyon. L’asfalto rende il percorso accessibile in automobile e in moto, ma alcuni tratti sono stretti, tortuosi e affacciati sul vuoto. Le 17 gallerie aggiungono un elemento quasi cinematografico al viaggio. Alcune sono brevi, altre più profonde e prive di illuminazione, perciò è utile procedere lentamente e con attenzione.

Meglio concedersi tempo per le soste: la strada offre scorci continui sulle pareti rosse, sul Var e sulle strutture lasciate dall’antica linea tranviaria. Una delle fermate più suggestive è proprio il Pont de la Mariée, dal quale la profondità della gola appare in tutta la sua evidenza.

Per chi vuole conoscere il paesaggio a piedi, il Point Sublime rappresenta una delle esperienze più interessanti. Il sentiero interpretativo parte nei pressi del ponte di Berthéou e conduce a un belvedere affacciato sul canyon. L’escursione richiede circa 2 ore tra andata e ritorno. Dall’alto, il Var sembra molto più piccolo rispetto alle pareti che lo racchiudono e le antiche miniere di Roua diventano riconoscibili nel paesaggio.

Un’esperienza più impegnativa è il Circuit des Balcons des Gorges de Daluis, itinerario ad anello di 2 giorni con difficoltà media. Il percorso attraversa sentieri e piste, comprende una passerella sopra il Var, un tratto con scala a fianco della parete rocciosa, antichi abitati e numerosi punti panoramici. È previsto anche un bivacco presso Roua, con prenotazione obbligatoria.

Tunnel Gole del Daluis, Provenza
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Un tunnel nelle Gole del Daluis

La vegetazione sembra quasi aggrappata alla montagna: ginestra, bosso, timo e ginepro riescono a crescere su un substrato povero d’acqua e nutrienti. Tra le rocce compaiono specie adattate a condizioni difficili, mentre sulle superfici rosse possono essere individuati anche i piccoli molluschi simbolo della Riserva.

Essendo un’area naturale protetta, il territorio richiede particolare attenzione. È vietato raccogliere rocce, minerali e piante, disturbare la fauna e lasciare rifiuti; i cani devono restare al guinzaglio. La raccolta di campioni geologici è riservata agli studiosi autorizzati.

Dove si trovano e come arrivare

Le Gole del Daluis si trovano nell’entroterra delle Alpi Marittime, tra Daluis e Guillaumes, a nord-ovest di Nizza. La posizione le rende perfette per un itinerario più ampio attraverso l’alto entroterra nizzardo, soprattutto insieme a Entrevaux e alle vicine Gorges du Cians.

Da Entrevaux si segue la strada in direzione di Daluis e Guillaumes. La gola compare progressivamente davanti agli occhi, con il paesaggio che cambia fino alle grandi pareti rosse. Da Guillaumes la D2202 permette di attraversare il settore principale delle gole lungo la Route des Grandes Alpes.

Chi arriva in treno può utilizzare la stazione di Entrevaux, servita dal Train des Pignes, situata a circa 15 minuti dalla Riserva. Da Guillaumes è inoltre possibile raggiungere Valberg, importante località alpina dell’entroterra nizzardo, e proseguire verso le Gorges du Cians per costruire un itinerario dedicato ai canyon rossi delle Alpi Marittime.

Il viaggio può proseguire verso Puget-Rostang, con una deviazione all’Ecomusée de la Roudoule, oppure verso Entrevaux, borgo medievale fortificato che offre un interessante contrappunto storico alla natura selvaggia delle gole.

Sei isole minori italiane per un trekking di fine estate lontano dalla folla

31 août 2026 à 18:30

Unire, in qualche modo, la montagna al mare è possibile. Con l’estate che si avvia verso la sua coda finale, con le temperature più clementi e la canicola meno battente, uno dei grandi piaceri a cui dedicarsi è il trekking. Ma non con escursioni qualsiasi, bensì alla scoperta delle isole minori italiane, piccoli ammassi di terra, roccia, scoglio e boschi seminati nel grande blu del Mediterraneo.

L’Italia vanta oltre 800 isole nel suo pur contenuto territorio, di cui meno di cento sono abitate. All’interno di questo insieme si trovano veri e propri tesori di natura selvaggia, panorami spettacolari e mare cristallino che sono rimaste tutto sommato fuori dai circuiti del turismo di massa e sono riuscite a conservare un volto immutato e intatto, da esplorare con gentilezza e cura, un passo dopo l’altro.

Alicudi

Meno di cento abitanti vivono ad Alicudi, la più occidentale delle isole Eolie. Nell’antichità questa collina che si erge improvvisa al di sopra del livello del mare era nota come Ericussa, che in greco antico significa ricca di erica. Tale erba cresce infatti copiosa sui fianchi del Filo dell’Arpa, come si chiama la vetta che domina l’isola.

Alicudi, in cima al Filo dell'Arpa
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Dall’alto di Alicudi si vedono tutte le Eolie

Pressoché circolare, è il frutto di un vulcano ormai spento da decine di migliaia di anni. I pochi residenti abitano il lato sud dell’isola, dove si trovano stretti appezzamenti di terreno che digradano il più dolcemente possibile verso il mare, in un luogo che per il resto vede la ripidità come proprio tratto distintivo.

Da Alicudi Porto si dipana una serie di mulattiere che raggiungono le contrade abbarbicate nella parte montana, caratterizzate da gradini, fichi d’India, muretti a secco. Bellissime passeggiate che regalano bei colpi d’occhio sul mare e sui pendii dell’isola.

L’escursione regina è quella che porta alla cima del Filo dell’Arpa: 675 metri sul livello del mare da scalare in poco più di due chilometri di impervio sentiero. La vista dalla cima è impagabile: abbraccia l’intero arcipelago delle Eolie. Chi vuole godere di un punto panoramico che dà sulla impraticabile area nord-occidentale di Alicudi, può deviare dal sentiero che porta alla cima, aggirandola e raggiungendo la cosiddetta Timpa delle Femmine.

Capraia

Capraia è una delle isole meno conosciute dell’Arcipelago Toscano, e forse la più adatta per gli amanti delle escursioni. Vulcanica, brulla, quasi priva di alberi ad alto fusto, mostra il suo paesaggio senza filtri: crinali scoscesi, strapiombi sul mare, grandi spazi aperti interrotti dall’emergere, nei pressi della linea costiera, dalla sagoma di antiche torri di avvistamento, rimaste a guardia di un orizzonte che oggi non fa più paura a nessuno.

Tra le isole toscane è quella più lontana dalla terra ferma, e si trova più vicina alla Corsica di quanto non lo sia alla costa tirrenica della Toscana.

Il profilo dell'isola di Capraia
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Il profilo dell’isola di Capraia

Diversi sentieri escursionistici percorrono l’isola in lungo e in largo, partendo da Capraia Paese e raggiungendo i principali rilievi e alcune punte. La camminata panoramica per eccellenza è quella che porta al Monte Castello, il punto più alto dell’isola a 445 metri, da cui lo sguardo spazia dalla Corsica all’Elba. Lo si raggiunge con un sentiero dal porto di poco più lungo di 5 chilometri.

Chi ha gambe e tempo può spingersi fino alla Torre dello Zenobito, all’estremità meridionale, lungo un percorso ad anello di circa 15 chilometri. La Torre, costruita nel Cinquecento dai genovesi che amministravano l’isola, sovrasta la magnifica Cala Rossa, una falesia dal distinto colore rossastro, ferroso, frutto del crollo di un cono vulcanico risalente a 4 milioni di anni fa.

Marettimo

Isole Egadi, Sicilia. Marettimo è la più occidentale del trittico, quella che ha conservato meglio la propria identità di isola-montagna rispetto a Favignana e Levanzo, e anche quella meno frequentata dal turismo, forse perché più lontana dalla costa, forse perché pressoché priva di spiagge di sabbia. Una vera e propria roccia che si staglia in mezzo al blu, percorsa da un reticolo di sentieri assolati.

Punto di snodo cruciale della rete sentieristica dell’isola sono le Case Romane, resti di un antico insediamento corredati da una chiesetta ancora consacrata. Sopraelevate rispetto al paese dove attraccano i traghetti con destinazione Marettimo, dalle Case Romane si gode già di una splendida vista panoramica.

Veduta sul Castello di Punta Troia a Marettimo
Lorenzo Calamai
Il Castello di Punta Troia

Tante le escursioni da non perdere, su e giù dal crinale che percorre da nord a sud l’isola. Raggiungere Pizzo Falcone, la vetta più alta di Marettimo a 686 metri, significa regalarsi un panorama a 360 gradi davvero impressionante, con la possibilità di ammirare il profilo delle altre Egadi all’orizzonte.

Il sentiero per il Castello di Punta Troia, la fortezza che i Borboni usarono come carcere per prigionieri politici, è il grande classico: un sentiero a mezza costa che offre vedute mozzafiato sul paese e sul fortilizio, seduto su un promontorio attaccato al resto dell’isola solo da un lembo di terra. La fortezza conserva però un dettaglio storico particolare: la grande cisterna scavata nella roccia, profonda circa 7 metri, fu trasformata in una prigione sotterranea senza luce, dove i detenuti venivano calati dall’alto.

Da non sottovalutare le escursioni che portano al lato occidentale dell’isola, dove lo sguardo si perde verso un orizzonte dove domina soltanto il mare, ma che a fine giornata regala tramonti incantati.

Linosa

È piccola, Linosa. Poco più di cinque chilometri quadrati in mezzo al Mediterraneo, a pari distanza dalla costa della Tunisia, a ovest, e da quella della Sicilia, a nord. La sua natura vulcanica è perfettamente apparente, con le sue rocce nere e i suoi rilievi conici. Piccole case colorate fanno da contrasto alla natura aspra, corredando il panorama.

Il sentiero più classico sale al Monte Vulcano, punto più alto dell’isola con appena 195 metri ma dal panorama spropositato rispetto alla quota: nelle giornate di libeccio si scorge persino Lampedusa, che si trova a più di quaranta chilometri.

Gli altri due rilievi vulcanici, Monte Rosso e Monte Nero, completano il quadro delle salite da affrontare. Entrambi devono il loro nome alla caratteristica ben evidente del rispettivo terreno: una terra rossa e ferrosa accompagna l’escursione in vetta ai 187 metri del Monte Rosso, mentre il Monte Nero è fatto della tipica roccia vulcanica e si affaccia direttamente sul mare, con il suo cratere parzialmente crollato al di sotto del livello dei flutti.

Montecristo

Montecristo è un caso a parte. E non tanto per il romanzo di Dumas, anzi, ma perché è l’isola più inaccessibile dell’Arcipelago Toscano. Infatti, è Riserva Naturale Statale Integrale dal 1971 e Riserva Naturale Biogenetica del Consiglio d’Europa. Per questo, l’isola non si raggiunge con un servizio di trasporto regolare e l’accesso è consentito esclusivamente tramite visite guidate autorizzate dal Reparto Carabinieri Biodiversità e dal Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano.

Il numero di visitatori è, quindi, rigidamente contingentato (ci sono meno di duemila posti ogni anno), con prenotazioni da effettuare con largo anticipo. Una volta ottenuto un posto nella visita guidata, però, lo spettacolo è davvero formidabile.

Si approda a Cala Maestra, l’unico punto di sbarco consentito, una grande distesa di sabbia bianca bagnata da un mare cristallino, caraibico. Sull’isola sorgono una regale villa ottocentesca, un antico monastero e un piccolo museo naturalistico. L’isola è impervia e verde, con una flora condizionata dalla presenza di una popolazione di capre selvatiche, l’unica in Italia. Durante la visita, si percorre uno dei tre itinerari didattici, guidati dal personale forestale e con diversi gradi di difficoltà. Un quarto percorso, aperto eccezionalmente e riservato ad escursionisti esperti, porta fino alla vetta del Monte della Fortezza, il più alto rilievo di Montecristo, oltre i 600 metri di altitudine.

Palmaria

Palmaria è la più grande isola della Liguria, seppure abbia un’area totale di appena 1,89 chilometri quadrati. Si trova di fronte a Portovenere, separata dalla terraferma da poche centinaia di metri di mare. Fa parte, insieme a Portovenere, alle Cinque Terre e alle vicine isole del Tino e del Tinetto, del sito UNESCO del Golfo dei Poeti. Intraprenderne il periplo a piedi è una delle escursioni più amate della regione.

Palmaria
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Veduta dell’isola di Palmaria

Il sentiero ad anello, segnalato come 510, parte dall’approdo di Terrizzo e si sviluppa per circa sei chilometri, toccando il Forte Umberto I, il cosiddetto Pozzale all’estremo meridionale dell’isola e Punta Carlo Alberto. Il dislivello totale dell’escursione è intorno ai 450 metri, con la salita più tosta che arriva proprio per risalire a Punta Carlo Alberto, dalla quale però si ammira un bellissimo panorama su Portovenere e, in particolare, la Chiesa di San Pietro. Il tempo di percorrenza si aggira sulle tre ore.

Lungo il percorso, sulla punta sud di Palmaria, si incontrano anche i resti di una cava di marmo nero, un tempo tra i materiali più pregiati della zona.

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